enricotomaselli

Talkin' about revolution (all texts are copyleft)

Contabili e pirañha

with 7 comments

Qualcuno ci spieghi perchè.
Perchè questo maledetto paese (o forse, paese maledetto) non riesca mai a trovare una sua via. Forse perchè l’ultima sua creazione originale è stata il fascismo?
Dal 1945 in avanti, ci si è sempre riferiti a qualcosa al di fuori, il più delle volte in modo peraltro confuso – e sempre in modo parziale, parcellizzato. Ancora da ultimo, si parla di riforma elettorale alla tedesca, alla francese… O si invoca l’Europa, per giustificare le scelte di cui nessuno ha il coraggio di assumersi la responsabilità. Naturalmente, di volta in volta si richiama quel pezzetto di legislazione che fa comodo invocare, ignorando del tutto il contesto complessivo in cui è calato.
Questa incredibile mancanza di identità si riverbera su ogni aspetto della vita nazionale. Ma ce n’è uno su cui mi viene di riflettere, oggi.
L’Italia è un paese scarso di materie prime, e di insufficienti risorse energetiche (quantomeno, di quelle non rinnovabili). Pur a fronte di una densità abitante per Km quadrato tra le più elevate d’Europa, era invece un paese a forte vocazione agricola.
E cosa ne abbiamo fatto, dal secondo dopoguerra in poi? Abbiamo sostanzialmente abbandonato l’agricoltura – sino al punto di diventare dipendenti dall’importazioni alimentari – mettendo in piedi un sistema industriale (basato quindi sull’importazione di materie prime e fonti energetiche). Tutte le politiche sviluppate dal ’45 a venire, hanno prodotto un aumento della dipendenza da ciò che acquistiamo all’estero.
Naturalmente, non voglio sostenere che dovevamo restare un paese agricolo! E d’altra parte, non provo nemmeno a negare che, anche nella produzione industriale, l’Italia ha saputo portare il proprio valore aggiunto, quel quid di creatività ed innovazione che per lungo tempo ha consentito di bilanciare i costi di produzione più elevati.
Quello che mi chiedo è, piuttosto, per quale ragione le classi dirigenti di questo paese, soprattutto negli ultimi 50/60 anni, si siano dimostrate così incapaci di salvaguardare e mettere in valore le ricchezze specifiche dell’Italia.
Si è lasciato mano libera – in certi periodi, persino incoraggiato – alla devastazione del territorio, alla distruzione del Paesaggio. Cementificazione selvaggia ed incuria criminale, hanno trasformato il Bel Paese, rendendolo più brutto e più fragile; e soprattutto depauperando le generazioni presenti e future di un bene comune di grandissimo valore storico, culturale ed economico.
Si è lasciato che nel paese si diffondesse un sentire comune basato sull’interesse privato, che ha finito col giustificare il saccheggio delle ricchezze collettive.
Un patrimonio artistico e culturale unico al mondo, per qualità e quantità, sta via via sprofondando nelle sabbie mobili del disinteresse, si sta letteralmente sbriciolando.
Per non parlare della assoluta incapacità di cogliere l’importanza (ed il valore) di non limitarsi alla conservazione del passato, avendo invece cura anche del presente e del futuro – ossia, in parole povere, delle nuove produzioni artistiche e culturali.
Nel verticale processo di decadenza delle classi dirigenti italiche – tutte, e per intero, non soltanto il ceto politico – questa antica attitudine all’inattenzione si è ovviamente accentuata, polarizzandosi in due aspetti, entrambe perniciosi.
Da un lato, soprattutto dalla caduta del Muro di Berlino in avanti, con la conseguente caduta delle ideologie del Novecento, il ceto politico ha perso sempre più il senso della propria mission. Venuti meno i riferimenti ideali, che determinavano diverse visioni sull’idea di paese che si voleva costruire, si è trasformato in una indistinta massa di amministratori. Che per definizione non hanno né il compito, né tantomeno la vocazione, di trasformare, ma solamente quello di gestire. Tra l’altro, questo processo di omologazione sostanziale ha prodotto, come effetto collaterale, l’inasprirsi dei toni dello scontro politico: la competizione non essendo più tra valori radicalmente diversi, necessitava di spostarsi sul terreno delle apparenze. Si è, insomma, enfatizzato il colore delle bandiere, proprio perchè sostanzialmente marciavano nella stessa direzione.

