enricotomaselli

Talkin' about revolution (all texts are copyleft)

Harry ti presento Sally…

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Accantonata (almeno per il momento…) l’era vulgaris del quasi-ventennio berlusconiano, in questi tempi si fa un gran parlare di Cultura.
Ne parlano innumerevoli iniziative dal basso, dal Teatro Valle occupato al Cinema Palazzo, ai Cantieri Culturali alla Zisa, che pongono l’accento sulla Cultura come bene comune, e rivendicano un’attenzione pubblica da troppo tempo assente.
Ne parlano antiche istituzioni come l’Associazione Civita, con un denso rapporto analitico sullo stato dell’arte. Ne parla il quotidiano di Confindustria, Il Sole 24 Ore.
Pur nella diversità delle prospettive con cui le varie realtà si approcciano alla questione, anche in virtù dei diversi interessi di cui sono portatrici, non sfugge un elemento comune e da tutte fortemente sottolineato: la centralità che la Cultura potrebbe avere nella ripresa (anche economica) dell’Italia.
In questo quadro, sconsolantemente, i più distratti appaiono i professori del governo tecnico, evidentemente più interessati alla ragioneria che alla storia dell’arte…
Il problema centrale, peraltro, non sarebbe nemmeno questo – posto che in ogni caso quella del governo tecnico è una stagione di passaggio.
Ragionando in termini generali, a me sembra che si possano piuttosto individuare tre ordini di problematicità.
Un primo elemento di controversia è già la definizione dell’ambito compreso dal termine Cultura. Non sfugge infatti che, sotto tale cappello, è possibile comprendere settori molto ampi – ed anche molto diversi tra loro. Semplificando – ma in modo tutto sommato davvero grossolano… – si potrebbe dire che sussiste una possibile linea di demarcazione verticale, che distingue ad esempio le Arti dalle Scienze, ma anche una orizzontale, che traccia un confine tra cultura alta e cultura popolare. Non si tratta di un problema secondario, perchè il discrimine diviene molto rilevante quando si vanno ad impostare le politiche culturali pubbliche, e quindi si determina l’allocazione di risorse economiche.
Un secondo elemento di criticità è, per l’appunto, il ruolo della politica. Senza star qui a riepilogare il rapporto tra politica e cultura nella storia dell’Italia repubblicana, mi sembra di poter dire che gli ultimi 30 anni hanno visto il progressivo degenerare di questo rapporto. In particolare, la sinistra italiana – che a partire dalla seconda metà degli anni ’70 ha conquistato posizioni di governo del territorio molto diffuse – ha portato con sé l’idea gramsciana di egemonia culturale; questa idea, però, dapprima declinata in modo più o meno virtuoso, attraverso l’impegno di innumerevoli artisti ed intellettuali, ha poi ceduto il passo ad una nuova stagione, in cui le politiche culturali sono divenute strumento di consenso, per poi sfociare – parallelamente al dilagare della pervasività della politica – in una avvilente quanto ferrea lottizzazione della Cultura. Un processo degenerativo, questo, che ha finito per generare un senso comune fortemente segnato da questa presenza capillare della politica, e da cui discendono poi le prassi con cui vengono gestite le politiche culturali dai vari ministri ed assessori locali. I quali, quanto più sono prossimi al territorio, tanto più tendono ad interpretare il proprio ruolo come supervisor della programmazione artistica e culturale, piuttosto che come facilitatori degli operatori del settore.

