enricotomaselli

Talkin' about revolution (all texts are copyleft)

Tra Pulcinella e Peter Pan

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 A bocce ferme, per abbozzare una riflessione pacata sul corteo no-Salvini, e per farne occasione di una riflessione più ampia.
Sono stato e sono tra quanti ritengono che fosse giusto organizzare la manifestazione, e questo a prescindere dall’esito finale con gli scontri a piazzale Tecchio e la grancassa mediatica che ne è seguita. Giusto per sgombrare subito il campo da possibili equivoci. Lo ritenevo e lo ritengo giusto perchè non credo affatto che il contrasto a tutto ciò che – oggi – la Lega e Salvini rappresentano, possa essere messo in atto semplicemente ignorandoli, né tantomeno credo abbia senso l’obiezione che, così facendo, se ne alimenta e se ne amplifica la portata.

La questione è piuttosto quanto la pratica dello scontro serva oggi al movimento.
C’è, in questo – diciamocelo francamente – una coazione a ripetere ormai quasi ventennale, che risale all’epoca dei disobbedienti. La rappresentazione, verrebbe da dire la messa in scena, dello scontro di piazza, fatte salve alcune occasioni in cui è stata sostituita da una battaglia vera, è entrata a far parte della ritualità di piazza dei movimenti antagonisti. Quasi una sorta di elemento identitario.
Ora, è possibile che, in una certa fase, questa ritualità identitaria abbia avuto una funzione, e forse anche più di una. Ma, credo, questa fase è conclusa da tempo, e l’estendersi di questa prassi finisce con l’assolvere soprattutto a (poche) funzioni psicologiche, lasciando del tutto fuori effettive ragioni politiche.

É ovvio che Salvini, venendo a Napoli, non fa una semplice operazione elettorale, non viene soltanto a caccia dei voti di un centro-destra allo sbando. Consapevolmente, viene a soffiare sul fuoco, perchè sa di venire in terra ostile, e conta di capitalizzare anche l’ostilità. Per il suo bacino di riferimento, è una medaglia al valore.
Inoltre, sa perfettamente di inserirsi in un contesto generale che vede la città di Napoli come un grumo mal digerito da parte del partito di governo (PD), e che in questo (ma non solo…) è in ottima sintonia con il nuovo Ministro dell’Interno Minniti. La sua calata, dunque, costituisce un abile mossa per prendere due piccioni con una fava.
Quindi è chiaro che lo scontro di piazza è assolutamente funzionale al suo disegno, e presta il fianco all’orientamento repressivo del Viminale. Oltre, ovviamente, a mostrare i limiti – oggettivi e soggettivi – dell’ambivalenza dell’amministrazione comunale, che cerca di giocarsi (malamente, a mio avviso) un ruolo di lotta e di governo, molto spesso pasticciato.

Ora, dovrebbe essere quasi superfluo sottolinearlo, la Politica è la trasformazione dello stato presente delle cose, non semplicemente l’affermazione di un’idea. É dunque una prassi che deve soggiacere innanzi tutto alla ferrea legge dell’opportunità. Che non va ovviamente intesa come opportunismo, ma come pratica di ciò che è opportuno, che produce (che almeno può produrre) gli esiti desiderati.
E qual’era, l’esito desiderato della manifestazione? Credo che l’esito politico desiderato non potesse essere altro che rimarcare l’isolamento di Salvini e della destra raccogliticcia a conclave nel chiuso della Mostra d’Oltremare. Non potesse essere altro che estendere alla più ampia opinione cittadina, questo cordone sanitario contro il lepenismo leghista. Non potesse avere altro scopo che aumentare il consenso che i movimenti hanno in città, radicandolo sempre più.
Tutti obiettivi che la manifestazione poteva aver conseguito, sino alla bagarre davanti ai cancelli della Mostra.

Ragionevolmente, non si può – ex-post – invocare l’alibi della provocazione, per le cariche del giorno prima davanti la sede de Il Mattino, o per la massiccia presenza di uomini e mezzi schierati fuori l’area della riunione leghista. Né c’era una zona rossa che avesse senso violare. Gli scontri si sono innescati perchè erano nell’aria. Quasi un destino annunciato ed ineluttabile.
Laddove, invece, la logica politica avrebbe voluto che non vi fossero, persino in presenza di una effettiva provocazione, se non per una precisa scelta. L’impressione è stata, invece, quella di una recita in cui ciascuno è ingabbiato nel proprio ruolo, in cui nulla può darsi al di fuori del copione, scritto non si sa più da chi né perchè.
E di queste gabbie, mi sembra che a Napoli si cominci ad abusare.

Anche se la narrazione (scontata, no?) che ne hanno fatto i media è largamente falsa (nessuna bomba carta, nessuna molotov, nessun quartiere devastato, nessun black-block…), cento ragazzi con la mascherina nera di Pulcinella che celebrano la propria danza di rabbia tra lacrimogeni e lanci di sassi, non parlano un linguaggio inclusivo. Anche se buona parte dei manifestanti non li sente estranei (ed è vero, non sono alieni, né provocatori, né altro: sono parte del movimento), questa empatia ha un raggio assai limitato, difficilmente si espande oltre chi era in piazza per manifestare, ed anche una parte di chi c’era sarà indotta a considerare con maggior prudenza la propria partecipazione.
Come la violenza negli stadi ha prodotto la rarefazione della presenza di pubblico, al di fuori della tifoseria organizzata, giocando un ruolo non secondario nella trasformazione del calcio in spettacolo eminentemente televisivo (secondo i desiderata delle società), così il rischio è di ridurre il manifestare in piazza ad uno spettacolo mediatico, che esiste in virtù del fatto di essere mediaticamente visibile, e che lo è nella misura in cui risponde all’esigenza (spettacolare e politica) dei media, offrendo – appunto – la messa in scena dello scontro.

