enricotomaselli

Talkin' about revolution (all texts are copyleft)

Quello che non ho (sentito)

with 8 comments

Trent’anni fà, Fabrizio De Andrè scriveva Quello che non ho.
La canzone fu scritta ripensando al suo sequestro, conclusosi pochi mesi prima *, e come parte di un LP senza nome. In questo brano, in particolare, Fabrizio si chiedeva – retoricamente – cosa lui non avesse: “Quello che non ho è una camicia bianca, quello che non ho è un segreto in banca…”
Sentivo il brano sabato mattina, mentre mi preparavo ad andare a Roma, per l’assemblea generale del mondo dell’arte contemporanea convocata al Maxxi dall’AMACI, “Chiamata per l’arte”. Forse per questo, nel corso dell’assemblea, la sensazione che avvertivo, e che non mi ha abbandonato sino alla fine, si è addensata in quello che è adesso il titolo di questo post. Intendiamoci, l’assemblea è stata interessante, gli interventi non erano banali e mettevano a fuoco aspetti diversi e rilevanti della crisi che attraversa l’arte contemporanea in Italia. Eppure – appunto – ogni volta rimanevo con la sensazione che mancasse qualcosa…

A dire il vero, forse qualcosa mancava già a colpo d’occhio: l’assemblea ha visto la partecipazione di un centinaio di persone, di cui molte venute da altre città, e questo non è un buon segno. Soprattutto se si considera che, solo a Roma, sono almeno alcune migliaia quanti sono più direttamente coinvolti nel settore. E forse, quindi, varrebbe la pena di interrogarsi già su questo, sulle ragioni di una partecipazione tutto sommato bassa, a fronte di una situazione unanimemente considerata critica.
Quello che non ho (sentito) è il coinvolgimento largo e partecipato degli operatori del settore.
Gli interventi, come dicevo sono stati tutti sicuramente puntuali, e quindi non è certo mia intenzione far le pulci ad alcuno. Né, laddove non li citerò tutti, ciò si deve a scarsa considerazione per qualcuno di essi. E perciò, sin d’ora, mi scuso con quant* non verranno qui citati.

Per quanto riguarda la prima delle quattro sessioni in cui era divisa l’assemblea, a mio avviso la più interessante, e cioè “Politiche culturali: proposte per il governo per incentivare il settore”, voglio ricordare gli interventi che ho trovato più rilevanti ed interessanti, fermo restando quella sensazione di vuoto di cui dicevo. Patrizia Asproni, Presidente di Confcultura, Guido Guerzoni, dell’Università Bocconi di Milano, Luigi Martini, del Comitato di coordinamento L’ItaliaèArte, il Maestro Alfredo Pirri, Angela Tecce, Direttore di Castel Sant’Elmo. Nei loro interventi, in particolare, sono stati affrontati i temi della legislazione fiscale relativa al sostegno privato per l’arte, le aspettative e le idee del mondo imprenditoriale più legato all’arte contemporanea, il ruolo e le difficoltà delle istituzioni pubbliche, le esigenze di base che i produttori d’arte vorrebbero veder soddisfatte.

Quello che non ho / l'album

Quello che non ho / l’album

É stato evidenziato come, in Italia, contrariamente a quanto comunemente si creda, esiste già una legislazione che prevede – ad esempio – la deducibilità integrale delle erogazioni liberali (così le definisce la legge…), ovvero delle donazioni ad istituzioni che si occupano d’arte; ma, al tempo stesso, come a questa legislazione facciano poi ricorso in ben pochi.
Si è detto che la crisi economica che ha investito tutte le economie del pianeta in qualche modo impone dei tagli, ed anche come questi tagli siano applicati con logiche che denotano non solo scarsa conoscenza del settore, ma anche (il che è peggio) scarsa attenzione. Si è sottolineata l’esigenza, quindi, di compensare questi tagli con un maggior coinvolgimento dei privati.
Le difficoltà e le criticità che denotano l’attività istituzionale è stata messa in rilievo, senza dimenticare d’altronde tutto ciò che di positivo viene comunque fatto.

