enricotomaselli

Talkin' about revolution (all texts are copyleft)

Articolo 9

with 13 comments

Costituzione della Repubblica Italiana
Art. 9
“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.”

In che modo, mi chiedo, i governi degli ultimi vent’anni (almeno) hanno ottemperato a questa parte del dettato costituzionale? La devastazione del paesaggio è sotto gli occhi di tutti, in senso letterale. Per i più distratti, con puntuale regolarità arriva qualche evento naturale che, grazie all’azione incosciente degli uomini – che ha goduto della demagogica tolleranza degli amministratori pubblici – si trasforma poi in catastrofe.
Luoghi simbolo del nostro patrimonio artistico, internazionalmente conosciuti, cadono lentamente a pezzi per mancanza di manutenzione, mentre moltissimi altri sono semplicemente abbandonati a sé stessi – quando non al saccheggio.
La ricerca scientifica e tecnica, fatte salve poche lodevoli eccezioni, è praticamente assente dal nostro paese, che ormai da decenni non produce più innovazione. Basta fare il nome Olivetti, per rendersi conto di come abbiamo buttato a mare opportunità straordinarie. Le nostre principali produzioni industriali sono ancora quelle della prima metà del ‘900, ed ai modelli culturali di quell’epoca ancorate: l’acciaio, l’automobile… energivore ed inquinanti.
Quanto allo sviluppo della cultura, non ne parliamo proprio. Le nostre classi dirigenti – intese nel senso più ampio – si sono dimostrate su questo largamente incapaci ed insensibili.
Il vero default del paese è già avvenuto, ed è questo. Il fallimento delle nostre classi dirigenti, tutte intere, nell’affrontare le trasformazioni e le sfide della modernità, a partire da quelle prodotte dalla globalizzazione.

Lo 'stellone' della Repubblica

Lo ‘stellone’ della Repubblica

Non so dire quanto ancora ci vorrà, ma è evidente a tutti che questo default non è archiviabile come se nulla fosse, e quindi la fase di smottamento che stiamo attraversando è ben più profonda di quanto sembri, e molto più radicali saranno i cambiamenti che produrrà. Ad essere in ballo, infatti, non è semplicemente il passaggio da questa breve ed infausta II Repubblica ad una ancora indefinita III Repubblica. Non è questione di architetture istituzionali, che oltretutto non possono con ogni evidenza nascere figlie di chi ha prodotto tale sfacelo.
In gioco, è il cambiamento radicale delle attuali classi dirigenti, che non è solo una questione di uomini (e donne), ma è innanzitutto una questione culturale. Sono i paradigmi culturali su cui si fonderà la Repubblica, che non potranno essere gli stessi che hanno dominato negli ultimi decenni, permeando mefiticamente l’intera società. Solo quando ci saremo lasciati alle spalle questi anni di nani e ballerine, di avidi banchieri e Batman di Ciociaria, avremo fatto i passi necessari per ricominciare – come nazione – a guardare al futuro.
Ma il dopo dipende dall’ora. Non si tratta di aspettare che tutto accada, ma di lavorare alacremente su due piani: accellerare la caduta della vecchia Italia, e lavorare alla costruzione della nuova.

In questo senso, credo che siamo agevolati dall’esistenza di un ponte tra passato e futuro molto solido e moderno: la nostra Costituzione. Nei giorni scorsi – ahimé con ben scarsa rilevanza – si è festeggiata la ricorrenza delle Quattro Giornate di Napoli. É da lì, da quell’humus, che nasce la nostra Carta. Pensare che possa essere rottamata da chi ne ha disatteso spirito e lettera, è assolutamente inaccettabile.
E sono proprio i princìpi sanciti dalla nostra Costituzione, ancora oggi di assoluta modernità, un ottimo punto d’appoggio da usare per ri-sollevare il paese.
A partire – appunto – dall’art. 9.
“L’antidoto all’emergere di istituzioni economiche inefficienti (e inique) sta nell’apertura e nel pluralismo del sistema politico, che rendono il potere contendibile e permettono all’elettorato di rimuovere un’élite che persegua politiche dannose alla collettività.” *
In un’intervista pubblicata su Repubblica il 31 agosto scorso, il Ministro per la coesione territoriale Fabrizio Barca ricorda che si parla spesso della distanza tra l’Italia e gli altri paesi nella classifica Doing business **, ma che uno scarto significativo si rileva anche negli indicatori di qualità della governance; sotto questo profilo, l’Italia è molto al di sotto della media dei paesi Ocse per la corruzione, la legalità e la regolazione di mercati ed economia, ma anche per quel che riguarda la accountability. ***
In parole povere, non siamo capaci di esercitare il giusto controllo, la giusta pressione sui governanti.