Al di là – molto al di là… – della facile retorica della città ribelle, che è molto più funzionale alla partita politica e personale del sindaco che non a quella dei movimenti, c’è da parte di questi una sorta di sindrome di Peter Pan: il rifiuto (inconsapevole, forse) di voler crescere (politicamente).
Se, come sembra, il riferimento più significativo è quello spagnolo, a partire dall’esperienza degli indignados sino a Podemos, sembra che i movimenti – in particolare a Napoli, dove per una serie di congiunture favorevoli hanno un terreno di coltura fertile – non riescano a fare quel passaggio, quello capace di trasformarli – appunto – da movimenti, legati a specificità territoriali o tematiche, a movimento, con obiettivi e capacità politica ampi.
Una possibilità invece assolutamente reale, concreta. Oltre che opportuna e necessaria.
Ma questa incapacità, si è già vista – colpevolmente – in occasione del referendum del 4 dicembre, quando non si è riusciti a dare una immagine univoca ed unitaria che, rappresentando un NO sociale, e quindi non semplicemente un rifiuto del renzismo, avrebbe potuto intercettare un’ampia fascia di cittadinanza, aprendo con questa un canale di comunicazione costruttivo.

La questione vera, dunque, non è l’episodio in sé degli scontri, né tanto meno una pretestuosa dicotomia violenza/non violenza, o – diversamente declinata – legalità/illegalità. Alla Mostra d’Oltremare è stato in scena l’epifenomeno.
Andare oltre o meno, questa è la questione. Perchè in politica come in fisica, i vuoti vengono comunque riempiti, e se lo spazio di una opposizione radicale, sociale e politica, non viene occupato da chi ne avrebbe titolo, verrà occupato da chi ne ha i mezzi.
Questa è la scelta su cui ragionare, il passaggio da costruire (o, al contrario, a cui definitivamente rinunciare).
Le diatribe su scontri si / scontri no, lasciano il tempo che trovano.

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Sul ‘neo-municipalismo’

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Pur se in forma non del tutto lineare (né potrebbe essere altrimenti), il percorso del neo-municipalismo prosegue nella città di Napoli, dove una felice combinazione di fattori lo rende possibile più (e più agevolmente) che altrove.
Naturalmente, ciò implica che – nel suo procedere – i nodi del processo comincino a venire al pettine. La questione fondamentale, infatti, è come passare dalla fase puramente sostanziale, in cui la spinta dal basso animata dai movimenti si incontra felicemente con l’apertura dell’amministrazione in carica, a quella della formalizzazione, in cui l’incontro si traduce non più solo in prassi ma in regole – capaci quindi di trascendere l’occasionalità di un contesto fertile.

maschio-angioinoIn occasione del secondo incontro tematico, tenutosi al Maschio Angioino, sono cominciate ad emergere le prime difficoltà, quantomeno comunicative, tra cittadinanza ed amministrazione comunale.
Da un lato, infatti, sono emerse rivendicazioni che mirano a garantire la massima autonomia possibile (politica ed operativa), mentre dall’altro si concretizza una visione che affida ancora all’istituzione un ruolo prevalente.

Nel mio precedente intervento sul tema, sottolineavo la rilevanza – anche terminologica – della definizione politica del processo in corso, laddove l’espressione cessione di sovranità, spesso utilizzata, in qualche modo contiene l’idea di privazione (da parte di chi cede), mentre quella utilizzata dal sindaco (consegna di sovranità) contiene invece l’idea – per certi versi comunque più avanzata – del gesto motu proprio. Proprio per l’opportunità di definire con chiarezza la natura del processo, inquadrandolo nella giusta prospettiva, suggerivo la definizione di restituzione di sovranità. L’idea è quella che entrambe le parti – l’istituzione titolare ex lege della sovranità, e la cittadinanza, che ne è a sua volta titolare ex lege – concordemente convengano di addivenire ad un passaggio parziale dall’una all’altra, restituendo in parte la sovranità a chi la detiene costituzionalmente (Art. 1, “La sovranità appartiene al popolo”).

Con tutta evidenza, non si tratta di una questione formale, e men che meno soltanto terminologica. La corretta definizione della natura del processo, pesa infatti a sua volta sul divenire del processo stesso.
Purtuttavia, non può sfuggire che tale processo si svolge in un quadro normativo dato, e che quindi esso richiede di mettere in campo una capacità di trasformazione del reale, che tenga conto del contesto senza rinunciare alla volontà di trasformarlo.
Si è più volte detto, non soltanto in relazione a questo genere di processi partecipativi popolari, che il sistema della rappresentanza è in crisi. Il che è indubbiamente vero, anche se la lettura che viene fatta di questa crisi è assolutamente parziale – e quindi, porta in sé il germe dell’equivoco.
Si ritiene infatti che la radice di questa crisi istituzionale stia nella crisi dei partiti (delle ideologie). Con ciò confondendo l’effetto con la causa.