Quello che non ho (sentito) è una riflessione meno scontata sulla singolarità italiana. Il Prof. Guerzoni, nel suo intervento ricordava come in sede europea, al momento di discutere considerevoli stanziamenti per il settore dei beni culturali, da parte dei paesi nordici vi fosse una forte pressione perchè questi fondi fossero destinati alla produzione culturale, piuttosto che alla conservazione.
Ma è qui, in questo nodo, la prima delle specificità del nostro paese. L’Italia ha una densità pro-capite di beni culturali, più alta di qualunque altro paese in Europa – anzi, nel mondo. E da qui, discendono alcune conseguenze e sconseguenze, talune peraltro ingiustificate.
In Italia, la conservazione dei beni culturali – in senso lato – assorbe una quota enorme del bilancio complessivo del comparto, in una misura percentuale molto superiore a quella di altri paesi; e sappiamo bene che, ciononostante, è insufficiente. Ne consegue che la quota destinabile alla produzione, si abbatte considerevolmente.
Questa sovrabbondanza di beni culturali, retaggio del passato, ha inoltre portato le classi dirigenti a sottovalutare la necessità di garantirne non solo la conservazione ma anche la proiezione nel futuro, attraverso le nuove produzioni. Paesi ben più poveri di noi, sotto questo profilo, giustamente investono proprio sul futuro.
Quello che non ho (sentito) emergere è quindi l’esigenza di affrontare in modo nuovo questo nodo, che non può essere né quello ragionieristico dei tagli lineari, né quello dell’abbandono e/o della dismissione. E, tanto per provare a gettare qualche sassolino per colmare quel vuoto, mi domando: in questo paese, da un lato lamentiamo sempre la nostra scarsa attrattività per gli investimenti stranieri, e dall’altro facciamo ponti d’oro a multinazionali e spregiudicati imprenditori esteri, che dopo qualche anno smobilitano lasciandoci col cerino acceso della cassa integrazione in mano. Ma davvero sarebbe impensabile trovare delle formule che, fermo restando il dovuto controllo pubblico, attraggano investimenti sui nostri beni culturali? Il patrimonio su cui ciò sarebbe possibile è semplicemente sterminato. E per di più, potremmo star certi che non correremmo il rischio che questi capitali si spostino altrove, inseguendo un costo più basso della manodopera. Pompei non potrà mai essere delocalizzata in Romania, né smontata di notte e portata via mentre partono le lettere di licenziamento…
Insomma, se pensassimo a come utilizzare la conservazione anche per finanziare la produzione?

Quello che non ho (sentito) è che la questione vera non è la mancanza di fondi da investire per la cultura e per l’arte, quanto piuttosto l’uso che si decide di fare delle risorse complessivamente disponibili, e specificatamente di quelle destinate al comparto – pur in presenza, certo, di una generale riduzione. Perchè quando si decide di chiudere un Museo piuttosto che rinunciare ad un cacciabombardiere, non si fa una scelta obbligata, ma una scelta politica. E su questo genere di questione, che dovremmo interrogare la classe dirigente del paese. Perchè non dimentichiamo mai che si tratta dei nostri soldi.
Ma dovremmo interrogarci anche noi tutti, che a vario titolo e livello operiamo nel mondo della cultura e dell’arte. Perchè il modello dei finanziamenti a pioggia ha sostanzialmente fallito, spesso usato come strumento clientelare da chi aveva il potere di decidere le erogazioni, e più in generale dopando il settore. E perchè l’alternativa che sembra affacciarsi, con la scusa dei tagli di budget, ovvero la concentrazione dei finanziamenti su poche iniziative d’eccellenza, rischia di risolversi in una desertificazione, che preserva poche cattedrali mentre intorno tutto va in polvere.
Ed allora, magari, si dovrebbe ragionare su una riallocazione delle risorse – quali e quante che siano. É ormai senso comune che, per favorire lo sviluppo, soprattutto di quella piccola e media impresa di cui meniamo (anche giustamente) vanto, ciò che necessita sono soprattutto gli investimenti infrastrutturali. Sarebbe forse il caso di cominciare a pensare che, almeno una parte delle risorse da investire per la cultura, debbano servire a creare infrastrutture pubbliche, ed in quanto tali disponibili per il supporto all’intero comparto.