La principale risorsa italiana: arte e cultura

La principale risorsa italiana: arte e cultura

Il giro di boa, in questo senso, può essere rappresentato dal craxismo. Per quanto fosse ancora a metà del guado, Craxi – esponente di un partito della sinistra – è il primo ad usare (ed imporre nel linguaggio comune) il termine di azienda Italia. L’idea che un paese, una collettività, siano comparabili ad un’azienda.
Questa progressiva perdita di senso, apre la breccia a quella che poi diventerà una prassi: l’idea della tecnica come sostituto intercambiabile della politica. Dimenticando che la tecnica rappresenta il fare come, mentre la politica dovrebbe rappresentare il fare cosa. Questo chiamare alla ribalta i tecnici, che comincia ben prima di Monti & co, è al tempo stesso conseguenza dello smarrimento della politica, e produttore di ulteriore smarrimento della stessa. I tecnici, infatti, cominciando a fare politica in prima persona, e quindi trasformandosi da esecutori di scelte politiche in decisori politici, portano con sè una presunzione di oggettività – che ben si sposa con la suddetta omologazione dei partiti.
In ogni caso, e non è un caso…, i tecnici via via chiamati al potere (chiamiamo le cose col proprio nome) vengono tutti dal mondo delle banche. Già molto prima di Monti e Passera, Dini e Ciampi vengono dalla Banca d’Italia. E quindi, del tutto naturalmente, portano nella politica la propria visione economicista, ed in particolare finanziaria.
Con questa irruzione, si fa un’ulteriore passo in avanti rispetto all’idea di paese-azienda; un’azienda, infatti, ha comunque una dimensione dinamica, progettuale, di sviluppo. La finanza ha solamente un’idea di profitto. Al cui capo opposto c’è la salvaguardia del bilancio. La Politica, si riduce ad una partita di dare/avere. Mentre l’imprenditore (sano) investe, il finanziere specula.
É il trionfo dei contabili.
In modo del tutto conseguente, quindi, una politica ridotta in ultima analisi a mera contabilità, non può che disinteressarsi (nella sostanza) di beni comuni quali paesaggio, arte e cultura.
Nel loro partitario mentale, sono un onere, e poiché l’imperativo è la quadratura del bilancio, si tagliano le risorse per la principale ricchezza del paese, piuttosto che investire su di essa.
Se, quindi, la gestione pubblica passa ai contabili (o comunque ne adotta il profilo mentale), si produce un arretramento dello Stato come soggetto protagonista, e si invoca l’intervento del privato.
Il quale, a sua volta, seppure con la citata propensione (quantomeno teorica) al rischio d’impresa, ha comunque come fine il profitto personale. E per quanto si voglia sostenere che un sistema basato sul profitto privato, e deregolarizzato al massimo, produca effetti positivi per la collettività, appare evidente che si tratta di un ossimoro.
La classe dirigente imprenditoriale ha sostanzialmente un rapporto predatorio con i beni pubblici. Ne vuole il sostegno, ogni qualvolta sia possibile, ed in mille forme (creazione di infrastrutture, sgravi fiscali, fiannziamenti diretti…), traendone profitto individuale. Con il quale, poi, nei momenti di crisi più acuta, e grazie ancora una volta allo smarrimento della politica, si lancia all’arrembaggio dei beni pubblici. Il passo successivo della ben nota prassi della privatizzazione degli utili e socializzazione delle perdite, infatti, è l’accumulo di risorse private utilizzate per conquistare altre fette di risorse pubbliche.
L’approccio che l’imprenditoria italiana ha, verso arte e cultura, è quello della messa a profitto, non della messa in valore. Sono risorse da sfruttare – magari con indiscutibile capacità manageriale, ma sempre al fine primario del profitto individuale.
Si tratterebbe, invece, dell’esatto contrario. Valorizzare una ricchezza collettiva, nell’interesse collettivo – e solo secondariamente, strumentalmente, considerare un interesse privato.

