enricotomaselli

Talkin' about revolution (all texts are copyleft)

Lo Stato dell’Arte

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Così, ci siamo. L’autunno è arrivato, senza che ad agosto ci sia stata la tempesta perfetta della speculazione finanziaria internazionale. L’autunno sarà caldo comunque? Probabilmente si.
Gli operai in cima al silos dell’Alcoa, i minatori del carbosulcis che si tagliano in diretta tv giù alla miniera, le 150 vertenze aperte al Ministero del lavoro, Marchionne che annuncia la fine di Fabbrica Italia. E, ciliegina sulla torta, il professor Monti che confessa candidamente che si, le scelte del governo hanno favorito la recessione. Ovviamente giustificandosi con lo stato di necessità.
Questo mi sembra un crinale cruciale, della questione. Si può, più o meno, concordare sull’esito positivo delle politiche governative, nel tamponare gli effetti più impellenti e drammatici della crisi, ma ugualmente non ci si può non interrogare sul come questi risultati siano stati raggiunti, a quale prezzo, ed impostando quale direzione di marcia.
A me francamente sembra che la tecnicità di questo governo sia stata e sia quella contabile. E questo enorme deficit di Politica, determina la natura intrinseca del governo stesso. Che, a voler essere generosi, a fronte del già citato stato di necessità, non solo ha preso laddove era più facile e più veloce, alla faccia dell’equità sbandierata e innescando quel meccanismo recessivo che ora viene ammesso, come fosse un piccolo problema marginale; cosa ancor più preoccupante, non ha nemmeno adombrato politiche volte ad un riequilibrio dei sacrifici, ad una redistribuzione del reddito e dei costi della crisi. Anzi.

Ovviamente, non che ci si potesse aspettare soluzioni del tipo islandese (nessun pagamento del debito, responsabili politici processati) o argentino (socializzazione delle imprese, sviluppo della cooperazione di base), da parte di esponenti dell’establishment. Ma ora che diventa improrogabile mettere in campo politiche che favoriscano la ripresa economica, risulta ancor più evidente il limite insuperabile che caratterizza l’attuale governo. E che non è, semplicemente, la mancanza di una visione politica, e quindi non meramente economicista, contabile, ma soprattutto un approccio vecchio alle grandi questioni del paese, che si colloca ideologicamente nel solco delle politiche sin qui perseguite, al più cercando di introdurre elementi di semplificazione.
In questo senso, ad esempio, si può leggere il taglio degli incentivi alle energie rinnovabili, ed il progettato rilancio delle ricerche petrolifere lungo le nostre coste. O l’imbarazzato silenzio sulla dissoluzione di Fabbrica Italia. Che non si origina semplicemente dal fatto che tra governo e management FIAT ci sia una sintonia culturale, ma anche dal fatto che i tecnici non hanno alcuna idea da proporre, né soldi da mettere sul tavolo.
Sarebbe ingenuo attendersi, da questo governo, una seria e profonda riflessione sulla questione del trasporto, che rimetta in discussione l’ormai centenario modello fiat, che ha generato un’ipertrofia delle auto in circolazione – con le ovvie conseguenze dell’inquinamento urbano, e del crescente fabbisogno petrolifero. In un momento di crisi per il trasporto pubblico, e non solo per la produzione industriale automobilistica, andrebbe avviato un ripensamento complessivo del sistema paese, che affronti il problema in una logica unitaria. Mettendo in discussione gli interessi delle multinazionali petrolifere, compresa l’italiana e pubblica ENI, che lucrano sul consumo energetico – come del resto fanno la stessa ENI e l’ENEL per l’elettricità, che quindi non hanno interesse alla diminuzione del consumo ed alla diffusione dei modelli di autoproduzione decentrata legati alle fonti alternative.
Ripensando il trasporto pubblico come una risorsa e non come un costo, e quindi creando le condizioni complessive per riorientare la produzione industriale ed energetica, le scelte strategiche di investimento (trasporto locale vs TAV, ad esempio), in una parola il modello di sviluppo su cui indirizzare il paese per i prossimi 30/50 anni.

