enricotomaselli

Talkin' about revolution (all texts are copyleft)

MADRe snaturata

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Il MADRe chiude, anzi no, il MADRe si chiude. Il collettivo La Balena convoca un assemblea nei locali del Museo, autorizzata dal Direttore uscente Cicelyn, ma il Presidente della Fondazione, Forte, la vieta perchè “non rientra nelle funzioni museali”. Naturalmente, domenica mattina la porta viene aperta, artisti ed operatori culturali entrano nel Museo e l’assemblea si svolge  comunque.
Ma non è di questa che voglio parlare, seppure sono emersi spunti interessanti durante il suo svolgimento.
Mi interessa di più, in questo momento, focalizzare l’attenzione sul preludio. Lo scontro Cicelyn/Forte, com’è chiaro, è in parte uno scontro politico – tra la nuova cordata dominante, legata al centro-destra, e gli ultimi cascami del centro-sinistra bassoliniano – in parte riflesso pavloviano nei confronti di quella che, vista da Santa Lucia, è la sinistra tout-court. Ma per una volta, vorrei provare a volare alto, al di sopra dei bizantinismi da basso impero di una politica vecchia già quando è ancora in fasce. Non prenderò quindi spunto dalle ragioni dello scontro, ma dalla giustificazione addotta da Forte: un’assemblea di artisti ed operatori culturali “non rientra nelle funzioni museali”.
Ecco, appunto. Quali sono, oggi, le “funzioni museali”?
La scorsa primavera si è tenuto al PAN, su iniziativa del collettivo URTO! (e nella prevedibile indifferenza dei più), un’interessante ciclo di incontri sul tema “(Po)Etiche del museo d’arte contemporanea”. Nel corso degli incontri, mirabilmente conclusi dall’intervento di Aldo Masullo, si è dibattuto proprio intorno all’idea di museo, e per quanto il tema avrebbe meritato ulteriore approfondimento, non sono state poche le suggestioni che avrebbero potuto e dovuto essere raccolte. É questo infatti un tema oggi centrale, nel quadro delle politiche culturali del nostro paese.
É fin troppo noto come il fronte dei musei d’arte contemporanea, oggi in Italia, stia arretrando; il MAN, il Riso, lo stesso MADRe, sono istituzioni culturali che – di là da una valutazione sugli investimenti e sui risultati – mostrano di essere alla corda. La ragione prima e più evidente è chiaramente nell’esaurirsi delle risorse economiche. Ma dietro questo velo, è il modello di politica culturale degli ultimi decenni ad essere entrato in crisi. E con esso l’idea di Museo che lo ha dominato.
Coerentemente con un orientamento più generale, la classe dirigente italiana tende oggi a trovare soluzione ai problemi attraverso i processi di privatizzazione. E questo orientamento si manifesta in modo particolare nel settore dei beni culturali (“i Beni culturali sono un elemento determinante di quel diverso modello di sviluppo che il governo Monti sta elaborando per il nostro Paese” … “sciogliere una volta per tutte … il nodo della cooperazione col mondo dei privati” Intervista al ministro Ornaghi, il Corriere della Sera, 23/01/12).
Quello che non cambia è l’atteggiamento mentale. Se nel passato il museo d’arte contemporanea era visto dal potere politico come un vanto da esibire, pagando con soldi pubblici quello che un tempo i mecenati pagavano con soldi propri, in tempi di vacche magre si pensa subito a vendere i gioielli di famiglia. L’ingresso del capitale privato viene visto come la panacea che consente di salvare capra e cavoli – cioè tenere aperti i musei, tagliandone drasticamente i fondi. Il fatto che il capitale privato voglia esclusivamente essere remunerato, viene visto come un positivo elemento di razionalizzazione.
Ma la domanda resta aperta: qual’è l’idea di museo che si vuole affermare?

