enricotomaselli

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Miseria e nobiltà

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Una delle caratteristiche di Napoli, è la contiguità in cui convivono l’alto ed il basso, il ricco ed il povero, il nobile ed il plebeo. E che si ritrova nello stesso tessuto urbano, laddove nel cuore di aree degradate appaiono antichi splendidi palazzi.
Questa caratteristica, così tipica della città, mi sembra in qualche misura un efficace simbolo anche di una delle sue piaghe: la ricchezza potenziale e la povertà reale.
Ovviamente, non voglio qui fare una rilettura della questione meridionale. Come sempre, cerco di essere pratico e propositivo.
In particolare, vorrei quindi ragionare su una delle ricchezze più diffuse, e che però non riesce quasi mai a divenire reale: la creatività.
Da sempre, Napoli è città che esprime una fortissima e diffusa presenza delle arti, tutte. Anche se l’immagine più tradizionale, essendosi fondamentalmente formata agli inizi del secolo scorso, mette prevalentemente in valore la musica ed il teatro, in verità esiste un tessuto creativo molto più ampio ed articolato, in cui – ad esempio – hanno grande rilevanza le arti visive, la danza, il cinema. Senza dimenticare il design, le performing arts, e tutto ciò che ha che vedere con le nuove tecnologie digitali.
Da questo bacino di potenziale ricchezza – economica, sociale e culturale, individuale e collettiva – Napoli però non sa trarre abbastanza; se non, tristemente, leve per un’emigrazione destinata a depauperarne il futuro. O, per converso, per una frustrazione di massa.
Ma davvero non si può o non si sa come fronteggiare questo problema? Davvero, e soprattutto nel momento in cui la città manifesta un forte desiderio di rinascita, si può continuare a disperdere questa risorsa?
Io penso di no. Credo che si possano mettere in campo azioni capaci di invertire la tendenza, di attingere alle risorse culturali della città per far sì che diventino anche risorse economiche.
A volte, basta guardarsi intorno, trarre ispirazione da quanto viene fatto positivamente altrove.
Sto pensando, in particolare, al DIVAG (Commissione per la diffusione e la valorizzazione delle opere artistiche contemporanee prodotte da giovani artisti ed emergenti), appena costituitasi a Roma, su iniziativa di Rossella Vodret, Soprintendente per il Polo Museale.
La Commissione “ha come scopo quello di valorizzare la produzione artistica di autori emergenti per diffondere la cultura del linguaggio visivo contemporaneo promuovendone la conoscenza presso le sedi istituzionali”. In pratica, l’idea è quella di “coinvolgere giovani artisti nell’ambito delle sedi di rappresentanza dello Stato con il doppio scopo di soddisfare le esigenze di arredo e valorizzare giovani talenti”.
Dico subito che il modello del DIVAG mi sembra un buon punto di partenza, per sviluppare qualcosa di più congruo e adatto alle necessità del tessuto creativo napoletano. Il DIVAG, infatti, ha obiettivi e modalità adatti ad una grande capitale quale è Roma, con le diverse condizioni ed opportunità. Come scrito nella presentazione dell’iniziativa, “Gli artisti (…) presenteranno opere che saranno selezionate dalla commissione e acquisite (…) in regime di comodato gratuito e inserite in un catalogo che avrà ampia diffusione attraverso i canali telematici istituzionali.” Appare evidente che questo modello è insufficiente, rispetto ad una realtà quale quella napoletana.
Molto più adeguato alla realtà di Napoli, ad esempio, potrebbe essere un modello che puntasse non solo alla valorizzazione espositiva degli artisti, anche in considerazione del fatto che non vi sono qui sedi istituzionali di prestigio pari a quelle romane, ma si facesse carico della valorizzazione tout court delle arti.

miseria e nobiltà

Miseria e Nobiltà

Penso quindi non semplicemente alla esposizione nelle sedi istituzionali – che peraltro sarebbe limitata alle arti visive – ma a qualcosa di altro e di più.
Penso, ad esempio, che quando enti istituzionali (la Regione, la Provincia, il Comune) fanno promozione in Italia ed all’estero, partecipando a fiere ed eventi, non dovrebbero limitarsi a promuovere i prodotti tipici dell’agro-alimentare, o le bellezze archeologiche e paesaggistiche, ma dovrebbero farsi carico di fare altrettanto con i prodotti artistici e culturali, selezionando di volta in volta degli artisti da promozionare.
Penso alla creazione di uno spazio aperto, autogestito, in cui tutti gli artisti – e tutte le arti – possano liberamente lavorare alle proprie produzioni, anche incrociandosi in un fertile scambio di linguaggi.
Penso ad una rassegna annuale delle nuove espressioni artistiche napoletane, che raccolga e metta in rilievo il meglio delle produzioni cittadine.
Penso anche, però, che certe cose debbano partire dal basso, e che non si possa sempre attendere che siano le istituzioni pubbliche a prendere l’iniziativa.
Un progetto per la valorizzazione delle arti, che nasca dagli artisti e dagli operatori culturali, e che sappia poi coinvolgere le istituzioni pubbliche, è possibile.
Si crei il progetto, si costituisca una commissione valutatrice indipendente ed autorevole, e su questo poi si chieda l’intervento fattivo ed il supporto delle istituzioni.
Comune, Provincia, Regione. Sovrintendenza. Ma anche Ministero della Gioventù e Ministero dei Beni Culturali.
C’è qualcuno, in questa città, disposto a mettersi in gioco per questa sfida?
O vogliamo sempre aspettare la manna dal cielo, per poi lamentarci che non arriva?

