enricotomaselli

Talkin' about revolution (all texts are copyleft)

“Bambole, non c’è una lira!”

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La città di Napoli sta cambiando.
In questo processo di trasformazione, ancora lungi dall’essere concluso, l’esito delle elezioni amministrative non è stato il punto di partenza, ma soltanto il momento in cui il cambiamento in atto è emerso prepotentemente, svolgendo l’importante funzione catalizzatrice e socializzante degli eventi pubblici.
E il dato fondamentale di questa trasformazione, è la volontà di partecipazione e di protagonismo dei napoletani. Non ancora consolidata in senso della cittadinanza, e sempre esposta al rischio della delega populista (l’eterno ritorno di Masaniello), ma fortemente percepibile. Una spinta alla partecipazione che va ben oltre quel 36% di cittadini che ha votato il Sindaco Luigi De Magistris.
In particolare, e non è affatto casuale, è nel mondo delle arti e della cultura che questa spinta si manifesta in modo più evidente.
Sembra però mancare, ancora, la chiarezza degli obiettivi, e un’idea di percorso da seguire per raggiungerli.
Il deprecato quindicennio trascorso (quando avremo veramente fatto i conti con esso, potremo anche considerare quel che di buono ha prodotto), ha tra l’altro creato una forma mentis largamente impregnata dal (terribile) senso di una parola: finanziamento.
La cultura napoletana ha, in varia misura, e non sempre per ragioni poco nobili, largamente vissuto del sostegno pubblico. Un meccanismo che ha prodotto innumerevoli guasti, nel tessuto sociale della città. E che non si esuariscono semplicemente nella creazione del sistema diseguale e clientelare che tutti conosciamo.
Ha diseducato l’imprenditoria partenopea, soprattutto quella piccola e media, allontanandola dall’idea di contribuire allo sviluppo culturale (e turistico) della citta attraverso operazioni di sponsorship.
Ha viziato il pubblico, abituandolo all’idea della fruizione gratuita.
E qui mi fermo, ché porterebbe via troppo spazio, esaminare tutte le ricadute indotte da questo modello.
Oggi, però, è arrivata la grande crisi. “Bambole, non c’è una lira!”, ripetono ad ogni livello i ceti dirigenti.
Che poi non è neanche vero, la questione è semmai come si spendono quelli che ci sono. E non credo che all’Italia di oggi, per dirne una, servano cacciabombardieri di ultima generazione, dal costo multimiliardario…
Come sempre nella storia umana, una crisi rappresenta un momento di rottura, e quindi anche un’opportunità.
Non è questa la sede per sviluppare un ragionamento sulla finanza mondiale; più modestamente, vorrei occuparmi di politiche culturali. Cittadine.
Se, dunque, questa crisi di disponibilità economica delle amministrazioni pubbliche in primis, ha prodotto una sforbiciata potente alla spesa culturale, e se i contraccolpi di questa politica di tagli orizzontali ricadono soprattutto sugli operatori piccoli e medi, e comunque non istituzionali, c’è da chiedersi come uscirne, come profittare della crisi per costruire un nuovo modello di crescita culturale.
Questo è il punto dolens.
La criticità maggiore che vedo, in questo stato di cose, è l’idea diffusa che la crisi passerà, e che in un modo o in un altro si potrà tornare alle buone vecchie politiche di sovvenzioni. Basta sopravvivere sino ad allora.
Un atteggiamento mentale, questo, che si ritrova soprattutto tra gli operatori culturali. Che sembrano non riuscire ad immaginare modelli altri.
Ma è purtroppo molto simile anche in ciò che caratterizza l’approccio delle istituzioni pubbliche.
Da parte di queste, infatti, sembra emergere una linea d’intervento che si potrebbe riassumere nel concetto facilities al posto di finanziamenti.
Non posso darti (più) 5000 €? Ti offro uno spazio, ti offro un palco, un’impianto audio…
Cito:

“(…) sperimentare nuove modalità di collaborazione pubblico-privato offrendo spazi e servizi alle produzioni e coordinando i calendari. (…) Questa modalità, riprodotta su una scala più ampia e variegata, lavorando su una programmazione a lungo termine e anche con risorse più adeguate, può rappresentare una strada per una economia della cultura in grado di affrontare la crisi.”

