enricotomaselli

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La caduta di Casa (p)Usher

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Potevo, dinanzi all’evento del ventennio, rimanere distrattamente silente? Ovviamente no.
Ma, con la pervicacia che ormai mi riconoscete, al tempo stesso vorrei provare a ricondurre questo evento alle questioni di cui solitamente parlo (e straparlo) su questo blog.

Le dimissioni del governo Berlusconi, nella serata di sabato, costituiscono certo un passaggio di grandissima importanza – che comprensibilmente è stato festeggiato come una vittoria della nazionale di calcio – anche se il lascito è, in tutti i sensi, devastante. Il peso della stagione berlusconiana graverà ancora a lungo sull’Italia, anche dopo la sua definitiva scomparsa dalla scena politica.
Non solo e non tanto per la corruzione morale esercitata sul corpo della nazione, quanto per le conseguenze materiali della sua presenza ai vertici dello Stato – basti pensare a quanto peserà, sulle tasche di tutti, il costo degli ultimi balzi in alto sul rendimento dei titoli di stato, che andranno a scadenza nei prossimi anni e che sono, non secondariamente, conseguenza delle sue ultime cazzate.
Intanto, la prima conseguenza di questo ventennio, è proprio nel modo in cui se ne sta uscendo.
Per quanto da tempo nel paese stia crescendo un sentimento di insofferenza, che assume occasionalmente la forma della rivolta ma che ha prodotto soprattutto la crescita di una volontà di partecipazione diretta, l’esito della crisi parlamentare del berlusconismo va in direzione opposta.
Non solo in quanto si adotta una soluzione tecnica, che si impone attraverso un percorso non-democratico, ma soprattutto per l’ennesima riproposizione della neutralità ed oggettività della stessa. Si tratta di una vecchia storia. Ricordate quando Veltroni, facendo il finto tonto, sosteneva che “la sicurezza non è né di destra né di sinistra”? Era, quella, una spudorata operazione mimetica, per mascherare il fatto che la sinistra, su certi temi, ormai inseguiva la destra, cercando di dare ad intendere che la questione non fosse di parte. É evidente anche ad un bambino che non sono i problemi, ad essere di destra o di sinistra. Sono le soluzioni, che distinguono l’una dall’altra. O meglio, che dovrebbero
Adesso, si sta riproponendo lo stesso schema. Si mette in evidenza un problema, l’entità del debito pubblico italiano, per mettere in ombra il fatto che a questo problema possono essere date soluzioni diverse. E soprattutto che si vuol fare passare come parte della soluzione anche cose che, in effetti, poco o nulla hanno a che fare con il problema.
É tutto uno sproloquiare da salvatori della Patria. La classe dirigente più mediocre della storia italiana (e sì che ne abbiamo avuti, di cialtroni…), a cui tutta va la responsabilità di questi ultimi vent’anni, si erge adesso come nobili figure, pronte al sacrificio del proprio interesse di parte per salvare il paese. Tutti a farsi i gargarismi con parole altisonanti. E soprattutto, ad assumere l’atteggiamento del grande statista quando rivendicano con orgoglio la propria volontà di assumere decisioni impopolari. Nella loro narrazione, questa sembra essere la cifra che contraddistingue i Grandi.
Intendiamoci, a questo punto.
La condizione economica dell’Italia, anche – ma non solo – per via dell’enorme debito pubblico, è grave e seriamente compromessa. E, al tempo stesso, la classe dirigente tutta, in particolare il ceto politico, è tragicamente inadeguata ad affrontare il problema. Per questo, come del resto ha già fatto altre volte nel corso della storia repubblicana, si nasconde dietro i tecnici. Con l’intenzione di riemergere appena passata la buriana, magari cooptando al proprio interno due o tre dei tecnici che hanno cavato le castagne dal fuoco – o, per dirla in altri termini, che hanno fatto il lavoro sporco, consentendo ai politici di non pagarne il prezzo elettorale.
La questione, quindi, non è la sussistenza o meno del problema, ma le soluzioni proposte.
La crisi italiana è reale. E Mario Monti è certamente una persona onesta e competente. Ma.
Ma è un’esponente della elìte finanziaria internazionale (a questo si deve il suo prestigio), totalmente interno a quella cultura. Il suo modo di guardare ed affrontare la crisi, quindi, non è neutro, ma al contrario fortemente condizionato dal suo imprinting culturale. Solo pochi giorni fa (20 ottobre), in un intervista televisiva, dichiarando che un eventuale nuovo governo avrebbe dovuto fare cose ostiche sia alla sinistra che alla destra, affermava (grosso modo) che “bisogna fare la riforma delle pensioni, che non piace alla sinistra, ed introdurre per un certo periodo una tassa patrimoniale, che non piace alla destra”. Insomma da un lato una riforma strutturale, destinata a durare indeterminatamente nel tempo, ed un contributo occasionale dall’altro…
Ma il suo governo non avrà alcuna legittimazione democratica, non sarà cioè scelto secondo le regole della democrazia – seppure formalmente lecito. Il che è un paradosso, visto che dichiaratamente dovrà assumere decisioni che riguardano im modo drammatico la collettività nazionale.
Ma servirà da alibi alla casta, che se ne farà scudo mediaticamente, per sottrarsi alla responsabilità di quelle famose scelte impopolari – e staremo a vedere quali saranno, chi le voterà in Parlamento, e su chi più graveranno nel paese.
Estremamente importante, quindi, sarà nei giorni a venire il ruolo attivo che manterranno i cittadini. Se e quanto rimarrà alta la guardia, se e quanto sarà limitata la delega – e quindi la libertà di movimento – riconosciuta al governo Monti. Perchè, tra l’altro, la volontà di partecipazione degli italiani si è recentemente espressa sia con la straordinaria raccolta di firme per il referendum abrogativo della legge elettorale porcata, sia con la vittoria dei referendum sui beni comuni. Sono due dei terreni su cui più facilmente si cercherà di aggirare la volontà popolare.