Quello che non ho (sentito) è la consapevolezza che, con ogni probabilità, oltre la riallocazione delle risorse, diventa davvero urgente un profondo riallineamento culturale, che investa il modo in cui affrontiamo le questioni relative alla cultura, ed in particolare quelle legate all’arte contemporanea. A partire dal fatto che andrebbe rivisitata la stessa idea di museo d’arte contemporanea.
Perchè interrogarsi su quali possano essere i nuovi modelli di gestione, nell’epoca della crisi, senza affrontare con coraggio la questione del senso, della natura che dovrebbe caratterizzare, oggi, un museo d’arte contemporanea, significa esattamente precludersi la possibilità – da tutti percepita – di cogliere la crisi stessa come un’opportunità di cambiamento.
La profonde trasformazioni che hanno investito le nostre società, a partire dalla rivoluzione tecnologica digitale, rappresentano un cesura epocale – basti pensare alla globalizzazione finanziaria, che tra l’altro è proprio dietro questa crisi. Pensare che l’impatto di questa rivoluzione sull’idea di museo, si riduca al se ed al come utilizzarvi queste tecnologie, significa condannarsi ad una veloce obsolescenza.

Quello che non ho (sentito) è ciò che, temo, potrebbe castrare sul nascere le pur giuste rivendicazioni. É lampante come la classe dirigente – attuale, e con ogni probabilità successiva – non è né interessata né culturalmente preparata ad affrontare queste sfide. Occorre quindi che la capacità di piegarla alla dovuta considerazione, si nutra prima d’ogni cosa d’una attenta e lucida lungimiranza, di una forte consapevolezza, dell’assoluta determinazione che scaturisce da una chiara visione del futuro. Perchè la controparte con cui, malgrado tutto, dovremo fare i conti, richiede uno sforzo suppletivo già solo per rendere comprensibili i problemi.
L’intervento di Paolo Naldini, amministratore delegato di Cittadellarte, raccontava tra l’altro di un’esperienza finlandese,  dove “è stato sperimentato concretamente un programma del servizio sanitario nazionale per cui i medici della mutua prescrivono, con regolare ricetta, ai loro pazienti la cui terapia lo suggerisca, di andare ad una mostra, a teatro, ad un concerto, ovviamente gratuitamente”.
La Cultura, l’Arte, come cura.
Per le nostre classi dirigenti, sono la malattia.

P.S.
Nel corso del suo intervento, Laura Cherubini, vice-presidente e membro del CdA della Fondazione Donnaregina, ha comunicato che è stato costituito il Comitato Scientifico del Museo MADRe, composto da 5 membri – i cui nomi non ha detto, in attesa dell’annuncio ufficiale. I cinque membri, più i tre del CdA, sceglieranno il nuovo direttore del museo, quindi sarà interessante vedere chi saranno questi nominati…

* “L’esperienza del sequestro si aggiunse al già consolidato contatto con la realtà e con la vita della gente sarda, e gli avrebbe ispirato diverse canzoni, scritte ancora con Bubola e raccolte in un album senza titolo, pubblicato nel 1981, comunemente conosciuto come “L’indiano” dall’immagine di copertina che raffigura un nativo americano. Il filo che lega i vari brani è il parallelismo tra il popolo dei Pellerossa e quello sardo, entrambi oppressi dai loro colonizzatori. Sottili, ma non velate, furono le allusioni all’esperienza del sequestro: dalla stessa ripresa della locuzione “Hotel Supramonte”, alla descrizione degli improvvisati banditi cui, comunque, non intese negare note di un certo romanticismo ed una connotazione di proletariato periferico che per questo meritava, coerentemente con le sue tematiche privilegiate, una forte attenzione. Al processo, De André confermò il perdono per i suoi carcerieri, ma non per i mandanti perché persone economicamente agiate.” (fonte: Wikipedia)

