enricotomaselli

Talkin' about revolution (all texts are copyleft)

Las Vegas @ Pompei

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Al Teatro Eliseo di Roma, si sono tenuti nei giorni scorsi gli Stati generali della Cultura; dico subito che, a mio avviso, è un’altra occasione mancata – dopo quella dell’assemblea generale del mondo dell’arte contemporanea convocata al Maxxi dall’AMACI, Chiamata per l’arte. Si continuano ad organizzare queste riunioni, senza mai riuscire a coinvolgere la base produttiva del mondo artistico e culturale, preferendo la cifra della sfilata di oratori, più o meno competenti, che finiscono col raccontarsi tra di loro sempre le stesse cose. Come in un vecchio e snob club inglese.
Ma questi incontri non servono a cambiare lo stato delle cose. Anzi, paradossalmente, rischiano di ingessare lo status quo, riproponendo ab æternum gli stessi schemi, le stesse lamentazioni, gli stessi volti.
Sono passati oltre 200 giorni, da quando l’AMACI ha chiesto un’incontro con il Presidente del Consiglio Mario Monti, ed altrettanti da quando la Consulta Arte Roma ha chiesto un’incontro pubblico col Ministro Lorenzo Ornaghi. Nessuna delle due richieste ha avuto risposta, e men che meno si sono svolti gli incontri. Eppure, il Ministro Ornaghi – insieme a tanti altri colleghi di Governo – figurava tra gli oratori ufficiali degli Stati generali.
Forse, per usare un termine abusato (e che non mi piace nemmeno tanto), sarebbe il caso di avviare un pò di rottamazione anche nel panorama culturale italiano…

In Italia, sussiste e si perpetua una demarcazione di classe all’interno del mondo artistico e culturale; c’è un piano ufficiale, istituzionale e/o nobilitato dal successo, ed uno di base, costituito da una massa di produttori che preme alle porte di quello precedente. Sono due mondi che dialogano pochissimo, e che – un pò come succede per la distribuzione della ricchezza – vedono una piccola parte del comparto culturale che monopolizza la quasi totalità dei fondi disponibili, mentre gli altri si distribuiscono le briciole. Intendiamoci, non voglio fare del facile populismo. Nè tantomeno aizzare al conflitto intraspecifico. La questione è che mancano del tutto le strutture – e le politiche – intermedie. Non esistono gli strumenti di raccordo tra questi piani, che invece riescono a comunicare solo per la sensibilità personale di qualcuno nel piano nobile, o per la forte determinazione di qualcun’altro dai piani bassi. Questo, ovviamente, si inquadra in un contesto più ampio, che è di sostanziale disattenzione per le nuove produzioni artistiche e culturali. Si privilegia (più che altro a parole) la conservazione dei beni culturali. Continuiamo a sentirne parlare come del petrolio del nostro paese – il che è già indicativo dell’approccio culturale, che li vede come giacimenti di risorse da sfruttare.

Alessandro Magno o il magna-magna?

Alessandro Magno o il magna-magna?

La parola chiave, qui, è giacimenti. Qualcosa che sta lì (giace), aspetta solo di essere sfruttata appieno e bene. Con il vantaggio ulteriore di essere soggetti a consunzione, ma non a consumo. I giacimenti culturali, si pensa, non sono destinati ad esaurirsi come quelli petroliferi… Naturalmente, se pure questo fosse l’approccio corretto (e non lo è), all’orizzonte non c’è nemmeno l’ombra di un Enrico Mattei della Cultura…
In compenso, c’è una pletora di politici ed imprenditori con la mentalità del tour operator di provincia, che sognano un Italia trasformata in mega-parco divertimenti, una sorta di DisneyWorld per turisti russi, cinesi – e domani chissà, indiani, brasiliani… E non è esagerazione polemica. Per dirne una, il piano dell’Unione Industriali per Pompei, prevede tra l’altro un parco alberghiero da 1500 stanze ed un’area sensoriale con ricostruzione di tabernæ romane, finte terme, escursioni in galea ed un albergo in stile pompeiano! Il tutto, a ridosso dell’area degli scavi. Per oltre un milione di metri quadri complessivi, tra Pompei ed il mare. Insomma, il modello Las Vegas.

