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La Cultura e il telaio meccanico

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Quello che segue, è il testo dell’intervento che ho pronunciato nel corso del convegno La Cultura: il motore per lo sviluppo, tenutosi a Palazzo Partanna lo scorso 10 Maggio.
L’iniziativa, messa a punto dall’Unione Industriali di Napoli in collaborazione con la Fondazione Mezzogiorno Europa, è nata dalla convinzione che la crescita economica e sociale del territorio passa necessariamente attraverso la valorizzazione della cultura; e che il consolidamento e lo sviluppo di un’industria culturale a Napoli e in Campania, hanno bisogno della realizzazione di una rete che possa valorizzare l’intera filiera.
Al tavolo erano presenti gli Assessori alla Cultura della Regione Campania e del Comune di Napoli, Caterina Miraglia e Antonella Di Nocera, l’Assessore all’Università, Ricerca scientifica e Informatica della Regione Campania Guido Trombetti, il Direttore del Centro di Produzione Rai di Napoli, Francesco Pinto, lo scrittore Maurizio De Giovanni, il Presidente della Sezione Editoria Cultura e Spettacolo dell’Unione Industriali di Napoli, Edgar Colonnese, il Presidente del Comitato Strategico Cultura dell’Unione Industriali di Napoli, Diego Guida. Moderatore del dibattito è stato il Vicepresidente della Fondazione Mezzogiorno Europa, Alfredo Mazzei.
Il convegno – bene precisarlo subito – è stato funereo. Un vero e proprio consesso di cadaveri in attesa di mummificazione. Ne ho scritto brevemente qui.

“Occorre una vera rivoluzione copernicana nel rapporto tra sviluppo e cultura. Da giacimenti di un passato glorioso, ora considerati ingombranti beni improduttivi da mantenere, i beni culturali e l’intera sfera della conoscenza devono tornare a essere determinanti per il consolidamento di una sfera pubblica democratica, per la crescita reale e per la rinascita dell’occupazione.”
Con questa affermazione rivoluzionaria, si apre il documento “Niente cultura, niente sviluppo”, presentato da IlSole24Ore lo scorso febbraio. É tanto più sconcertante, quindi, vedere come questo appello – proveniente per una volta non da artisti stravaganti o da occupanti di spazi pubblici – sia stato bellamente ignorato, da chi avrebbe il dovere di occuparsi di tali questioni, e che solitamente presta ben altro orecchio alle voci provenienti da Confindustria.
Benché il nostro sia un Paese ricchissimo, non solo di beni culturali, ma anche di Cultura tout court, questo capitale viene costantemente ignorato, spesso considerato un fastidioso fardello economico, occasionalmente ritenuto uno strumento di veloce profitto.
Quando parliamo di Arte e di Cultura, dovremmo invece aver presente che un approccio attento deve partire dalla consapevolezza che vi sono, sempre, tre aspetti da considerare.
La conservazione del patrimonio, che ovviamente non può essere ridotta alla mera tutela dei beni artistici ed architettonici, ma deve comprendere anche – se non soprattutto – la tutela del senso di tale patrimonio, del suo valore in quanto elemento fondante dell’identità nazionale.
La produzione artistica e culturale, colta nel suo significato non di mero entertainment, ma di strumento attraverso cui il patrimonio si rinnova e si arricchisce nel tempo.
E la ricerca, nell’accezione più ampia del termine, e quindi ivi comprendendo dalla ricerca scientifica alla sperimentazione artistica, e che sola può assicurare il mantenimento della vitalità culturale, proiettandoci verso il futuro e non raggomitolandoci sul passato.

A Palazzo Partanna, celebrato il funerale alla Cultura

A Palazzo Partanna, celebrato il funerale alla Cultura

Esiste purtroppo una vulgata, sfortunatamente molto diffusa tra le classi dirigenti, in base alla quale la conservazione sia di competenza pubblica, la produzione spetti al mercato, e la ricerca… beh, quella si arrangi da sola.
Questo approccio, intrecciandosi con una tendenza alla magniloquenza spettacolare, quale è emersa soprattutto negli ultimi quindici-vent’anni, ha finito col produrre il disastroso impoverimento che abbiamo tutti sotto gli occhi.
E non si tratta, ovviamente, del semplice degrado del patrimonio storico. Ciò di cui parliamo è il portato di un modello di sviluppo basato sulla crescita del PIL e sull’individualismo più sfrenato, che ha prodotto ad esempio la devastazione del paesaggio – con conseguenze non solo culturali, peraltro… – ma che ha anche portato sull’orlo del collasso la maggiore industria culturale del Paese, la RAI.
La mancanza di una visione globale – che dovrebbe essere il compito primario della (buona) Politica – è forse la responsabilità maggiore che si porta sulle spalle la classe dirigente italiana, a conti fatti ben più rilevante delle singole ruberie o della costruzione di un sistema sovralimentato con risorse pubbliche.
E questo ci conduce ad un altro aspetto, non meno rilevante, del meccanismo descritto.

