enricotomaselli

Talkin' about revolution (all texts are copyleft)

Oltre la paralisi

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L’ho detto più volte – e ne resto convinto – che una crisi è sempre e comunque un’opportunità. Devo però riconoscere che, a volte, sembra davvero difficile trovare una via d’uscita in positivo.
É quanto sta accadendo oggi a Napoli. La crisi – meglio sarebbe dire le crisi – fa emergere, oltre al fango del fondo, anche energie positive, che però sembrano incapaci di superare la fase della protesta, di delineare un percorso capace di invertire l’andamento delle cose. Di cogliere – appunto – l’opportunità della crisi per avviare un processo di rinascita.
Tale mi sembra, in particolare, la situazione del comparto culturale napoletano.
Che sia in crisi, ed in crisi profonda, è sotto gli occhi di tutti. Eppure, a vederlo sono ancora in pochi, e quei pochi non riescono a trovare il bandolo della matassa.
Questo, in fondo, è anch’esso un portato del (fallimentare) modello bassoliniano, che pur intuendo le possibilità di un investimento sull’idea di Napoli come città culturale, si è poi rivelato incapace di creare un sistema sano, e di radicarlo nel territorio. A parte una breve ed effimera stagione, in cui la cultura – ed in particolare le arti contemporanee – sono state di moda, non si è mai realizzato un sistema capace di coinvolgere attivamente la città ed il territorio. Il fatto che oggi la questione sia oggetto dell’interesse pressocché esclusivo degli addetti ai lavori, è uno dei prevedibili esiti di quel modello.

Venerdì, ero al MADRe per il vernissage della mostra di Gerardo Di Fiore. Avevo tra l’altro appuntamento lì con una persona, ma dopo una decina di minuti non ce l’ho fatta, sono uscito e mi sono risolto ad attendere dinanzi al portone d’ingresso. E quando è arrivata, a malincuore mi sono fatto ritrascinare dentro. E la ragione di questo malessere è che, in tutte le sale del museo, c’erano si e no un centinaio scarso di persone – in buona parte della generazione del Maestro. Ed è stato così anche per tutte le ultime mostre inaugurate al MADRe.
Ma se anche l’ormai imminente morte del museo non genera alcun moto partecipativo, cosa può mai venir fuori, domani?
Pochi giorni fa, c’è stata un assemblea (sempre di addetti ai lavori) nella galleria di Alfonso Artiaco, che voleva individuare delle strategie difensive, per garantire la sopravvivenza del museo. Ma pochissimi tra i presenti li ho rivisti ieri al MADRe. E lo dico senza spirito polemico nei confronti di alcuno.
Ricordo qualche tempo fa, ultimi anni del regno di Antonio Bassolino,  l’inaugurazione di una mostra – un’artista americana, me ne sfugge il nome…  Intorno al museo, nei vicoletti adiacenti, si teneva in contemporanea un’esposizione open air di graffiti di Ciop & Kaf. Fuori c’erano centinaia e centinaia di persone, tant’è che ad un certo punto Bassolino e Cicelyn vennero fuori ad invitare i due artisti – ricevendone un rifiuto. Ma anche le sale del museo erano piene.
Che ne è stato, di quella stagione? Come – e dove – si è disperso quel capitale di attenzione ed interesse?
É un errore credere che, per qualche misteriosa ragione, ci sia stato un incontrollabile calo del desiderio (di cultura). Per dirne una, all’inaugurazione della mostra Oltre la paralisi, organizzata al PAN dal collettivo Urto!, e tutta costruita intorno a nomi nuovi, c’era la fila per entrare. Sussiste ancora, quindi, uno zoccolo duro su cui ricostruire.

Il MADRe di tutte le battaglie?

Il MADRe di tutte le battaglie?

