enricotomaselli

Talkin' about revolution (all texts are copyleft)

Il morbo infuria, il PAN ci manca, sul MADRe sventola bandiera bianca *…

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Annunciato da un disastroso acquazzone – che ha mandato in tilt una città che si fa cogliere sempre impreparata – l’autunno sembra infine arrivato a Napoli.
E se il buon giorno si vede dal mattino… siamo già con l’acqua alla gola!
Cerchiamo dunque di fare il punto-nave della situazione… come sempre, mettendo al centro dell’attenzione le questioni legate all’Arte ed alla Cultura.
Il fil rouge che – mi sembra – collega e tiene insieme varie questioni aperte in città è, come sempre, la micidiale accoppiata tra scarsità (o cattivo uso) delle risorse economiche e insipienza ed inadeguatezza della classe politico-amministrativa. Talvolta i due capi del filo si intrecciano più strettamente, altre volte sembrano soltanto concorrere a determinare l’esito, ma difficilmente si scopre l’assenza d’uno dei due.

Partiamo dunque dal PAN, riportato tra l’altro alla ribalta da una lettera dell’assessore Di Nocera su Repubblica. In occasione della presentazione del progetto Nati per leggere, un’intelligente iniziativa che porta al III piano del Palazzo delle Arti Napoli un punto-lettura per bambini, Antonella Di Nocera scrive al quotidiano una lunga lettera che cerca, ad un tempo, di raccontare quanto fatto nel corso di questo primo anno arancione, e di tratteggiare il progetto immaginato per Palazzo Roccella (“Nuove strade per il PAN”).
La lettera esordisce in modo un pò spiazzante; scrive, infatti, l’assessore: “durante l’estate appena trascorsa, anche se in maniera estemporanea (e talvolta un pò sterile) si è sviluppato un dibattito sulle vicende del Pan, uno spazio culturale pubblico della città che, non senza difficoltà, è riuscito a trovare una nuova identità, inverando il progetto di un centro di attività permanente a disposizione degli artisti, degli operatori culturali, dei creativi”.
Dicevo spiazzante, poiché di questo dibattito estivo, estemporaneo e un pò sterile, sulle vicende del PAN, francamente non ho notizia. Quando è dove si sarebbe svolto, questo dibattito (pubblico, I suppose)?
Sono mediamente attento a questo genere di cose, che costituiscono tra l’altro il mio pane settimanale, visto che su ciò si basa il blog, ma di questo dibattito non ho sentito proprio nulla…
Ma forse l’assessore Di Nocera, persa dietro ai suoi famosi 500 file mentali aperti, ha confuso il PAN con il MADRe – attorno alle cui sorti, effettivamente, nel corso dell’estate c’è stato un dibattito a più voci, principalmente proprio sulle pagine di Repubblica. Quando si dice l’attenzione…
Nel primo step della lettera, comunque, la lingua batte dove il dente duole, ovvero i costi della struttura. L’assessore ricorda quelli della precedente gestione, che arrivavano a circa 500.000 euro solo per il personale a contratto (un direttore artistico, un consulente con funzioni dirigenziali e sei funzionari esterni), confrontandoli con quelli dell’anno trascorso, scesi a 60.000 euro (“investiti in gran parte per manutenzioni e miglioramenti della struttura”).