Il governo tecnico dei professori, sia pure attraverso un processo di funzionalizzazione del paese, va nella direzione appena descritta, anzi, è un’accellerazione in quel senso.
É il paese dei contabili e dei pirañha, quello che si profila. Efficiente e preciso come la tabellina del cinque.
Ma a questo modello su cui si vuole plasmare il paese, non c’è vera opposizione.
Il meglio ed il massimo che si muove, è una battaglia di retroguardia, spesso attenta (ancora una volta) più al colore delle bandiere che alle idee di chi le agita. É la difesa (anche giusta, ma limitata) di un modello novecentesco, che non tiene conto dei cambiamenti epocali intravvenuti nel frattempo.
Una battaglia legata all’idea di centralità del lavoro (un’idea non sbagliata, ma inadeguata ai tempi), mentre andrebbe fatta una battaglia per la centralità del reddito.
La guerra tra chi vorrebbe imporre un modello di produzione industriale asiatico (basato sullo sfruttamento del lavoro), per fronteggiare la concorrenza dei paesi emergenti, e chi vorrebbe mantenere un modello di welfare sviluppato sull’onda della crescita economica, non porta da nessuna parte.
Bisogna puntare su un altro modello di sviluppo. Basato sull’acculturazione, sulla ricerca, sull’innovazione.
Basato su poche produzioni industriali di eccellenza, su un’agricoltura ed una zootecnia moderna.
Basato su un turismo non mordi-e-fuggi. Sulla valorizzazione di un patrimonio culturale sconfinato.
Investire sulla scuola, sull’università. Sulle nuove tecnologie. Sulle energie rinnovabili. Sulla salvaguardia del patrimonio paesaggistico e culturale.
Puntare sulla Bellezza, non sulla ricchezza.
Rimettere i pirañha nell’acquario, e riportare i contabili in ragioneria.

Annunci

Written by enricotomaselli

3 marzo 2012 a 18:00

7 Risposte

Subscribe to comments with RSS.

  1. gentilissimo Enrico,
    sottoscrivo ogni cosa, con una puntualizzazione: il governo dei contabili attuale, quanto meno, ci evita una crisi alla greca, verso cui eravamo diretti con il precedente governo, quello degli squali, (con cui comunque questo governo ha una inevitabile parentela, ma non si può fare diversamente). E ti spiego anche perchè non si farà tanto facilmente il governo della bellezza e dell’intelligenza, che in un mondo asiaticizzato è l’unica cosa seria da fare, anche economicamente. Non si farà facilmente perchè in un contesto del genere verrebbero fuori le persone colte e preparate, che sono una minoranza, e quindi troppi sentirebbero di avere qualcosa da perdere… e questa è una democrazia…

    Rosario Peluso

    4 marzo 2012 at 13:15

    • Caro Rosario,
      non sono d’accordo, con entrambe le tue considerazioni.
      Il governo dei contabili, ci evita una crisi alla greca, ma a quale prezzo? Ma, soprattutto, cos’altro è – o forse dovrei dire: cos’altro dovrebbe essere… – la Politica, se non la scelta delle soluzioni possibili? Io non credo che ci fosse un unico modo di evitare il precipitare della crisi, e soprattutto non credo che, avendo scelto questa soluzione, fosse inevitabile che a pagarne i costi fossero i soliti noti. Questo governo, per quanto si ammanti di una presunta oggettività della tecnica, sta facendo precise scelte politiche. Ribadisco: scelte, e politiche.
      Come accennavo nel post, tecnica è come si fa una determinata cosa. Ogni cosa ha un suo modo (corretto) di essere fatta. Ma decidere quale cosa fare è precisamente il ruolo della politica. E non c’è mai una sola possibilità di scelta.
      Quanto al governo della Bellezza, non credo che la tua lettura sia corretta. Chiunque, anche il meno colto, dinanzi alla Bellezza ne riconosce il valore. E non si sente per questo sminuito. Oltretutto, questo non dovrebbe essere il governo dei belli ed intelligenti, sostituendo un oligarchia di incapaci e corrotti con una aristocrazia dei migliori; si tratta piuttosto di operare un generale ri-orientamento della società, quello che con una evidente semplificazione simbolica definivo “Puntare sulla Bellezza, non sulla ricchezza”. Mentre per ineludibile legge economica la ricchezza non può che appartenere a pochi, la Bellezza può arrivare a chiunque.
      Dunque, sarebbe – al contrario – una democrazia estremamente inclusiva, dove i beni più preziosi sono davvero disponibili per tutti.

      enricotomaselli

      4 marzo 2012 at 13:39

  2. Reblogged this on Su Seddoresu.

    studentslaw

    4 marzo 2012 at 15:07

  3. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

    icittadiniprimaditutto

    4 marzo 2012 at 16:41

  4. […] paese titolato Contabili & Piranha, che vi invitiamo a sicuri che ce ne sarete grati… leggi il resto Share this:CondivisioneFacebookStampaEmailTwitterDiggStumbleUponLinkedInLike this:LikeBe the first […]

  5. […] Contabili e pirañha […]

  6. Gentile Tomaselli,
    ho letto il suo articolo – grazie al blog di Aldo Ricci – e lo trovo molto interessante. Sono tutte idee estremamente condivisibili.
    Personalmente citerei l’esempio del Giappone: scarsissime materie prime, turismo trascurabile ed agricoltura che non riesce a soddisfare i bisogni alimentari del paese. Eppure abbiamo visto lo sviluppo si cui è stato capace puntando proprio sui fattori da lei indicati.

