enricotomaselli

Talkin' about revolution (all texts are copyleft)

Salviamo Napoli?

with 8 comments

“Il mare non bagna Napoli”, diceva Annamaria Ortese. Forse non aveva fatto i conti col riscaldamento globale, che sta producendo un’innalzamento del livello delle acque nel Mediterraneo, stimato in 60cm nel corso del secolo. Certo, quella della Ortese era una metafora, e comunque un secolo è lungo, cosa volete che siano 6mm in più all’anno? Ma, metafora per metafora, a me sembra che il processo in atto sia più veloce, anche se – forse – più che dovuto al salire delle acque sembra conseguenza dello sprofondare della città.
Occorre davvero uno sforzo visivo, per non percepire come sotto un maquillage appariscente si nasconda il crescente degrado. Non è una questione (soltanto) strutturale, ma qualcosa di più profondo, che attiene al senso di sé che la città, i cittadini, ha/nno del proprio essere come entità collettiva.
E la nuova pista ciclabile arancione mi appare, ancora una volta, come la metafora perfetta dello stato delle cose. Un bluff. Un colossale bluff, enfatizzato al massimo – sino ai limiti del ridicolo – per cercare di nasconderne la natura intrinseca, nell’ingenua illusione che si potesse celare sono uno strato di vernice arancione (o dietro un’infinita teoria di icone ciclistiche stampigliate su strade e marciapiedi), l’assenza sostanziale non solo di una vera ciclabile, ma persino di una qualsivoglia idea di mobilità urbana. Come se bastasse nominare le cose, per credere di averle realizzate.
Se fosse così semplice, basterebbe – ad esempio – cambiare nome al Palazzo delle Arti Napoli, mettere su via Dei Mille una bella targa con su scritto: Centre Pompidou (qualsiasi allusione all’assessore alla cultura è puramente voluta…), e voilà il gioco è fatto!

SuperGiggino

SuperGiggino

Purtroppo, non è così che funziona. Con buona pace del nostro supersindaco, che continua a confondere l’apparenza con la sostanza.
Non ci si può però nascondere dietro l’inadeguatezza del governo della città, perchè le responsabilità non sono tutte (e soltanto) dentro Palazzo San Giacomo. Ci sono almeno tre attori, sulla scena. C’è la politica, la pubblica amministrazione, alla quale decenni – se non secoli – di arretratezza economica e sociale hanno finito con l’attribuire un ruolo da protagonista assoluto, con tutte le distorsioni che ne sono derivate. C’è l’impresa, il capitale privato, che spesso si è attaccato alla zizza della politica, e che quasi sempre si è disinteressato della città, negando qualsivoglia funzione sociale al proprio esistere. C’è la cittadinanza, le donne e gli uomini che qui vivono, ma che hanno un senso di appartenenza distorto, nel quale una pur fortissima socialità sembra restare sempre confinata alla dimensione della lamentela o della evasione; sempre pronti a pariare, sempre riottosi a fare (se non ciascun per se).
Questi attori, non stanno recitando lo stesso testo; sono sul medesimo palcoscenico, ma ciascuno sembra ignorare l’altro. Si vedono, si pestano i piedi, si scansano, a volte inveiscono l’un l’altro, ma continuano a seguire ognuno un proprio canovaccio. Il risultato, è uno spettacolo inconcludente, che oscilla continuamente tra tragedia e commedia, ma che non racconta alcuna storia.
Se vogliamo fermare il declino, se vogliamo salvare Napoli, occorre metter mano alla scrittura comune di una nuova drammaturgia per la città.

Personalmente continuo a credere che la chiave di volta sia la cultura. E non, come a volte con un eccesso semplicistico si fa, pensandola come un capitale da mettere in valore, un’opportunità di sviluppo economico. Ovviamente, può essere anche questo; ma non può esserlo da sola. Pensare che una grande città possa vivere esclusivamente di cultura e turismo, significa non avere le idee chiare su quale sia la dimensione di scala dei problemi.
La cultura, quindi, può essere la chiave nella misura in cui è lo strumento che consente di riassumere e comprendere le complessità dello scenario napoletano. E dico comprendere nel duplice senso di capire e di contenere in sé. Attraverso la cultura, la città (nella sua interezza) può ri-scoprire un senso comune, e quindi progettare un futuro comune.
É di questo, che c’è urgente bisogno.
Occorre che qualcuno interrompa lo spettacolo, che fermi l’azione. Che richiami tutti gli attori alla necessità di ritrovare l’unicità di tempo e di luogo, di ri-tessere una rete di relazioni non formali e/o casuali, di mettere in scena un testo comune. E se questo non sa farlo la politica, cui pure spetterebbe primariamente il compito di curare la dimensione pubblica, se non interessa all’impresa, persa dietro la difesa di altri interessi, del tutto privati, allora non può che essere compito dei cittadini. Deve partire dal basso l’azione. É questo il senso in cui può avere significato aprire un processo che porti alla convocazione degli stati generali della cultura. O c’è consapevolezza e partecipazione, o non avrebbe alcun senso, e si risolverebbe nell’ennesima, frustrante passerella, un povero teatrino in cui alcuni recitano il proprio saggio e dotto intervento, tanti portano come contributo la narrazione delle proprie glorie o delle proprie lamentazioni, i più tornano a casa con maggior rabbia e meno speranza di prima.