Arnaldo Fusinato, intellettuale e patriota risorgimentale

Arnaldo Fusinato, intellettuale e patriota risorgimentale

Per l’assessore questo deve essere un vanto, visto che lo sottolinea (“dico sessantamila”); eppure questo significa per forza di cose una caduta verticale della qualità. Capisco possa essere una spiacevole necessità, ma da qui a vantarsene come un brillante successo ce ne corre. Anche perchè questa riduzione è stata resa possibile azzerando i contratti esterni e trasformando il PAN in una “unità organizzativa con un funzionario responsabile e personale esclusivamente comunale”; personale a sua volta drasticamente ridotto. Quindi confermare la mission del PAN, quando contestualmente lo si depotenzia, appare alquanto contraddittorio.
Ciononostante, per il Comune questo “ha restituito (il PAN) alla città”; per di più, attribuendogli una “nuova identità, tracciata dal forte senso di appartenenza dei ‘lavoratori dell’immateriale’ e dei cittadini napoletani”. Di là dall’adozione di questa terminologia (lavoratori dell’immateriale), inaugurata a Napoli dal collettivo La Balena, e che appare più che altro un pigro ed acritico adagiarsi sul nuovismo linguistico, personalmente non riesco a vedere questa nuova identità. Il PAN mi sembra sia rimasto quel che era già negli ultimi anni, forse solo più movimentato: un grande contenitore per tutto ciò che vi si può mettere dentro. E del tutto privo di una sua identità, che può nascere solo da una progettualità ben definita. La quale, a sua volta, richiederebbe un’approccio esattamente opposto a quello corrente, in cui a definire la pseudo-identità del contenitore  è il susseguirsi casuale degli eventi-contenuto.
Quando poi si legge che “il modello ispiratore del PAN (…) guarda – in scala realisticamente ridotta – all’ICA di Londra o al Pompidou di Parigi”…

La questione centrale, riguardo al PAN – ma non solo – è in realtà proprio la mancanza di una progettualità vera, che guardi alla città del futuro nel suo complesso, e non ai singoli aspetti come se fossero ciascuno indipendente dall’altro. E quindi, una progettualità che sia anche realmente partecipata, coinvolgendo i cittadini e gli operatori culturali (e non semplicemente “i circoli intellettuali più tradizionali” con cui l’assessore vorrebbe confrontarsi). Una progettualità complessiva che non può prescindere da una valutazione complessiva delle realtà territoriali, delle risorse pubbliche, della capacità di attrarre e regolare investimenti privati, delle sinergie possibili.
Insomma, quella “visione di sistema sull’arte contemporanea” che cita la Di Nocera, ma di cui in oltre un anno non è emersa la minima traccia .

Altro corno della questione, il Museo MADRe, di cui – quantomeno – sembra avviarsi al termine la lunga e sconquassante transizione dal modello originario, bassolinian-cicelyniano, al nuovo modello immaginato dall’assessore regionale Caterina Miraglia.
Il museo di via Settembrini, infatti, ha visto in questi giorni concludersi una serie di passaggi destinati ad incidere sul futuro dell’istituzione. Primo – e più rilevante – fra tutti, il completamento del Comitato Scientifico della Fondazione Donnaregina per le Arti Contemporanee.
A Gianfranco Maraniello, direttore del Museo Mambo di Bologna, e Chuz Martinez, curatrice capo di dOCUMENTA (13), nominati dal Consiglio di Amministrazione della Fondazione, si sono infatti affiancati tre nuovi membri, indicati dalla Regione Campania: Bice Curiger, curatrice della Kunsthaus di Zurigo e direttrice della Biennale di Venezia Arti Visive 2011; Johanna Burton, direttrice del Center for Curatorial Studies del Bard College di New York; Andrea Bellini, direttore del Centre d’Art Contemporain di Ginevra.
Si tratta di un parterre di indubbio valore e prestigio, anche se – soprattutto in considerazione del fatto che tutti hanno già altri, più impegnativi incarichi, e non risiedono a Napoli – per il momento possiamo solo auspicare che valore e prestigio possano proiettarsi concretamente sul MADRe, anche in futuro. Per il momento, sta a loro la scelta del nuovo Direttore, tra i 32 candidati che hanno risposto al bando. Possiamo solo auspicare, quindi, che intanto questa scelta sia oculata, e dia a Napoli ed al suo museo d’arte contemporanea nuove prospettive di ampio respiro. E, per il futuro, che il coinvolgimento di persone d’alto spessore porti quantomeno a tessere una rete in grado di aiutare il MADRe a risalire la china.

