enricotomaselli

Talkin' about revolution (all texts are copyleft)

MAXXI pasticcio

with 7 comments

Ho scritto spesso, ripetendolo quasi come un mantra, che la politica dovrebbe tenersi a debita distanza dalle questioni culturali. Ovviamente, questo non significa che tali questioni debbano essere appaltate ai privati. Anzi. L’intervento pubblico è fondamentale, in quanto trattasi di questioni che hanno a che vedere con qualcosa di più profondo – e di più rilevante – del mero interesse economico. Ma questo intervento dovrebbe essere caratterizzato dall’impegno delle pubbliche amministrazioni, statali e locali, nella creazione di infrastrutture (materiali e legislative) in grado di agevolare al massimo lo sviluppo – libero – delle Arti e della Cultura.
Andrebbe superata per sempre, quantomeno nei limiti del possibile, la logica dei finanziamenti discrezionali. E lo stesso ruolo precipuo della Politica, ovvero la definizione delle linee generali di indirizzo, andrebbe esercitato in maniera sobria ed accorta, evitando accuratamente invasioni di campo.
Ciò detto, è evidente che la prima regola da rispettare – anzi, da introdurre – sarebbe quella di una rigida separazione delle carriere. Da intendere in senso duplice: come prima cosa, stabilendo criteri di selezione per il personale dirigente degli enti culturali pubblici, che siano sempre e comunque improntati all’accesso per bando, escludendo le nomine dirette da parte di Ministri, Governatori, Sindaci ed Assessori vari. E che, ugualmente, sanciscano il principio della unidirezionalità: chi ha ricoperto incarichi direttivi in ambito culturale pubblico, può legittimamente esercitare il proprio diritto all’elettorato passivo, candidandosi, solo e soltanto dopo aver rassegnato le dimissioni dall’incarico ricoperto; ma chi ha ricoperto cariche politiche, pubbliche o di partito, non può accedere ad incarichi di responsabilità negli enti culturali pubblici, di qualsiasi ordine e grado.
Questo è l’unico modo per garantire la libertà della Cultura, e recuperare trasparenza ed etica pubblica in un campo così delicato.

MAXXI pasticcio?

MAXXI pasticcio?

Detto questo, appare chiaro che la recente vicenda del MAXXI rappresenta, a mio avviso, davvero una brutta pagina. La nomina di Giovanna Melandri, parlamentare PD, alla Presidenza del Museo, rappresenta infatti un pessimo passo in avanti nella triste storia dei rapporti tra politica ed istituzioni culturali. Da sempre considerate poco più che una fabbrica di consenso, una riserva dove pascere famigli e clientes, con questa mossa del Ministro Ornaghi diventano direttamente refugium peccatorii di un pezzo di classe dirigente politica. Oltretutto, la nomina della Melandri appare tanto più inopportuna non solo per la natura dei ruoli ricoperti precedentemente, nonché per la mancanza di una specifica competenza, ma anche per via del come si è arrivati a questa nomina, e del cosa l’ha accompagnata.
Vale qui la pena di accennare brevemente alla cronistoria che ha portato Giovanna Melandri alla guida della prestigiosa istituzione.
Uno dei primi (e pochi) atti del Ministro, fu infatti il commissariamento del MAXXI. Venne estromesso il Presidente Pio Baldi, e l’intero CdA, perchè – si sostenne – il bilancio del Museo era gravemente in rosso. A gestirlo fu quindi chiamata Antonia Pasqua Recchia, Segretario generale del Ministero. Nel frattempo, cominciavano le grandi manovre che avrebbero portato la Melandri sulla poltrona di Presidente. Lei stessa, esprimeva più volte pubblicamente preoccupazione per l’istituzione museale, sottolineando la necessità di reperire più fondi. E nel contempo, dava vita alla Fondazione Uman, il cui scopo statutario sembra essere proprio il fundraising (“Abbiamo in mente un nuovo modello di ‘Capitalismo filantropico’, fondato sul legame innovativo tra donazione e innovazione sociale. Per questo, proveremo a connettere virtuosamente chi ha grandi risorse economiche a disposizione e chi ha grandi idee da realizzare.”). La Fondazione, per inciso, annovera tra i suoi membri il Ministro Andrea Riccardi, il sottosegretario Marta Dassù ed il commissario straordinario governativo Giuliano Amato…

