enricotomaselli

Talkin' about revolution (all texts are copyleft)

Senza ‘attori sociali’ la cultura non va in scena

with 2 comments

Ma la cultura, è una cosa che si mangia? É un prodotto, un bene, un valore?
Da quando è ripartito il dibattito sulla cultura – anche se spesso sembrano più chiacchiere al vento… – paradossalmente sembra essersi smarrito il senso, reale e profondo, di cos’è la cultura. Poiché la causa scatenante del dibattito stesso è la crisi economica, con i conseguenti tagli calati sul settore, tutto finisce inevitabilmente col ruotare intorno a questo aspetto; per poi, con un ulteriore semplificazione, ridursi al rapporto pubblico/privato, allo sterile chi-mette-i-soldi.
Ma – paradosso nel paradosso – mentre ci si accapiglia sulla questione di principio (se sia giusto o meno, ed in che misura, coinvolgere il capitale privato nella gestione culturale), non si vede emergere in alcun modo uno straccio di politica culturale che provi a concretizzare questo coinvolgimento in forme reciprocamente favorevoli, e soprattutto realmente possibili. L’astrattezza, infatti, è purtroppo una delle caratteristiche della polemica intellettuale in Italia. Il risultato finale è che, appunto, ci si divide su un falso crinale tra conservatori ed innovatori, mentre si elude il nocciolo della questione, ovvero come dare attuazione effettiva ad un modello misto, pubblico/privato, valutandone quindi gli effetti positivi e negativi.
L’unico modo, forse, per uscire da questo avvitamento, è dunque cominciare a sperimentare nel concreto nuove forme di gestione culturale.

Guardiamo all'Europa...

Guardiamo all’Europa…

Si parla in questi giorni – e da più parti – della eventualità/opportunità, nell’ambito del nuovo governo che si formerà dopo le prossime elezioni, di dar vita ad un Ministero della Cultura, con competenze molto ampie ed a segnare una forte volontà di valorizzazione della cultura, in senso largo, come uno degli elementi distintivi dell’azione governativa. Se così fosse, se cioè non si trattasse di una mera operazione di facciata, ma testimoniasse della concreta volontà di investire sulla cultura come fattore cruciale di sviluppo – sociale oltre che economico – sarebbe una svolta davvero significativa. Poiché però le parole hanno il loro peso, e già vedo levarsi alte grida contro il nuovo MinCulPop, mi permetto sommessamente di suggerire: chiamiamolo Ministero per la Cultura.
Perchè poi, al di là delle parole, è questo il nocciolo vero della questione. Non si tratta di sostenere una cultura, né tantomeno di indirizzarla. Quanto piuttosto di creare e mantenere condizioni favorevoli per lo sviluppo della cultura in senso lato. Uscendo – con urgenza – da una prospettiva bipolare (mecenatismo politico-amministrativo vs mercato), che costituisce il principale ostacolo ad una libera crescita della cultura stessa.

Nell’attesa – e nella speranza – che dal prossimo governo venga questo segnale positivo, è comunque necessario avviare localmente pratiche concrete, capaci di prefigurare modelli nuovi, ed in ogni caso di costituire nuovi interlocutori per l’azione di governo, che non lascino tutto nelle mani di una triangolazione governo centrale / amministrazioni locali / lobbies economiche.
Perchè, per riprendere la domanda (retorica) iniziale, la cultura non è un prodotto, è un processo. Comincia molto prima che si condensi nell’opera (il prodotto), e non si esaurisce in questa, non viene consumata una volta e per tutte, ma produce una coda lunga che va anche molto al di là della durata dell’opera stessa. E non solo questo processo ha una profondità temporale molto ampia, ma la sua stessa esistenza è – per la sua intera durata –  totalmente intrecciata con un infinità di altri processi, culturali (in senso stretto) e non. La cultura, anche quando intesa come produzione culturale, è un fenomeno sociale. A partire da questa considerazione, quindi, non si può nemmeno immaginare uno sviluppo culturale – uno sviluppo che poggi e punti sulla cultura – senza un’ampia interlocuzione sociale. Senza attori sociali, lo spettacolo della cultura non va in scena.