Pesano intanto, sul futuro del museo, il depauperamento della collezione che ha accompagnato il tramonto dell’era Cicelyn, l’approfondirsi dello scollamento tra museo e città, i vincoli stabiliti nel piano strategico dei Cinque Cerchi – a partire dal rapporto con la Fondazione Morra Greco. C’è da augurarsi, quindi, che direzione e curatela del MADRe non solo arrivino presto, ma sappiano anche avviare un processo di rilancio del museo, e che sappiano agire con la dovuta autonomia dalle istituzioni politiche (soprattutto da quelle erogatrici), senza per questo chiudersi in una aristocratica turris eburnea.
É importante, soprattutto, che il MADRe si pensi – e quindi si ponga, rispetto alla città – come un (importante) tassello di un più ampio mosaico, il cui disegno non può essere appannaggio esclusivo (nel senso letterale, di escludente) di un’élite di competenti. Ovviamente, qui non si tratta di contrapporre una sorta di democrazia dell’incompetenza alla aristocrazia della competenza. Credo piuttosto che vada coinvolta la platea più ampia possibile, nella definizione di quel sistema dell’arte, e soprattutto di quel progetto di città, di cui dicevo prima. Un piccolo segnale in tal senso potrebbe essere l’incontro che Pierpaolo Forte, Presidente della Fondazione Donnaregina, ha voluto con i galleristi napoletani. Anche se poi i contenuti sono stati tutto sommato vaghi ed interlocutorî, comunque sembra segnare un cambio di passo.

L’autunno dell’arte contemporanea a Napoli, dunque, si apre in chiaro/scuro, con segnali positivi e no. Quel che continua a non vedersi, però, è la capacità di progettare in modo complessivo, di avviare processi realmente partecipativi, di aprire un confronto serio ed impegnativo sui grandi temi che abbiamo davanti.
Sotto questo punto di vista, quindi, si sente non solo la mancanza di volontà da parte delle istituzioni, ma anche la mancanza di capacità, nel cogliere le esigenze del momento. Per questo, come dico da tempo, occorre che siano i cittadini – in quanto soggetto principe della polis – a prendere l’iniziativa.
La Cultura non aspetta.

Arnaldo Fusinato, poeta e patriota italiano, scrisse L’ultima ora di Venezia, con il celebre passaggio: “Il morbo infuria / il pan ci manca / sul ponte sventola / bandiera bianca”.

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11 Risposte

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  1. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

    icittadiniprimaditutto

    13 ottobre 2012 at 11:59

  2. Ovviamente il buongiorno si vede dal mattino, come puó un comitato scientifico (di gran livello) sparso in mezzo mondo poter contenere lo straripamento di un ormai “non-museo”? Riguardo poi ai nostri governanti, è evidente che vivono su di un altro pianeta, ci dicono (tra le altre!!) che guardiamo a Londra e a Parigi e che abbiamo finalmente una pista ciclabile!!!!!!!! No dico, hai visto le bici dipinte con lo stencil e le bombolette?? Io da creativo (più o meno ottimista), immaginavo si trattasse di guerriglia marketing!!! Non ci è concesso neppure più essere ingenui!

    lois

    13 ottobre 2012 at 21:41

    • Beh, si, devo convenire: quella delle sagome di bicicletta dipinte dappertutto nel centro storico, è davvero strepitosa… C’è del genio, nell’amministrazione comunale, e non ce ne rendiamo conto…
      Scherzi a parte, mi auguro che – almeno – un Comitato Scientifico ben radicato in altre realtà, tutte di ottimo livello, possa se non altro servire a dare connessioni utili, al nuovo MADRe. Per il resto molto dipenderà dal Direttore.
      Sul PAN, non vorrei infierire. Oggi sono stato proprio lì, nell’ambito della manifestazione Vuotociclo, a presentare dei video di Magmart. L’organizzazione ha provveduto a portare un suo proiettore, perchè quello del PAN non era in grado di funzionare (non comprano la lampada, che occorre da mesi…). E per l’audio, si è dovuto appoggiare il microfono vicino all’altoparlante del portatile, perchè l’unico modo di collegare l’unica cassa disponibile è attraverso un mixer; ma il PAN ne ha uno solo, ed era impegnato altrove… Però guardiamo all’ICA ed al Pompidou.