Come dicevo – e ne ho scritto spesso – in città il mondo delle arti e della cultura è in continuo fermento, e se ne vedono continuamente i segnali. Il collettivo Urto! che invade il PAN, la Rete Forum che apre il dibattito pubblico sul Forum Universale delle Culture, i lavoratori della scena che si riuniscono in assise sempre al PAN, l’occupazione-insediamento del collettivo la Balena all’asilo Filangieri…
Last but not least, l’assemblea da Artiaco in difesa del MADRe.
Quello che continua a mancare, a mio avviso, è il coinvolgimento della città, e la sintesi progettuale.
Tutti noi, artisti ed operatori culturali, non riusciamo a superare le differenti prospettive da cui ciascun soggetto inquadra il problema (né, diciamolo, le diffidenze e le gelosie reciproche…), e non riusciamo a portare la centralità della questione culturale alla città nella sua interezza.
Naturalmente, non sono quisquilie, e non è facile superarle. Ma se non lo facciamo, non c’è speranza.
La stagione del bassolinismo è stata, per molti versi, un epopea cortigiana. Grandi risorse, grandi palazzi, nomi illustri, ma tutto all’insegna di uno sfarzo eliocentrico, in cui luce e calore diminuivano man mano che ti collocavi più lontano da corte. Questa stagione è finita, lasciando alle sue spalle solo rovine. A volte anche belle, e cariche di memoria. Ma il suo lascito maggiore è il rimpianto non per ciò che è stato, ma per ciò che avrebbe potuto essere.
La nuova stagione, nata anche come reazione a questo fallimento, si è però aperta all’insegna dell’incertezza, se non dell’indecisione.
Le grandi risorse non ci sono più. I nomi illustri sono altrove. Restano solo i grandi palazzi, vuoti e con un gravame di costi manutentivi che li rende indigesti ai nuovi poteri. Vorrebbero in fondo solo liberarsene, ma non sanno bene come fare. Perchè poi è questo il dato più rilevante, che accomuna il centro-destra che governa la Regione Campania e la neo-sinistra che governa il Comune di Napoli. Di là dalle chiacchiere, non hanno alcuna idea forte su come fare della cultura un fattore di sviluppo, anche economico.
E se la Regione sta attuando una politica caratterizzata dal peggior personalismo, con una invadenza dei politici (vedi assessore Miraglia), ed un’oscena privatizzazione delle istituzioni pubbliche (vedi De Fusco – benissimo ha fatto il Sindaco a chiedergli un passo indietro), il Comune per canto suo sembra semplicemente assente, paralizzato da questa foia centripeta, che tende a delegare tutto alla persona del Sindaco. E per quanto Luigi De Magistris possa essere animato dalle migliori intenzioni, manca naturalmente del tempo per occuparsi davvero di tutto – e nello specifico, manca anche delle competenze per farlo.

A fronte di questo vuoto della politica, il rischio peggiore è rimanere affetti dalla medesima cecità.
La questione fondamentale, di cui dobbiamo tutti renderci conto, e prenderne definitivamente atto, è che le risorse pubbliche sono drasticamente ridimensionate, e lo saranno sul medio-lungo periodo.
Quindi è assolutamente inutile fare battaglie di retroguardia, per difendere astrattamente l’indifendibile, per rivendicare il ritorno ad un epoca di spesa pubblica consistente, o per ritagliarsi un orticello che goda di qualche rivolo di tale spesa. Bisogna indicare soluzioni.
La battaglia, quindi, è l’innovazione profonda, culturale, dell’intero comparto.
É per spostare la spesa pubblica, dal sostegno diretto alle produzioni artistiche e culturali, all’investimento in funzione delle infrastrutture necessarie alla crescita del settore (cosa che, tra l’altro, rappresenta l’unico modo per ridimensionare l’invasività della politica).
É per la costruzione dal basso di un sistema delle arti e della cultura, capace di generare ricchezza per chi vi opera e per la città.
É per il superamento della straordinarietà – la politica dei grandi eventi – in favore della programmazione di lungo periodo.
É per la costruzione di una sintesi possibile tra la libertà creativa e la capacità d’impresa.
É, innanzitutto, per il superamento della paralisi che attanaglia l’intero mondo delle arti e della cultura. Consapevole della propria rilevanza, anche come fattore economico, in grande fermento, ma alla fin fine simile ad una mosca in barattolo: tanta agitazione, che però non riesce a produrre nulla di decisivo.

Per avviare questo processo, io credo ci voglia una merce di cui tutti lamentiamo la mancanza, ma che al tempo stesso siamo restii a spendere in prima persona.
Ci vuole un atto di coraggio, ed un assunzione di responsabilità.
Che vogliamo fare?