Il fatto è che, alla resa generalizzata al pensiero unico, nell’ultimo ventennio si è aggiunta – specie in Italia – una deriva fortemente autoritaria, anche se (malamente) dissimulata dietro la maschera di un decisionismo variamente giustificato. Si è affermata, anche nel sentire comune, l’idea che il governo (centrale o locale) non sia più semplicemente potere esecutivo, ma che ad esso sia di fatto delegato lo stesso potere legislativo.
Chi governa, insomma, non si limita ad eseguire, ma decide anche il quadro normativo in cui si inserisce la propria azione. Questa concentrazione di potere ha determinato lo svuotamento di senso delle assemblee rappresentative (locali e nazionali), producendo a sua volta – molto più d’ogni altro fattore – il parallelo svuotamento della forma partito, trasformandola da interfaccia tra cittadini ed istituzione a comitato d’affari.

Tutto ciò per dire che, allo snodo della crisi, la questione fondamentale è la riformulazione della rappresentanza, e quindi – prima ancora dei termini in cui questa si ri-articolerà – della legittimazione a riformularla.
Se il neo-municipalismo intende se stesso come nuova forma di esercizio della sovranità popolare, esso deve capire che (nei fatti) va a riflettersi sulla legittimità – quanto meno nelle forme attuali – di altri poteri, ridefinendone la natura ed il ruolo, e soprattutto l’ambito in cui si esercitano. A partire dalle assemblee elettive.
Se infatti le assemblee popolari dialogano direttamente con le amministrazioni, contribuiscono de facto a quel processo di svuotamento delle assemblee elettive. Devono porsi quindi la questione del senso di queste ultime.

In ogni caso, perchè il processo vada avanti correttamente (e quindi utilizzando le opportunità fornite, ad es., da amministrazioni dialoganti, ma senza connotarsi come concessione dall’alto), necessita di un percorso legittimante. Che venga percepito come tale sia dalle amministrazioni, sia dalla (gran) parte della cittadinanza che, allo stato, rimane estranea (se non all’oscuro) al processo stesso.
Sviluppare forme che determinino partecipazione, anche attraverso l’uso di strumenti normativamente già disponibili, è la chiave.

Written by enricotomaselli

27 dicembre 2016 at 09:52

Sul ‘chi’ e sul ‘come’…

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Nel processo che sta attraversando la città di Napoli (e non solo), che si segnala per una rinnovata partecipazione dal basso ai processi politici ed amministrativi, si è nei giorni scorsi segnata un’altra tappa, ovvero la co-convocazione (da parte dell’amministrazione comunale e dei movimenti) di un tavolo di confronto comune, destinato ad aprire una fase nuova ed ulteriore, quella che apre il percorso che porta dall’ascolto alla decisione. Ovvero, la definizione degli strumenti e delle modalità attraverso i quali i cittadini possano esercitare direttamente un potere decisionale.massa-critica-ph-Mario-Spada

Nel corso di questo incontro, sono emerse alcune questioni cruciali, che attengono non solo agli aspetti pratici e/o giuridico-formali, attraverso i quali il suddetto processo deve andare a sostanziarsi, ma anche questioni – potremmo dire – di principio.
Una prima questione, quindi, è quella che inquadra politicamente questo (seppur parziale) passaggio di poteri. In passato si è in più occasioni parlato di cessione di sovranità, da parte dell’amministrazione pubblica, e quindi è sicuramente apprezzabile lo sforzo di avanzamento linguistico con cui il Sindaco ha parlato invece di consegna di sovranità.
Purtuttavia, credo sia necessario dire con chiarezza che, in entrambe i casi, siamo in presenza di espressioni improprie, il cui uso rischia di inquinare concettualmente ciò di cui si sta parlando – e che, soprattutto, si sta praticando.
Il punto è che la sovranità appartiene già ai cittadini, sulla base del dettato costituzionale – cioè del patto fondativo della Repubblica. Ciò che si sta cercando di praticare a Napoli, così come altrove, quindi, è qualcosa di diverso. Si tratta di un processo di restituzione di pezzi di sovranità direttamente ai cittadini, che si è avviato in quanto sia questi che l’amministrazione comunale sono consapevoli del fatto che lo strumento attraverso cui si è sinora esercitata questa sovranità – la delega rappresentativa – è entrato profondamente in crisi, al culmine di un processo di svuotamento progressivo che lascia oggi sul terreno una delega formale, senza più alcuna effettiva rappresentanza.

Appare chiaro che, nel quadro normativo dato, dare forma giuridicamente valida a questa restituzione, non è cosa semplice, né tantomeno rapida. Anche perchè le risposte a queste domande non ci sono già, trattandosi semplicemente di individuare il percorso più agevole per renderle effettive, ma dovranno necessariamente emergere nel corso del processo.
Al tempo stesso, è invece chiaro sin d’ora quali sono i nodi sostanziali, con cui deve confrontarsi questo processo. Ovvero, il terzo elemento mancante nel titolo: il cosa.
Quali sono gli ambiti su cui verranno chiamate a decidere, le assemblee dei cittadini *? Quali sono le dimensioni territoriali su cui decidere? Quali sono le precondizioni perchè si possa ragionevolmente esercitare un potere decisionale? Su cosa è possibile esercitarlo e su cosa no?

Sempre in occasione del tavolo, è stato sottolineato come l’effetto nimby (Not In My BackYard) possa manifestarsi, con effetti paralizzanti, nelle assemblee di territorio. Per evitare questo rischio, però, la soluzione non può essere quella di delegare all’amministrazione alcuni ambiti di decisione, ma solo quella di estendere la dimensione territoriale delle assemblee in base alla dimensione delle questioni.
In termini generali, e di prospettiva, è chiaro che le assemblee dei cittadini possono ragionevolmente esprimersi su ambiti micro e macro – lasciando alle amministrazioni di vario livello gli ambiti intermedi. Possono cioè assumere decisioni relativamente a problematiche specifiche e circoscritte, ovvero esprimere orientamenti strategici generali.
Alle amministrazioni resta la delega a decidere su tutto ciò che si colloca tra questi due estremi, e più in generale il potere esecutivo – ovvero ciò che riguarda l’attuazione delle decisioni.