Questo, in sintesi, il progetto per la cultura della nuova amministrazione comunale.
Come si vede, non c’è alcuno scatto d’innovazione, ma solo un arretramento sulla stessa linea di sempre. Giustificato con la crisi economica.
Che, quindi, non viene colta come opportunità di cambiamento, ma semplicemente subita.
Oltretutto, questa modalità facilities vs fund penalizza moltissimo le piccole realtà, che passano da una condizione di precarietà economica legata all’attesa dell’erogazione, ad una in cui sono preda del mercato – per di più in un momento in cui questo, sempre per via della crisi, invece si contrae. Per non parlare del fatto che, in ogni caso, questa modalità offre una risposta al settore dello spettacolo, ma taglia fuori tutto il resto.
Qual’è, dunque, il cambiamento prospettico che andrebbe implementato, e quali le linee guida su cui costruirlo?
Come scrivevo nel mio post precedente, occorre passare dalla strategia dei finanziamenti a quella degli investimenti.
E questa rifocalizzazione è innanzitutto una questione concettuale, culturale, molto prima che economica – anche se il termine rimanda comunque all’idea della spesa.
Mi propongo di sviluppare ulteriormente queste idee, possibilmente anche con il contributo di altri, ragione per cui – del resto – ho deciso di dar vita a questo blog.
Ma, intanto, comincio a gettare qualche germe.
Perchè non pensare a forme di ottimizzazione dei costi strutturali, per chi opera nella cultura, favorendo ad esempio la creazione di strutture di servizio logistico centralizzate?
Perchè non immaginare di dare spazi pubblici non solo in modo occasionale e per eventi, ma anche a lungo termine e per la produzione artistica?
Perchè non lavorare per sviluppare, ad ogni livello, una cultura del fundraising?
Perchè non immaginare il coinvolgimento agevolato in città di grandi realtà in grado di generare un indotto culturale?
Torneremo a parlarne.

Maschio Angioino

Dare spazi alla cultura

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Written by enricotomaselli

14 ottobre 2011 a 12:47

4 Risposte

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  1. Purtroppo non ho ora il tempo per un’intervento più articolato ma mi va di segnalare che questa discussione sarebbe opportuna e necessaria. Ma pongo una domanda allo scrittore; davvero credi che il fundraising sia così facile da praticare in un territorio quasi asfittico sul piano industriale? Certe volte ci appassioniamo a talune espressioni che sono emblematiche di una fase storica, e che comunque rappresentano uno spostamento verso una produzione di senso funzionale allo Sponsor più che al produttore di Arte, insomma a che cosa e a chi serve la creatività? e quindi come si interpetra la parola investimento, che sicuro è una parola chiave, per me capovolta rispetto all’interpetrazione data dal tuo intervento. Ma di sicuro i termini di una riflessione seria sono tracciati esattamente.
    Tra l’altro il comune di napoli è na vita che non tiene e non elargisce risorse, le poche le ha la regione e sono irregimentate apparentemente, la provincia ne ha fatto un’uso scellerato già con la giunta Di Palma, ma rispetto ad altri territori di pari od anche minore impatto siamo al di sotto, e non riusciamo ad imparare l’uso della tecnica “sistemica”…. comunque bello stimolo, grazie.

    ps.l’arte non la puoi imparare se quelli di prima se ne son dovuti andare…………….

    igina di napoli

    14 ottobre 2011 at 13:48

    • Intanto, grazie ad Igina per il suo intervento.
      Premesso che, come ho scritto nel post, mi riservo di affrontare successivamente ed approfonditamente i temi posti in questa occasione, provo a rispondere brevemente alle sue osservazioni.
      É chiaro che, in una realtà economicamente (e non solo…) povera, fare fundraising non è particolarmente facile. Ma, non a caso, parlavo della necessità di lavorare anche sul mondo dell’impresa, per farlo impegnare nel sostegno alla cultura.
      Non credo che fare fundraising significhi “uno spostamento verso una produzione di senso funzionale allo sponsor”. Fuori d’Italia, si fa fundraising da tantissimo tempo, e non mi sembra che ci sia questo problema. Del resto, se un artista è disposto a mutare il senso del proprio lavoro in base a chi lo paga, direi che questo pericolo è più forte proprio in presenza di un finanziatore politico. E ne sappiamo qualcosa…
      Non mi è invece chiaro cosa intendi quando affermi “come si interpetra la parola investimento, che sicuro è una parola chiave, per me capovolta rispetto all’interpetrazione data dal tuo intervento”; non posso quindi aggiungere altro qui.
      Mi auguro che si sviluppi ulteriormente il confronto e la discussione che, come dici tu stessa, “sarebbe opportuna e necessaria”.

      enricotomaselli

      14 ottobre 2011 at 14:17

  2. […] carenza con la chiarezza delle idee e l’efficienza della macchina pubblica. Ci vuole quello scatto d’innovazione che ancora non si vede, ma che è condizione necessaria per poter procedere oltre. Un approccio […]

  3. […] a partire dal concetto che “una crisi rappresenta un momento di rottura, e quindi anche un’opportunità“; riprendendo con forza l’idea che l’arte e la cultura devono sempre mantenere la […]


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