      enricotomaselli

      13 ottobre 2012 at 21:55

      • Già! Fate la nota spese alla Di Nocera, potrebbe così evitare di azzardare paragoni inopportuni! Ma tant’è….
        Come dicono i francesi “il faut croiser le doights”!!!

        lois

        13 ottobre 2012 at 22:16

  3. Sono dell’opinione – forse controcorrente, ma non poco meditata – che il Madre sia stato un attore sociale della crisi politico-culturale che attanaglia Napoli in quanto forma caotica della metropoli ipermoderna, della quale ha incarnato il modello simbolico rovesciato in quanto luogo bianco, quasi neutro, di una possibile ricostruzione di immagini e valori chiari e forti, contro il degrado e la confusione delle forme culturali e sottoculturali standardizzate. In una città come la nostra i musei, i teatri, le sale cinematografiche, le biblioteche, le scuole, le accademie, le università dovrebbero tutte insieme svolgere un ruolo di formazione e – insisto – di ripristino e di modernizzazione della società e del territorio inteso prima di tutto come luogo dell’immaginario. Questo almeno per la mia generazione è sembrato lo scopo prioritario dell’agire politico, che ho sempre inteso come il modo per contribuire a un processo di rinnovamento culturale e all’ampliamento dello spazio pubblico dentro una solida prospettiva europea. L’arte contemporanea è stata in questo senso, da piazza Plebiscito in poi, un formidabile strumento di comunicazione e di condivisione delle nostre idee e delle nostre speranze. Che cosa il Madre abbia rappresentato fino a ieri sarebbe infatti un tema da affrontare dentro un discorso politico molto più ampio, che è il bassolinismo, cioè la forma locale del centrosinistra italiano finito tra i rifiuti dell’unione prodiana. Se non si ragiona a questo livello, riconoscendo tra i tanti demeriti, almeno il valore simbolico positivo che la stagione bassoliniana ha assegnato alle pratiche culturali “alte” della contemporaneità, identificandosi nelle istituzioni create per consolidarne il ruolo centrale nel territorio anche mediatico, non si riesce neanche a comprendere perché proprio i luoghi culturali più in vista della città abbiano subito l’assalto frontale e poi l’occupazione sia della destra caldoriana sia della sinistra arancione. Che cosa stiano diventando – rispettivamente per mano del Comune e della Regione – il Pan e il Madre, si può capirlo solo ricordando con un po’ di oggettività il modello che è stato abbattuto. I seguaci di De Magistris e quelli di Caldoro – due leader occasionali non confliggenti tra loro – non s’avvedono oggi di convergere nel medesimo atteggiamento di ostilità verso le forme culturali che reclamano autonomia e spirito critico, rivendicando autorevolezza pubblica e forza politica. Per gli uni e per gli altri, si tratta o di sostenere la creatività in senso lato (dal basso e diffusa, si dice nel gergo arancione) o di fare sistema connettendo le competenze private con le risorse pubbliche (i caldoriani) nel luogo geometrico di una psuedo-competizione riformista tipicamente clientelare. In entrambi i casi, a venir dismessa è l’idea fondativa di uno spazio pubblico originale in cui le produzioni di cultura siano ordinate e orientate alla conoscenza, alla trasmissione e alla condivisione di valori della modernità, non negoziabili e non riconducibili alle logiche della politica o del mercato. In soldoni, né il Pan umiliato dalla palese incompetenza della Di Nocera, né il Madre rimpinzato di nomi internazionali avulsi dal contesto locale, programmato per mettere insieme galleristi, collezionisti e operatori del settore (a spartirsi risorse pubbliche), prefigurano un sistema museale alternativo. Si tratta semplicemente di operazioni politiche di basso profilo e di breve respiro. Se per il Madre avessero avuto un progetto degno di questo nome, non avrebbero annunciato spese su spese e mostre su mostre (sembra 3 nel giro di pochi mesi), senza prima assumere un direttore e un curatore e poi affrontare e risolvere il problema di come si possa ripristinare una collezione storica degna di questo nome (e non un’estensione dei depositi delle gallerie napoletane). Che cosa sarà mai un museo come il Madre, strutturato per essere tecnicamente e simbolicamente una Kunsthaus di ispirazione europea, se non si mette mano a una forte politica di ricostruzione della sua raccolta stabile? Al comitato scientifico nuovo questo una Fondazione seria avrebbe dovuto chiedere come primo atto: un lavoro di ripensamento della collezione su cui, fino a prova contraria, si fonda l’identità di un’istituzione seria e autorevole e l’unica possibilità di un futuro museale.
    E’ il mio parere di cittadino, non di ex direttore del Madre. Lo giuro.