Infine, la questione dei tempi. Parlando di un processo, e quindi di qualcosa che per sua natura è in divenire, è chiaro che – entro certi limiti – si tratta di tempi non brevi. Trovare le soluzioni funzionali, politicamente sostenibili, e tradurle poi in atti normativi, è – appunto – un processo che richiederà i suoi tempi.
Ma, al tempo stesso, vi sono questioni strategiche (alcune delle quali emerse nel corso della discussione: Bagnoli, il porto, la gestione dei flussi turistici…) che sono già sul terreno, e che – proprio per la rilevanza profonda e di lunga durata – devono in qualche modo essere affrontate sin dall’oggi. Il che, trattandosi anche di questioni complesse, su cui gravano interessi e poteri diversi, lo rende ancor più complicato ma ancorché urgente.
Rispetto alle principali questioni strategiche della città, in questa fase, è necessario che l’amministrazione pubblica faccia uno sforzo suppletivo, aprendosi ancor più all’ascolto, e facendosi carico di una maggiore rappresentanza (ed una minore delega), proprio in virtù di quella consapevolezza condivisa che il sistema istituzionale, quale è dato oggi, è insufficientemente democratico.
Non si tratta qui di prevaricare i poteri e l’autonomia dell’amministrazione, quanto piuttosto – in una fase transitoria – dell’esigenza che (almeno sulle questioni strategiche) sia l’amministrazione stessa ad attivarsi per coinvolgere direttamente la cittadinanza nei luoghi e nei momenti in cui, de facto, si definiscono gli orientamenti; e soprattutto che, quando si giunga alle decisioni, queste non siano assunte senza un preventivo confronto pubblico con i cittadini, e – cosa più importante – non in contrasto con gli orientamenti da questi espressi.

 

….

*Personalmente continuo a preferire il termine cittadini a quello di abitanti, che mi suona più occasionale, impolitico. Sarà perchè lo associo immediatamente alla Rivoluzione Francese del 1789, cioè quella rottura epocale che fece cittadini coloro che erano soltanto sudditi. E che per fare ciò, tagliò la testa ai reali ed ai nobili. Molto più che una semplice sovversione dei poteri, ma un atto – anche simbolicamente forte – che spazzava un dogma culturale profondo, quello della discendenza divina dei re.

Written by enricotomaselli

28 luglio 2016 at 15:58

Tra Higuain ed il MAAN…

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Napoli, si sa, è città passionale. Non a caso, Turturro chiamò ‘Passione’ il suo film dedicato alla città. Ma qui il termine assume un accezione diversa dall’usuale, non denota il semplice appassionarsi a qualcosa, ma proprio lo stravolgimento della ragione.
Il calcio, ad esempio, non è semplicemente uno sport, ed il tifo non è semplicemente la passione per la propria squadra. A Napoli, tifare per una squadra diversa dal ciuccio, equivale ad essere considerati una quinta colonna. Se poi questa squadra è la Juventus, si è a rischio fucilazione.archeologico
Il Napoli, a Napoli, è una questione sociologica, come forse nessuna squadra in nessun’altra città. É una religione – con tanto di santi e demoni – che, come ogni religione che si rispetti, esercita una egemonia culturale anche su chi non è particolarmente interessato al calcio, purché viva nel territorio di riferimento. Ed in questo sentimento religioso, c’è fortissimo il desiderio di riscatto: ciò che non si pensa di poter ottenere per altre vie (su altri piani), si insegue sul campo da gioco. Ed è per questo che Maradona è un santo patrono, poiché non solo ha regalato alla città il riscatto, ma è stato ad essa esclusivamente fedele.
In realtà questo sport è sempre più un business, che in epoca di globalizzazione si gioca su scala planetaria. É quindi la legge del mercato, a dominarvi. E sono rarissimi i casi di identificazione profonda tra un giocatore e la (sua) squadra: Francesco Totti con la Roma, i baschi dell’Athletic Bilbao… In questa grande partita di business globale, giocatori e squadre si muovono in base al mercato, e null’altro. Stupirsene, o peggio indignarsene, è da ingenui.

Per questo, l’indignazione dei tifosi napoletani per il tradimento di Higuain è un segno di ingenuità; e proprio per questo il passaggio alla Juve del Pipita brucia ancora di più. Perchè costringe i tifosi a fare i conti con la realtà, a prendere atto del come vanno le cose, e di come ciò collida con quell’idea religiosa che in fondo coltivano. Uno sguardo laico su quel prato verde, probabilmente non escluderebbe la possibilità di godere d’un bello spettacolo (quando lo è…), ed anche di appassionarsi – senza per questo offuscare la ragione.
Ma, al tempo stesso, proprio la consapevolezza di quella dimensione speciale che qui assume la passione, dovrebbe smorzare quel senso di superiorità con cui taluni laici guardano al tifo bigotto.