Ma, come dicevo prima, questa nomina è sgradevole anche per il come si è prodotta. Non è, infatti e come si potrebbe pensare, una nomina nata nell’ambito di una qualche trattativa politica con (o su pressione del) Partito Democratico, di cui la Melandri è parlamentare da 18 anni. Anzi, a via del Nazareno sono caduti dalle nuvole, alla notizia. La nomina – comodo e prestigioso approdo dopo la quasi ventennale esperienza parlamentare, destinata a finire per via dello statuto del partito – nascerebbe infatti dalla parentela dell’ex-ministro con Salvatore Nastasi, già capo di gabinetto del ministro dei Beni culturali, direttore generale per lo Spettacolo dal vivo, da tutti considerato come l’eminenza grigia del ministero. Oltre che, appunto, dai buoni rapporti con gli ambienti del Governo Monti…
E una volta nominata, ecco che cambiano un pò di cose; il nuovo statuto del MAXXI attribuisce nuovi poteri al Presidente, la quale può nominare direttamente quanti dirigenti vuole – ed infatti, già si sa che passeranno da due a 5 (forse 7). Contemporaneamente, il budget pubblico del Museo viene aumentato di 1.7 milioni di euro – mentre si tagliano i fondi a quasi tutte le strutture pubbliche… Insomma, una bella, classica commedia all’italiana!

Si dice che, di fronte alla marea montante delle proteste per la sua nomina, la Melandri abbia confidato ai suoi intimi che, in fondo, si trattava di sopportarne il disagio per qualche giorno, poi tutto sarebbe rientrato, e sarebbe cominciata la fila fuori la sua porta. Ovviamente, non si può sapere se sia vero o meno, ma di sicuro è verosimile. Perchè riassume in una cinica battuta quel che effettivamente è il tratto caratteristico dei rapporti tra politica e settore culturale. Ed è su quel tratto che occorre agire, e con urgenza. Perchè è chiaro che questa spirale perversa non può che essere spezzata dal basso, così come è altrettanto chiaro che, senza spezzarla, nessun vero cambiamento sarà possibile.
Per parte mia, e nel mio piccolo, sicuramente quando ci sarà un nuovo governo in carica, la prossima primavera, chiederò pubblicamente che venga rimosso l’attuale Presidente del MAXXI, e che si proceda in tempi rapidi a sceglierne uno competente e qualificato, ed attraverso procedure trasparenti.

**********
Ed a proposito di passi indietro da chiedere… Due settimane fa, pubblicando il post Alea iacta est, ho annunciato il prossimo invio di una lettera aperta sul Forum Universale delle Culture; la lettera, indirizzata al Sindaco di Barcellona Xavier Trias i Vidal de Llobatera ed alla Direttrice della Fondaciò Mireia Belil, per chiedere che sia revocata l’assegnazione a Napoli dell’edizione 2013, alla luce dell’assoluta incertezza ed opacità del quadro politico ed organizzativo. La lettera sarà inviata (anche ai quotidiani El Periodico e La Vanguardia) il prossimo 20 novembre, ad un mese esatto della sua pubblicazione, per raccogliere le firme di quanti la condividono.
Restano dunque 18 giorni utili per aderire. Basta inviare una email a questo indirizzo. E tu, che fai?

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7 Risposte

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  1. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

    icittadiniprimaditutto

    3 novembre 2012 at 11:25

  2. Ovviamente è l’ennesima brutta pagina per la nostra cultura e non credo resterà isolata! Ci sono cose che in questo Paese proprio non si ingranano né evolvono né cambiano! E poi tutto con i tempi biblici della burocrazia nostrana. Per il Maxxi si è atteso un anno da quando si è parlato di dissesto… per il nostro Madre, ancora aspettiamo… Mala tempora currunt!

    lois

    4 novembre 2012 at 22:14

    • Beh, questo direi che è un bel passo avanti… O meglio, in basso.
      Fino a ieri, i politici usavano gli enti culturali per piazzare qualche proprio tirapiedi, avendo comunque in genera l’accortezza di nominare persone competenti, almeno nelle istituzioni più di primo piano.
      Qui invece siamo ad un politico di rilievo, che avendo vista conclusa la propria stagione, si apparecchia un’uscita di scena di proprio gradimento, sfruttando tra l’altro anche relazioni familistiche, e mostrando di considerare il bene pubblico come una disponibilità in capo alla classe dirigente.
      Eh, si…, mala tempora currunt

