enricotomaselli

Talkin' about revolution (all texts are copyleft)

Chiamata alle Arti

with 5 comments

Risulta difficile, in questo scorcio di campagna elettorale, parlare di cultura – od anche solo di politiche culturali. Questi temi, infatti, sembrano essere del tutto assenti dal dibattito pubblico, se non in modo del tutto occasionale e marginale; da nessuna parte, sinora, si è avuta percezione che la cultura fosse parte rilevante di un programma politico. Certo, andandosi a spulciare sul web i programmi delle coalizioni e dei poli, qualche accenno alla cultura si troverà. Ma sono per lo più quattro generiche banalità, sottoscrivibili da chiunque ed assolutamente intercambiabili.
Come gli slogan della campagna elettorale, che sembrano frutto di mediocri agenzie di comunicazione, al servizio di politici mediocri. Si potrebbero cambiare le facce ed i simboli, e poi i messaggi andrebbero bene per chiunque.
Del resto, difficile aspettarsi altro. Difficile che possano venire dalla destra, idee e proposizioni per la cultura; si fa fatica ad immaginare una progettazione culturale partorita dalla Lega Nord, o da chi in questi vent’anni ha saputo esprimere al massimo il fido poeta Bondi o lo sgangherato-e-scalmanato critico Sgarbi. Persino della cultura elitaria della destra radicale, che peraltro è sempre stata chiusa ed autoreferenziale, s’è persa ogni traccia. Evidentemente, vale sempre per (tutti) loro la famosa frase di von Schirach “quando sento la parola cultura, metto mano alla pistola” – in fondo versione hard del tremontiano “con la cultura non si mangia”, esprimendo il medesimo concetto di indifferenza, se non sprezzo, per la cultura.
Egual distanza dal tema, si ritrova nella cosiddetta agenda Monti, capolavoro del banale possibile. Del resto, da un governo di tecnici in cui l’unico non-tecnico è stato proprio il Ministro Ornaghi – forse il più irrilevante della storia repubblicana che abbia occupato quel dicastero – non ci si poteva aspettare altro.
Spiace invece constatare come anche a sinistra, dove pure negli anni passati – e pur tra mille contraddizioni, come ben sappiamo a Napoli… – si è fatto dell’arte e della cultura un importante asset amministrativo, a tutt’oggi non emerga in modo chiaro e netto non solo un ruolo rilevante della cultura, nell’ambito di un progetto complessivo di rinnovamento del Paese, ma anche delle idee precise sul cosa fare, e sul come e quando farlo.

Camera con vista

Camera con vista

Non è dunque da queste elezioni, caratterizzate da un triste clima da basso impero, che verrà fuori una prospettiva davvero diversa, per la cultura e (quindi) per l’Italia. Del resto, questa legislatura è chiaramente transitoria, destinata a segnare il giro di boa, l’ennesima (e speriamo definitiva) tappa di passaggio dalla vecchia Repubblica alla nuova. L’Italia, si sà, su certi passaggi della Storia arriva sempre più tardi. Abbiamo realizzato tardi l’unità nazionale, tardiamo ancora a superare lo snodo epocale simboleggiato dal crollo del muro di Berlino – e che, determinando la fine dell’era bipolare, ha radicalmente cambiato la geopolitica planetaria.
Purtuttavia, anche se i processi politici nel nostro Paese sembrano a volte terribilmente lenti, non tutta la società è affetta da questa sindrome del bradipo. In forme diverse, a volte persino con sensibilità ed orientamenti diversi, la società italiana in questi ultimi anni ha mostrato una capacità (ed una intelligenza) di azione civile, davvero notevole. Purtroppo però senza mai riuscire a fare massa critica, a riflettersi con forza sull’agenda politica divenendo fattore di cambiamento.

Credo che la Politica sia, per definizione, non solo l’agire nella dimensione pubblica, ma anche il terreno di sintesi generale. E quindi, poiché non credo ai partiti monotematici (ed ancor meno a quelli personali…), non mi riesce di immaginare un partito della cultura. Anzi, mi sembrerebbe un po’ un’ossimoro, con un’inquietante retrogusto di MinCulPop.
Ritengo però fermamente che il mondo delle arti e della cultura possa e debba trovare forme e strumenti per esercitare la propria influenza sulla politica. E trattandosi di un mondo estremamente variegato, forme e strumenti devono per forza di cose essere estremamente flessibili, duttili, capaci di adattarsi – appunto – ad una realtà multiforme e mutevole. Tenere insieme istituzioni pubbliche e private, imprese e no-profit, cultura alta e contro-cultura, è impresa ardua. Eppure necessaria. Se i musei non parlano con le gallerie, se il MAXXI non incontra Macao, non si raggiungerà mai quella massa critica necessaria ad imporre i temi culturali all’attenzione del Paese – ed al programma di governo.

