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Talkin' about revolution (all texts are copyleft)

La Dismissione

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Sabato prossimo, 29 settembre,  l’AMACI – Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani convoca Chiamata per l’arte, un’assemblea generale del mondo dell’arte contemporanea, invitato a incontrarsi a Roma, nella piazza del MAXXI, il Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo. L’iniziativa dell’AMACI, che non da oggi si impegna nella difesa e nella diffusione dell’arte contemporanea, giunge effettivamente in un momento cruciale, che con ogni probabilità è destinato a segnare il crinale tra due diverse epoche – nell’ambito delle politiche culturali pubbliche – con il passaggio da una fase in cui l’arte contemporanea era vista come un fiore all’occhiello delle P.A. (e quindi sostenuta con forti risorse), ad un’altra in cui, viceversa, sembra destinata alla dismissione.

La convocazione dell’AMACI fa esplicito riferimento alla “situazione critica in cui versano i musei d’arte contemporanea e il comparto del contemporaneo nel nostro Paese, come più in generale l’intero settore della cultura”; una criticità che non nasce semplicemente dalla congiuntura economica, con le sue ricadute sulle politiche di investimento e sostegno, ma che ha radici anche altrove, nella caduta di tensione del rapporto politica-arte che ha caratterizzato gli ultimi 15/20 anni. Al tempo stesso, la fase di transizione che si è aperta, come tutto ciò che caratterizza la sfera pubblica oggi in Italia, sembra congelata, e si trascina in un immobilismo che aggrava ulteriormente le conseguenze della crisi. Parafrasando un vecchio slogan, si può dire che siamo di fronte ad “un passato che tarda a morire ed un futuro che tarda a nascere”.
L’assemblea del MAXXI, propone alla riflessione collettiva degli addetti ai lavori una serie molto ben articolata di temi: “dalla necessità di una disciplina fiscale del mercato dell’arte contemporanea che incentivi la competitività del nostro Paese, alla richiesta di una legislazione specifica e aggiornata che regolamenti il comparto dei beni culturali; dal bisogno di dotarsi di nuovi strumenti di governance museale adeguati ad affrontare un contesto sempre più dinamico e complesso, alla presentazione di esempi di gestione virtuosa in tempi di crisi; dalla necessità di favorire moderne sinergie tra pubblico e privato, al bisogno di privilegiare criteri di trasparenza e valutazione meritocratica nelle scelte strategiche ed economiche; dal precariato allo scarso riconoscimento e valorizzazione delle professionalità degli operatori del settore; dalla mancanza di opportunità di crescita per i giovani professionisti e lavoratori dell’arte, alla sempre più frequente emigrazione all’estero di artisti, curatori, critici, galleristi, collezionisti e professionisti in genere.”
Ma chiaramente la questione cruciale, da cui discendono tutte le altre, è la natura dell’intervento pubblico.

Il futuro dell'arte contemporanea?...

Il futuro dell’arte contemporanea?…

Nonostante la weltanschauung prevalente sembra essere quella tremontiana del “con la cultura non si mangia” (versione liberista del “quando sento parlare di cultura metto mano alla pistola” di Göebbels), il ruolo pubblico nell’ambito delle politiche culturali rimane centrale. Non solo perchè la cultura, per sua natura, non può essere misurata esclusivamente con parametri economici, e tanto meno con le logiche ragionieristiche del dare/avere; e quindi, necessità di un sostegno. E non solo perchè la stragrande maggioranza dei beni culturali fanno capo allo Stato, proprio in quanto essi sono precipuamente beni collettivi (beni comuni, diremmo oggi).
L’insostituibilità del ruolo pubblico nella gestione della Cultura risiede infatti principalmente nel suo essere soprattutto altro: un bene nella sua interezza non monetizzabile, ed il cui valore trascende assolutamente il contingente.
La cultura come parte fondamentale del processo identitario di un popolo, di una nazione. E che, dunque, è un processo, in costante divenire, ed in quanto tale deve essere preservato, assicurandone la continuità per le generazioni future.
Ai custodi pro-tempore di questo bene, dunque alla Politica, spetta quindi il compito di assicurare questa trasmissione. Come ciò debba avvenire, è precisamente ciò che definisce il ruolo (e la responsabilità ) delle classi dirigenti.
Ed è appunto su questo come, che oggi si è incartata la politica, fortemente tentata dalla dismissione, come si trattasse dell’industria pubblica o delle banche, ed al tempo stesso assolutamente priva di idee su come uscire dal cul de sac della crisi.