bye bye Silvio

bye bye Silvio!

In ogni caso, salutiamo con un sospiro di soddisfazione la caduta di B.
Come che sia, si chiude un’epoca. Un epoca infausta, caratterizzata anche da un’idea vecchia e verticale della società, che ne ha prodotto l’ingessamento. Un’idea ben rappresentata dal modello broadcast, un grande pusher che ha diffuso una pseudo-cultura persino peggiore del moralismo democristiano imperante alla RAI, contro cui ha avuto facile gioco, e che ha preparato il terreno su cui si è poi costruita l’avventura politica del tycoon.
Un epoca in cui l’innovazione tecnologica strutturale, quella delle reti a banda larga, è stata volutamente bloccata per non nuocere agli interessi economici e politici di quel modello.
Un epoca in cui un signore con la erre moscia (e che per questo si credeva Colbért, senza accorgersi d’essere poco più di un contabile) ha letteralmente massacrato strutture ed infrastrutture della cultura italiana – in questo ben coadiuvato dai vari Ministri ai Beni Culturali ed all’Istruzione, Università e Ricerca.
Il meglio, comunque, è ancora da venire.
Come ho avuto modo di scrivere altrove, la caduta di Mr. B. equivale, in sedicesimo italiano, alla caduta del Muro di Berlino. É una cesura radicale. Dopo, nulla sarà più come prima. Così come la caduta del Muro (intesa ovviamente come evento simbolo del crollo del modello sovietico) ha mutato profondamente il mondo, che intorno a quella divisione si era costruito, così la caduta di Berlusconi produrra ineluttabilmente un totale rimescolamento del quadro politico italiano.
Insomma, trascinerà con sé nella caduta l’intera classe dirigente della II Repubblica.
Vada come vada, sarà già un gran risultato.
Ciononostante, credo che ancora una volta si debba cogliere l’occasione della crisi, quella italiana del berlusconismo e quella mondiale del capitalismo finanziario, per affermare un modello migliore di società.
Per ri-affermare, con forza e decisione, che la società contemporanea, la società della rete, chiede e si prende più partecipazione, riduce i margini della delega alle classi dirigenti, vuole far crescere la (propria) partecipazione. Per dirla con Slavoj Zizek, occorre “trasformare questa crisi nell’occasione per costruire un nuovo ordine positivo”. *
E la questione-chiave, “il grande problema che la società ha di fronte è il destino dei beni comuni”. *
Ed è una questione materiale, che attiene alle condizioni di vita, non meramente una faccenda di astratti principi. “I beni comuni sono ‘a titolarità diffusa’, appartengono a tutti e a nessuno, nel senso che tutti devono poter accedere ad essi e nessuno può vantare pretese esclusive. Devono essere amministrati muovendo dal principio di solidarietà. Incorporano la dimensione del futuro, e quindi devono essere governati anche nell’interesse delle generazioni che verranno.” **
Alla cura ed alla difesa dei beni comuni, anche di quelli culturali, deve essere dedicata la massima attenzione – e per questo si richiede l’impegno di tutti.