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7 Risposte

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  1. Cambiare la visione dell’intero comparto della produzione culturale. Una visione coraggiosa sulla politica culturale, che conduca alla “sintesi possibile” tra libertà creativa e capacità d’impresa che ora manca.

    Parlo, dunque, di ciò di cui ho esperienza diretta:

    Oltre la Paralisi. Il congegno linguistico e poetico che dà solo è riuscito a catalizzare l’attenzione di circa 50/60 persone e ad animare il loro impegno sistematico, continuativo e metodicamente organizzato – tale che si potrebbe in altri termini definirlo lavoro – per circa 2 mesi, dà il senso e l’essenza della “politica culturale” in quanto tale. Politica, innanzitutto, non soltanto per il tema civile annunciato sin dal titolo dell’evento ma anche perchè, a mio parere, è politico il terreno in cui la parola diventa materia di interpretazione e di azione comune, l’innesco verbale che spinge contemporaneamente l’artista a creare la sua opera; il curatore a fare la sua scelta e a costruire il suo percorso critico, l’amministratore pubblico a valutare un progetto, l’operaio e il tecnico ad impiegare forza e ingegno per una finalità superiore che non sia futile o inutile o particolare; il privato e l’istituzione a collaborare; il pubblico infine a guardare e seguire il filo di un discorso non elitario, ma che ci riguarda tutti come condizione della vita presente. Cuturale perchè il suo esito, il suo obiettivo è un’operazione specificamente museografica, ma l’obiettivo una volta raggiunto non esaurisce la sua premessa, che a sua volta svela implicazioni di carattere teorico e museologico, nell’essere un ripensamento della pratica curatoriale e più in generale del processo dell’arte nello spazio pubblico. Ecco dunque l’arte che si autoproduce. L’instaurazione di un’opera nello spazio, si sà, è un gesto di potere ed è inevitabilmente un gesto politico, come tutto ciò che accade nel museo e che lo riguarda, in quanto luogo della conservazione della memoria e della produzione della forma socialmente condivisa. Ma è anche un gesto critico e quindi di contestazione del potere. Infatti, è attraverso questo gesto che l’opera diventa ciò che è, ossia “quando diviene l’intimità aperta di qualcuno che la scrive e di qualcun’altro che la legge: lo spazio dispiegato della contestazione reciproca del potere di dire e del potere d’intendere, del potere di mostrare e del potere di guardare” (Federico Ferrari). L’anatomia è di una mostra è quindi l’anatomia di un processo politico con le sue tensioni e i suoi contrasti, ma si tratta di una forma politica “positiva” poichè il suo risultato non induce l’individuo all’ingnoranza bensì al suo contrario alla visione e alla conoscenza, per di più una conoscenza profondamente democratica, perchè si fa con il corpo. Questa esperienza di conoscenza è un invito ad astrarsi momentaneamente dalle necessità della vita materiale per attingere all’esperienza dell’immateriale, addentrandosi nel territorio del desiderio e del progetto (nel quale si sovverte sperimentalmente ciò che nel quotidiano viene dato per scontato e acquisito).

    Ora, con Oltre la Paralisi questo gesto di instaurazione di opere nello spazio, che ha portato alla costruzione di uno spazio critico, ossia di uno spazio dove anche il cittadino oltre che l’artista può esercitare la critica, è avvenuto con il consenso delle istituzioni, ma con dinamiche che non passano o che divergono dai canali istituzionali. In Oltre la Paralisi e nelle condizioni che ne hanno costituito la premessa, ci sono forse gli ingredienti della sintesi di cui parli.