      enricotomaselli

      4 novembre 2012 at 22:23

  3. Non fa scandalo la nomina della Melandri. Si tratta a mio parere della persona giusta nel posto giusto. Mi spiego. Il ministro Ornaghi porta a compimento un processo politico che solo la presunzione del tecnico può ritenere legittima, per giunta in buona fede. In effetti, più o meno consapevolmente, tutti i montiani ritengono di decidere e di agire secondo principi di neutralità e di indipendenza. Altrettanto inconsapevoli – non so però se del tutto ignari – mi appaiono i moralizzatori che ritengono di risolvere ogni questione separando la politica dalla tecnica: in fondo, è o non è questo l’argomento dell’autore del blog? Eppure, è del tutto evidente che ogni decisione presa nello spazio pubblico è inevitabilmente politica. Anzi, per dirla tutta, non si può prescindere dalla consapevolezza moderna che la tecnica è l’orizzonte ultimo della politica: e non perché giunge alla fine, quando la politica è impotente, ma perché la potenza nichilista della tecnica è essenzialmente la politica del nostro tempo. Dunque, la mia tesi sarebbe che la decisione di Ornaghi è del tutto tecnica perché politica e viceversa.
    Questa riflessione non elude la questione Melandri, bensì serve a criticarla da un punto di vista, a mio parere, più avanzato. Dunque, non si tratterebbe di contestare la politicità generica della scelta al modo dei grillini – ché davvero non se ne può più delle loro superficiali petizioni di principio – svelandone i retroscena o di denunciare l’incompetenza della nominata, in contraddizione con la sbandierata tecnicità decisionale. Tali osservazioni costruiscono una retorica dell’etica pubblica, oggi apparentemente molto diffusa, che non serve però a comprendere i fenomeni politici, men che mai a combatterli. Prendiamo il caso Maxxi, la cui nascita mostra l’evidenza architettonica di una politica bipartisan edificata sul modello televisivo che insegue l’audience convocando la star internazionale Zaha Hadid. In effetti, la Melandri – in questo Ornaghi è sincero – è all’origine del museo romano così com’è. Fu lei il ministro che diede il via all’operazione Maxxi. Il dramma di questo museo non è però la sua imponenza ingestibile dal punto finanziario, ma la desolante povertà culturale che incarna, il disastro politico da cui emerge. All’origine del Maxxi non c’è infatti un’idea dei linguaggi visivi della contemporaneità e dunque di uno spazio che ne potesse raccogliere ed esprimere forme e comportamenti. C’è invece solo un’ottusa rincorsa al modello internazionale dell’edificio prestigioso, dell’architettura portentosa da parte di un ceto politico che fino a ieri si è immaginato grande e potente costruendo cattedrali moderne di cui peraltro gli esponenti italiani non conoscono gli usi e non ne capiscono la lingua. La Melandri è chiamata ora a dichiarare il fallimento tecnico e politico di un apparato spettacolare molto romano senza contenuti, privo di storia, oltremodo costoso.
    Ripeto, oggi la Melandri è la persona giusta nel posto giusto. Se non altro per ricordare che il Maxxi ha una collezione, acquistata in dieci anni, che però non può esporre un po’ per problemi di qualità, un po’ perchè gli spazi museali non sono adeguati. Ecco un argomento di cui sarebbe interessante discutere anche in questo blog. Insomma, vogliamo dirlo una volta per tutte che quell’architettura senz’anima è sbagliata perché obbliga a spese di manutenzione insostenibili e ad investimenti massicci (ed effimeri) per l’allestimento di mostre? Alla Melandri una politica in stato terminale, tecnicamente morta, ha affidato la croce. E Il suo sarà un autentico calvario. Non ci sono soluzioni tecniche quando il fallimento è politico. Sarebbe necessario un cambio di paradigma. Ma l’unica strada oggi immaginabile in Italia è la spending review, che nel caso del Maxxi significherà alimentazione coatta e respiratore artificiale. Nell’attesa di qualche caritatevole finanziatore che, come Godot, nessuno potrà mai vedere.