Una visione globale, infatti, non è semplicemente caratterizzata dall’estensione – la capacità cioè di cogliere e riassumere complessivamente gli aspetti del problema – ma anche dalla profondità – ovvero la capacità di sviluppare una progettualità di lungo periodo. Ci sono cambiamenti strutturali che non possono realizzarsi con un colpo di bacchetta magica, e quindi necessitano di tempi medio-lunghi, sfortunatamente diversi da quelli della politica. La quale, oltretutto, nel corso della cosiddetta seconda repubblica ha accentuato la precarietà delle coalizioni di governo, e di fatto paralizzato la crescita del Paese.
Del pari, e del resto in perfetta coerenza strutturale con il quadro appena descritto, anche gli interventi pubblici nel comparto artistico e culturale si sono via via sempre più caratterizzati per la spettacolarità ed eccezionalità; che poi si riassume nella logica dei Grandi Eventi.
Anche al di là della gestione troppo spesso illecita che è stata fatta di questo strumento, appare chiaro come la sua caratteristica principale sia, per un verso, l’alta visibilità mediatica, e per l’altro la sua capacità di produrre concentrazione di profitto.
Concentrazione sia nel tempo che nel novero dei beneficiari. Ma la politica dei Grandi Eventi equivale a pensare di collegare due punti erigendo alcune splendide cattedrali lungo la distanza che li separa, piuttosto che costruire una strada. Fa molta scena, ma fagocita grandi risorse, e non produce i risultati dovuti.

Riassumendo, quindi, per far si che – come auspicato da IlSole24Ore – l’Arte e la Cultura tornino ad essere elemento strutturale del senso di appartenenza civico e democratico, ed al tempo stesso fattore di sviluppo economico e sociale, è necessario un significativo cambio di passo.
Ho usato prima il termine comparto artistico e culturale, proprio per sottolineare la necessità di considerarlo (anche) come un comparto produttivo. E tutti noi sappiamo come, quando si voglia favorire lo sviluppo di un territorio o – appunto – di uno specifico comparto, sia fondamentale lo sviluppo delle infrastrutture. Uscendo dalla prospettiva generale, e venendo a concentrare l’attenzione sulla situazione napoletana e campana, di cui siamo qui chiamati a ragionare, proverò a declinare nel concreto come potrebbe – ed a mio avviso dovrebbe – articolarsi lo sviluppo di una politica culturale territoriale.

Al primo posto, va da sé, non può che essere la condivisione che, mettere in valore i beni culturali materiali ed immateriali del e nel territorio, deve essere un processo partecipato, non potendosi realizzare per decreto. Immediatamente dopo, deve venire la consapevolezza che bisogna agire sul piano infrastrutturale, affinché lo sviluppo possa essere effettivo e duraturo.
Terzo elemento, solo apparentemente meno rilevante, è il necessario ripensamento dei ruoli. Non è qui il caso di sottolineare che Arte e Cultura sono materia delicata, rispetto alla quale è decisamente opportuno che la politica rimanga assolutamente neutrale. Sarebbe quindi il caso che, tanto per cominciare nel migliore dei modi, non si esondasse dal proprio ambito, per esempio evitando la presenza di esponenti politici o pubblici amministratori direttamente all’interno di organismi preposti alla gestione di spazi od eventi artistici e culturali – anche se a capitale pubblico.
Pur nel massimo rispetto per il ruolo della Politica, e per quello cui sono chiamati gli Amministratori Pubblici, ed anzi proprio in considerazione della rilevanza di entrambe, crediamo non sfugga a nessuno come un idea, un modello di democrazia – basato, sic et simpliciter, sui partiti, sul voto e sulla delega – sia non solo in momentanea crisi, ma decisamente superato. Stiamo andando – ed in questo la società è sicuramente più avanti dei suoi rappresentanti – verso un modello più articolato, più partecipato, in cui cresce il protagonismo dei cittadini. Se, quindi, la mediazione tradizionalmente esercitata dai partiti è oggi insufficiente, altrettanto lo sono le scorciatoie decisionistiche.