Si parla spesso, in questi giorni, di quel che accade in Spagna, in Grecia, in Portogallo. Ricordate i P.I.G.S.? Portogallo, Italia, Grecia e Spagna… all’appello sembriamo mancare solo noi. Però a me, francamente, non interessa più di tanto la dicotomia tra chi lamenta la mancanza di mobilitazioni, come quelle di Piazza Syntagma o del Neptuno, e chi invece irride ai rivoluzionari in pantofole. Non mi sembra questo il nocciolo della questione.
Non è importante il come, ma il cosa. Cosa vogliamo per noi, per questo nostro paese, per le generazioni che verranno. E cosa siamo disposti a fare per ottenerlo.
Dobbiamo recuperare il senso specifico del nostro paese, che non vuol dire rifugiarsi nella tradizione, ma al contrario significa sapere su che basi costruire la nostra modernità. La nostra modernità.
Se continueremo ad accettare che la nostra ricchezza sia lasciata preda dell’insensibilità e dell’incapacità, ci saremo meritati un futuro da paria, in un Europa che avrà richiuso il proprio cuore in un caveau. Se torneremo ad averne cura, porteremo da pari la nostra ricchezza in Europa.
Quella ricchezza che i padri costituenti decisero di tutelare e promuovere.
All’articolo 9.

* Come fare a cacciare una classe dirigente inetta? (Linkiesta, 05/10/2012)
** Il Doing Business (DB) è l’indagine che il Gruppo Banca Mondiale svolge dal 2003 per offrire una misura quantitativa del business environment in cui operano le piccole e medie imprese (www.doingbusiness.org).
*** “accountability (capacità dell’istituzione culturale di comunicare le decisioni intraprese – accountable – e di farlo ponendo attenzione – responsibility – alla comunità di riferimento) rappresenta l’opportunità per avviare o rafforzare il rapporto con i portatori d’interesse e i finanziatori.  Il bilancio è uno strumento indispensabile dell’accountability, soprattutto se strutturato come una “visione d’insieme” fra l’applicazione di tecniche gestionali e la misurazione del valore culturale: produzioni di simboli, incidenza sulle dinamiche evolutive, comportamenti collettivi e opportunità di scelta, condizionamento sulla city life, leva sullo sviluppo locale.” (Irene Sanesi, Artribune)

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13 Risposte

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  1. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

    icittadiniprimaditutto

    6 ottobre 2012 at 12:45

  2. L’Italia per le sue peculiarità dovrebbe essere una Repubblica fondata essenzialmente sulla cultura che genera lavoro.Ma ci vorrebbero un altro popolo ed altre classi dirigenti che sappiano innanzitutto dell’esistenza dell’articolo 9 della Costituzione e che comunque non lo interpretino unicamente come l’articolo dei grandi attrattori culturali ,ulteriore beffa ed insopportabile oltraggio al già martoriato patrimonio storico ed artistico e agli antichi paesaggi che i nostri padri costituenti, proprio con l’adozione di questo principio fondamentale, avrebbero voluto maggiormente tutelare

    maria vitacca "Articolo 9"

    6 ottobre 2012 at 20:08

    • Purtroppo, le nostre classi dirigenti ignorano gran parte della nostra Carta Costituzionale. E fondamentalmente, la considerano – appunto – carta.
      Ed a questo, si aggiunge la corruzione morale dei cittadini, o almeno di una parte di essi, che ha trovato il suo comodo nel dimenticarla. Per fortuna, però, non è così per tutti.
      Siamo qui a testimoniarlo.