Che si pensi pure i miei siano dei chiodi fissi. A Napoli, oggi, abbiamo due beni culturali comuni ai quali prestare la nostra massima attenzione. Per decidere come e da chi debbano essere governati.
Il PAN Palazzo delle Arti Napoli e la Fondazione Forum Universale delle Culture 2013.
Perchè il principio della riduzione dei margini di delega è un principio generale, e si applica a tutti. Non solo alla vecchia classe dirigente, la casta parassitaria della II Repubblica.
Vogliamo essere protagonisti del nostro futuro. Non più marionette i cui destini sono mossi da fili invisibili, ma attori sulla scena. E vogliamo anche scrivere il copione.
Non ce n’è più per nessuno.

* Slavoj Zizek, intervista a D, su MicroMega
** Stefano Rodotà, prefazione a “Come abbiamo vinto il referendum. Dalla battaglia per l’acqua pubblica alla democrazia dei beni comuni” di Marco Bersani

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2 Risposte

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  1. Caro enrico si che condivido sostanzialmente la tua analisi, solo due picccole cose aggiungerei che però mi preoccupano niente male, la prima è che la classe dirigente flaccida e volgare che ci rappresenta, in realtà temo proprio che ci rappresenti. Voglio dire che l’incultura politica viene da lontano ed è ben radicata nella ns società, personalmente ci leggo tutte le stratificazioni posssibili, ad esempio il nuovo che sin affaccia chi è Renzi? Mi pare anche più fesso degli altri, approssimativo e suffficentemente destrorso, Vendola mi pare si sia consunto in questi ultimi due anni, e non vedo all’orizzonte facce nuove e linguaggi veramente contemporanei, il modello capitalistico nella sua agonia ci sta regalando l’ultima grande aggressione per la sua ultima grande abbuffata, razzola profitto con la speculazione, (chi sono gli azionisti delle grandi banche?) non produce più merci ma gioca a monopoli.
    Contro questa legittima perfidia non sono state prodotte se non in piccolissimi Stati idee e pratiche alternative.
    L’altra cosina che aggiungerei è che di beni culturali comuni in questa città ne conterei altri da salvaguardare, il madre, lo stabile pubblico, il Festival, e credo proprio che bisogna attenzionare le miriadi associazioni culturali che in ogni campo esistono e sono linfa per il futuro, ma tu lo sai che per il forum c’è chi sta già programmando stipulando accordi, la parte di risorse che dovrebbe esser destinata alle attività teatrali? Tutto si sta chiudendo intorno alla stessa persona, senza essere neanche stata nominata, non ne tiene bisogno,lo sai che vengono chiamate persone da fuori per dirigere pezzi di queste strutture pubbliche, persone strapagate e questo espellendo giovani napoletani freschi e competenti.
    Insomma ora bisognerebbe agire, proporre e smascherare, smascherare e proporre.
    iginadinapoli

    igina di napoli

    15 novembre 2011 at 14:34

    • Cara Igina, sono a mia volta ssolutamente d’accordo con te, su entrambe le cose.
      Credo che la nuova classe dirigente di questo paese non si sia ancora formata, o quanto meno non sia ancora emersa. Certamente non sono i Renzi d’ogni latitudine, il nuovo. Anzi… D’altronde, credo che ci voglia qualche anno (4/5) perchè si completi il processo di rimozione del vecchio.
      Se siamo fortunati, e soprattutto se è fortunata la generazione che oggi ha trent’anni o meno, nel frattempo – in un modo o nell’altro – emergerà anche il ricambio. In politica, così come in fisica, il vuoto non dura a lungo…
      Quanto all’altra questione, certamente il Madre, il Mercadante, il Teatro festival, sono tutti beni culturali comuni, su quali non deve calare l’attenzione, e che vanno salvaguardati con un monitoraggio ed un controllo dal basso costante. Rimane però il fatto che, a mio avviso, PAN e Forum sono, al momento, le due realtà maggiormente a rischio di cattiva gestione – o peggio.
      E per le quali i tempi stringono drammaticamente.
      Ciò detto, è chiaro che oggi a Napoli c’è un problema generale di gestione della cultura, e dei beni culturali, sul quale diventa urgente che artisti ed operatori culturali prendano decisamente posizione. É tempo di vedersi, di parlarsi, di agire pubblicamente.

      enricotomaselli

      15 novembre 2011 at 17:51


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