Questa mancanza di un orientamento preciso – o forse, più semplicemente, l’incapacità di tenere insieme disimpegno pubblico e necessità di preservare almeno uno standard minimamente decente – al momento sembra tradursi in un ibrido più auspicato che praticato: l’ingresso del capitale privato, nella gestione della Cultura.
É quanto accade, ad esempio, con la nascita della Fondazione per la Grande Brera a Milano. Si mette in piedi la Fondazione, sostanzialmente per frapporre una distanza tra la pubblica amministrazione ed il bene culturale, avviando così il processo di disimpegno. Per il resto, per usare le parole del ministro Ornaghi, si confida  nel “contributo di privati generosi e illuminati”. Ed è quanto accaduto a Napoli, con il museo MADRe. Laddove la Regione Campania ha modificato lo statuto della Fondazione Donnaregina, tra l’altro con il fine dichiarato di favorire l’ingresso dei privati. Salvo poi approvare un piano strategico ( i famosi Cinque Cerchi) in cui l’unico privato che entra nella Fondazione – un’altra Fondazione, la Morra Greco, a sua volta già partecipata dalla Regione… – invece di apportare capitale viene finanziata con denaro pubblico (1 milione di euro) per realizzare un progetto previsto dal piano.
Il tutto, tra l’altro, nella più totale assenza di interventi legislativi che possano favorire, in assoluta trasparenza, il coinvolgimento dei capitali privati nella gestione dei beni culturali. Appare chiaro, infatti, che confidare nell’intervento di capitali “generosi e illuminati” equivale a sperare nella bontà d’animo; è niente più che un’ingenuità, senza alcun rapporto con la realtà. Andrebbero semmai esplorate corrette misure volte a favorire realmente l’ingresso dei capitali privati, ad esempio attraverso la leva fiscale – il che, tra l’altro, potrebbe in prospettiva anche favorire l’emersione contributiva. Basterebbe guardarsi attorno, fuori dai confini nazionali – e soprattutto da quelli, ben più angusti, dell’orizzonte culturale della nostra classe dirigente…

Allontanare la minaccia della dismissione, ovvero della liquidazione del patrimonio artistico e culturale italiano, è l’imperativo più urgente; e quindi ben venga il segnale d’allarme che prova a lanciare l’AMACI. Anche perchè, e lo sappiamo per esperienza, queste operazioni vengono gestite spesso secondo criteri e modalità che non esito a definire osceni. Valga per tutti l’esempio della privatizzazione del Banco di Napoli. Per renderlo collocabile sul mercato, furono investiti 6.200 milioni di euro di denaro pubblico, a copertura delle perdite e dei crediti inesigibili; quindi, venne ceduto alla Banca Nazionale del Lavoro per 32 milioni di euro! Qualche anno dopo, la BNL lo rivendette al gruppo IMI-Sanpaolo per 1.000 milioni di euro
Ma perchè ciò diventi possibile, occorre che gli intestatari di questo bene comune che è la Cultura, cioè i cittadini, abbiano uno scatto. Ma non sarà sufficiente la protesta oppositiva; stavolta non basta dire “no”, occorre qualcosa in più. É necessario assumersi l’onere di una funzione di supplenza, che sopperisca alla mancanza propositiva e risolutiva della politica, nonchè alla sua insipienza di fronte a questo genere di problematiche. Occorre immaginare ed imporre alternative, capaci di garantire effettivamente una gestione altra dei beni culturali. Cogliendo l’aspetto positivo dell’attuale contingenza (trasformare la tendenza al disimpegno delle amministrazioni pubbliche in un passo indietro della politica), ed al tempo stesso contribuendo a sviluppare un diverso processo di trasformazione dei beni culturali.
In particolare, il settore dell’arte contemporanea è tra quelli che richiedono maggiore cura, perchè strutturalmente fragile nella sua attuale configurazione. Ragionare quindi sulle prospettive che questo settore può avere, in un quadro più generale di ristrutturazione delle politiche culturali, è della massima urgenza. In particolare a Napoli, dove gli investimenti (non solo economici) del recente passato rischiano di andare dispersi. Dal MADRe alla Metropolitana dell’Arte, al PAN, alle innumerevoli realtà anche private, che pure di questo humus si sono avvalse e si sono nutrite, c’è un vasto patrimonio culturale che deve essere salvaguardato. E ciò non può che essere fatto guardando al futuro, ripensando anche radicalmente vecchi schemi, immaginando nuove strade, raccogliendo con coraggio le sfide della modernità. E soprattutto, facendolo attraverso un processo quanto più ampio e partecipato possibile.
Su questi temi, stiamo per aprire un confronto pubblico anche qui a Napoli. L’appello dell’AMACI è raccolto e rilanciato.

