enricotomaselli

Talkin' about revolution (all texts are copyleft)

Come mosche in un barattolo

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A Napoli, il mondo dell’Arte e della Cultura dibatte e si sbatte, ma tutto sembra restare immutabile.
Da più di un anno, non si contano le iniziative che denunciano il malessere che attraversa un pezzo significativo della società cittadina, ma nulla di sostanziale è cambiato. Lo stesso cambio a Palazzo San Giacomo, che pure è avvenuto anche sull’onda di quel malessere, non ha prodotto che palliativi. Movimenti e sommovimenti – a volte di forte visibilità, a volte carsici – hanno attraversato il territorio, spesso senza incontrarsi, talvolta scomparendo nel nulla per poi riemergere sotto altre forme, talaltra smarrendosi nella pratica quotidiana. Le iniziative sono state e sono tante, e non serve citarle una per una. Ma, a fronte di questa mobilitazione, estesa e diffusa, seppure frammentata, cos’è mutato? Purtroppo, nulla di strutturale.
Probabilmente, l’effetto più significativo è stato sinora il contagio, la spinta a fare, a partecipare. Che però, se non approda a risultati concreti entro un lasso di tempo ragionevolmente plausibile, rischia di rovesciarsi nel suo opposto – lo scoraggiamento, la rinuncia, l’arroccamento individualista.
Cercando, per necessità, di semplificare il quadro, mi sembra di poter dire che i vari movimenti che sono (stati) sulla scena, possano ricondursi a delle categorie tipologiche note. Ci sono movimenti di natura più precipuamente sindacale, attenti cioè ai meccanismi rivendicativi, anche con apprezzabili approfondimenti tecnici. E ci sono movimenti di natura più politica, impegnati su una prospettiva  più generale. Così come ci sono anime più radicali, ed altre più flessibili.
Ciò che però le ha sinora accomunate, a mio avviso, è la traiettoria.
Indipendentemente dal punto di partenza, e persino da quello (auspicato) d’arrivo…, tutti i movimenti nati all’interno del comparto artistico e culturale hanno finito con l’approdare alla medesima spiaggia: l’amministrazione comunale arancione.
In un certo senso, questo è anche naturale, visto che – come dicevo prima – l’amministrazione è nata anche sulla spinta di questa parte di società napoletana, che quindi su di essa ha investito ed ha delle aspettative. Ho però l’impressione che si sia creato un circolo vizioso; è come se le traiettorie dei vari movimenti, quando incontrano l’istituzione comunale, finiscano per rimanerne irretite, avviluppate in un orbita nella quale restano prigioniere, o dalla quale vengono consumati come meteoriti.

A Napoli si è celebrato il funerale della cultura

A Napoli si è celebrato il funerale della cultura

Naturalmente, non mi sto chiamando fuori. Io per primo sono stato un convinto sostenitore di questo cambiamento. Non foss’altro perchè era – ed è – l’unica alternativa ad una destra maldestra, inquinata ed inquinante, e ad una sinistra che più sinistra non si può, smarrita nei valori ed abbarbicata al potere. Non mi sfugge, però, come si stia creando un meccanismo perverso, in questa interazione movimenti/istituzione. Da parte dei primi, c’è infatti un combinato di aspettative e di rivendicazioni, da parte della seconda c’è la volontà di ascolto ma anche la difficoltà di sentire – ovvero, di interpretare il senso di ciò che si ascolta, e di dare poi delle risposte coerenti, fattuali e sensate.
Il risultato è una sorta di innammoramento senza futuro, perchè basato sulla reciproca incapacità di riconoscere l’altro per ciò che realmente è.
L’approccio, invece, dovrebbe essere diverso. Più laico.
A partire dall’uscita da questa logica eliocentrica, che mette sempre al centro l’amministrazione comunale; della quale si è avversari o sostenitori, con una certa dose di (speculare) fanatismo.
Come che sia, la Giunta De Magistris è saldamente insediata al Comune, e non corre certo il rischio di cadere; se mai accadrà, prima della naturale scadenza del mandato elettorale, sarà per sua interna responsabilità. Non occorre, quindi, che venga difesa a spada tratta ad ogni pié sospinto, in modo talmente fideistico ed acritico da far più danno che bene all’amministrazione stessa – la quale ha semmai bisogno come il pane di feedback sinceri e costruttivi. Nè tantomeno servono a qualcosa le posizioni pregiudizialmente negative, incapaci di distinguere ciò che è buono da ciò che non lo è – e che finiscono per alimentare una spirale di inutile, reciproco allontanamento.
Guardiamo ai fatti.