Sempre di indignazione si tratta, a proposito dell’accordo di partnership tra il Museo Archeologico e la città di Comacchio. Alla notizia che il MAAN, in virtù di questo accordo, presterà parte dei reperti conservati in deposito, affinché vengano esposti nelle sale di Palazzo Bellini e (dal 2017) nel nascente Museo Delta Antico, si son levati gli scudi dei custodi dell’integrità cittadina.
Ovviamente, in questo come in ogni altro caso, l’accordo di partnership (biennale, e rinnovabile) può essere soggetto di critiche; ma queste dovrebbero attenersi al merito – e possibilmente basarsi sulla conoscenza di questo.
Cominciamo col dire che la città di Comacchio, candidata come Capitale Italiana della Cultura 2018, è stata la proponente di questo accordo. In base a tale accordo, che avrà durata biennale, e potrà essere rinnovato, nella città estense verranno organizzate mostre utilizzando reperti che il MAAN abitualmente conserva nei depositi.
É bene ribadire che tutti i musei hanno una vasta quantità di opere inesposte, e non semplicemente per una questione di spazio. Ovviamente, i pezzi migliori sono quelli privilegiati per l’esposizione nelle sale museali, e nei depositi restano le opere ed i reperti minori,  i pezzi multipli (se anche possiede 10.000 anfore, nessun museo le esporrà tutte).
Dunque, non c’è alcuna sottrazione al patrimonio visibile del MAAN – né tantomeno alcun prodromo d’una definitiva cessione, come pure adombrato da alcuni.

Alla base delle critiche scatenatesi alla notizia dell’accordo, c’è un sentimento – mi perdonino gli amici che le condividono – egoistico e particulare: l’idea che le opere contenute nel Museo napoletano siano di Napoli. Non a caso, per i napoletani il MAAN è il museo… Resta il fatto che il museo stesso, sin dalla sua denominazione, è Nazionale. E più in generale, ci si aspetterebbe che fosse ormai matura e diffusa la consapevolezza che i beni artistici e culturali sono patrimonio comune, non proprietà esclusiva di qualcuno.
Le obiezioni mosse alla partnership, sono fondamentalmente due – e collegate tra loro.
La prima, figlia di questo sentimento di possesso, è che trattandosi di reperti prevalentemente provenienti da Pompei ed Ercolano, dovrebbero restare sul territorio. Naturalmente non si rileva che, dalla Campania, nessuno ha avanzato una simile proposta al MAAN, come ha invece fatto Comacchio. Nè tanto meno che, con questa logica, dovremmo svuotare il Museo Egizio di Torino e mandare tutto a Il Cairo!

L’altra, è il trito “che ci guadagna Napoli?”. Anche qui, si potrebbe naturalmente obiettare che la domanda si potrebbe rovesciare: “che ci perde?”. Nulla. Perchè i reperti che andranno per mostre a Comacchio, altrimenti sarebbero rimasti nei depositi.
Ma la questione è in realtà diversa. Innanzitutto, data la vastità dei depositi del MAAN, se altri musei o comuni campani volessero stipulare accordi similari, non credo che mancherebbero reperti, né tanto meno la volontà di stipularli. Ma soprattutto, con questo accordo il MAAN (e quindi la città) ci guadagna! Perchè una cosa sarebbe far vedere un assaggio delle sue collezioni a Battipaglia piuttosto che ad Ariano Irpino, ben altra cosa è farlo vedere nelle Marche. Perchè è ad un pubblico più lontano, che bisogna far conoscere l’offerta culturale del Museo – e di Napoli. Perchè è in questo modo, che si attraggono visitatori. Quando il Direttore Giulierini parla di “disseminazione culturale”, sicuramente ha presente anche questo.
Per tacere del fatto che, già solo per essere candidata come Capitale Italiana della Cultura 2018, nei prossimi due anni la città di Comacchio spingerà al massimo sul piano turistico-culturale, agendo quindi in effetti come un ripetitore del segnale emesso dal MAAN…

Tra il Pipita ed il Museo, insomma, la città ha ancora molto da crescere, se vuole essere davvero metropoli internazionale. Oppure, certo, può adagiarsi nella sua confortevole immutabilità…

La ‘città palcoscenico’

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Le celebrazione del trentennale della maison Dolce & Gabbana a Napoli hanno innescato l’ormai consueto dibbattito, con l’altrettanto consueto corollario degli schieramenti pregiudiziali, che inevitabilmente schiacciano (e scacciano dal dibattito pubblico) le argomentazioni più razionali e non di parte.
Pure, non è affatto privo di senso provare ad articolare una qualche forma di ragionamento, che cerchi per quanto possibile di astrarsi dallo specifico contingente, per puntare piuttosto su un suo inquadramento generale.

San-Gennaro-026editedPer fare ciò, è comunque forse opportuna una riflessione – quanto meno sommaria – sulle specificità dell’evento, poiché può fornire elementi utili a quella di più ampio respiro.
Premesso che l’uso di pezzi di città per eventi privati (non più luoghi chiusi e circoscritti, ma letteralmente parti del tessuto urbano) è ormai consuetudine crescente, come conseguenza del significativo spostamento di capitali dal pubblico al privato, ed in ciò non costituisce quindi una novità, nello specifico napoletano esso ha assunto alcune caratteristiche degne di essere sottolineate.
La più rilevante, in assoluto, è il livello di privatizzazione dello spazio pubblico. Per estensione, durata, e qualità dell’esclusione, questo è stato sicuramente fuori misura. Ed è significativo che ad esso abbia corrisposto un inusuale livello di militarizzazione, con un dispositivo di ordine pubblico ingiustificato per quel genere di evento. Quasi un riflesso condizionato, si direbbe.
Altra caratteristica pregnante (ma, ahimé, non nuova), è quella che potremmo definire la sudditanza culturale dell’amministrazione, che se da un lato mena costantemente vanto d’aver reso la città nuovamente ambita, dall’altro si dimostra sempre prona verso quanti alla città rinnovata rivolgono la propria attenzione. In questo caso, non si tratta tanto di scarsa capacità nel gestire il marketing territoriale, quanto piuttosto della conseguenza di una mancata capacità di pianificare politiche turistiche e culturali di più ampio respiro. Un vuoto politico, questo, a cui si è cercato sinora di rimediare con una politica del laissez faire, quella sorta di pseudo-anarchismo (che tanto piace al sindaco…) in cui il ruolo pubblico si riduce alla periodica gestione di grandi eventi (dalla grande visibilità mediatica).
Last but not least, il senso dell’operazione D&G. Che è stato – legittimamente – di valorizzazione del proprio brand, ma che si è ottenuto attraverso un uso comunicativo della città che l’ha ridotta al suo più becero stereotipo: la città stracciona (ed in quanto tale ricca di suggestioni), che fa da palcoscenico per la messa in scena celebrativa del brand – della sua raffinatezza… Quel che veniva ricercato, e che è stato trovato, era l’effetto contrasto.