    eduardo cicelyn

    14 ottobre 2012 at 17:20

    • Ricevo con piacere questo commento, da parte di Eduardo Cicelyn, per più di una ragione. Innanzitutto – mi permetto di dire – perchè vi leggo (finalmente, aggiungo) quel distacco dall’esperienza personale che, solo, può consentire di intervenire in un pubblico dibattito senza portarvi un eccesso di personalismo, e che sino a ieri non mi sembrava di cogliere.
      L’analisi retrospettiva di Cicelyn, su ciò che è stato il MADRe – correttamente inquadrandolo all’interno di un’esperienza più vasta, politica, qual’è stata il bassolinismo – mi sembra abbastanza corretta, per quanto parziale. Su questo blog, ho più volte riconosciuto l’importanza di quell’esperienza, soprattutto nella sua prima fase, alla quale non si può non riconoscere – quantomeno – di aver avuto una visione, ed un coerente progetto politico-culturale. E ciò indipendentemente da come, poi, questa visione si sia offuscata e il progetto politico si sia disperso; e non certo solo per ragioni esogene.
      Anche l’analisi delle attuali condizioni delle politiche culturali napoletane (ammesso sempre che ce ne siano…), mi trova sostanzialmente concorde. Del resto, non è difficile esserlo, visto che l’evidenza è palmare.
      A mio avviso, comunque, lo scarto maggiore tra le due ere (quella della sinistra bassoliniana ieri, quella della sinistra arancione e della destra oggi) non mi sembra tanto – o meglio, non principalmente – nei contenuti, quali lo stesso Cicelyn ha sommariamente richiamati, ma proprio nella assoluta mancanza odierna di quella visione e di quel progetto di cui dicevo prima. Sia la sindacatura De Magistris che il governatorato Caldoro, infatti, appaiono come assolutamente volatili, sotto questo profilo. Si può essere d’accordo o meno, sia sul sostegno (più teorico che pratico…) alla creatività dal basso che ad un rapporto pubblico-privato diversamente articolato. Ma entrambe appaiono del tutto privi di un contesto strategico in cui collocarsi, di un qualche pensiero che vi dia senso e prospettive non contingenti. Ed è questo l’aspetto più grave; che, tra l’altro, dimostra la rispettiva caratura politica.
      Sulle considerazioni finali, in ordine al MADRe, mi trovo ancora una volta sostanzialmente d’accordo. Pur non essendo esattamente un fiducioso ottimista, mi auguro comunque che – pur nelle contraddizioni e con i limiti che anche Cicelyn ricorda – il museo possa intraprendere un percorso che lo riporti in qualche modo ad una presenza degna, in città e nel circuito internazionale.
      Fermo restando che – lo ribadisco ancora una volta – senza un’idea complessiva, senza una visione di città per il futuro, qualsiasi risultato positivo possibile nasce comunque castrato.
      E gira che ti rigira, si torna sempre allo stesso punto: fintanto che continueremo ad affidarci ai santi (S. Giacomo e Santa Lucia), non vedo luce in fondo al tunnel.