      enricotomaselli

      7 ottobre 2012 at 02:19

      • Caro Enrico, se siamo qui a testimoniarlo è grazie a te e perchè, come direbbe qualcuno più famoso della povera sottoscritta, “je ne suis pas mort”.
        Ma quanto potrà durare questa nostra civica, spesso solitaria, resistenza?

        maria vitacca "Articolo 9"

        9 ottobre 2012 at 13:02

      • Credo sia tempo, Maria, di passare dalla resistenza civica alla assunzione di responsabilità. La protesta e la proposta non bastano più, bisogna passare all’azione, prendere direttamente l’iniziativa senza più aspettare le istituzioni distratte e ignave. Occorre avviare un processo che porti i cittadini ad auto-organizzarsi, per supplire alle carenze dell’iniziativa pubblica nel campo culturale.
        La Cultura non aspetta.

        enricotomaselli

        9 ottobre 2012 at 13:25

  3. Purtroppo il nostro Patrimonio è stato abbandonato anni addietro. Un Bene dalle capacità infinite, che da solo avrebbe dovuto fornire le risorse per la nostra economia. Eppure come dici ci sono scempi sotto gli occhi di tutti, senza che questo possa smuovere le coscienze. Solo per stare “dalle nostre parti”, penso a Pompei, Carditello e a tutto il nostro centro storico. Ai tempi dell’università ho potuto constatare come in Italia, terra d’arte (ma stranamente poi la storia dell’arte è stata quasi del tutto annullata!!) non esiste un criterio di tutela e conservazione, ma uno dell’emergenza che arriva purtroppo solo a catastrofe avvenuta, senza fare altro che constatarne i danni! Da quanti decenni si parla degli abusi sulla via Appia? E che cosa è accaduto? Si lascia correre. E tutta la nostra area flegrea? Ma ti pare normale che le “cento camerelle” a Bacoli siano “sotto tutela e in custodia” della signora del basso accanto?
    Per la cultura ed il paesaggio ci vorrà un anno zero. Un restart che rivaluti in fondo anche il ruolo del Ministero e soprattutto delle Soprintendenze. Un intero settore dove mancano sicuramente fondi e quelli che ci sono vengono ulteriormente decurtati, ma è un settore che deve riconoscere le nuove modalità di tutela e deve assottigliare la burocrazia e poi -credo- debba avviarsi verso un’entrata in campo del privato. Seguito, controllato e blindato, ma a mio avviso fondamentale per una ripresa.

    lois

    7 ottobre 2012 at 19:20

    • Sottoscrivo. Del resto, come ben sai, è da tempo che sostengo queste cose, e questo stesso blog è nato esattamente con questa ratio: informare e stimolare non tanto le istituzioni (impresa, questa, al di là delle mie umane capacità) quanto i cittadini.
      Credo che, soprattutto per la manifesta inadeguatezza delle istituzioni, almeno la parte più attenta e sensibile della cittadinanza stia prendendo coscienza che è necessario un cambio di passo. Occorre prendere in mano le sorti della Cultura direttamente, senza più aspettare che le classi dirigenti rinsaviscano. E occorre farlo adesso.

      enricotomaselli

      7 ottobre 2012 at 20:52

    • Ma voi pensate che lo stato può continuare a mantenere il Patrimonio culturale italiano se non in questo modo miserevole? Lo facevano un tempo i nobili con il personale a disposizione che non costava nulla se non un piatto di pasta e una branda (forse torneremo a questo) e non lo hanno fatto più perchè non avevano soldi e si sono mangiati i patrimoni. E lo Stato? speculazioni, interessi, incapacità, ruberie etc etc. Bisogna privatizzare con regole precise perchè i ricchi di oggi possano mantenere beni costosissimi affinchè non vadano in degrado, un po’ come hanno fatto i lord inglesi. E se lo hanno fatto loro che sono molto più “nobili” di noi….Necessità fa virtù!!!
      Dario Cusani