    Ricordo – ma non saprei citarlo, ero un ragazzo – negli anni ’80 un’analisi fatta in Gran Bretagna che prevedeva l’Italia come potenziale primo paese europeo. C’era una molteplicità di fattori che lei ha descritto:
    1- turismo d’arte come risorsa potenziale unica al mondo ed ancora non valorizzata;
    2- turismo ludico sia invernale che estivo anch’esso di enorme potenziale ed anch’esso solo in parte sviluppato;
    3- posizione strategica per i traffici commerciali;
    4- presenza di manodopera specializzata a costo relativamente basso;
    5- presenza di quello che sintetizzerei come “genio italico” – il valore dei nostri laureati -;
    6- presenza di agricoltura e zootecnia di qualità;
    7- altro che non ricordo.

    Ho poi ritrovato questo rapporto negli anni dell’Università – che non ho finito, è ancora in Corso 🙂 -.

    Che successe?
    Lo ha scritto lei: Craxi e la sua cricca.

    Craxi con un colpo magistrale riuscì – dopo aver conquistato il partito riempiedolo di tessere false, si votava per tessere… io c’ero e vidi la fine di un’idea, vidi un’intero partito rubato… – a spostare sul piano politico la Dc dal centro ed a piazzarci il PSI. Aspettando un’onda lunga che di fermò però a circa il 15%…

    Poi Craxi (o forse prima, forse era davvero tutto pianificato, chissà) stabilì una serie di legami col mondo imprenditoriale (con anche altro? boh…) ed invitò altri “gerarchi” al banchetto: nacque il CAF – Craxi/Andreotti/Forlani -.

    Gli eccessi portarono a mani Pulite, ma il sistema politico aveva già posto in essere un processo (anche a livello di Diritto Parlamentare) che porterà dal lato istituzionale al Sistema Maggioritario – che in Italia impedisce una minima democrazia in quanto la sposta dai cittadini ai partiti – e nella società alla fusione tra classe politica e classe manageriale. Perfino a livello di parentele… Rutelli & Casini docet…

    Qui secondo me sta il punto: nei partiti NON c’è democrazia, NON c’è trasparenza ed i candidati vengono calati dall’alto. Chi ha fatto vita politica lo sa.

    Faccio l’esempio di Genova e del suo Sindaco: Burlando (alta Borghesia d’antico lignaggio), Sansa (magistrato calato dall’alto e poi scaricato), Pericu (Borghese manco iscitto e diventato Sindaco per 2 mandati)… Da quale partito? Pds poi Ds ora PD – della Vicenzi taccio per tutelare il mio stomaco, basta vedere il suo braccio destro, Stefano Francesca, implicato nelle “tangenti straccione”…-.

    Il punto? C’è l’identità tra alta borghesia imprenditoriale e politici e democrazia ZERO.
    Ricordo Ugo Intini candidato nella Circoscrizione di Genova- Ponente DOPO Mani Pulite, nei quartieri operai… tra un pò fece perdere in un quartiere rosso sangue.

    Però, parliamoci chiaro: gli italioti non s’impegnano. I partiti sono vuoti e lo erano già tempo fa. NESSUNO VUOLE SPORCARSI LE MANI… ED ALLORA? Che VI LAMENTATE? Non dico a lei, dico a chi tira a campare.

    Abbiamo una marea di Soloni in Italia che pontificano e si sfogano su internet, poi le piazze le riempie la FIOM, insomma, se lo stato delle cose è questo ma nessuno vuole rischiare e tutti giocano la parte dei “Battitori Liberi” non si costruirà mai nulla.

    Ho provato recentemente un impegno coi grillini – tali sono -: la fantasia al… disastro, che vediamo oggi.
    La critica alla casta non è un collante, occorre un progetto concreto di società, elastico e non rigido come i precedenti e che ponga l’uomo al centro – non di volta in volta il mercato, l’internazionale di chissà chi, Cuba, l’ambiente, varie… -. I grillini non vogliono nemmeno un minimo di struttura… le proposte dei loro blog sono troppo avanti rispetto al reale o perfino assurde…

    La vedo dura.

    Ah, dimenticavo: c’è qualcuno che parla mai dell’influenza nefasta del Vaticano? Non del prete della porta accanto, ma della prima impresa d’Italia, leader negli immobili e nella Sanità, con tanto di banca annessa ed operante in Italia con regole specifiche che la pongono in vantaggio sul mercato…

    Cordiali Saluti.

    massimogallo

    11 marzo 2012 at 02:50


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: