enricotomaselli

Talkin' about revolution (all texts are copyleft)

Voglio la testa di Garcia

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Dice: l’antipolitica.
Che poi sarebbe, a ben vedere, non l’avversione alla Politica, quanto piuttosto ai politici – e quindi ai partiti, che li esprimono.
Questo sentire così largamente diffuso, oggi in Italia, è certo grandemente giustificato, ma ha anche i suoi risvolti negativi. Per dirne una, è tra le ragioni che mantengono alto il consenso al governo Monti – in quanto tecnico – il che a mio avviso non è proprio una cosa buona.
Ma quello che mi interessa di più, al momento, è il rischio che questa onda d’indignazione -travolgendo tutto o quasi – faccia smarrire anche il senso delle cose.
Come sempre, il focus dei miei interessi è principalmente sulle politiche culturali, e quindi è su queste che incentrerò la mia riflessione. Ma si potrebbe fare lo stesso ragionamento anche per altri campi – penso ad esempio alla sanità, o all’istruzione.
Vorrei dunque partire da una domanda.
Qual’è – o quanto meno, quale dovrebbe essere – il ruolo della Politica – si noti la p maiuscola…?
A mio avviso, compito della Politica, in senso generale, è quello di determinare l’indirizzo, l’orientamento globale, nell’ambito a cui viene applicata. Semplificando, ad esempio, si potrebbe dire che un governo di destra privilegerà un modello sociale basato sull’individuo e sulla competizione, vista come fattore dinamico e positivo per la società nel suo complesso, e che quindi opererà in favore della iniziativa privata, quanto più libera possibile; per converso, un governo di sinistra metterà al centro della sua azione i valori di equità e di comunità, e quindi cercherà di introdurre misure capaci di proteggerli.
Ma, come si applicano questi orientamenti di fondo nell’ambito dell’arte e della cultura?
Il compito della Politica, a mio avviso, dovrebbe essere quello di tutelare, valorizzare e sostenere lo sviluppo delle produzioni artistiche e culturali nazionali, passate presenti e future. Ora, esattamente come per la sanità e l’istruzione, c’è un intreccio complesso tra fattori economici e non. É assolutamente chiaro come il fine ultimo dell’arte e della cultura non può essere il profitto. Ma è anche vero che tutela valorizzazione e sviluppo richiedono l’investimento di risorse economiche. Come è altresì vero che art is a job, e quindi artisti ed operatori culturali si aspettano legittimamente di ricavare un reddito dalla propria attività. Dunque, non è affatto facile stabilire un confine netto tra i due aspetti; in Italia, oltretutto, secoli di cultura cattolica hanno comunque sedimentato l’idea che il denaro è lo sterco del diavolo, quindi tutti lo vogliono ma nessuno ha il coraggio di proclamarlo a gran voce.

Warren Oates in "Voglio la testa di Garcia"

Warren Oates in "Voglio la testa di Garcia"