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7 Risposte

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  1. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

    icittadiniprimaditutto

    22 settembre 2012 at 10:30

  2. È inutile dirti “tienici informati sugli incontri nostrani sulla questione”, è giunto il momento di rendersi compatti ed operativi per avviare una svolta che deve partire proprio dalla cultura. In particolar modo dalle nostre parti, dove per il secondo anno di seguito non ci sono mostre, eventi, concerti…niente di niente…pare “siamo diventati dediti allo sport in riva al mare!!!”. Questa volta non posso che essere d’accordo con te: rimbocchiamoci le maniche, è giunta l’ora del fare!

    lois

    22 settembre 2012 at 22:32

    • Ovviamente, appena ci sarà una data certa, non mancherò di informarvi per tempo. Per il momento, posso dire che il primo appuntamento sarà a breve; e sarà il primo di una serie.

      enricotomaselli

      22 settembre 2012 at 22:45

      • Questa volta mi impegnerò per esserci! Grazie e buona serata

        lois

        22 settembre 2012 at 22:48

  3. Oggi su Repubblica c’è un intervento della Nocera sulle sorti del Pan. A leggere pare che “noialtri” non abbiamo capito niente e che il Palazzo delle Arti, pur “realisticamente in scala ridotta” ha come modello di riferimento il centro Pompidou di Parigi!
    Ora due sono le cose, o noi viviamo in una bolla dalla quale non vediamo niente e ci lamentiamo indebitamente oppure, per l’ennesima volta, questi signori e questa giunta vogliono farci credere (immaginando delle nostre stupidità!!) di meraviglie e innovazioni che non hanno alcuna veridicità!!! Forse la vicinanza al “lungomare liberato” ha trasformato anche il Pan in un’oasi felice!!!
    Che rabbia!!!

    lois

    5 ottobre 2012 at 20:45

    • Qualche mese fa, in un intervista al Corriere del Mezzogiorno, dissi che Antonella Di Nocera è “volenterosa e inadeguata”.
      Quando poi leggo dichiarazioni del genere (e non è la prima volta, che mi lascia a bocca aperta…), mi sento assalire dallo sconforto. Non sai più cosa pensare, a cosa attribuire certe uscite. Sono solito dire che, guardando la nostra classe politica, spesso diventa difficile distinguere il confine tra stupidità e malafede. Ma in questo caso, riconoscendo ad Antonella (se non altro!) la buona fede, ed avendo qualche difficoltà a pensare sia stupida, davvero non so cosa dire. Se il PAN ha come modello di riferimento, sia pure “in scala ridotta”, il Pompidou di Parigi… beh allora sento di poter dire che questo blog ha come modello di riferimento il Washington Post.
      Se facciamo a chi la spara più grossa, son capace anch’io.

      enricotomaselli

      5 ottobre 2012 at 21:03

      • Grande paragone..onorato di partecipare su questo blog!
        Buona serata in attesa di momenti migliori!

        lois

        5 ottobre 2012 at 21:39


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