É chiaro che questo modello di consumo dei beni culturali, se pure ne garantisse la buona conservazione materiale, porta con sé inevitabilmente lo svuotamento di senso del patrimonio culturale italiano. E quindi, una volta conclusosi il ciclo di redditività, durasse anche cent’anni, non resterebbero che macerie. Non ci sarebbe più alcuna distinzione tra le vestigia del nostro passato remoto, e le scenografie di cartapesta.
Francamente, non è certo questa la strada da perseguire.
Dobbiamo pervicacemente cercarne un’altra, per uscire dalla spirale lamentosa dei convegni, e per spezzare la barriera che separa i piani bassi da quelli alti, nel palazzo della Cultura. Se non portiamo il Presidente Giorgio Napolitano al Teatro Valle, il responsabile per la cultura di Confindustria Alessandro Laterza a Macao, il presidente di Federculture Roberto Grossi ai Cantieri Culturali della Zisa. Se non riusciamo a far dialogare questi mondi, se non imparano a conoscersi davvero, non c’è soluzione.
Bisogna resettare.
Senza accenti talebani da una parte, né snobismi elitari dall’altra. Ho sempre pensato che il conflitto sia un fondamentale strumento di progresso (anche il Ministro Barca, pare…), ma perchè sia effettivamente così è necessario che le parti si conoscano realmente, e che il conflitto nasca, si basi – e si risolva – a partire da questa effettiva conoscenza reciproca. Per questo, mi piacerebbe pensare ad una diversa formula, a dei veri Stati Generali dell’Arte e della Cultura.
Oltre 6000 artisti hanno lasciato l’Italia nel solo 2011. Un depauperamento inaccettabile, una sottrazione di futuro per l’intero paese, di fronte alla quale non si può restare indifferenti. É su questo, che occorre interrogarsi. Non quale futuro ci aspettiamo, ma quale futuro vogliamo costruire. Napoli mi sembra il luogo adatto per far partire questo percorso. Napoli con le sue ricchezze e le sue miserie, Napoli con le sue contraddizioni. Ora.

**********

Mercoledì  20 novembre partirà la lettera aperta indirizzata al Sindaco di Barcellona ed alla Direttrice della Fundaciò Forum (oltre che ai quotidiani El Periodico e La Vanguardia), per chiedere la revoca dell’assegnazione a Napoli dell’edizione 2013 del Forum Universale delle Culture, e fino ad allora continua la raccolta delle firme di quanti la condividono.
Restano solo pochissimi giorni utili per aderire. Basta inviare una email a questo indirizzoTu che fai?

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6 Risposte

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  1. Reblogged this on i cittadini prima di tutto and commented:
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    icittadiniprimaditutto

    17 novembre 2012 at 13:00

  2. La verità è che si cerca ancora di fare profitto con il Patrimonio che cade in pezzi. Si cerca ancora di voler “campare” sulle antiche glorie. Scommetto che tra poco usciranno i fondi per il parco alberghiero di Pompei e per gli scavi solo l’atavica emergenza a sostegno dei crolli più frequenti. Come sostengono gli storici, in Italia non c’è la cultura della conservazione ma dell’emergenza. La tutela è sostituita dalla corsa all’ultimo momento quando il danno è avvenuto. Confermo: “bisogna resettare”. Tutto!

    lois

    18 novembre 2012 at 07:22

    • Ovviamente, concordo in toto. Con una sola precisazione. In Italia, manca persino la cultura della semplice manutenzione; quando poi, a mio avviso, nel settore dei beni culturali sarebbe necessario pensare non alla mera conservazione, ma in termini di tutela (che significa più del preservarne l’aspetto materiale).