Questo modello d’uso dello spazio pubblico, quindi, non solo lo privatizza, ma lo costringe anche ad interpretare un ruolo subalterno, che esclude il protagonismo e lo ingabbia nella rappresentazione macchiettistica dell’identità. In questo senso, l’esclusione persino dei residenti, dalla zona rossa, è strutturalmente connessa con l’esclusione di tutto ciò che non corrisponde all’immagine stereotipata della città, e sono reciprocamente funzionali.
Ed è un modello d’uso che, nel vuoto politico di cui si diceva, si auto-alimenta, e rischia di dilagare come un blob sul cuore della città.
Nella sua essenza, la questione riguarda i destini della città – o, se si vuole, la direzione in cui procederà verso il futuro. E non una questione in cui le parti in commedia siano nettamente distinte, perchè la Napoli stereotipata è quella su cui vive una parte della cittadinanza, e lo sviluppo disordinato appare a tanti come una opportunità.
Si tratta quindi di aprire una riflessione sul come governare questo trend favorevole per la città, e – forse – prim’ancora sul se governarlo…

 L’idea di sviluppo basata sul turbo-turismo, come insegna l’esperienza di Barcellona, non è soltanto rose e fiori. E soprattutto, quando si lascia al mercato il compito di determinare le modifiche che intervengono sulla città (sul suo assetto sociale, economico, infine urbanistico e culturale), il risultato non può che essere la socializzazione dei disagi e la privatizzazione dei profitti.
Il pericolo non è tanto quello di una gentrification, quanto – all’opposto – la cristallizzazione presepiale, la trasformazione del centro storico napoletano in una disneyland scugnizza, che perpetui all’infinito lo stereotipo sino al punto di svuotarlo del tutto di ogni aggancio con la realtà (che pure ancora sussiste), trasformandolo definitivamente nella sua mera rappresentazione.
Per quanto l’impatto del turismo sul centro storico stia marcando, negli ultimi anni, una impennata (aumento dei B&B, dilagare di pizzerie e fast-food più o meno tipici lungo le vie di maggior densità turistica), l’avvio di un processo di espulsione dei ceti popolari dal centro antico è assai improbabile, per la semplice ragione che proprio essi costituiscono l’humus dell’icona napoletana pizza & mandolino. Si tratta quindi, semmai, di un processo che punti a privarli di autenticità, rendendoli maschere di sé stessi.

Per operare dunque un rovesciamento dello schema, è necessario partire dalla definizione di una nuova identità, più consapevole e non più subalterna. Avviare processi di trasformazione sociale, anche e soprattutto oltre schemi e modalità classici dell’agire politico, capaci di produrre mutamenti reali e profondi. Un’azione essenzialmente culturale (e che, in quanto tale, sia altamente politica nei fini e nel significato), che offra l’opportunità di una presa di coscienza collettiva, il riconoscimento di una identità non più prigioniera dello stereotipo tradizionale, ma pienamente matura, moderna, consapevole. Ed in quanto tale, non meno ricca e suggestiva di quella precedente.
Su questa identità, andrà poi costruita una nuova narrazione della città, capace di raccontarne la bellezza antica e quella moderna, tenendo insieme ogni aspetto (culturale, artistico, sociale, politico) della sua trasformazione.
Per far si che Napoli esca dal bozzolo del passato.
Perchè il prossimo brand che la sceglierà come location, lo faccia per riceverne luce, non per usarla come oscuro background. E soprattutto, se festa sia, che sia per tutt*.

Written by enricotomaselli

12 luglio 2016 at 18:37

Margini

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Il rischio maggiore della globalizzazione informativa è l’overflow, la superficialità come conseguenza della sovrabbondanza. Siamo continuamente bombardati da un flusso costante di notizie (di cui, peraltro, spesso una parte considerevole è del tutto futile, mentre altre davvero rilevanti restano ai margini), che finisce con l’impedire la riflessione, almeno sui fatti più importanti.
Mi viene in mente l’immagine della performance di una brava artista italiana, in cui lei cerca di truccarsi dopo essersi applicata degli elettrodi alle braccia, attraverso i quali riceve costanti impulsi che le fanno contrarre gli arti. Il continuo input di notizie agisce come quegli elettrodi, ci impedisce spesso di ragionare su quelle stesse notizie, di discernerle, di trarne un output razionale e consapevole.
In questo, ovviamente, anche grazie a media che, anche laddove non siano mossi dai rispettivi interessi padronali, considerano l’informazione un prodotto piuttosto che un servizio, e quindi tralasciano sempre più l’approfondimento, in favore della volatilità all-news. (E, usi come siamo a non farci mancare nulla, anche in questo brilliamo in peggio).