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8 Risposte

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  1. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

    icittadiniprimaditutto

    30 settembre 2012 at 12:44

  2. Questa era la mia “sensazione” PRIMA dell’incontro… http://www.artapartofculture.net/2012/09/23/chiamata-per-larte-come-goccia-nel-mare-di-barbara-martusciello/ . Ti inserisco anche qui il link così ci capiamo, incontrandoci evidentemente su un terreno di forte critica e scetticismo che deriva da tutto quello che… “predica bene, razzola male”, o “pagliuzza e trave”… Un saluto e grazie del contributo in Pagina Fb.

    barbara martusciello

    30 settembre 2012 at 12:55

    • Inutile nasconderselo, è quasi inevitabile che ciascuno – quanto più è forte e garantito – tenderà naturalmente ad usare la propria forza, il proprio peso, per mantenere il più possibile i propri privilegi. Così come è del tutto naturale che, nel momento in cui una particolare congiuntura li scuote, scattino meccanismi solidaristici.
      Non si tratta, ovviamente quindi, di affidarsi all’AMACI, né di delegare a questa la guida di un eventuale movimento di pressione. Si tratta piuttosto, ritengo, di cogliere la famosa opportunità che ogni crisi porta con sé, non solo per ripristinare vecchie rendite di posizione, grandi e piccole, ma per cambiare effettivamente le cose, per far mutare gli equilibri, per farli avanzare.
      Spero che questo sia possibile, anche a partire da un confronto interno al mondo dell’arte contemporanea, di cui l’AMACI non è che uno degli attori.

      enricotomaselli

      30 settembre 2012 at 13:25

  3. Bravo Enrico, giuste riflessioni, soprattutto l’ultima che trovo a me più vicina. Arte come cura. Bisogna che tutto il mondo dell’arte si riallinei su questa urgenza, bisogna che gli artisti scendano dalle proprie torri d’avorio e si facciano carne, che i critici spieghino veramente cosa sia la modalità artistica e come possa aiutare ad emanciparsi nel quotidiano, insomma bisogna ribaltare tutto perchè la stessa modalità museale, come tu ben dici, è spesso gelida e obsoleta.
    p.s.
    In fondo, forse quello che sentivi che mancava era proprio l’anima, linfa e nutrimento dell’arte stessa
    un abbraccio
    Daniela

    Daniela Morante

    1 ottobre 2012 at 11:04

    • Cara Daniela, la cura presuppone la malattia. Per questo, pur ovviamente riconoscendo la capacità dell’Arte di parlare all’anima – e quindi, in talune occasioni, di poter essere parte di un processo terapeutico – non mi piace molto pensarla solo, o principalmente, come cura. Perchè credo che l’Arte abbia un suo ruolo, all’interno della comunità umana, tanto più forte quanto più è sana la sua comunità di riferimento.
      Inoltre, avendo una personalità più razionale, e meno incline alla poetica, non posso mai dimenticare il detto latino “primum vivere, dende filosofare”; che, nello specifico del nostro ragionamento, significa non solo che non possiamo separare il senso dell’Arte dalla sua effettiva possibilità di esprimersi, ma che quanto più questa viene negata – anche, ma non solo, da condizioni materiali – tanto più interrogarsi sul senso rischia di essere… senza senso!