L'arte contemporanea nel mirino

L'arte contemporanea nel mirino

Da questo punto di vista, l’Italia appare ancora una volta fuori dal circuito delle riflessioni sulla modernità. Si continua infatti ad affrontare il problema a partire da un orizzonte ristretto, economicista (il famoso “con la cultura non si mangia” è sintomo di un atteggiamento mentale ben diffuso).
La questione non è quale funzione deve ricoprire un museo d’arte contemporanea, perchè e come deve ricoprirla. La questione è semplicemente chi paga.
In questo quadro, l’intervento dei privati può essere solo occasionalmente positivo. Posto che l’interesse del capitale privato è mettere a reddito l’investimento, l’orientamento sarà sempre in direzione delle scelte che comportano il massimo del profitto con il minimo di rischio. Mentre le scelte culturali e sociali saranno considerate secondarie e subordinate a queste.
Ovviamente, non si tratta di affermare un rifiuto pregiudiziale dell’intervento privato. Ma, semmai, di trovare una via d’uscita dalla forbice in cui attualmente ci si muove, tra un intervento pubblico sempre più asfittico ed un intervento privato mosso solo dall’interesse.
Una via d’uscita che non può che prendere le mosse da una diversa idea di museo – della sua funzione.
L’idea di museo come luogo di conservazione delle produzioni artistiche, è un’idea che già da tempo ha perso il suo senso. Negli anni a cavallo tra XX e XXI secolo si è andata affermando l’idea di museo come luogo espositivo, con una predilezione per i grandi eventi attrattori. Mostre di artisti di fama, capaci di fare numeri rilevanti. É la logica dello spettacolo, la medesima che domina da decenni nel cinema: concentrare gli investimenti su poche grandi occasioni, che rendono in poco tempo. Ieri con i soldi pubblici, domani con quelli privati.
A me piacerebbe, invece, che si cominciasse a ragionare sull’idea di museo del futuro.
Su Repubblica di lunedì 30/01/12, c’è una bellissima intervista a Cristiana Collu, passata recentemente dalla direzione del MAN a quella del MART. Piena di considerazioni semplici e rivoluzionarie. L’intervista si apre con una dichiarazione che è già uno straordinario orizzonte culturale: “un museo non può essere solo un luogo dove si fanno mostre. Mi piace l’idea di un posto che somigli più a un laboratorio, a un officina viva. Un museo deve essere splendido quando ha denaro ed eroico quando non ne ha”.
Varrebbe francamente la pena di riportarla per esteso, l’intervista, se solo si potesse. Mi limiterò di necessità ad alcune citazioni.
“Si parla tanto di crisi dei musei, ma la crisi devrebbe essere connaturata all’arte: è un opportunità per ripensare, provare a studiare altre modalità. É un momento di rottura”.
“Mi piacerebbe che il museo diventasse uno strumento suonato dagli artisti. (…) Vorrei che gli artisti abitassero il museo e il territorio su cui il museo insiste”.
Non è difficile riconoscere in queste idee – per esempio – la spinta propulsiva del collettivo URTO! nella sua occupazione sui generis del PAN.
Del resto, questo è un sentire diffuso – anche se non molto praticato… – oggi in città.
Ma sarebbe utile, quando si parla (giustamente!) di beni comuni anche a proposito delle istituzioni culturali, interrogarsi non soltanto sulle modalità di gestione, o sulle risorse da impegnare – e da recuperare – ma anche, se non soprattutto, sul senso di queste istituzioni. Sul modo in cui devono svolgere la loro funzione, e prima ancora su quale sia questa funzione. Insomma, sarebbe interessante se il MADRe, così come tutti i musei d’arte contemporanea, si snaturasse, e provesse a trovare una diversa collocazione, rispetto alla comunità dell’arte e rispetto alla città. Francamente, mi sembra una partita più avvincente di quella sul nome del Direttore.

