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Cibo per gli occhi, ed altro ancora

with one comment

Ho passato questo fine settimana a Roma, per seguire il convegno su Culture a Sistema, organizzato da Cultura Bene Comune, e tenutosi a La Pelanda (ex Mattatoio) dal 3 al 5 maggio (ragion per cui, tra l’altro, l’appuntamento settimanale col blog è slittato di un paio di giorni). E vorrei ora condividere alcune delle riflessioni che da questi giorni di ascolto sono state stimolate. Premetto prima il programma della tre giorni, articolato su sei tavoli tematici e due assemblee plenarie, e che ha visto l’intervento di operatori culturali e realtà organizzate provenienti da varie parti d’Italia e dall’estero.
1. PERFORMANCE, SPAZI URBANI E LUOGHI NON CONVENZIONALI
2. IL RUOLO DELL’OPERATORE CULTURALE: COMPETENZE, FORME E RICONOSCIMENTO DELLA PROFESSIONE
3. IL CONTEMPORANEO: RICERCA, TERRITORI, PENSIERI, ESPERIENZE IN TRANSITO
4. MAPPE DEL POSSIBILE
5. TERRITORI E AZIONI CULTURALI
6. CULTURA: ASSE STRATEGICO PER LE ISTITUZIONI

Anche se, ovviamente, essendo provvisoriamente sprovvisto del dono dell’ubiquità, ho potuto seguire solo tre tavoli, la prima, rilevante considerazione che mi viene – peraltro confermata da altre esperienze dirette, nel corso degli ultimi mesi – è che nella mobilitazione di base che sta attraversando l’Italia, e di cui ho spesso dato conto qui, ci sia un fortissimo prevalere di soggetti provenienti dal mondo dello spettacolo dal vivo. Questo sbilanciamento, non è a mio avviso neutrale, ed ha – ritengo – delle precise ragion d’essere.
Partirei quindi brevemente da queste.
Lo spettacolo dal vivo – quindi, fondamentalmente, teatro e danza – negli ultimi vent’anni, ha vissuto in buona misura di fondi pubblici. La crisi, con i conseguenti tagli indiscriminati alla cultura, si è abbattuta su questo settore con un forte impatto occupazionale; mettendo in discussione anche la possibilità di mantenere lo sviluppo di nuove produzioni. Nell’ambito delle attività culturali, quindi, questo è il settore che ne ha maggiormente risentito – in modo più immediato, più diretto, più diffuso. Ci sono, dunque, delle spiegazioni non casuali, per questa prevalenza. Purtuttavia, questa porta con sé il rischio di assumere la parte per il tutto. Mentre le problematiche – e le caratteristiche anche legislative – che la riguardano, sono in realtà, e giustamente, particolari.
Se proviamo un attimo a riflettere sulle implicazioni che il rapporto con le Pubbliche Amministrazioni (di ogni livello) comporta, ci rendiamo infatti conto di come questo faccia riferimento fondamentalmente a tre elementi: finanziamenti, legislazioni, autorizzazioni. Abbiamo, cioè, tre tipologie di intervento, attraverso le quali le amministrazioni intervengono sul comparto artistico e culturale. L’erogazione di fondi, la produzione normativa e la concessione di permessi (e/o spazi pubblici). La singolarità è che lo spettacolo dal vivo è sostanzialmente l’unico settore ad avere un nesso diretto tra le prime due, laddove appunto i finanziamenti sono erogati in base a normative stabilite per legge (nazionale e regionali). Concentrarsi su questa – pur rilevante – specificità, rischia di far perdere di vista tutta la complessità del mondo culturale.
Tra l’altro, mi ha colpito l’assenza del movimento Occupiamoci di Contemporaneo, che pure ha rappresentato e rappresenta un pezzo importante della mobilitazione dal basso che attraversa il mondo dell’arte e della cultura.

Lo slogan degli artisti occupanti di Amburgo

Lo slogan degli artisti occupanti di Amburgo

Uno degli spunti emersi nel corso dei tre giorni, che mi è sembrato stimolante, è la tendenza – variamente declinata – ad un intervento centripeto sui territori. La fenomenologia delle residenze teatrali, per un verso, con la sua politica di diffusione sul territorio regionale, che si irradia dal centro verso la periferia, invertendo una prassi consolidata che vede invece le produzioni culturali addensarsi su alcuni poli urbani – classicamente i capoluoghi di provincia; o, per altro verso, l’esperienza multidisciplinare degli artisti di Amburgo, che dopo aver occupato un intero quartiere (abbandonato) nel centro della città, si sono posti immediatamente l’obiettivo di portare il proprio messaggio all’intera città, non limitandosi al classico lavoro sul territorio di prossimità.
Pur non volendo assolutamente leggerli come elementi che caratterizzano una linea d’intervento alternativa, mi sembra che configurino forme di intervento differenti – rispetto alla pratica di mobilitazione in atto in Italia. Mentre quest’ultima, infatti, si caratterizza per una diffusione a macchia di leopardo, realizzata attraverso la concentrazione su luoghi simbolo (il Teatro Valle, i Cantieri Culturali alla Zisa…), e quindi in qualche modo con un moto che converge su questi luoghi, queste pratiche altre appaiono caratterizzate da un moto irradiante, che utilizza i luoghi di partenza come poli di energia centrifuga.
Mi sembra un elemento interessante di riflessione, soprattutto per immaginare forme di intervento di più ampio respiro, che vadano oltre la contingenza della fase di mobilitazione e di lotta.

Naturalmente, sarà opportuno attendere che vengano prodotti gli atti del convegno, per valutare quanto la sintesi finale abbia saputo cogliere la varietà e la complessità di un comparto non del tutto rappresentato in quella sede. Tornerò magari a parlarne, quindi.
Rimane il fatto che, sia pure in modo ancora parziale, è stato fatto un primo passo d’incontro tra le varie realtà territoriali, e quindi verso lo sviluppo di una consapevolezza unitaria, che speriamo possa produrre – in un prossimo futuro – ulteriori passi in avanti, sino allo sviluppo di una piattaforma comune che ponga l’intero comparto della Cultura in condizioni di avanzare le sue legittime rivendicazioni – e di farlo con successo – ma non solo. Sarebbe infatti auspicabile che, da questo mondo, venissero anche indicazioni di interesse generale, capaci di indirizzare il Paese verso nuovi modelli di crescita.
Perchè compito della Cultura non può essere solo produrre genericamente cibo per gli occhi, la mente e l’anima. La Cultura è bene comune se e perchè è capace di offrire risposte generali alla comunità da cui nasce.

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Una Risposta

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  1. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

    icittadiniprimaditutto

    7 maggio 2012 at 14:25


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