    Parliamone.
    ‘L

    Lorenzo Mantile

    31 marzo 2012 at 16:21

    • Caro Lorenzo, non è per caso che ho rubato il titolo della mostra da voi curata, per il mio post odierno. E non solo perchè mi faceva gioco.
      Ritengo che il collettivo Urto! sia uno dei fenomeni più interessanti, tra quelli che si sono manifestati a Napoli negli ultimi tempi. Non a caso, va avanti da anni. E non a caso ho scritto “va avanti”, e non semplicemente esiste.
      Purtuttavia – e forse anche giustamente – il suo orizzonte non è quello di cui parlo io.
      Se Oltre la paralisi (la mostra), con tutte le complessità e le narrazioni che si porta dentro, è il contenuto, il contesto in cui si svolge è il contenitore. E tra i due c’è un rapporto dialettico. E se anche la mostra si è realizzata “con dinamiche che non passano o che divergono dai canali istituzionali”, essa è stata comunque possibile “con il consenso delle istituzioni”.
      Qui, quindi, c’è un primo elemento di distonia con il mio ragionamento. Nel contesto di cui prima, la mostra si è fatta perchè l’assessore alla cultura (cioè l’autorità politica) ha dato il suo assenso. Nel mio modello, la decisione che compete alla politica è: facciamo o meno, un Palazzo delle Arti a Napoli? qual’è il costo sostenibile per averlo? Dopo di che, la palla deve passare ad altri. Si deve scegliere – in modo trasparente, e per competenza – una direzione artistica autonoma, a cui sola spetta dire si o no a che si faccia la tal mostra o la tal altra.
      Un secondo, più profondo elemento di distonia, invece, attiene all’aspetto economico. Il modello volontaristico-fai da te, attraverso il quale si è realizzata Oltre la paralisi, è un modello di supplenza alle carenze del pubblico, e comunque di corto respiro. Sai meglio di me che sarebbe insostenibile, sulla distanza.
      La forza di Urto! – e la ragione della sua longevità – sta nel porsi obiettivi alla propria portata; una sorta di lungimiranza collettiva, forse persino inconsapevole, ha fatto si che puntasse via via a risultati per i quali era attrezzato a mettere in campo strumenti adeguati.
      La debolezza, sta nel suo farsi spazio all’interno del contesto dato.
      L’azione del collettivo è cosa giusta e buona. Ma difficilmente può contenere i germi di un rovesciamento radicale del contesto.

      enricotomaselli

      1 aprile 2012 at 00:15

  2. Caro Enrico,
    Sperando di conoscerti un giorno per scambiare qualche opinione dal vivo, io credo a una cosa – una sola – da tanti anni: purtroppo Napoli non ha nomi spendibili a livello internazionale. E, soprattutto in momenti di forte crisi come questo, pochi a Napoli hanno la credibilità di tentare agganci con nomi forti della scena internazionale. Siano essi pittori, musicisti, registi o scrittori. Tu mi insegni che la credibilità, in molti casi, può sopperire alla mancanza di risorse economiche. Per intenderci, avevo fatto la proposta a Luciano Ferrara, di invitare – chi è in grado di farlo (pochi, visto il panorama desolante) – personalità della cultura internazionale, chiedendo loro di “venire a darci una mano”, amichevolmente, insomma di fare un atto d’amore per la nostra città. E molti – alcuni li conosco personalmente – lo farebbero con molto piacere. Io stesso, dicevo a Luciano, potrei invitare persone che hanno già dimostrato per Napoli un certo riguardo, e parlo di Ernest Pignon, Régis Debray e altri. Ma penso che questo genere di iniziative possano prenderle solo poche persone a Napoli, proprio perché di nomi spendibili – a partire dalla classe politica – non ce ne sono. Napoli, sono sempre più convinto, può salvarsi solo operando dall’esterno. E solo con forze lontane da beghe di cortile che tanto affascinano “gli intellettuali napoletani”.
    Cordiali saluti,
    Ciro Costabile

    ciro

    31 marzo 2012 at 19:14

    • Caro Ciro, sicuramente è più facile espugnare una città prendendola dall’esterno, piuttosto che liberarla dall’interno. Ma – perdonami il parallelo – è anche altrettanto effimero, se non illusorio, che farsi portare la democrazia sulle baionette di un esercito straniero, piuttosto che conquistarla da soli.
      Napoli “è na carta sporc – e nisciun se ne ‘mporta”, cantava Pino Daniele. A ben vedere, Napoli è così. Ma non è soltanto così.
      Come in tutte le rivoluzioni del secolo scorso – quando ancora si facevano… – le città cadono attraverso la combinazione tra l’offensiva esterna e l’insurrezione interna.
      Non è pensabile di rivoluzionare la città, solo attraverso un’azione esterna. Occorre che ci sia anche una spinta che parte dall’interno.
      Intanto, organizziamo quella; poi penseremo a chiamare i rinforzi