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6 Risposte

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  1. per attivare sposnsorizzazioni sia a livello territoriale e sia per i musei una soluzione ci sarebbe.
    sarebbe sufficiente creare un albo riconosciuto dal ministero degli artisti. questo finanzierebbe una parte dei musei e dei comuni.la cosa che dovrebbe fare il ministero è che gli artisti inseriti all’albo le case d’asta devono prenderli perchè riconosciuti . coloro che comprono potranno avere una garanzia delle opere facendo un investimento. Per quanto riguarda le aziende oltre alla defiscalizzazione che hanno nel finanziare eventi, pubblicità dell’arte le opere comprate degli artisti che sono inseriti all’albo e non pagando su gli utili delle opere comprate avessero il loro valore. ESEMPIO: l’azienda che ha un debito con lo stato e costretta a chiudere darebbe le opere con il valore di mercato per la vendita all’asta e adempierebbe al suo debito. Lo stato metterebbe in vendita all’asta le opere singolarmente ad un prezzo minore ma non a lotti ma separate questo comporterebbe un maggiore entroito di liquidi l’eccedente. Il denaro ricavato dalla vendita all’asta in più non sarebbe dato all’azienda come è in uso ora ma andrebbe nelle casse dello stato da poi essere usato dai musei o dalle iniziative culturali espositive dei territori.
    PS un altro punto dolente è la vendita delle opere spesso vengono fatte a nero da parte delle gallerie attraverso un archivio di artisti esistenti e dichiarando ogni volta l’artista la vendita delle sue opere comporterebbe un controllo maggiore.
    questo sistema porterebbe per il mio parere personale una rintracciabilità delle opere smarrite nel percorso di concorsi, esposizioni collettive ecc, . oltre a questo le gallerie che scelgono artisti nell’archivio riconosciuto da fare esporre dovrebbero pagare il provente all’artista e l’artista rilascerebbe una sua opera alla galleria da inserire .L’opera avrebbe una vendita maggiore per il cliente perchè essa potrebbe essere sempre venduta alle aste che non possono rifiutare perchè l’artista risulta nell’archivio e dunque un maggiore guadagno per la galleria, il cliente troverebbe sempre la possibilità di rivenderla perchè tutte le case d’asta non potrebbero rifiutarel e in tale caso anche i giovani che saranno inseriti all’albo avrebbero un potere contrattuale con la galleria per la sua visibilità.
    Credo che questo potrebbe diventare un buon modo per attivare e reperire liquidi per i musei,i comuni, ecc. oltre a questo le gallerie o le artis fire che espongono artisti dell’archivio non pagherebbero il provento allo stato se vanno ad esporre in eventi nei territori o nelle arti fiere mentre lo pagherebbero se dovessero fare esposizione nella propria galleria a livello privato come oggi accade.
    Comunque il 23 Marzo saremo in diretta televisiva su sky nel canale 932 Carpe diem e proporremo tale idea .le persone potranno scrivere una e-mail a tale proposito magari anche dando idee migliori.
    Ritengo che solo costruendo con un criterio di logistica aziendale e di mercato per l’interesse della colletività questo problema potrebbe essere l’inizio di una nuova soluzione.

    cecilia

    1 febbraio 2012 at 09:18

    • Cara Cecilia,
      la tua proposta – non sempre chiarissima, devo dire – ha almeno un paio di punti deboli.
      La prima, è l’idea di un albo ministeriale degli artisti. Come vi si accede, con quali criteri, chi decide se un artista può accedervi o meno (se c’è una qualsiasi forma di selezione)?
      Se basta iscriversi, l’albo non avrebbe alcun valore. Se c’è una selezione, ad esempio come per gli ordini professionali, diventerebbe inevitabilmente un carrozzone politico, per gli amici-degli-amici. Se invece l’albo fosse, appunto, una specie di ordine professionale, e quindi autonomo dal ministero, il rischio sarebbe che si chiuda a riccio, assumendo le caratteristiche della corporazione.
      Altro punto debole, è l’idea che le case d’asta debbano accettare le opere degli artisti presenti nell’albo.
      Le case d’asta sono enti privati, e non le si può certo obbligare in tal senso. Oltretutto, si muovono in una logica di mercato – esattamente come i collezionisti che le frequentano – quindi, seppure accettassero di mettere all’asta opere di artisti solo in quanto presenti nell’albo, non è certo così che si creerebbe un mercato. Con ogni probabilità, resterebbero invendute. La garanzia fornita dall’iscrizione all’albo, infatti, sarebbe nulla per il mercato.
      Oltretutto – amche ammesso che funzionasse – non vedo perchè dovrebbero essere gli artisti a finanziare i musei (e addirittura i comuni!) attraverso la vendita delle proprie opere. Per tacere, ovviamente, della irrisorietà di questi ricavi a fronte delle necessità museali, e dei criteri di assegnazione dei fondi ad un museo piuttosto che un altro…
      Se è pur vero che c’è un florido mercato dell’arte contemporanea anche in Italia (per quanto in buona misura sommerso), come rileva l’ultimo rapporto Nomisma sull’arte moderna e contemporanea (quasi 1,4 miliardi di euro), le vendite delle case d’asta segnano un flessione del -2% (anche se il rendimento è molto elevato, oltre il 4.60%, più dell’oro, del mercato immobiliare e di quello azionario…).
      Volendo agire su questa leva, bisognerebbe semmai favorire la deducibilità degli investimenti in arte e cultura, favorendo così anche l’emersione del mercato nero, eventualmente operando anche attraverso un organismo di certificazione e controllo, cui affidare la verifica della effettiva congruenza dell’investimento con i parametri da stabilire per via legislativa.