I fatti ci dicono che non è emersa alcuna Politica Culturale degna di questo nome. Che non ci sono – né si vedono – investimenti strutturali, né tantomeno idee forti. Che sembra esserci più attenzione – ed interesse – alla liason con il Governatore Caldoro, che non al modo in cui le risorse regionali vengono spese per il comparto Arte e Cultura. Che la politica dei Grandi Eventi continua ad essere l’asse strategico lungo cui si muovono le amministrazioni pubbliche. Che spesso l’improvvisazione e l’estemporaneità sembrano caratterizzarne le scelte. Che, paradossalmente, l’invasività della politica è persino aumentata rispetto all’era Bassolino, in certe occasioni divenendo persino più sguaiata.

Quello che resta in piedi, comunque, mutato forse nelle forme, ma immutato nella sostanza, è un meccanismo di relazione basato sulla spesa pubblica diretta. Negli assessorati, e nella stanza del Sindaco, si pensa a come realizzare programmazione artistica e culturale. E da parte degli operatori si pensa a come accedere a risorse per la produzione e la programmazione – siano esse fondi o spazi. Ma questo è un meccanismo diabolico, che continua a consumare risorse (peraltro sempre più scarse) senza produrre nulla di duraturo, e che perpetua la dipendenza dalle pubbliche amministrazioni – quindi dalla politica.
É necessario invece modificare questo meccanismo, crearne uno in cui il valore decisivo sia la qualità delle produzioni, non delle relazioni. Occorre che la spesa pubblica sia prevalentemente indirizzata alla creazione di un sistema strutturato delle arti e per le arti. Che le amministrazioni locali (Comune, Provincia, Regione) discutano preventivamente con gli operatori del settore sul come, sul dove e sul quando orientare la spesa pubblica nel comparto.
Ma per ottenere ciò, è anche necessario che ci sia una forte rivendicazione dal basso in tal senso. É dunque tempo di aprire un dibattito pubblico, innanzitutto tra chi di arte e con le arti vive e lavora, altrimenti non se ne esce.
Forse ci saranno mosconi più grossi e più resistenti, e magari qualcuno che pensa di resistere più a lungo in apnea. Ma in realtà, se non svitiamo quel tappo, moriremo tutti di asfissia.
E c’è un solo modo per farlo. Tutti insieme.

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8 Risposte

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  1. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

    icittadiniprimaditutto

    28 aprile 2012 at 14:31

  2. Temo che sia un discorso intelligente, e quindi difficile da far capire. I cosidetti operatori dello spettacolo preferiscono il vecchio sistema della “maniglia”, e quindi nulla si sviluppa. Inoltre, aderiscono alle idee politiche con un atteggiamento fideistico, non critico.

    Rosario Peluso

    29 aprile 2012 at 10:02

    • Caro Rosario,
      io ritengo che sia più che altro un discorso di buon senso, e quindi non poi così difficile da comprendere. Certo, abitudini inveterate sono lente da smontare, e quindi può essere più difficile farlo accettare. Credo però che, sotto la spinta della crisi economica da un lato, e di quella morale dall’altro, ci sia lo spazio perchè possa farsi strada nelle coscienze la necessità di alcuni cambiamenti strutturali.
      Come e perchè i cittadini aderiscano ad un’idea politica piuttosto che ad un altra, è in fin dei conti una faccenda personale. Diventa invece rilevante socialmente come quest’adesione si manifesta nello spazio pubblico. Purtroppo, questo tipo di atteggiamento, che privilegia la partigianeria all’argomentazione, è spesso sollecitato dalle stesse leadership politiche, anche quando si incarnano in una pubblica amministrazione.
      Del resto, la tifoseria è il genere di rapporto prediletto dalla classe dirigente.
      Proprio per questo, è necessario – insistentemente, senza cedimenti – provare a costruire dal basso nuove pratiche, nuove politiche.
      Se l’Arte e la Cultura sono un bene comune primario come l’acqua, non c’è difesa possibile senza che sia condivisa; da tutti e da ciascuno.

      enricotomaselli

      29 aprile 2012 at 12:27

  3. Finalmente un articolo serio sull’operato della giunta De Magistris a Napoli ed il suo operato nei confronti dell’arte come bene pubblico e comune.