      enricotomaselli

      1 ottobre 2012 at 11:26

      • Gentile Tomaselli, la poetica di Daniele è linfa VITALE in questo nostro Paese che NON NE HA PIU’! Ma concordo anche con il FATTORE RAZIONALE che esamina le cause di una malattia per poterla rimuovere (sono un omeopata da 35 anni). Allora è una VERITA’ assoluta il punto da te toccato sulla INCAPACITA’ della CLASSE DIRIGENTE nella quale metto anche gli operatori del SISTEMA DELL’ARTE (come diceva Daniela degli artisti che “…si facciano carne”!). Ma una classe dirigente CAPACE cosa dovrebbe fare? Mi piacerebbe discutere su questo.
        La mia idea nasce dalla considerazione che pur avendo il patrimonio artistico più grande del mondo, la storia più antica (insieme a Grecia, Egitto, Iran-Persia etc) e altre considerazioni di ECCELLENZA eppure l’arte contemporanea è in crisi come la musica classica (eravamo la CULLA DELLA MUSICA!). E allora?
        Manca la cultura intesa come conoscenza che si acquista da bambini nella scuola (primaria) che dovrebbe sopperire (un tempo lo faceva) laddove nella famiglia c’è ignoranza (nel senso di “ignorare”). E invece la scuola non lo fa, i programmi sono gli stessi di 60 anni fa quando io andavo alle elementari e anche il livello delle maestre (sono tutte donne!!!) è rimasto fermo ad allora mentre nel mondo c’è stata una RIVOLUZIONE tecnologica e consumistica che è stata trasmessa ai giovani, ma non quella culturale. Andreste voi a teatro a sentire una commedia in cinese non capendo una sola parola? E perché chi non conosce l’arte (e in particolare la contemporanea che richiede conoscenze precedenti essendo una stratificazione) dovrebbe andare nei musei e gallerie o comprare un quadro? Perché invece avviene in altri Paesi, ma non in Italia, Grecia, Egitto, Persia che grondano di storia? Perché se non si tramanda la conoscenza la cultura (cioè la conoscenza) MUORE. Come l’artigiano restauratore di mobili che insegnava ai ragazzi di bottega un mestiere che non esiste più perché i ragazzi vogliono fare altro per gli imputs che ricevono che formano una DIVERSA conoscenza. E allora, siamo alla fine di un’era di un tipo di cultura?

        Una considerazione a quella amara di Tomaselli sul perché all’assemblea del MAXXI c’erano solo 100 persone (io vivo a 100 metri e sono un artista e operatore culturale, ma non sono andato!). Chi erano gli assenti? Quelli del SISTEMA DELL’ARTE che comunque hanno i CAZZI LORO da difendere e il CULO AL CALDO (volete fare un po’ di nomi?), quelli sfiduciati che nulla cambia (i giovani, tantissimi!), quelli impegnati quotidianamente a tentare di cambiare le cose (siamo in pochi), quelli ignoranti, quelli che hanno un’altra cultura-conoscenza che non contempla l’arte contemporanea, la musica classica etc…insomma tutti tranne quei 100!!!

        dario cusani

        2 ottobre 2012 at 11:53

      • Caro Dario,
        il problema della formazione, dell’educazione, è sicuramente centrale – e non riguarda solo l’arte e la cultura. Del resto, basta guardare cos’è oggi la Scuola e l’Università, qual’è la considerazione che hanno per essa le nostre classi dirigenti, per capire dove nasca la deriva attuale della società.
        A mio avviso, e come del resto scrivevo, è proprio la grande sovrabbondanza di beni culturali ed artistici di cui parli, una delle cause prime del disinteresse per il contemporaneo. Per classi dirigenti superficiali, che nascono e/o approdano in un mondo in cui arte e cultura sono beni di consumo (di massa o di lusso), sembra ce ne siano anche di troppo, perchè occorra preoccuparsi di produrne ancora.
        É però anche vero che, rispetto a questa carenza, nemmeno il mondo dell’arte e della cultura sembra essere in grado di andare oltre la protesta, o – quando va bene – la proposta. Occorrerebbe invece rimboccarsi le maniche, ed investire in prima persona sulla formazione al contemporaneo.
        Invece di lamentarsi (e basta) dei deficit educativi della scuola pubblica, dovremmo provare intanto a supplire, per quanto possibile, a questo deficit. Questo è lo spread su cui dovremmo concentrarci!
        Re-imparare, tutti, il senso della bellezza.

        Quanto all’assemblea del MAXXI, in fondo anche quei cento erano (eravamo) prevalentemente espressione dell’establishment. Non è questo il punto, comunque non quello che mi interessa, oggi. Non è categorizzando assenti e presenti, che si troverà una via d’uscita. Si guardi, piuttosto, a tessere la tela capace di riannodare i fili, di costruire quella rete che, senza cancellare le diversità (d’ogni genere), sappia invece armonizzarle in un più ampio quadro. Facciamo Rete. Ma soprattutto, facciamo.

        enricotomaselli

        2 ottobre 2012 at 12:18

  4. […] dell’assemblea generale del mondo dell’arte contemporanea convocata al Maxxi dall’AMACI, “Chiamata per l’arte”. Si continuano ad organizzare queste riunioni, senza mai riuscire a coinvolgere la base […]


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