Restando perciò al nostro tema, quel cambio di passo di cui si diceva prima comporta in se molte novità. Un cambio di direzione, un cambio di velocità, un cambio di modalità.
Vorremmo, per il futuro, non assistere più – anche con un certo sconcerto – a scelte che appaiono a volte approssimative ed estemporanee, e che con ogni evidenza nascono da quella esondazione di cui prima.
Vorremmo non trovarci di fronte a decisioni di cui, francamente, ci sfugge il senso – laddove, per fare un esempio – si ritiene di investire oltre 20 milioni di euro sulla Coppa America, la cui durata è di pochi giorni, a fronte dei 15 attribuiti al Forum Universale delle Culture, che di giorni ne durerà cento, e per di più su vari centri della regione. O gli 11 milioni stanziati per il solo Napoli Teatro Festival.
Ovviamente, qui non si discute la liceità formale delle scelte assunte. Ma non ci si può esimere dal dubbio di opportunità.
Del resto, non si tratta certamente di voler esautorare i Pubblici Amministratori dei loro legittimi poteri. Al contrario, ciò che si vuole, oltre a rivendicare il protagonismo partecipativo in qualità di cittadini e di operatori del settore, è esattamente restituire alla Politica il compito alto che gli è proprio, e cioè la funzione di sintesi e di messa in essere.

Ciò che ci aspetteremmo, dunque, e che si cominciasse a ragionare in modo pubblico – come qui, oggi – sulla direzione in cui muoversi, sui passi da intraprendere. Se, tutti noi, vogliamo che Arte e Cultura divengano volano di un nuovo modello di sviluppo possibile, per il nostro territorio, dobbiamo attrezzarci affinché non rimanga un utopia.
Tanto per cominciare, è necessario comprendere che occorre mettere a sistema il comparto. Lavorare sulla creazione delle infrastrutture necessarie. Coinvolgere attivamente tutti gli attori che, a vario titolo, afferiscono al comparto stesso. Perchè non si può pensare di favorire questo tipo di sviluppo senza, ad esempio, tenere insieme il mondo della produzione artistica e quello del turismo, la conservazione e la gestione dei beni culturali ed il trasporto pubblico, la scuola, l’università e le pubbliche amministrazioni.
Sarebbe bello se, a partire da qui ed oggi, si avviasse un percorso capace, in tempi brevi, di avviare il dibattito pubblico, ed al tempo stesso costruire un tavolo di concertazione, all’interno del quale si cominci quantomeno a praticare forme di coordinamento e pianificazione territoriale.
Penso ai Direttori dei Musei insieme ai responsabili delle aziende di trasporto, ai rappresentanti degli albergatori piuttosto che i Rettori delle Università, ai Direttori dei Festival, e naturalmente gli Amministratori Pubblici – di Napoli, della Provincia e della Regione.
Sarebbe significativo se questo percorso trovasse in prima fila proprio i Pubblici Amministratori. Anche perchè questo processo si muove comunque, e con gambe proprie, sarebbe perciò davvero poco politico non rendersene conto; opporvi una sorta di luddismo di palazzo, non solo verrebbe ancora una volta percepito come difesa del privilegio, ma non servirebbe a molto.
Sappiamo tutti com’è andata a finire.
Ha vinto il telaio meccanico.

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5 Risposte

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  1. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

    icittadiniprimaditutto

    13 maggio 2012 at 10:54

  2. Un bel discorso, condivisibile, ma temo, per gli ascoltatori che avrebbero dovuto tenerne conto in quanto rappresentant istituzionali, troppo vago, troppo difficile….

    Rosario Peluso

    13 maggio 2012 at 14:44

    • Caro Rosario, vago, difficile? Francamente, e proprio in considerazione dell’uditorio istituzionale, poco uso a discorsi complessi, mi sembrava di dire poche cose, concrete e di semplice buon senso…
      Comunque, no problem: i nostri rappresentanti nelle istituzioni sono andati via dopo aver fatto il proprio discorsetto. Non sia mai dovessero sentire qualche idea

      enricotomaselli

      13 maggio 2012 at 15:02

  3. Purtroppo, secondo me, il discorso è tutt’altro che vago. Anzi, credo che sia di una lucidità straordinaria. Ma, vista la qualità scadente del personale politico e amministrativo, temo che un discorso così chiaro sia condannato all’utopia.

    ciro

    14 maggio 2012 at 14:51

    • Utopia è ciò che non si può realizzare. Se ci aspettiamo che sia il “personale politico e amministrativo” a realizzarlo, di sua sponte, di sicuro tale rimarrà. Se invece ci attrezziamo perchè la voce dei cittadini sia sentita ed ascoltata, se attiviamo noi per primi i processi virtuosi di cui rivendichiamo l’attuazione, allora – forse – renderemo reale l’ossimoro di un utopia possibile.

      enricotomaselli

      14 maggio 2012 at 18:24


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