    Mimmo Di Caterino

    29 aprile 2012 at 22:38

  4. Rispetto alla svolta “arancione” non si può che concordare con te. Era l’unica alternativa tra due sponde imperseguibili (ancora oggi sarebbe lo stesso). Riguardo alla fase di sviluppo e “rivoluzione” culturale, concordo poi con il commento di Rosario Peluso. In questa città non c’è volontà di uscire da un sistema che fino ad oggi ha inchiodato ogni possibile fase evolutiva. Possiamo citare (purtroppo e grandissimo rammarico) il problema MADRE, il PAN, il Napoli Teatro Festival, il Forum delle Culture (neppure nato e già morto in tutte le sue aspettative). Purtroppo quello che vedo da cittadino (e da attivo partecipante agli eventi culturali), è che a Napoli tutto rotola su un pendio, senza trovare più alcun ostacolo. L’opportunità del Madre ci avrebbe riscattato in qualche modo, eppure è sotto gli occhi di tutto quello che è accaduto. Le sue sale sono vuote. Fino a qualche anno fa, tra Palazzo Reale, Castelnuovo e Castel dell’Ovo c’era un avvicendarsi di eventi, mostre (anche di non altissimo livello, ma qualcosa era in movimento) che oggi non si vedono più. Da lettore e appassionato di arte, su tutti i mezzi che leggo, non trovo ormai mai più Napoli, indicata come sede di una mostra, di un evento. E poi in questi giorni ha inizio il Maggio dei Monumenti… vi risulta che ci sia un programma? qualcosa di eccezionale oltre che tenere aperte delle chiese (cosa che dovrebbe essere mai un’eccezione, ma anche in questo noi siamo campioni!)? Ecco il Maggio è proprio la testimonianza pratica della nostra indole, cercare di tirare a campare senza mai produrre poi qualcosa di vera novità, di vero effetto.
    Sul tutti per uno, uno per tutti, sono convinto anche io… ma a quanto pare, se già in tempi non sospetti, i napoletani, non erano molto affezionati alla cultura… oggi con i tempi che corrono sono riusciti a dimenticarla del tutto. Occorrerebbe una rieducazione sul concetto di “bene comune” e soprattutto occorrerebbero dei primi veri segnali di cambiamento.

    lois

    2 maggio 2012 at 18:34

    • Sicuramente – vedi ad esempio il Maggio dei Monumenti – l’amministrazione comunale sta scontando la scarsità di risorse, facendo quindi ampio ricorso al volontariato. Che è cosa nobile, ma ha il difetto che devi prenderlo così com’è…
      Per altro, è anche vero che, quando si vuole, le risorse si trovano, come nel caso della Coppa America; se pure la partecipazione del Comune, sotto il profilo economico, è stata limitata (solo un 1.5 milioni di euro…), è il segnale che volendo è possibile anche adesso investire, e non soltanto spiccioli.
      La questione centrale, quindi, non è tanto la scarsità di cassa, quanto quella delle idee… Con quelle, infatti, sarebbe ben possibile sopperire alla mancanza dell’altra – almeno sul breve periodo, e comunque con migliori risultati. Il guaio è che – quanto meno sul piano delle politiche culturali – la Giunta appare decisamente in affanno, incapace di sviluppare una progettualità ed una prospettiva reale, anche solo per ciò che riguarda le sue dirette competenze. Penso al Palazzo delle Arti Napoli, prima di tutto.
      Certamente, un lavoro di rinnovamento culturale – inteso proprio nell’accezione di comune sentire – è urgente. Ma non è detto che debba necessariamente partire dall’amministrazione comunale.
      Si può e si deve fare anche partendo dal basso. Mettendo da parte disaffezione, scoraggiamento, pregiudizio, e rimboccandosi le maniche.

      enricotomaselli

      2 maggio 2012 at 19:22

      • Me le voglio rimboccare le maniche, ma che cosa in concreto possiamo fare? Non voglio sembrare uno che si lamenta soltanto, di arte e cultura sarei il primo a viverne. Ma di fatto, che cosa possiamo oltre che indignarci, scrivere lettere ai giornali e trasferire le nostre idee sui blog? Io non credo abbiamo tanto potere per agire. Probabilmente è anche vero che tutti i nostri governanti sono presi dall’ordinario quotidiano e quindi dimenticano che c’è dell’altro… che guarda caso, arriva (come dici tu), nel momento in cui entrano in gioco nuovi meccanismi… che guarda un po’, checché se ne dica, escludono sempre la società tutta!

        lois

        2 maggio 2012 at 19:48

      • Quello che possiamo fare, come cittadini, è esercitare il nostro diritto alla partecipazione.
        Intanto, ed individualmente, anche scrivere – ai giornali o su un blog – non è affatto irrilevante. Posso assicurati, e con cognizione di causa, che a Palazzo San Giacomo si sta ben attenti a questo genere di cose, e non le si sottovaluta affatto…
        Certo, non basta. Per questo, occorre agire come gruppi di pressione, e tenendo sempre però a mente che l’azione deve essere esercitata in modo duplice: da un lato, rivendicando appunto il diritto di essere ascoltati, e dall’altro avanzando proposte costruttive, serie, sostenibili.
        Certo, non è facile. Come scrivevo all’inizio di questo post, da più di un anno ci sono iniziative e tentativi, ma (“come mosche in barattolo”…) tanto sbattimento non ha ancora prodotto risultati tangibili e significativi. Ci vuole tempo, e ci vuole costanza. Si impara dai propri errori, e si fa un passo avanti.
        Lo scorso anno, sono stato tra i promotori dell’assemblea tenutasi a Città del Sole, sul Forum delle Culture. Quel percorso si è poi interrotto, per varie ragioni. Ma si stanno per riannodare i fili. Quindi… stay tuned!

        enricotomaselli

        2 maggio 2012 at 20:12


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