      enricotomaselli

      14 ottobre 2012 at 18:18

  4. Le gallerie, le fondazioni, insomma gli interessi privati privati a Napoli sono il problema, non la soluzione. La mia opinione è che la categoria dei galleristi, nel modo antico della vecchia imprenditoria meridionale, abbia fantasticato per lunghi anni la possibilità di mediare tra le politiche pubbliche e il mercato dell’arte contemporanea, puntando sulla nostra esperienza progettuale per reclamare il diritto di intercettare la spesa sulla base di presunte competenze e rendite di posizione. Ma il sistema nel quale io ho lavorato aveva creduto che almeno in questo campo si dovessero interrompere le cattive vecchie abitudini, disegnando un sistema pubblico di ispirazione europea. Tra l’altro chi può portare l’esempio di un solo museo degno di questo nome, realizzato nel mondo civile appaltando ai privati o cogestendo con essi decisioni artistiche e scelte organizzative? La stagione del centrodestra al potere in Campania ha riaperto la questione, anche se occultata sotto il velo sgualcito dell’ideologia liberista. Col risultato, che è sotto gli occhi di tutti, di zero investimenti privati e – si guardi il caso della Fondazione Donnaregina – discutibili elargizioni di denaro pubblico. Con ciò non mi sfuggono le ragioni politiche apparentemente legittime, invocate dalla Giunta Caldoro a sostegno della campagna di guerra condotta contro le istituzioni culturali napoletane e campane. Si trattava di marcare un’autentica discontinuità rispetto al passato in quanto tale, ma anche di far fronte – è questo è doveroso annotarlo – a un’obiettiva crisi finanziaria che ha investito negli ultimi anni la Campania, l’Italia e tutta l’Europa. La destra ha creduto di cavarsela invocando rigore, tagli lineari alla spesa e il soccorso di capitali immaginari da pompare nelle esangui casse dei musei ed ei teatri. Per arrivare a finanziare con i pochi fondi europei disponibili proprio quei soggetti privati che invece si guardano bene dall’investire proprie risorse nel sistema pubblico. Una scelta messa nel conto e perseguita con astuzia o un’eterogenesi dei fini?
    Mi spiego la contraddizione solo in un ragionamento politico più ampio. In un certo senso, distorto e confuso, il centrodestra arrembante tra il 2009 e il 2010 si era reso conto che l’egemonia del centrosinistra aveva impresso tracce profonde nei più sofisticati processi di riproduzione della cultura. Conquistato il potere, bisognava ora occupare i luoghi in cui nascevano le immagini e il discorso della città e, per riuscirci, si dovevano stipulare larghe alleanze con chi, nel gioco, avrebbe potuto portare energie fresche e soddisfare anche i propri interessi. D’altronde tutti avevano capito che la partita politica degli ultimi vent’anni si era giocata nel campo del simbolico e della riconfigurazione dell’immaginario locale. E si potrebbe sostenere per assurdo (ma non tanto) che anche la drammatica vicenda dei rifiuti sia esplosa solo qui, sul nostro territorio, con una carica, anzi come una carica simbolica altamente spettacolare. La crisi dei rifiuti fu una deflagrazione, una sorta di violenta implosione che determinò la rottura improvvisa del livello fondamentale delle politiche bassoliniane dal 1993 in poi. Tutti i discorsi sulla città si rovesciarono in negativo, conducendo alla rovina insieme alle solite (il mare, il paesaggio, i monumenti stravolti dai rifiuti) anche le immagini