Most wanted...

Most wanted…

Questo lungo preambolo, serve ad introdurre un ragionamento sullo Stato dell’Arte – intendendo con questa espressione, ad un tempo, la condizione presente dell’arte e della cultura, così come la presenza e l’intervento dello Stato in questo campo.
É sin troppo evidente come, nei decenni passati, le politiche culturali pubbliche siano state strumento di consenso clientelare (attraverso il meccanismo dei finanziamenti). Così come, nello stesso periodo, non si sia mai concretizzata un’idea politica dei beni culturali capace di considerarli nella loro interezza. Si è sempre oscillati tra due estremi opposti: da un lato, un approccio meramente conservativo, dall’altro quello meramente retributivo.
I beni culturali come eredità che ci tocca preservare (sempre meno, sempre peggio…), e l’industria culturale. Fonte di spesa o fonte di reddito. La classe dirigente ha sempre guardato alla cultura in termini esclusivamente economicistici. Caso di scuola, la nomina dell’ex manager McDonald’s Mario Resca ai beni culturali, che da un  lato mostrava – appunto – l’approccio industriale, l’idea della cultura come prodotto, e dall’altro – nelle reazioni alla nomina da parte di una certa intellighenzia – il pregiudizio anti-economico di chi la considera territorio sacro, che va preservato dallo sterco del Diavolo (ma a spese della collettività). Naturalmente, questo è legato al retaggio monarchico del paese, che non ha mai fatto una sua rivoluzione, ed in cui la burocrazia pubblica è sempre stata cortigiana. In Italia non esiste nulla di simile all’ENA, Ecole Nationale d’Administration francese – e non a caso.

Questo approccio bipolare, purtroppo, appare lontano dallo scomparire. Tra il tremontiano “con la cultura non si mangia”, e “la Cultura come risorsa”, siamo sempre alla visione esclusivamente economica, ed il dibattito si restringe al confronto tra chi la vede come una voce di bilancio negativa, e chi invece pensa che possa produrre reddito; ma in entrambe i casi siamo di fronte alla mera monetizzazione. La Cultura – e quindi i Beni Culturali – sono una risorsa non semplicemente economica, che quindi vanno sempre considerati in una prospettiva non meramente contabile, senza per questo cadere nella visione opposta, che si traduce inevitabilmente in contabilità negativa; questo dovrebbe essere il criterio guida.
Così come andrebbe compreso che entrambe (Cultura e Beni Culturali) non sono un patrimonio statico, ma al contrario sono in costante divenire. E quindi, la stessa cura che andrebbe messa nella conservazione e nella valorizzazione dell’esistente, va messa nella promozione e nel sostegno alle nuove produzioni artistiche e culturali.

La crisi è, comunque, un passaggio fondamentale, e cambia comunque le cose. Quel che verrà dopo non sarà, né potrebbe essere, la mera riproposizione di quel che era prima. In questo senso, la crisi può essere un’opportunità. La possibilità, cioè, di determinare la direzione del cambiamento. Nei prossimi mesi ed anni, si delinierà sostanzialmente l’Italia in cui vivranno le nuove generazioni. Pensare di affrontare questo cambiamento senza alcuna considerazione per il posto che – in esso e nel paese futuro – avrà la cultura, è pura follia.
Provare quindi a ragionare su ciò, è compito ineludibile. Non si può immaginare la Cultura come un mucchio di rovine recintate, testimonianza di ciò che fummo – e di cui abbiamo perso memoria. Non si possono immaginare i Beni Culturali come il nostro petrolio – risorsa da sfruttare, ma inesauribile.
Così come il lavoro non è semplicemente una merce che si vende, ma parte rilevante della nostra identità, così dobbiamo re-imparare a considerare la cultura parte di un processo identitario, ed al tempo stesso strumento di quello scambio sociale che consente a tutti di vivere con dignità.
Altrimenti, quale paese consegneremo alle generazioni future, quale promessa di vita?