Questo processo non si può ovviamente realizzare in un giorno. É necessario combattere e vincere i corporativismi, le gelosie, le clientele… É necessario trovare il terreno comune, dove i diversi, legittimi interessi, si incontrano e – superando le antitesi, a volte solo personali – facciano sintesi, e producano idee e linee d’azione comune. Per fare questo, per avviare questo processo, è necessario quindi partire dalla reciproca conoscenza, dall’incontro e dal confronto. Ed è necessario partire dalla dimensione territoriale. Perchè oggi la polis è nuovamente centrale, nella costruzione dei processi politici e nella espressione attiva della cittadinanza.
Per questa ragione, occorre andare a breve alla costruzione di momenti d’incontro sul territorio. Senza scadere in un facile qualunquismo, ma senza alcuno spirito di collateralità, promuovere una autonoma chiamata alle arti ed alla cultura, per guardarsi in volto e trovare insieme le strade per cambiare il senso di marcia, a partire dalla nostra città. A Napoli. Ora.

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Written by enricotomaselli

26 gennaio 2013 a 10:39

5 Risposte

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  1. Non ci sono parole, condividiamo!

    Salvatore Alagna

    26 gennaio 2013 at 11:28

  2. condivido..

    Anna Maria

    26 gennaio 2013 at 16:53

  3. Tanto è una storia già scritta. Quelli che verranno (sinceramente non so chi è il meno peggio!), dopo tante belle parole si troveranno per l’ennesima volta “ad affrontare il dissesto ed il disastro provocato da chi c’era prima di loro”… e sarà esattamente la stessa cosa che hanno detto anche quelli che adesso vanno via e che hanno detto il giorno dopo il loro insediamento. Sulla comunicazione, come perfettamente dici, ci si può togliere il simbolo e puoi assegnare qualunque, banale frase a qualunque candidato, di qualunque forma e colore; e tra tutte quelle parole, scritte e dette (in TV non se ne può più e sui giornali pure) io non ho letto una sola volta la parola “cultura”, per non dire “arte”. Continueremo come al solito a regalare il ministero come premio tra le spartizioni all’indomani delle elezioni. Continueremo a sentire che in questa crisi, ci sono delle priorità e che nonostante tutto occorrerà fare ancora degli sforzi.
    Sinceramente mi sono scocciato, pur continuando a sperare che alla Cultura possa essere riassegnato il ruolo che gli compete, diventando (in un futuro sperabile) il motore dell’economia e fonte di guadagno per questo vituperato paese. Lo spero. Andiamo a cominciare. Da Napoli?

    lois

    26 gennaio 2013 at 21:10

    • Hai ragione, anzi ce n’è più d’una, per essere sconfortati. Ciononostante, credo che dobbiamo mantenere la speranza nel cambiamento, insieme alla determinazione di realizzarlo. Altrimenti, che senso avrebbe tutto ciò? Meglio emigrare, chi può. E invece, io non mi arrendo. Non accetto l’idea dell’ineluttabilità. A proposito di slogan elettorali, ne ricordo uno di un candidato alla Presidenza della Repubblica francese (di destra), molti anni fa; in fondo molto generico anche quello (niente di nuovo, sotto il sole…), ma almeno bello, e vero. “Il futuro non è scritto da nessuna parte”.
      Ecco, io credo che non ci sia alcun destino, al di là di quello che – tutti noi – costruiamo giorno dopo giorno. E che il futuro, lo stiamo scrivendo oggi, gesto dopo gesto, parola dopo parola.
      Con i nostri errori e le nostre debolezze, certo, ma anche con la nostra volontà e le nostre idee.
      Io non conosco l’esito di questa storia; ma so che quando sarà arrivato il mio momento di lasciare la penna, voglio poter dire “ho fatto ciò che dovevo”. Ma la Storia – e le storie… – sono un processo collettivo, e non è uno solo che la/le scrive. Facciamo quindi la nostra parte, perchè occorre la volontà di ognuno.
      Andiamo a cominciare. Da Napoli. Questione di giorni.

      enricotomaselli

      26 gennaio 2013 at 22:55

  4. Per quello che possiamo, tanto vale tentare! Peggio di quello che hanno fatto non possiamo! Com’è che dicevano i moschettieri: “uno per tutti e tutti per uno”!

    lois

    26 gennaio 2013 at 23:25


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