Harry ti presento Sally

Harry ti presento Sally

Terzo elemento problematico è quello che si potrebbe definire l’approccio culturale alla Cultura. Fatte salve poche, lodevoli eccezioni, i tre principali attori del settore – le amministrazioni pubbliche, i produttori di arte e cultura, gli investitori privati – non solo faticano ad incontrarsi, ma sembrano animati da reciproche diffidenze. I capitali privati tendono a massimizzare il profitto, e quindi a convergere laddove ci sono le massime garanzie di realizzarlo, preferendo quindi partner affidabili quali le pubbliche amministrazioni, delle quali però non amano la farraginosità burocratica. Le amministrazioni pubbliche guardano agli investitori privati come fonte di capitali, ed ai produttori di contenuti come stravaganti che dovrebbero accontentarsi di poco o nulla, non riuscendo quindi mai a stabilire rapporti di equilibrata partnership con gli uni e con gli altri. Artisti ed intellettuali sono profondamente segnati, spesso inconsapevolmente, dall’idea cattolica del denaro come sterco di dio, quindi diffidano dei capitali privati in quanto (pericolosi) portatori di interessi venali vissuti come antitetici alla libertà della cultura, ed ugualmente diffidano del pubblico, ritenuto invasivo e condizionante.
Naturalmente, in ciascuna di queste diffidenze c’è della verità. Ma vengono prevalentemente individuate non come ostacoli da superare, ma come elementi ineliminabili del contesto. E quindi non si riesce ad andare avanti. Eppure, se non si riescono a sormontare queste difficoltà, se non si riesce a far nascere un’idea condivisa di politica culturale, perderemo – tutti – un’altra occasione.
Personalmente ritengo che, stante l’attuale crisi della politica (che non è solo di credibilità, ma anche di capacità, ed ancor prima di identità), sia inutile aspettarsi da questa quello che dovrebbe essere il suo proprio ruolo, ovvero l’azione di indirizzo generale. Dovrebbe quindi partire dall’impresa e dagli operatori culturali il primo passo, costringendo poi la politica a seguire.
Per quanto riguarda lo specifico attuale napoletano, è evidente che il dato di partenza non è incoraggiante. La situazione di crisi generale non può che risentirsi maggiormente in un distretto economico già di per se penalizzato, e quindi – sul fronte del capitale privato – la scarsità di grandi imprese e la contrazione degli investimenti in comunicazione determinano un certa aridità del terreno; d’altro canto, pur in presenza di una scena artistica e culturale di tutto rispetto, per qualità e per quantità, il mondo delle arti e della cultura appare del tutto impreparato ad affrontare in modo manageriale e moderno una prospettiva di reale affrancamento dal denaro pubblico. Purtuttavia, se si vuole investire sul futuro, e da entrambe le parti, è a partire dall’oggi che bisogna avviare il processo. Perchè dia i suoi frutti, occorrerà ovviamente del tempo, ma se non ci si mette mano questo tempo non arriverà mai.
Sotto questo profilo, la politica dei grandi eventi che si va delineando – America’s Cup, Urban Forum, Expo dello Spazio, Forum Universale delle Culture, e già si parla di candidare Napoli come capitale europea della cultura 2019! – rischia di produrre più danni che benefici. La problematicità che genera da una impostazione di questo tipo, infatti, è assai densa.
Focalizzandosi su una successione di eventi di rilevante portata, questi finiscono per assorbire la totalità delle risorse e dell’attenzione, impedendo lo sviluppo di un sistema artistico e culturale capace di crescere e sviluppare economia al di fuori delle situazioni d’eccezione. Chiaramente, una scelta di questo genere è ben vista dalla politica, che vi trova straordinarie ribalte in cui pavoneggiarsi, ma anche dall’impresa, che vi vede occasioni di profitto sicuro e a breve-medio termine. Riproducendo, ancora una volta, un meccanismo escludente, che relega i produttori artistici e culturali ad un ruolo marginale. E che soprattutto privilegia il vantaggio immediato, lasciando immutato il quadro generale, ad una politica di lungo termine, che sviluppi crescita culturale ed economica duratura.
Laddove invece la struttura culturale, sociale ed economica del territorio richiederebbe una politica diametralmente opposta, orientata alla creazione di un sistema dell’arte e della cultura di tipo reticolare, capace di mettere in connessione permanente innumerevoli realtà produttive, e di linkare a sua volta questa rete ad un contesto internazionale.
Ci vorrebbe, insomma, quel che non c’è: una politica culturale.
Ma, come dicevo, in questo momento non è dalla politica che ci si può aspettare l’iniziativa di lungo termine. Anche perchè questa politica non ha dinanzi a sé una prospettiva di lungo termine…
Per come stanno le cose, ci vuole un respiro ampio. Bisognerebbe, tanto per cominciare, incontrarsi e conoscersi.
La storia della ricchezza artistica e culturale italiana è una storia di ibridazioni, di meticciato. É dalla continua mescolanza di culture diverse che nasce il genio italico. Come del resto il successo americano nel corso del ‘900 è figlio del melting pot. In questo caso, come già accadde (sia pure in forme diverse) nel corso del Rinascimento, devono tornare ad incontrarsi il mondo delle arti e della cultura ed il mondo dell’impresa.
Qualsiasi relazione duratura, per nascere, ha bisogno che qualcuno ne faccia incontrare i protagonisti. Starà poi a loro, conoscersi e far scoccare o meno la scintilla.
Per il momento, quindi, cercasi chaperon.