    eduardo cicelyn

    5 novembre 2012 at 13:53

    • La tesi di fondo di questo blog, più volte ripetuta, è chiaramente espressa all’inizio di questo post: “Ho scritto spesso, ripetendolo quasi come un mantra, che la politica dovrebbe tenersi a debita distanza dalle questioni culturali. Ovviamente, questo non significa che tali questioni debbano essere appaltate ai privati. Anzi. L’intervento pubblico è fondamentale, in quanto trattasi di questioni che hanno a che vedere con qualcosa di più profondo – e di più rilevante – del mero interesse economico.”
      Non è, quindi, un’ingenua quanto semplicistica idea di separazione netta tra politica e cultura. Che, appunto, non può darsi proprio in quanto le due cose sono inscindibilmente connesse – in linea di principio e sotto l’aspetto pratico.
      Tesi di fondo è perciò che compito della politica sia garantire le infrastrutture necessarie alla Cultura, siano esse la conservazione dei beni artistici e paesaggistici o la creazione di musei, l’accesso all’istruzione pubblica od alla banda larga, il sostegno diretto alle produzioni artistiche di rilievo o quello indiretto al sistema dell’arte nel suo complesso.
      É abbastanza chiaro, tanto da non essere così facilmente equivocato, che auspicare la separazione delle carriere tra politica e cultura non è da intendersi nel senso d’un auspicio (o, peggio, d’un illusione) per una presunta apoliticità della tecnica – intendendo per quest’ultima le competenze.
      Ho più volte espresso l’opinione che essa (la tecnica) non sia affatto neutrale, tanto meno quando esonda dal proprio ambito (ovvero il come fare) per assumere un ruolo decisionale (ovvero il cosa fare).
      Si tratta piuttosto di chiedere che il ceto politico svolga il proprio ruolo – di là da giudizi di merito sul come lo esercita, se bene o male – avendo cura di non voler mettere bocca anche sul come fare, ed evitando assolutamente di farlo sul chi. Anche perchè questo è l’unico modo per evitare il periodico azzeramento determinato dall’uso massiccio e spregiudicato dello spoiling system.
      Nel merito della questione, è pur vero che la Melandri, quand’era ministro, ebbe un ruolo rilevante nella decisione di far nascere il MAXXI. Ma se da questo si facesse discendere il principio che ogni opera pubblica rimane in qualche modo legata da un cordone ombelicale al politico che l’ha promossa, sino al punto che questi avrebbe una sorta di diritto di prelazione sulla stessa, ci sarebbe da ridere.
      Non sono affatto d’accordo con l’idea che la Melandri sia “chiamata ora a dichiarare il fallimento tecnico e politico di un apparato spettacolare molto romano senza contenuti, privo di storia, oltremodo costoso”. Credo piuttosto che l’esito di questa nomina sia, per quanto riguarda il museo romano, un’aggravarsi della eventuale crisi identitaria di cui parla Cicelyn. Ma che l’idea della Melandri stessa sia ben differente da quella di divenire il curatore fallimentare della propria creatura.
      Il problema del MAXXI, piuttosto, anche sotto il profilo della coerenza architettonica con la destinazione d’uso – argomento non peregrinamente sollevato – mi sembra difficilmente considerabile in modo avulso dal contesto generale, che è quello delle politiche culturali di questo paese. A mio avviso, ad esempio, non è la struttura architettonica in sé ad essere inadatta, quanto piuttosto l’essere – come peraltro spessissimo accade per le opere pubbliche in Italia – progettata senza lungimiranza economica e culturale. Insomma, non è la cattedrale ad essere brutta, quanto il costruirla nel deserto che è senza senso. In ogni caso, ora c’è, cerchiamo quindi di popolare il deserto, piuttosto che assisterne impotenti al crollo.
      Su qualcosa però mi trovo assolutamente d’accordo: “Non ci sono soluzioni tecniche quando il fallimento è politico. Sarebbe necessario un cambio di paradigma.”
      Infatti, non coltivo l’illusione che il MAXXI possa trovare la sua via al di fuori di un generale cambio di rotta. Per questo, non (mi) aspetto alcun Godot con tasche gonfie e mano generosa. Al contrario, ritengo che occorra agire sul terreno politico per uscire da questa “unica strada oggi immaginabile in Italia”, quella dei tagli senza criterio e senz’altra prospettiva che acquietare i mercati, ed aprirne una nuova, ma nuova davvero, che sappia trovare il giusto punto di equilibrio tra politiche pubbliche ed iniziative private, tra esigenze di bilancio e prospettive di crescita non meramente economiche.
      Una strada che tocca alla Politica tracciare.

