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Impara l’arte (e vai da un’altra parte)

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La città di Napoli ha da sempre avuto una grandissima effervescenza artistica, ed anche lungo il Novecento ha vissuto momenti di rilevanza internazionale sotto questo profilo – basti pensare alla stagione felicissima degli anni ’70, quando Lucio Amelio portava qui grandi artisti come Andy Warhol.
Nonostante ciò, per quanto l’avanguardia artistica abbia spesso avuto qui terreno fertile, l’immagine della città rimane ancorata ad una visione artistica molto tradizionale, folklorica, da cartolina.
E c’è una larga fetta della città che conta, nel mondo dell’impresa così come in quello della politica, che a questa immagine è abbarbicata tenacemente.
Per dirla con le parole di qualcuno molto autorevole, “Napoli ha la fortuna di possedere una precisa identità culturale e non può rischiare di farsela stravolgere dall’arte contemporanea”. Decisamente una percezione infondata di ciò che è arte contemporanea – meglio sarebbe parlare di arti contemporanee – e del ruolo che questa ha nella cultura e nell’identità.
Certamente il quindicennio trascorso all’insegna delle precedenti amministrazioni, convenzionalmente riferito a Bassolino, si è caratterizzato per un uso superficiale e strumentale dell’arte contemporanea. Enormi risorse spese, che hanno prodotto ben poco di incisivo, non hanno lasciato pressoché nulla al loro esaurirsi – e per di più hanno spesso desertificato il territorio artistico e culturale napoletano. Sotto questo profilo, si potrebbe quindi comprendere una volontà di ribaltamento dei vecchi schemi. Purché non si cada nell’errore di gettare il bambino con l’acqua sporca.
L’identità culturale di una città, di un popolo, non è mai un dato statico, la cristallizzazione di un preciso momento storico, oltre il quale nulla di nuovo interviene. Sarebbe questa un’idea ristretta, folklorica appunto. Tutto ciò che oggi, convenzionalmente si intende per cultura napoletana, non è altro che il prodotto di un processo di stratificazioni successive, e ciascun elemento – quando è intervenuto – era assolutamente moderno, contemporaneo del suo tempo.
Non si tratta, dunque, né di stravolgere l’identità della città, né tantomeno di ingessarla per sempre. Perchè la produzione artistica e culturale della città non può legarsi indefinitamente ad una immagine consolidata, sicuramente più rassicurante ma destinata a scadere prima o poi nel deja vu. Soprattutto non può (e non deve) farlo in una città che, invece, continua ad esportare leve di artisti contemporanei, capaci di riscuotere altrove il riconoscimento che qui viene loro negato dalla conservazione culturale (e politica).
Le arti contemporanee non sono una minaccia all’identità culturale, sono la linfa necessaria a mantenerla in vita ed a garantirgli un domani.
E se c’è un appunto forte che va fatto alla passata esperienza amministrativa del centro-sinistra bassoliniano, che pure a suo modo sull’arte contemporanea ha scommesso, è stato di aver operato in una logica spettacolare, che puntava a fare di Napoli una piazza internazionale giocando sui grandi eventi e/o sui grandi nomi; una politica che – apparentemente – poteva funzionare in epoca di vacche grasse. Ma che, inevitabilmente, avrebbe mostrato la corda una volta esaurita la cornucopia dei fondi pubblici, prevalentemente europei.
L’aver operato in questo modo ha fatto si che fiumi di denaro pubblico attraversassero la città, ma alla fine, come dopo un alluvione, quel che è rimasto è solo fango.
Ciò di cui avrebbe oggi davvero bisogno la città, dunque, non è tanto un ri-orientamento delle politiche culturali verso modelli tradizionali – la canzone napoletana classica, il teatro eduardiano, l’accademia… – quanto un cambio di passo nella cultura e nell’immaginazione della classe dirigente (non solo politica).
Tanto più in un epoca di vacche magre.
Uscire dalla logica dei finanziamenti, ed approcciare il mondo delle arti con un piglio manageriale, oserei dire: industriale. Da non intendere come sistema di produzione standardizzata di massa, quanto come modello di sviluppo economico. Perchè non solo non è vero che “con la cultura non si mangia” – e semmai, la casta con i suoi cortigiani ci ha mangiato e come! – ma è un formidabile strumento di produzione economica. In Italia in special modo.
Ma, ancora una volta, bisogna saper intendere e cogliere il senso delle cose.
L’Italia – e la Campania – è ricchissima di beni culturali storici. Il patrimonio archeologico greco-romano, le stratificazioni architettoniche di secoli, la pittura e la scultura del Rinascimento, il Barocco…
Un enorme capitale (peraltro malcurato) che racconta la grandezza artistica del passato.
Ma che dovrebbe essere la piattaforma su cui costruire, con un vantaggio planetario, le bellezze artistiche e culturali del domani.
Uscire, dicevo, dalla logica dei finanziamenti, quasi fatalmente destinati ad alimentare in vario modo un meccanismo dopato e clientelare, e passare alla logica degli investimenti.
Che significa spendere il denaro pubblico per creare infrastrutture di supporto al sistema artistico-culturale. Perchè questo denaro serva ad avviare processi di sviluppo economico, non semplicemente a garantire un reddito a qualche privilegiato.
Esattamente come si fa quando si vuol favorire lo sviluppo industriale in un area, si provvede a creare prima le infrastrutture (sistemi di comunicazione, di trasporto, energetici, etc…).
Occorre fare lo stesso per il sistema culturale.
E ancora. Quando si parla di cultura, non si pensi solo allo spettacolo. La musica, il teatro, il cinema, sono senz’altro cultura; ma non esauriscono il mondo delle arti contemporanee.
Le altre arti – penso a tutte le arti visive e performative, alla danza contemporanea, alla sound art, la street art… – non sono figlie di un dio minore. E semmai, non avendo il supporto che allo spettacolo deriva dallo sbigliettamento, hanno bisogno di un supporto maggiore. Non tanto in termini di risorse, quanto in termini di attenzione.
Se davvero si vuole incentrare lo sviluppo della città sulla cultura (e sul turismo), bisogna saper valorizzare le risorse creative, con uno sguardo rivolto al futuro, ed a 360°. Non con il torcicollo ed i paraocchi.
Ci aspettiamo, in questo, di trovare la cooperazione della classe dirigente napoletana, tutta.
Perchè operi di concerto con gli artisti e il management culturale, affinché Napoli non sia una grande Gipsoteca, ma forte della memoria di uno straordinario passato, possa e sappia ritrovarsi per costruire uno straordinario futuro.

La Napoli-cartolina

La Napoli-cartolina

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Written by enricotomaselli

12 ottobre 2011 a 18:26

Una Risposta

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  1. Caro Enrico sottoscrivo in pieno la necessità di un piglio manageriale nell’azione politica partenopea, di cui io sento la mancanza anche nei confronti degli stessi modelli tradizionali, mai veramente ripensati in termini turistici e industriali. Questo per sottolineare che, nonostante la persistenza ingessata del folklore e della cartolina, valori culturali come ad esempio la canzone napoletana non sono stati valorizzati per quello che è il loro sterminato potenziale. A mio parere le più grandi città d’arte d’Europa e del mondo esemplificano proprio quello che tu hai rimarcato, la capacità di gestire la custodia della memoria di concerto con lo sguardo verso il futuro.

    Max

    14 ottobre 2011 at 10:22


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