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3 Risposte

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  1. E’ un dovere esprimermi; leggo a volte la tua critica, sempre con curiosità ed un certo interesse culturale. Mi domando sempre il fine del tuo intervento così colto e analitico; vivendo io il rapporto con il managment della ultura – come conflitto – ove importa solo il prodotto da poter gestire in libertà, manipolandolo e sfruttandolo a piacimento della propia imprenditoria sino a rasentare veri e propi condizionamenti psichici per coloro che ne usufruiscono. Filtro queste asserzioni attraverso il mio impegno nella arte in genere: conto circa 40 testi di canzoni derubatemi a più riprese per la maggior parte, commercializzate da altri (ivi inclusi 3 loghi, un progetto di installazione d’arte etc…etc…) il tutto di grande successo anche internazionale. A distanza di più di 40 anni mi è ancora impossibile rivendicare con fine positivo per il mio riconoscimento le mie opere, per diniego di ben 3 studi legali alla mia rivendicazione per la grande capacità economica delle mie controparti. La mia canzone ha fatto cultura in Italia anni 70/80 ed ancora oggi….Tu sai bene che estrapolare una opera (d’arte) dal contesto temporale e congiunturale dell’artista che l’ha prodotta è vera distruzione dell’opera creativa medesima. Rimane solo un prodotto da consumare, avvilendo così tutta la fatica di gente come te che cercano il costruendo in questa realtà distruttiva. Infatti, credo sarebbe importante e vitale per la cultura in genere una tua analisi e contestualizzazione della mia opera tutta alla luce della sua reale verità.cr

    riccio cosimo

    17 marzo 2012 at 13:27

    • Caro Cosimo, ovviamente non tutti gli Harry stanno bene insieme a qualsiasi Sally (e viceversa)… É sempre necessario che ci sia una compatibilità reciproca, oltre che un feeling. E questo presuppone la conoscenza.
      Io credo che molti dei problemi che hanno caratterizzato il rapporto tra artisti ed impresa, in Italia, nascano da questa mancanza. Di là da problemi soggettivi, è chiaro che in termini generali questo rapporto è vissuto in maniera conflittuale. L’impresa si aspetta dalla produzione artistica un profitto, e tende a considerarla come un prodotto qualsiasi – e quindi, in questa logica, a manipolarlo al fine di ottimizzarne la redditività. L’artista, dal suo canto, considera la propria opera come qualcosa che ha un valore intrinseco indiscutibile, che la pone al di sopra del denaro – ma al tempo stesso si aspetta di averne anche una adeguata gratificazione economica.
      É chiaro che, a meno di adottare un modello da socialismo reale, con una schiera di artisti di stato (ovviamente selezionati per fedeltà politica), non rimane che la via della qualità. E gli artisti ed i produttori di contenuti artistici e culturali devono imparare a muoversi in un contesto determinato dalle usuali leggi di mercato, in cui questa non è l’unico valore che determina il successo.
      Un pò come in politica stare dalla parte giusta (c’è forse chi pensa di non esserlo?) è irrilevante ai fini della premazia
      Il rapporto tra arte ed impresa, dovendo essere reciprocamente profittevole, è di base un rapporto d’interesse. Il che non esclude però a priori la reciprocità del rispetto. Questo aumenta parallelamente alla conoscenza.
      Non credo ci sia l’Eden dietro l’angolo, e conflitti di vario genere ci saranno sempre. Ma se impariamo a collaborare, ne trarremo vantaggi da ambo le parti.

      enricotomaselli

      17 marzo 2012 at 14:02

  2. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

    icittadiniprimaditutto

    17 marzo 2012 at 13:33


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