nuove, quelle che avevano determinato la più recente fortuna di Napoli nel mondo. Il personale politico del centrodestra, colto da improvviso e immeritato successo, in quella straordinaria circostanza comprese che la partita del suo consolidamento si sarebbe giocata sul ripristino di un livello simbolico accettabile, quindi anche sulla costruzione di una politica culturale capace di produrre significati forti ed originali. Non avevano però un mondo di riferimento, ma solo vecchi clienti e spezzoni di un ceto intellettuale disponibile al riciclo. Per giunta, gli toccava di mostrarsi duri e inflessibili nei confronti del sistema precedente.
    Ciò che è accaduto è sotto i nostri occhi. Ne è venuto fuori un sistema rattoppato alla men peggio, una specie di collage con pezzi a incastro di culture arcaiche e di ideologie pseudoliberiste: il tipico montaggio berlusconiano di pulsioni stataliste e pratiche familistiche modernizzate da slogan mercatisti. Promettendo risorse e libertà di perseguire i propri interessi, il centrodestra ha formato le sue clientele e le sue alleanze puntando diritto al cuore delle istituzioni culturali, percepite come avamposti per la costruzione della propria legittimazione. Ma è paradossale che, mentre il sistema caldoriano si attardava nella sua faticosa e un po’ ingenua guerra di posizione, dal campo della sinistra locale altrettanto traumatizzata sia invece emersa l’esuberante figura di Luigi De Magistris. Ed è infatti proprio lui, il nuovo e inatteso sindaco di Napoli, con le sue proposte schioppettanti, il vero vincitore della guerra simbolica contro le politiche culturali dell’ancien centrosinistra, benché ne sia a tutti in qualche modo anche l’erede e il continuatore. Oggi si ha netta la percezione che le manovre di occupazione dei musei e dei teatri da parte del centrodestra, non abbiano nè mobilitato interessi reali di soggetti nuovi, nè costruito il racconto alternativo della città, quella narrazione pubblico-privata cara al riformista Caldoro e mai vista in natura. Non si può non riconoscere che invece la retorica del “lungomare liberato” abbia messo in congedo ogni analisi sulla complessità storica e urbanistica della città, sul rapporto tra vecchio e nuovo, tra popolare e colto, tra antico e contemporaneo, congedando con una sbalorditiva superficialità quella che fu l’idea bassoliniana di Napoli. E la scena “arancione” della città non sa che farsene del rigorismo caldoriano, così come non ha interesse a sollecitare progettualità private, a meno che non siano spendibili subito, qui ed ora, nell’eccitazione mediatica delle feste dal basso, della creatività diffusa e ben sponsorizzata. Se è vero che De Magistris, per sua natura, non è in grado di comprendere e di difendere il valore pubblico delle istituzioni culturali, la sua presenza in continuo movimento getta un’ombra mediatica mortale sulla retroguardia caldoriana, impegnata in un’estenuante e palesemente inutile negoziazione tra interessi confliggenti in tutti i campi, primo fra tutti in quello culturale. Il declino dei musei, dei teatri e dei festival napoletani sotto il tallone del centrodestra non può tuttavia essere motivo di consolazione. Penso che le nuove generazioni dovranno necessariamente ricominciare daccapo. E per farlo toccherà rivedere il film e ripensare l’origine di ciò che sembra ormai deperito o perduto tra sterili mitologie riformiste e rumorose acclamazioni populistiche.