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Written by enricotomaselli

7 novembre 2011 a 11:34

4 Risposte

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  1. a chi pensi?

    enrico

    7 novembre 2011 at 13:36

    • Se mi chiedi chi potrebbe/dovrebbe farsi promotore di questa iniziativa, ti rispondo: chi ci crede, chi ne ha voglia, chi può. Chi ne ha l’intelligenza e la volontà. Ovviamente, io ci sono, ma non posso far tutto da solo. Se fosse necessario, posso far da riferimento per collegare realtà e persone diverse. Ma serve un’impegno collettivo.
      E tu, ci sei?

      enricotomaselli

      7 novembre 2011 at 13:52

  2. il problema è sempre lo stesso e non credo che cambierà se non prima di due o tre generazioni…forse…
    Come molte cose che accadono in Italia è un problema di cultura nel senso di approccio e di educazione alle arti. Siamo ancora lontanissimi dai vicini paesi europei. In particolare nel sud Italia c’è ancora l’antico retaggio di crescita culturale intesa come organizzazione della stessa e non come conoscenza. Noi non abbiamo l’abitudine a consorziare le forse e le risorse e non lo avremo, Non è colpa di nessuno nè delle istituzioni nè nostra è una eredità e basta e non ne usciamo. La città porosa diceva qualcuno e in parte è vero, come una grossa vulva che ingloba tutto e tutti. Nel passato la vagina risputava fuori cose belle e di valore artistico che avevano una diffusione e creavano indotto economico. Ad un certo punto la città perse il suo valore come capitale e come riferimento e non lo ha più ritrovato, tranne in alcuni brevissimi passaggi storici che però non hanno riavviato la spugna. Oggi non sputa più o meglio spesso sputa immondizia. In Italia nessuno sa cosa accade a Napoli e questo non solo è grave ma aumenta la pressione del tappo.
    La cosa più preoccupante è la giusta e continua emigrazione verso altri lidi. Come si inverte tutto ciò??? Bella domanda e secondo me la risposta sta in quel 65 per cento di voti a De Magistris e nel Napoli come squadra di calcio ossia un film già visto alla fine degli anni 80. Traete voi le conseguenze.

    Marco

    7 novembre 2011 at 14:54

    • Va da sé, non condivido l’approccio caratterizzato dal pessimismo cosmico. Non sarei qui a scrivere questo blog, altrimenti. Condivido parte della tua analisi, però, soprattutto laddove dici che in Italia nessuno sa cosa accade a Napoli, e ne denunci la gravità. Aggiungo che in Italia si parla di Napoli (e si conosce Napoli) per l’immondizia, per gli omicidi di camorra – quando ci sono – e più di recente per il sindaco scassatore. Ma spesso sono gli stessi napoletani a non conoscere Napoli. Ad ignorarne la vita(lità) artistica.
      C’è sicuramente un retaggio borbonico, in questo, e molto altro che si è sedimentato nei 150 anni a venire. Ma non c’è luogo, o gente, al mondo, che sia condannato all’immutabilità.
      Non credo che il Napoli calcio e l’elezione di De magistris siano equiparabili, né tra di loro né all’arrivo della sinistra al governo della città.
      Da sempre, ed in modo assolutamente trasversale, il tifo calcistico ha costituito una forma identitaria minore, di ripiego. Mentre l’elezione del nuovo sindaco, ben al di là di lui, ha rappresentato ad un tempo un moto di ribellione ed un principio di riscatto.
      Certo, anche per le sue caratteristiche personali, rischia di crearsi un meccanismo di delega diretta, che sottrae alla responsabilità della partecipazione ciascuno di noi.
      Ma non sta scritto da nessuna parte, che debba essere così. Come cantava Jannacci, libertà è partecipazione.
      Sta a te la scelta.

      enricotomaselli

      7 novembre 2011 at 16:55


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