      dario cusani

      8 ottobre 2012 at 19:03

      • Il paragone con i Lord inglesi, che aprono i propri castelli al pubblico pagante, mi sembra alquanto incongruo. Non si tratta, infatti, di privatizzazione – essendo i suddetti castelli già proprietà privata.
        Idem per i nobili italiani, i quali – ai (loro) bei tempi – si prendevano cura dei propri patrimoni, non certo del Patrimonio Culturale nazionale…
        In ogni caso, la questione esiste. Come ho scritto più volte, bisogna disegnare un nuovo modello di gestione, che tenga realisticamente conto anche delle riduzioni del budget pubblico. Ma non credo affatto che la soluzione sia la privatizzazione, e per due ordini di motivi.
        Innanzi tutto, i beni pubblici, e tanto più tutto ciò che fa parte del patrimonio paesaggistico, artistico, storico e culturale, non è alienabile come si trattasse di una proprietà privata. Perchè il titolo di proprietà afferisce all’intera nazione, che comprende le generazioni passate e quelle future, e non solo quelle in essere. E questo, in linea di principio.
        Inoltre, privatizzare vuol dire comunque alienare un bene, cederne la proprietà. Se pure fosse legittimo in via di principio, sotto il profilo pratico considero ancor più immorale che un pezzo del patrimonio culturale di un paese diventi soggetto all’arbitrio di pochi – se non di uno – solo per averne in cambio la certezza della sua conservazione.
        Credo semmai che vadano studiate, con la dovuta accortezza, delle forme di cogestione pubblico-privato, che siano in grado di tenere insieme la tutela del bene con una profittevole valorizzazione dello stesso. Come si suol dire adesso, mettere a reddito, utilizzando le capacità manageriali del privato, senza affidarvisi in toto – e quindi eliminando i rischi del puro e semplice saccheggio.

        enricotomaselli

        8 ottobre 2012 at 19:34

      • È una cosa della quale accennavo infatti. Anche io credo come Enrico che la privatizzazione tout-court non è importanile nel nostro Paese perchè si limiterebbe a diventare una spoliazione nuda e crida a favore dei soliti nomi. Ma resta di fatto che un intervento di “co-gestione” si renda ormai di importanza vitale. Tutto il nostro patrimonio è ormai in abbandono (fatta la pace di pochi siti), ha letto di recente l'”abbandono” dei Bronzi di Riace? Beh quello mi sembra un esempio veramente lampante di come anche il più prezioso dei tesori venga abbandonato e lasciato a se stesso. A questo punto si rende NECESSARIO l’intervento esterno, ma di fondazioni e associazioni che possano sostenere un giusto e corretto uso del bene affidato (mi viene da pensare ad un esempio che ho scoperto e visto con i miei occhi; le catacombe di Napoli, sorrette e “conservate” con discoplina e coerenza anche rispetto alla fruizione pubblica da un’associazione che si è fatta carico di tutto il bene):
        http://assolocorale.wordpress.com/2012/08/18/napoli-sottoesopra/

        Lo Stato a quel punto interverebbe con un controllo periodico e sistematico al fine di valutare il giusto e corretto utilizzo. Non ci dimentichiamo poi dei finanziamenti privati, ma anche per quelli facciamo orecchie di campana, vi ricordate La questione Della Valle – Colosseo?
        L’esempio dei lord inglesi qui da noi non può calzare, in Gran Bretagna e in America le fondazioni e i privati hanno altri pregi e altri livelli di filantropia che noi ce li sogniamo (fatte sempre le dovute eccezioni, e qui penso a Panza Di Biumo e a pochissimi altri!). Il nodo della questione è duro e occorre cominciare a sfoltire classe politica, burocrazia e mentalità, ripartendo soprattutto dal concetto di Bene Comune.

        lois

        8 ottobre 2012 at 20:44

  4. […] giorni scorsi un bel post di Enrico Tomaselli sull’Art. 9 della nostra Costituzione (“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca […]

  5. […] dell’oro. Al contrario, si tratta di guardare al futuro con chiarezza e determinazione. L’articolo 9 della Costituzione repubblicana sancisce un principio davvero fondante, il cui valore esula la pur […]

  6. […] età dell’oro. Al contrario, si tratta di guardare al futuro con chiarezza e determinazione. L’articolo 9 della Costituzione repubblicana sancisce un principio davvero fondante, il cui valore esula la pur […]


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