Questo particolare intreccio, che oltretutto poggia sul passato Rinascimentale (quando arte e cultura nascevano grazie al mecenatismo dei potenti), ha prodotto in Italia un meccanismo particolare. Che, per una serie di motivi, si è andato via via accentuando. Questo meccanismo ha fatto si che arte e cultura fossero fondamentalmente basate sul denaro pubblico. Un meccanismo che, tra l’altro, consentiva ad artisti ed intellettuali di sentirsi mondi dal contagio del suddetto sterco – perchè il privato aveva a mente il profitto, che è cosa sporca, nemica della libertà artistica e culturale, mentre il pubblico, essendo speso a fondo perduto, ne preserva l’integrità.
Detto per inciso, e senza voler fare dell’economicismo marxista, il diffondersi in tutto il paese di mobilitazioni da parte di artisti ed operatori culturali porta in sé – ritengo – anche questo. La crisi della politica da un lato, la crisi economica dall’altro, hanno infatti ridotto di gran lunga le risorse per il settore, e quindi quella che prima poteva essere una occupazione intermittente ma gratificante, e comunque sufficiente a garantire un reddito adeguato, si è in misura sempre più ampia trasformata in precarietà tout court.
La produzione artistica e culturale italiana, quindi, del resto molto concentrata – anche sotto il profilo legislativo – sullo spettacolo, ha sempre goduto di un forte sostegno economico pubblico. Persino pittori e scultori, per i quali non c’era quasi alcun sostegno diretto, erano comunque quasi tutti insegnanti d’Accademia o di Liceo Artistico, e quindi comunque al denaro pubblico attingevano per il proprio sostentamento.
Con l’avvento della sinistra al governo diretto del paese, e quindi con il portato dell’insegnamento gramsciano sull’egemonia, questo intervento pubblico nel settore dell’arte e della cultura è cresciuto sensibilmente. Ma, quasi parallelamente, si è andata sviluppando una penetrazione sempre più capillare della politica nella società. Nel senso proprio di invasione degli spazi normalmente (e naturalmente) di competenza diversa.
Il meccanismo di cui dicevo, quindi, si è via via sviluppato nel senso di un crescente sistema clientelare, in cui interessi economici e di costruzione del consenso si sono perversamente intrecciati. Alla fine, artisti ed intellettuali si sono comunque trovati a corte di un potente, il cui obiettivo non era il profitto economico in sé, ma il mantenimento del potere.
Lo sciagurato avvento del sistema elettorale maggioritario, poi, producendo una concreta ed effettiva possibilità di alternanza tra schieramenti radicalmente diversi, ha portato con sé il meccanismo dello spoiling system, che ha portato a sua volta ad un continuo e paralizzante stop-and-go.
Di questa sfrontata (e disastrosa) invasione di campo, siamo stati e siamo spettatori di prima fila, qui a Napoli.
La telenovela Forum Universale delle Culture (più ricca di colpi di scena di Un posto al Sole…), la scandalosa vicenda di De Fusco, una non-gestione delle politiche culturali cittadine (in attesa forse che diventi una in-gestione…), sono tappe di una via crucis che ci risparmieremmo volentieri.
Compito del’amministratore pubblico non è curare la programmazione artistica e culturale. Suo compito dovrebbe essere predisporre gli interventi strutturali che favoriscono lo sviluppo della cultura e dell’arte.
Assistiamo quindi, da un lato, ad una amministrazione comunale che oscilla tra propositi di grandezza e infima capacità gestionale, ed una amministrazione regionale che, della summenzionata invasione di campo, ha fatto la propria bandiera.
Si dice che De Fusco abbia come padrino politico Gianni Letta. Io invece mi chiedo: ma chi è il santo in paradiso che ha steso la sua mano protettrice sul capo di Caterina Miraglia? Com’è possibile che quest’assessore sia in prima persona presente in organismi come il Comitato Scientifico della Fondazione Forum, e che pretenda anche di presiederlo!; com’è possibile che affidi al suo sub-protégé De Fusco ben 11 milioni di fondi europei, quando la Regione Campania ne stanzierà a malapena 15 per l’intero Forum; come mai il Presidente Caldoro tace costantemente, a fronte delle innumerevoli polemiche che riguardano il suo assessore?
E soprattutto, com’è possibile che, in tutto questo, nessuno ne chieda le dimissioni?
Io penso che la decenza politica voglia che l’assessore Miraglia torni a fare il docente universitario a Salerno, e lasci la gestione delle politiche culturali regionali, che ha sin qui condotto in modo sfacciatamente personalistico.
Voglio la testa di Garcia.
Se non ora, quando?

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Written by enricotomaselli

19 febbraio 2012 a 18:30

2 Risposte

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  1. […] fondi vengano gestiti in maniera – diciamo così – discutibile e disinvolta, ho scritto qualche post fa. C’è qualcosa di poco chiaro, nelle politiche culturali della Giunta regionale, o meglio […]

  2. […] questioni culturali, per ragioni di opportunità e per ragioni di competenza. L’ho ribadito di recente a proposito dell’assessore Miraglia, criticandola anche per la sua presenza nel Comitato […]


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