      enricotomaselli

      1 febbraio 2012 at 18:36

  2. I parametri valutativi delle opere esistono perchè nel settore dell’arte esistono i professionisti di settore e regolamentare questo sarebbe molto più giusto. Se l’albo venisse inserito ogni volta la vendita effettuata delle opere dichiarate quello comporterebbe un mercato reale e si avrebbero statistiche del mercato degli artisti. Credo che sarebbe giusto. Sappiamo tutti che spesso la vendita all’asta privata è pilotata per chi investe dietro o per coloro che avendo l’artista comprato per farlo valere nel mercato investe dei soldi creando il mercato come è in uso spesso “il mercato indotto” .
    Supponendo di creare un mercato, supponendo che le opere o gli artisti giovani con un titolo di studio come accademie, scuole tecniche ecc già questi individui potrebbero avere l’accesso all’albo che in seguito in funzione delle loro operato durante la sua carriera si avrebbero tariffari di opere eseguite, o opere vendute e inserite nell’archivio o nell’albo questo porterebbe a dare un mercato di valore reale e l’andamento delle quotazioni si avrebbero nelle dichiarazioni dei lavori realizzati o eseguiti a questo punto si avrebbe un mercato reale di chi opera nel settore a tale proposito come può una casa d’asta rifiutare l’opera o le opere eseguite dall’artista se il valore dichiarato è tangibile da una fattura? Il gallerista che vuole un artista all’interno dell’albo
    lo venderebbe ad un prezzo maggiore e non solo ma darebbe una garanzia al compratore perchè il collezionista saprebbe di trovare il non rifiuto da parte delle case d’asta anche dopo anni. Dunque gli artisti avrebbero un interesse ad essere inseriti e non essere costretti ad iscriversi all’artigianato che comporta un fisso e spesso troppo eleveto per un giovane o una persona che opera nel settore dell’arte anche un restauratore di opere pittoriche è un artista ma è sempre costretto ad inscriversi all’artigianato questo ti sembra una cosa giusta essere uguali ad un imbianchino? Io credo di no. Ci sono scuole di grafica pubblicitaria, fumettisti, maestri dell’arte vetraria ma le opere che realizzano non sono artigianato ma sono vere e proprie opere. I galleristi che hanno intenzione di prendere artisti dichiarati all’interno dell’albo, archivio chiamalo come vuoi per avere l’artista dovrà obbligatoriamente pagare un provento all’artista e questo potrebbe essere considerato come il diritto d’autore che spesso viene sempre evitato da logistiche che noi tutti conosciamo veramente bene. Da qui l’artista avrebbe qualcosa. Dunque io pago qualcosa come artista, la galleria per avere l’artista prestigioso dichiarato nella lista sarebbe obbligato a pagare all’ente statale o chi detetiene l’archivio un tariffario, la casa d’asta non potrebbe rifiutare le opere dell’artista se lui inserisce i lavori realizzati e venduti con una ricevuta fiscale della vendita delle sue opere. E lo stato incasserebbe qualcosa per i musei, o per i territori. Credo che la soluzione non sarebbe non fattibile. “Prova a pensarci” poi ci sarebbe una ulteriore evoluzione la avrei pensata. Perchè le aste secondo te devono essere solo private? non credi che anche alle aste pubbliche siano uguali a quelle private? Comunque al momento mi fermo qui poi ci sarebbe l’ulteriore sviluppo.
    Non sò se hai compreso la logistica e non sono molto brava a farmi comprendere ma si darebbe un pò più di ordine e se le gallerie si certificassero come le aziende credo che non sia sbagliata come logistica con un ente che controlla la certificazione come è in uso nelle aziende inserendo all’interno un professionista di settore come un perito anche questa potrebbe essere una idea in più e non credo sia sbagliata.più idee ci sono e meglio è per attivare un qualcosa di costruttivo.
    Grazie della dritta e fammi sapere cosa ne pensi.
    saluti
    Cecilia

    cecilia

    1 febbraio 2012 at 22:13

  3. […] Blog Enrico Tomaselli, 31 gennaio 2012 […]

  4. […] Blog Enrico Tomaselli, 31 gennaio 2012 […]

  5. […] Blog Enrico Tomaselli, 31 gennaio 2012 […]


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