Ecco quindi che la brexit giunge a proposito, per glissare su ogni ulteriore analisi relativa al recente voto amministrativo in Italia; e magari, da domani, sarà il voto spagnolo a cacciar via la brexit.
E invece tutto questo, se fosse messo in prospettiva, se se ne rilevassero le connessioni, cercando di individuarne il fil rouge, potrebbe essere utile a tutti.
Si è provato a leggere il risultato del referendum britannico attraverso una chiave generazionale, giovani vs anziani, salvo poi scoprire che i primi si sono per lo più astenuti. Si è quindi passati a quella che pare essere la (pseudo) chiave di lettura preferita dell’oggi, ovvero il mantra del populismo (con il suo corollario, l’antipolitica).
Ma, al di là del fatto che, sotto questo ombrello si mescola un po’ di tutto (e di molto diverso), l’operazione rimane, almeno parzialmente, truffaldina. Perchè se di populismo si può parlare, a proposito delle politiche di Lega Nord, Front Nationale ed UKIP, poichè le rispettive leadership sfruttano chiaramente le paure e le incertezze diffuse, certamente ciò che fa crescere il consenso per queste forze ha delle spiegazioni, che non si possono eludere con l’alibi del populismo. Insomma, il pesce abbocca all’amo perchè la (finta) mosca è l’unica cosa commestibile che riesce a vedere.

Quando un anno fà la Grecia veniva strangolata, per aver osato ribellarsi (moderatamente) alla troika, nessuno in Europa se ne preoccupava più di tanto. La stessa sinistra, che su sollecitazione dei greci predisponeva liste in appoggio per le elezioni europee (Syriza aveva ben chiaro che la partita da giocare a Bruxelles era dura assai, e cercava di creare un fronte di sostegno), non fu capace di alcuna seria mobilitazione. Poiché nessuno manda i sui figli a studiare ad Atene, invece che a Londra, e magari così le vacanze a Mykonos costeranno meno… chissenefrega.
Il problema sono i brits, che dicono #ciaone alla UE.
Ma a dominare è sempre il medesimo criterio: la volontà popolare, la democrazia, sono una bellissima cosa finché si esprime in modo compatibile con gli interessi di ristrettissime oligarchie economiche – e di quelle politiche che le seguono (e ne eseguono i desiderata).
Scrive il Corriere della Sera, a proposito delle elezioni spagnole: “Ci vuole un esecutivo stabile per reggere l’impopolarità delle politiche di austerità che chiede ancora Bruxelles.”
Se le politiche sono impopolari, significa che il popolo (sovrano!) non le vuole. Quindi non ci vuole un governo che le esegua, ma al contrario bisogna imporre a Bruxelles un governo che esprima ed esegua la volontà popolare. Punto.

Per questo, non c’è direttorio che tenga. Non è cooptando Renzi al tavolo buono, che Merkel ed Hollande potranno affrontare e risolvere questo nodo. Angela e François sono i capofila delle politiche impopolari – basti vedere ciò che sta succedendo in Francia; e Matteo a sua volta non è che il parvenu, elevato di rango solo per necessità, ed in virtù del fatto d’essersi ampiamente dimostrato interno alle logiche dell’austerity (supinamente accettate in cambio di un po’ di flessibilità nell’applicarle in casa).
Non è l’Europa, ad essere in pericolo; sono le oligarchie che la dominano, che rischiano di perdere (almeno in parte) il proprio potere.
Contro questa possibilità, si può starne certi, si batteranno duramente. E lo spettro del populismo sarà l’arma che brandiranno. Il rischio, quindi, è rimanere chiusi nella tenaglia, tra due ganasce che agiteranno ciascuna la paura (dell’altro). Tra Salvini e Le Pen da un lato, Renzi e Hollande dall’altro. Tra chi predica l’esplosione identitaria e centrifuga dell’Europa, e chi lo stringiamoci a coorte conservatore e contripeto.

Per non rimanerne soffocati, per riannodare i fili che passano per Berlino e Parigi, per Atene e per Roma, per Madrid e per Londra – e sì, anche per Napoli – non c’è altra via che ripartire dal basso. Da quanti sono ai margini del potere. E che, oggi, sono larghissima maggioranza.

La Lunga Marcia

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Ad urne chiuse, e (prevedibile) risultato acquisito, vale la pena di cominciare a spendere qualche parola. E – ovviamente – impossibile non cominciare dalla anomalia napoletana; che non è soltanto quella del sindaco (eccentrico a qualsiasi schieramento politico), ma molto altro, che molti non vedono.

Napoli è, intanto, la città con l’astensione più alta. La vulgata corrente, tra media e politica, è che questa città sia in fondo refrattaria alla democrazia rappresentativa, che abbia – come del resto si compiace di avere lo stesso sindaco – un’anima anarchica.
Ma magari le cose non stanno così. Magari una lettura più politica, più razionale, è possibile.
La prima questione da osservare, è che il sistema bipolare pensato oltre vent’anni fa, come via d’uscita dalla crisi partitocratica della I^ Repubblica,  e che vide il suo esordio proprio con l’elezione diretta dei sindaci, mostra ora la corda, e si impalla, perchè la realtà del paese è strabordata da quei confini concettuali. Siamo, al minimo, in una realtà tripolare.
In un sistema bipolare, una realtà tripolare produce quel che abbiamo visto a Torino ed a Roma (con particolare evidenza): la forza sconfitta al primo turno, e che non accede al ballottaggio, converge in parte su uno dei due contendenti, determinando un cambio di equilibri. Insomma, ciò di cui il PD oggi si stupisce e (quasi) si indigna.
Questo fenomeno si è verificato fortemente nelle due città suindicate – e molto meno, ad esempio, a Milano – perchè il M5S (pur essendo un movimento anti-establishment, e quindi anche avverso al centro-destra) è innanzitutto una forza trasversale ai due schieramenti dx-sx. Dopo aver impostato buona parte della campagna elettorale sulla tesi che Virginia Raggi fosse di destra, è francamente demenziale che il PD non avesse messo nel conto che su di lei sarebbero confluiti i voti di quell’elettorato.