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Written by enricotomaselli

15 settembre 2012 a 13:42

6 Risposte

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  1. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

    icittadiniprimaditutto

    15 settembre 2012 at 16:45

  2. Purtroppo della cultura in Italia resta ben poco, e soprattutto in ambito dei BBCC esiste una cultura dell’emergenza e non della tutela o della conservazione (vedi l’ultimo crollo a Pompei la settimana scorsa!). Se poi ci “riduciamo” al locale, tu hai magistralmente descritto le condizioni del Madre, Pan e non ultima la diaspora dei volumi di Marotta. E vogliamo parlare dei Girolamini di De Caro? Credo che sia in parte “tempo sprecato”, considerando che il nostro Sindaco (non che debba essere lui il capro espriatorio) oggi twittava la meravigliosa riuscita dello stadio sul lungomare liberato per la Coppa Davis.
    E dietro il lungomare? Oltre (anzi a partire dalla Villa) che si fa per la nostra città?? Ovviamente alle mie domande non è giunta risposta!

    lois

    15 settembre 2012 at 22:29

    • Questa è una strana città. In uno strano paese. Metabolizza tutto, sembra capace di assorbire qualsiasi cosa. Parli con le persone, le osservi, e non ti spieghi perchè – poi – la città nel suo insieme rimanga immobile. C’è uno scarto profondo, tra ciò che sono capaci di fare gli uomini e le donne di questa città, e ciò che realmente cambia.
      E quando si pensa alla sua capacità collettiva, corale, di ridiventare protagonista, inevitabilmente la mente va a Masaniello. Come se non fosse capace d’altro che di affidarsi ad un capopopolo, che poi è chiaro finirà tragicamente, condannando la città ad una nuova, interminabile stagione di sudditanza.
      A me non piace, Tommaso Aniello d’Amalfi detto Masaniello. Né lui né i suoi epigoni, di qualsiasi colore – rosso, verde, giallo, arancione… Non credo che questa città possa essere liberata da altri che da sé stessa.
      Quando penso alla capacità di riscatto di Napoli, penso alle Quattro Giornate.
      Un pensiero, quello, che ne vale la pena. Pensaci.

      enricotomaselli

      15 settembre 2012 at 23:19

      • Quello è fuor di dubbio. L’epoca dei protagonismi assoluti e delle “reggenze” è veramente terminata e nessuna rivoluzione (spacciata come tale) di qualsiasi colore non avrà esiti se non partirà da noi, dalle persone. Ma poi – come dici – ne parli in giro e sembra che le difficoltà e la fase di arrancamento la vedi solo tu, e per tutti (o quasi) è sempre lo stesso “tira a campare”… poi se ne parla!
        E intanto (cicli e ricicli di vichiana memoria), “festa, farina e forca” e tutti sono contenti… ed è questa la “Commedia dell’Arte”!

        lois

        16 settembre 2012 at 06:46

  3. Carissimo Enrico,
    ci conosciamo e sai come ragiono, sai quanto sia sostanzialmente intollerante e restio al dibattito. Il dibattito no!!! 😀 Dobbiamo inventarci qualcosa credo. Anzi, dobbiamo copiare bene. Mica facile. Io sogno di (ri)portare in Italia ció che un ingegnere Fiat chiamò Totem nei ’70 e che Wolksvagen chiama Ecoblue. La fabbrica la occuperei. Bello sarebbe…

    enrico

    16 settembre 2012 at 15:34

    • Carissimo,
      aiutami – anzi, aiutaci – a capire meglio… Totem, Ecoblue… di che si tratta?

      enricotomaselli

      16 settembre 2012 at 15:51


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