Al tempo stesso, così come dal basso deve partire l’iniziativa di invertire il senso di marcia, così dal basso deve partire la costruzione del processo, e quindi individuando degli obiettivi specifici, materiali persino. Mettere mano alla costruzione dell’edificio, piuttosto che perdersi in infinite discussioni sul come edificarlo.
E tenendo presente la situazione reale, oggettiva, della città, occorre anche coraggio e capacità di innovazione.
Pensare ad esempio – e lancio qui qualche mia piccola provocazione – a dei poli capaci di attrarre partecipazione (culturale, sociale, economica) e di restituire produzione (culturale, sociale, economica).
Trasformare l’ex-Ospedale Militare sopra i Quartieri Spagnoli in un polo della creatività, affidandolo in comodato d’uso gratuito ventennale ad un consorzio d’imprese e di associazioni che lavorano nella produzione artistica e creativa.
Affidare la creazione di un polo dell’innovazione ad una grande impresa multinazionale (penso alla Apple oppure a Google) o ad una grande università internazionale (ad esempio Shanghai), che metta insieme ricerca scientifica ed artistica, università imprese e artisti, affidandogli in comodato d’uso gratuito per cinquant’anni l’Albergo dei Poveri.
Mettere in piedi, attraverso un grande progetto multinazionale, un polo per le arti performative nell’area industriale dismessa di Napoli Est, creando laboratori per il teatro e la danza, un auditorium, e soprattutto una struttura di residenze la più ampia possibile, che porti a Napoli ogni anno centinaia di artisti d’ogni parte del mondo, rimettendoci al centro di una rete di scambi culturali – fondamentale premessa della riconquista d’una capacità attrattiva turistica forte e non effimera.
Senza una visione forte, audace, del futuro, continueremo a scendere sott’acqua 6mm all’anno. Lentamente ma inesorabilmente.
Altro che Coppa America!

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8 Risposte

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  1. Tutto sommato la tua visione non è poi così catastrofista! 6 mm l’anno è ancora sostenibile, poi per metà i napoletani sono anfibi, quindi potranno cominciare ad accorgersene solo quando l’acqua sarà arrivata alla gola… battute a parte, mi sembra orami sia chiara la devastazione socio-culturale in cui versiamo e i giornali e le strade, da sole, ne sono testimoni. Qualche giorno fa a San Giacomo è stato pure detto che “ci temono perché noi siamo forti”, beh questo mi porta lo sconforto totale, perchè come dici, come per Aladino, basta sfregare la lampada o dire la parolina magica ed ecco apparire le cose che non stanno né in cielo né in terra, forse come in una grande visione pop-art ci stanno mettendo in gioco mostrando per “arte” e “normalità” cose che non lo sono. Lo credo anche io che dai piccoli gesti o dagli affidamenti si possa avviare una ripartenza, ma a quanto pare (e continuiamo ad attendere le “solerti” e grandi scelte del Madre!) non è una strada che si vuole perseguire. Continuiamo a dibatterci per le gare di vela dell’anno prossimo e intanto tutto va in malora, lungomare “liberato” (ma da che?) incluso.
    Tra l’altro credo che in un momento di sfiducia come quello che viviamo le persone attente sono sconfortate non solo da quello che gli accade intorno, ma anche da quello che accade in casa, nella propria casa. Per cui dovendo scegliere forse si spingono (una scelta che sinceramente non mi sento di giudicare) a mantenere in piedi il proprio nido.
    Quello che è grave è che poi tutti “questi nidi” sono la città, ma la verità è che c’è una grossa, grossissima fetta di persone che vive in maniera autonoma e senza bisogno di appartenere alla civiltà e questo è forse il più gran deterrente che ci spinge all’assenza di una coesione nostrana in grado di combattere tutto lo schifo che stiamo vedendo.

    lois

    24 novembre 2012 at 12:51

    • É come dici tu, il combinato tra enormi difficoltà e perdita della speranza, produce il rinchiudersi in se stessi, nel proprio nido. Nell’illusione che questo renda possibile salvarlo, preservarlo dallo sfacelo generale.
      Purtroppo, è una distorsione prospettica. Un pò come per i 6mm d’acqua, è così poco che non lo vedi, il cambiamento. Ma qui o ci salviamo tutti insieme, o non si salva nessuno.