Ma a Napoli questo non accade. Luigi De Magistris vince sostanzialmente con gli stessi voti ottenuti al primo turno, mentre la partecipazione precipita. Ma la ragione non risiede in una specificità napoletana – nel senso di intrinseca alla città – quanto nella specificità del quadro politico napoletano.
Anche se il sindaco si è presentato e si presenta come un esponente della sinistra assai radicale, il suo non essere in realtà legato ad alcuna formazione (nonché il suo abilmente modulato peronismo), fanno sì che sia lui il movimento trasversale. All’interno del quale la sinistra-sinistra non è che una componente (e nemmeno determinante, come si vede dai risultati delle varie liste).
Al tempo stesso, il tracollo del PD – che dalla sconfitta di 5 anni fa a quella dell’altro giorno ha mostrato solo di essere peggiorato, sotto ogni profilo – ha lasciato allo sbando il suo elettorato di riferimento, ed ha privato il ballottaggio della polarizzazione politica destra/sinistra, lasciando al suo posto quella personale De Magistris/Lettieri.
Nonostante gli squallidi appelli a votare quest’ultimo, da parte di qualche ultras piddino, la gran parte degli elettori che al primo turno avevano votato per uno degli sconfitti, semplicemente non sono andati al voto. Così come hanno fatto una parte dei simpatizzanti di Lettieri, dando la partita per persa.
Non a caso, De Magistris vince con una percentuale vicina al 70% – come la Raggi – ma che corrisponde grosso modo a quello zoccolo duro che si è conquistato nei primi 5 anni, e che equivale ad un 20/25% del corpo elettorale.

L’uomo De Magistris, si sa, è caratterialmente eccessivo, come uno di quei ragazzi che, avendo vissuto in una famiglia molto rigida, fanno a 40/50 anni le cose che non hanno potuto fare quando ne avevano 20/30. Di là dal fatto che questo possa talvolta fare tenerezza, se lo si guardi con occhio benevolo, o suscitare fastidio, se lo si guardi con occhio meno indulgente, rimane il fatto che il suo lato eccessivo emerge soprattutto quando si sente in prima linea – come durante una campagna elettorale.
Bisognerà vedere, quindi, cosa farà a bocce ferme.
Fondamentalmente, ha dinanzi a sé due strade. La prima, sicuramente per lui più allettante, anche perchè più facile, è quella dello zapatismo partenopeo, della creazione di un movimento a la podemos, magari attraverso quella rete delle città ribelli di cui ha più volte parlato.
In questo, conta di utilizzare la spinta che viene da un movimento che sta partendo dal basso nella città, e che gli ha suggerito alcune suggestioni poi utilizzate in campagna elettorale. Un movimento del tutto autonomo, rispetto al sindaco ed ai suoi embrioni di organizzazione politica, ma che purtuttavia rischia di essere, almeno in parte, inglobato nella partita che lui immagina di giocare da qui a 5 anni.
L’altra strada, assai difficile, e soprattutto meno gratificante sul breve periodo, è quella di affrontare le questioni fondamentali, e provare seriamente a risolverle.

La prima, enorme, è costituita dagli oltre 3/5 dei cittadini, per i quali non c’è rappresentanza. Rispetto ai quali, il problema non è semplicemente riportarli al voto – che comunque non è dietro l’angolo – ma rimotivarli alla partecipazione.
La seconda è rappresentata dalle periferie, quelle esterne (Bagnoli, Ponticelli, Scampia, San Giovanni…) così come quelle interne (Quartieri Spagnoli, Forcella…), rispetto alle quali deve essere fatto uno sforzo titanico di inclusione. Devono essere parte della città a tutti gli effetti, e sotto tutti gli aspetti, e non zone altre.
La terza, è quella di far crescere la città. Crescita civile e crescita economica (e le due cose si tengono), avendo a mente soprattutto la parte più giovane e più dinamica della città, quella su cui si può ragionevolmente scommettere per conseguire questo risultato.

Se proprio avverte l’esigenza di un movimento politico, che possa fargli da punto d’appoggio quando tra cinque anni si concluderà la sua esperienza da sindaco, si limiti – ad esempio – ad intrecciare reti con altre città d’Italia e d’Europa (anche non necessariamente ribelli…), ed affidi al fratello il compito di organizzare il suo movimento (sempre che ne sia capace). Così, tra l’altro, scioglierà un equivoco che ha retto anche troppo a lungo, tra le mura di Palazzo San Giacomo, riaprendo i giochi su una casella importante come quella delle politiche culturali (che è fondamentale ai fini della crescita di cui dicevo prima).

In ogni caso, quella che ci attende è una lunga marcia. Perchè al di là della buona fede e della buona volontà del sindaco, l’onere della partita sta a tutti noi. Alla fine di questa consiliatura, quando lui cercherà legittimamente nuovi campi da gioco su cui misurare la propria ambizione, squali e squaletti del malaffare politico saranno ancora lì, pronti ad azzannare il corpo di Napoli. Già da oggi, c’è da starne pur certi, stanno pensando al giorno in cui potranno rientrare a San Giacomo, come fosse il loro acquario tropicale.

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