    eduardo cicelyn

    14 ottobre 2012 at 21:18

    • Ovviamente, non credo che la gallerie, i privati in generale, siano la soluzione. Al tempo stesso, non riesco a convincermi che siano il problema. Purtuttavia, siamo di fronte ad uno scenario diverso – sia da quello a cui eravamo abituati, sia da quello che si sta attualmente vivendo in altri paesi. La specificità italiana, e meridionale in particolare, emerge in tutta la sua drammaticità, e dobbiamo trovare soluzioni nuove. Soluzioni che non possiamo importare da fuori, perchè il nostro contesto è fin troppo imparagonabile. E dunque, pensare che questa soluzione possa emergere d’incanto, attraverso l’illuminazione di pochi, mi sembra fuori dalla realtà. Credere che la transizione che stiamo attraversando come paese non abbia nulla a che vedere con la Cultura, e con il sistema dell’arte contemporanea, sarebbe un’ingenuità colossale.
      E dunque, quale che sia la via d’uscita, dobbiamo capire che la possiamo trovare solo mettendo insieme tutte le risorse – e non sto parlando solo di quelle economiche. Che, pure, non sono per niente secondarie.
      É chiaro che il centrodestra, arrivato inopinatamente al governo della Regione, avesse la necessità di operare una cesura simbolica con il vecchio regime. Tanto più cogente, in quanto poi sostanzialmente incapace di segnare una qualche discontinuità sul piano delle politiche concrete.
      D’altro canto, negli ultimi anni del centrosinistra a Santa Lucia, c’era di fatto una situazione di non-ostilità tra maggioranza ed opposizione. Non a caso, è stato durante quegli anni che i vari Cosentino hanno messo le mani sul ciclo dei rifiuti, e certo non poteva accadere senza che a Santa Lucia se ne accorgessero…
      Ma non è questo il punto. Il centrodestra ha fatto il suo mestiere, applicando in modo raffazzonato la propria ideologia liberista, nel contesto generale di una crisi che non è assolutamente in grado di fronteggiare – sul piano internazionale, figuriamoci a livello locale.
      Anche la sinistra è stata però fagocitata dalla propria implosione, favorendo l’affermazione arancione, e restandone poi ulteriormente irretita.
      La questione quindi, per tornare ai nostri temi, necessita di soluzioni che vadano ricercate al di fuori delle esperienze consolidate e verificate. Al di fuori degli schemi del passato.
      L’Italia, ed il Mezzogiorno ancor di più, sono un contesto assolutamente imparagonabile, sia all’Europa che agli Stati Uniti – per restare nel mondo civile… Ma per quanto complicato possa essere, non credo che possiamo liberarcene scaricando tutto sulle nuove generazioni. Bisogna ricominciare tutto daccapo, questo è sicuro. Ma non si può saltare una generazione.
      Il domani nasce nell’oggi.

      enricotomaselli

      14 ottobre 2012 at 23:20

  5. Per come va la democrazia nel nostro Paese…..un’aristocrazia della competenza a tutti i livelli sembrerebbe la soluzione piu’ tranquillizzante considerato che la riforma del Titolo Quinto della Costituzione ha comportato ingenti danni al nostro patrimonio storico ed artistico e ai nostri Paesaggi.
    La maggioranza dei Cittadini e dei loro Sindaci, Governatori e Presidenti di Provincia è ancora, purtroppo, del tutto priva di un minimo bagaglio di conoscenza per poter deliberare in maniera appropriata in tutti i settori ed, in particolare, in quello della Cultura.
    Amara constatazione che non vuole pero’ deprimere la vera cittadinanza attiva.

    maria vitacca "Articolo 9"

    16 ottobre 2012 at 21:21

    • La democrazia, per quanto complicata e scomoda, almeno per il momento sembra essere il sistema migliore. Implicito nella democrazia è che non tutti possono avere “un minimo bagaglio di conoscenza” su ogni campo, pur avendo il diritto di esprimere il proprio parere. Anche io e te, non siamo certamente competenti su tutto. Compito della politica è esattamente questo. Stimolare la partecipazione ed il confronto, in ogni forma, ed organizzare la mediazione tra i cittadini e le istituzioni. Ho scritto politica, non partiti, perchè non ritengo che questi siano l’unica forma di espressione politica organizzata dei cittadini.
      Una di queste, infatti, è la cittadinanza attiva.
      Ma attenzione a non cadere nella sfiducia generalizzata. Altrimenti non se ne esce.

      enricotomaselli

      16 ottobre 2012 at 22:33

  6. […] non molti giorni dopo aver pubblicato sullo stesso giornale la lettera di cui ho parlato un paio di post fa, l’assessore alla Cultura fa un quadro della situazione che, pur nell’ovvia difesa […]


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