      enricotomaselli

      5 novembre 2012 at 19:07

      • Ho alcune obiezioni. Secondo me, non esiste politica fuori dall’orizzonte di senso che la produce. Cioè la politica è sempre produzione di significati. Se si accetta questo punto di vista, si deve ammettere che la politica è sempre decisione e fondazione di una cultura. Ma allora si deve convenire che non può essere ammessa una funzione neutrale del discorso politico e dunque l’esistenza di un luogo in cui si possa formare una decisione che neutralizzi il senso di cui la politica è costitutivamente portatrice. Non sarebbe più politica una decisione che – come si augura Tomaselli – si tenga a distanza dalle questioni culturali. Si tratterebbe infatti di una decisione letteralmente infondata o, in altri termini, essenzialmente tecnica. Ma – dice ancora Tomaselli ed io condivido – non esiste l’apoliticità della tecnica.
        Per discutere il caso Maxxi è necessario ricostruire, come ho cercato di fare per grandi linee nel post precedente, il contesto politico-culturale in cui viene edificato a Roma il museo dell’arte del ventunesimo secolo. È infatti già scritto nell’atto fondativo il senso del suo fallimento. Un museo del secolo a venire avrebbe dovuto essere con ogni evidenza lo spazio di una sperimentazione estetica aperta ad ogni evenienza. Perció fu dato credito al progetto di Zaha Hadid, la quale propose e poi realizzò un luogo di transito e di flussi visivii, cioè un’architettura fluida in opposizione ai canoni della museologia classica. Nel frattempo la commissione scientifica e poi la dirigenza del Maxxi hanno lavorato ad acquisìzioni di opere non collocabili in quel determinato spazio e a mostre retrospettive che, nella migliore delle ipotesi, hanno documentato il passato, mai guardando a quel futuro che è nel nome del museo. Io non ho detto che il Maxxi è brutto (non dispongo di strumenti concettuali per distinguere il bello dal brutto). Ho invece sostenuto – e qui lo ripeto – che si tratta di un luogo architettonicamente sbagliato e angosciosamente inutile. Se ha un senso parlare di sprechi, ecco direi che il Maxxi è un’occasione sprecata per l’arte e per gli artisti italiani. E confermo che, dal mio punto di vista, l’apparato spettacolare allestito dalla Hadid è la rappresentazione plastica del fallimento culturale di una politica nazionale. Fa impressione un museo che finisce nel nulla (questo e nient’altro significa la nomina della Melandri), ma non è certo una novità vedere in Italia un’opera pubblica interrotta affacciarsi nel baratro, come certe autostrade mai terminate.

        Eduardo Cicelyn

        6 novembre 2012 at 10:29

      • Va da se, se la tecnica non può essere neutrale, tanto meno lo può la politica. Il mio ragionamento, infatti, è d’altro genere. Non invoca la neutralità della decisione politica, ma la sua distanza. Banalizzando per essere più espliciti, la scelta politica è – ad esempio – quella del governo Prodi che decide la costruzione a Roma di un museo per le arti del XXI secolo. Ed è chiaro che questa decisione – per quanto possa apparire improbabile… – è carica di senso. É nel passaggio successivo che deve marcarsi la distanza di cui parlo. Quando si tratta di scegliere chi dovrà interpretare quel senso, è opportuno procedere per titoli e non per relazioni. E quindi per bandi pubblici non per chiamate dirette.
        A mio avviso questo dovrebbe essere un criterio generale, da applicare ad ogni singolo campo – non solo la Cultura, quindi, ma la sanità, l’istruzione…
        Ma in ogni caso, per la natura intrinseca della Cultura, il rischio (anche involontario) del MinCulPop è sempre dietro l’angolo, e quindi necessario uno sforzo suppletivo della politica per assicurare quella distanza di cui prima. Anche perchè, ribadisco, nel nostro Paese l’avvento di questa infausta II Repubblica, con il suo sistema maggioritario sostanzialmente estraneo alla cultura nazionale, ha prodotto un parossistico uso dello spoiling system, considerato un diritto e quasi un obbligo per il vincitore di turno; con il risultato che il sistema-paese diventa una sorta di tela di Penelope, continuamente tessuta e poi disfatta. Privato dei tempi lunghi che servono per una crescita sana. Non per caso, il ventennio maggioritario coincide con lo stop della crescita del Paese.
        Quanto al MAXXI, sono d’accordo che l’intuizione originaria, ben interpretata dall’architettura di Zaha Hadid, sia poi stata dispersa nella sua interpretazione concreta. Mi chiedo quanto abbia pesato, su questo, il criterio ed il sistema di selezione del chi
        Ovviamente, non penso che il MAXXI sia brutto – al contrario, trovo sia una struttura straordinaria, la cui bellezza esalta il contrasto con le opere contenute, che alla fine appaiono poca cosa. Ciò che intendevo, forse poco chiaramente espresso, è che il problema non è il progetto architettonico, quanto il (mancato) progetto urbanistico. Insomma, e per restare alla metafora utilizzata, il deserto e non la cattedrale.
        Mi auguro che il MAXXI sappia ritrovare quel senso. Ma non credo che ciò possa accadere sotto la guida della Melandri.
        Proprio per questo, è fortissima la necessità di Politica.
        Qui non è più questione di autostrade o musei. É il Paese, ad essere affacciato sul baratro.

        enricotomaselli

        6 novembre 2012 at 11:02


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