      enricotomaselli

      31 marzo 2012 at 23:39

      • Va bene, Enrico, allora che si individuino una ventina di persone che abbiano un profilo presentabile, si costituisca un comitato e si tracci una linea per dare un contributo – dall’interno (tenendo aperta la porta all’offensiva esterna…) – a rendere Napoli una città veramente europea. Ma, ribadisco, non credo che la selezione sia facile da fare, tenuto conto che un lavoro del genere richiede il sostegno di gente non compromessa, competente e rispettata sul piano internazionale, insomma roba non facile da trovare nelle nostre contrade. Mi pare evidente, quindi, che un’iniziativa del genere richieda innanzitutto l’esclusione degli enti preposti a dirigere la cultura (e la politica in generale!) a Napoli! Tu me lo insegni, il prestigio di Napoli non può essere affidato a una persona (nè fatto filtrare attraverso di lei) che vanta nel suo curriculum la programmazione di quattro film a Ponticelli… Qua ci vuole gente che ama Napoli, ma che allo stesso tempo conosca bene – soprattutto per avervi contribuito – realtà importanti come Berlino, Parigi, Praga… Un giorno o l’altro noi lo dobbiamo ammettere che il male che divora Napoli è il suo provincialismo! Insomma, se vogliamo capire che cosa vuol dire essere sindaco di una città noi dobbiamo invitare gente come Ken Livingstone o Bertrand Delanoë e farcelo insegnare… Mica possiamo veramente perdere tempo a parlare di questo sindaco (che io ho votato e fatto votare) che assume il fratello o i cugini! Ma ci rendiamo conto che l’ultima mostra degna di nota organizzata a Napoli è stata quella sul 600 napoletano, ormai più di vent’anni fa! Ma è possibile che questa città non possa accogliere una mostra di Mondrian o di Picasso o di Velazquez? E’ possibile che ci dobbiamo sorbire solo i mobili di Kounellis appesi sotto i portici di Piazza Plebiscito a dei costi esagerati?
        Per qualsiasi iniziativa seria e concreta io sono sempre a disposizione. Da cittadino.
        Ciao,
        Ciro

        ciro

        1 aprile 2012 at 08:23

      • Proprio perchè la città – il suo tessuto sociale – è quel che è (ma certe caratteristiche si ritrovano anche altrove…), non è pensabile una procedura calata dall’alto; occorre piuttosto un processo dal basso.
        Quando parlavo di un atto di coraggio ed un assunzione di responsabilità, intendevo proprio questo. Il coraggio di mettersi in gioco, ma anche il farsi carico delle responsabilità che questo comporta.
        Non credo che il problema sia nel selezionare un comitato (chi decide la selezione?), così come non credo che sia necessario un profilo internazionale.
        Per dirla tutta, non credo nemmeno che il problema di un assessore alla cultura sia il suo curriculum. O che l’arte contemporanea non sia degna di nota.
        Si può discutere, com’è normale, delle scelte curatoriali fatta a Napoli negli ultimi decenni. Ma il problema è fondamentalmente nei costi che queste operazioni hanno avuto, e nel modello verticistico-clientelare che le ha gestite.
        Così come in nessuna parte del mondo si chiede ad un assessore alla cultura di vantare chissà quali precedenti. Perchè il ruolo della politica, soprattutto quando si parla di arte e cultura, è un altro. Un assessore non è né un super-curatore, né un manager culturale. Il suo compito è (dovrebbe essere…) predisporre gli strumenti affinché tutti gli operatori della cultura possano svolgere al meglio il proprio lavoro. E reperire le risorse per farlo. In questo, ritengo, risiede l’insufficienza della politica culturale pubblica in città.
        Tornando infine al che fare – e soprattutto al come farlo… – penso che l’elemento fondamentale sia mettere insieme un gruppo di persone con le idee chiare, e con la volontà di perseguirle con intelligenza.
        Ma questo è già un punto di arrivo, e richiede appunto un processo che attraversi la città. A questo, io credo, siamo chiamati ciascuno di noi.

        enricotomaselli

        1 aprile 2012 at 08:58

  3. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

    icittadiniprimaditutto

    1 aprile 2012 at 22:56


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