      enricotomaselli

      24 novembre 2012 at 13:03

  2. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

    icittadiniprimaditutto

    24 novembre 2012 at 12:55

  3. Enrico, quanto sono interessanti le tue proposte e quanto bella e vivace renderebbero questa città se venissero concretizzate. Mi chiedo come si possa superare questa pur importante fase dell’ideazione per passare alla fase successiva che è quella, quantomeno, della presentazione di tali idee a chi dovrebbe esser chiamato a realizzarle. Continuiamo a discutere e a immaginare, ma è mai possibile che il divario tra la realtà e l’idea che ne abbiamo noi sia sempre così forte? Credo sia divenuto intollerabile per tanti il senso di frustrazione e di immensa solitudine che si prova vivendo la città, siamo in uno stato di perenne insoddisfazione e tensione verso un meglio che mai arriva e che anzi si sposta sempre oltre. Non voglio buttarla sull’analisi psicologica, tuttavia credo che a Napoli si respiri un’aria pesante e che la città (sì proprio la città) sia caduta in una fase depressiva non solo da un punto di vista economico.

    conni

    25 novembre 2012 at 20:02

    • Due cose. Non credo (più) ad un percorso che preveda la presentazione di idee e proposte “a chi dovrebbe esser chiamato a realizzarle”, che presuppone comunque una sorta di delega esecutiva ad una classe dirigente che mi sembra abbia già dato prova della sua insufficienza ed inadeguatezza. Credo invece – e qui vengo alla seconda cosa – che il processo per realizzare queste (e/o altre) idee debba essere assolutamente partecipato, sino all’ultimo. Se vogliamo far uscire Napoli dalla sua depressione, che come giustamente dici tu non è soltanto economica, non c’è altra via che mettere insieme i tre attori di cui parlo nel post, dalla fase della ideazione a quella della progettazione, a quella della realizzazione.
      Aggiungo che, per quanto mi riguarda, e non appena la condizioni lo consentiranno, mi impegno a provare a dare concretezza a questa esigenza di cambiamento. Conto sul contributo di quanti, come te, condividono la spirito di questa volontà.

      enricotomaselli

      25 novembre 2012 at 20:21

  4. Parole sagge, gentile Tomaselli, è finita l’era della delega, ma chi è disposto a sporcarsi le mani per ideare, progettare e realizzare con spirito volontaristico? Non certo i napoletani con la loro indolenza che è frutto della storia delle dominazioni che li hanno resi dei DOMINATI, ma pronti a trovare micro-soluzioni come quando si crea una ferita nel corpo umano e il sangue trova altre strade per superare quella interrotta. Credo che questa sia la strada per una democrazia partecipata napoletana: lasciare assoluta libertà ad ognuno di trovare la sua strada in sintonia con quella degli altri. Una Napoli PORTO FRANCO come la voleva Claudio Martelli a metà degli anni ’80 con una geniale intuizione che rimase lettera morta perchè i politici volevano invece controllarla. Ma di fatto Napoli un po’ lo è, ma non nello spirito che solo un liberismo legalizzato potrebbe far rinascere portando un mutamento radicale in una città anarchica che non vuole vivere di regole che non conosce e non applica.

    dario cusani

    26 novembre 2012 at 09:54

    • É vero, Napoli appare una città indolente, che si lascia scorrere addosso la storia… ed in cui ciascuno cerca poi la sua personale strada. Eppure, nella sua Storia non mancano i momenti in cui, invece, ha saputo agire coralmente. Ma non è questo il punto. Personalmente, rimango convinto che “nessuno si salva da solo”. Credo che ci sia, almeno, una parte buona della città da cui si può partire. Credo che bisogna capire (e far capire) che i legittimi interessi e le legittime ambizioni di ciascuno possono trovare un terreno favorevole proprio nell’agire collettivo. Che ne è un rafforzamento, non un indebolimento.
      Non credo che la soluzione sia meramente fiscale; anzi, temo che un ipotesi di porto franco darebbe spazio alle peggiori pulsioni. Oltretutto, non dimentichiamoci che Napoli è soggetta ad un altra dominazione, quella del sistema, dei clan camorristici. Che in una situazione di quel genere troverebbero nuovo spazio per i propri affari.
      Infine, qui non si tratta di “spirito volontaristico” – che pure c’è, ben presente, in città. Si tratta di mobilitare energie – idee, persone, relazioni, risorse – su progetti che riguardano sì la città nella sua interezza, ma che ovviamente vedono in prima fila quanti vi si impegnano. Come dicevo prima, la somma armonica di più interessi personali produce sempre vantaggi più estesi.
      Basta cominciare.

      enricotomaselli

      26 novembre 2012 at 10:33

  5. […] di avanzare proposte, immaginare soluzioni, indicare percorsi possibili. Non molto tempo addietro (Salviamo Napoli?), ad esempio, provavo ad immaginare delle possibilità d’uso per l’ex Ospedale Militare […]


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