      enricotomaselli

      18 novembre 2012 at 09:57

  3. gentile Tomaselli,
    deduco dalle sue considerazioni che non è stato a Roma all’Eliseo dove ho partecipato in quanto impegnato nella musica sia come artista, ma soprattutto con la mia Fondazione con la quale insegnamo musica ai bambini delle scuole pubbliche primarie di Roma operando in un DESERTO e una SORDITA’ Istituzionale TOTALE!!!
    Le posso dire che il VENTO all’Eliseo è cambiato e quando Carandini, sollecitato con una domanda da Roberto Napoletano direttore del Sole 24 Ore, ha cominciato a leggere il suo discorsetto davanti al Presidente Napolitano, non ce l’ho fatta e ho urlato PARRUCCONI!!! PARLATE DI FUTURO NON DI PASSATO. A quel punto il teatro pieno di giovani operatori soprattutto del mondo dell’arte (ritengo precari o disoccupati) si è scatenato con urla e domande tanto che Napoletano ha tolto la parola a Carandini e tutti gli altri sono stati costretti a riporre i loro COMPITINI e a rispondere alle domande degli astanti. Alla fine il presidente Napolitano ha rilevato nel suo discorso i MALUMORI ai quali ha dovuto assistere per DUE ore con la sicurezza che voleva portare fuori dalla sala me e altri ragazzi (io ho 64 anni!!!) e si è meritato un applauso scrosciante con una standing ovation di tutti i ragazzi.
    Come vede l’aria CAMBIA se sono le persone a volere il cambiamento con il quale condizionare i SERVITORI dello Stato ai quali ho urlato MANDATELI A CASA!!! quando il ministro Barca, forse l’unico con le idee chiare, ha parlato di un finanziamento di UN MILIARDO DI EURO che è andato in fumo perchè la Pubblica Amministrazione non è stata capace in 2 anni di realizzare il progetto!!!
    Ora bisogna passare alle azioni non per difendere piccoli interessi personali, ma per rifondare lo Stato partendo dalla P.A. verso la quale bisogna ribellarsi per le inefficienze di chi è PAGATO dai cittadini. Ma quanti su questo punto hanno diritto di SCAGLIARE LA PRIMA PIETRA? E questo rappresenta la forza di oltre TRE MILIONI di dipendenti pubblici che sanno di non essere i soli in DIFETTO.
    Cordialmente
    Dario Cusani
    Presidente Fondazione Cusani Onlus
    http://www.fondazionecusani.it
    http://www.dariocusani.com

    dario cusani

    19 novembre 2012 at 11:24

    • Si, non ho partecipato all’assemblea del Teatro Eliseo, anche perchè l’impressione ricavata da quella dell’AMACI al MAXXI era stata abbastanza negativa. Ne ho però avuto contezza dalle cronache. Alle quali il suo racconto partecipato aggiunge dettagli ma, ritengo, non muta la sostanza.
      É chiaro, e non da ora, che c’è grande fermento ed insofferenza di base – che poi si manifesta anche nelle forme da lei raccontate. La mia valutazione, però, è che finché manifestazioni di questo tipo saranno connotate istituzionalmente, per quanto poi si possa tentare di mediare con gli umori della sala, continuerà a non cambiare nulla. Perchè la classe dirigente – anche del mondo culturale – è assolutamente conservatrice, e del tutto incapace di avviare processi innovativi e di innovazione. É proprio il paradigma generale che, a mio avviso, va cambiato. Non si tratta semplicemente di cambiare politiche culturali, e nemmeno di rinnovare la classe dirigente. Va rifondato di sana pianta il sistema culturale italiano.
      Per questa ragione, per quanto anche all’Eliseo si siano manifestati segnali importanti, finché non si metterà mano a questo cambiamento, non ho fiducia che nulla possa mutare.
      Il fantasma del gattopardismo italiano, è sempre in agguato.

      enricotomaselli

      19 novembre 2012 at 11:45

  4. […] beni, infatti, abbiamo attualmente di fronte due modelli: Venezia e Pompei. Il primo, è quello che altrove ho definito modello Las Vegas, una città trasformata in gigantesca scenografia ad uso di un […]


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