Per quanto io non ami molto espressioni come “la cultura è il petrolio dell’Italia” o “industria culturale”, voglio pur tuttavia per un attimo adottare quest’ultima.
Quando si ragiona sullo sviluppo industriale, e si adottano concetti come distretto produttivo, filiera, etc., si pongono i parametri dell’intervento pubblico e di quello privato, ed al tempo stesso se ne pongono le ragioni. L’intervento pubblico, economico ma anche amministrativo, viene ad impegnarsi per realizzare le infrastrutture necessarie allo sviluppo. Con la prospettiva – e da qui l’interesse generale – che attraverso questi investimenti si crei un meccanismo virtuoso, capace di produrre occupazione e ricchezza, e quindi – anche attraverso la tassazione – riportare nelle casse pubbliche anche più di quanto investito, lasciando per di più sul territorio una condizione di benessere sociale ed economico.
Se, quindi, si vuole dar vita ad un distretto culturale napoletano, è necessario che ci sia a monte un investimento pubblico. Che non può e non deve essere soltanto economico, ma che ovviamente non può nemmeno bypassare questo aspetto. Compito precipuo della politica, perciò, è precisamente quello di individuare gli asset su cui costruire queste linee di investimento, individuare gli strumenti e le risorse necessari. E, tanto per non essere tacciati di astrattezza, ciò è possibile ad esempio tenendo presente il programma comunitario Europa creativa, un progetto-quadro 2014-2020 che prevede lo stanziamento di 1,8 miliardi di euro per la cultura, l’audiovisivo, le industrie culturali e creative. Tra l’altro, la relatrice del programma, l’italiana Silvia Costa, ha invitato l’Italia “a ripensare la configurazione del ministero dei Beni culturali” per attrezzarsi “a questa sfida con un assetto più adeguato e una maggiore capacità di progettazione che metta il Paese, e gli operatori del settore culturale e creativo, in grado di cogliere l’opportunità” *. Come rileva in uno studio l’economista Flavia Barca **, questo programma “diventerà una delle chiavi di volta dell’intero sistema economico, strumento non solo di stimolo e promozione di filiere integrate tra loro ma anche di rilancio, ripensamento e valorizzazione dei piani economici nazionali”.
Esiste dunque una opportunità concreta di accesso alle risorse europee, a condizione di saper impostare politiche innovative, capaci di rinnovare l’approccio al comparto culturale.

Quel che manca – ancora – è quel soggetto terzo, ma insostituibile, che è costituito in primis da quanti operano nei ed ai processi culturali, e che invece oggi si presentano sparpagliati all’appuntamento, privi non solo della volontà e degli strumenti d’azione capaci di farne un soggetto attivo, ma finanche della consapevolezza profonda di questa esigenza. Fintanto che mancherà questa coscienza di classe degli operatori culturali (intesa in senso marxiano e non marxista…), le politiche per la cultura nasceranno monche, perchè immaginate e pianificate in assenza dei produttori, ed esclusivamente ad opera delle amministrazioni pubbliche e del capitale privato d’investimento, al più con la consulenza di qualche intellettuale di complemento.
É questo il gap che va colmato al più presto. Un’operazione, questa, che non può essere delegata all’azione di qualche volenteroso assessore…


* Cfr: La cultura è un buon affare: piano europeo da 1,8 miliardi, Paolo Conti, 04 febbraio 2013
** Coordinatrice dell’Istituto di Economia dei Media – Iem della Fondazione Rosselli

Annunci

Written by enricotomaselli

16 febbraio 2013 a 13:19

2 Risposte

Subscribe to comments with RSS.

  1. Speriamo bene allora che si costituisca un Ministero per la Cultura in grado di ridare lustro ad uno dei nostri patrimoni fondamentali. Ad oggi, peró come bene scrivi, non ho sentito parlare nessuno di interventi culturali (d’altronde senza programmi sarebbe difficile segmentare uno spazio alla Cultura). Speriamo non accada come ci hanno abituato da anni, che il Ministero per i BBCC diventi l’ennesimo regalino per fare gioco di squadra.
    Poi è vero che andrebbe smantellato il mondo antico delle soprintendenze, adeguandolo ad un sistema più snello e pratico in grado di essere rapido negli interventi… Ma poi sine pecunia, non si va molto lontano!
    Spero molto in tempi migliori, ma mi auguro che le nostre speranze non ci facciano ambire a risultati che andranno molto oltre quelli che vedremo tra pochi giorni, ripiombandoci in un quadro più cupo di quello che già abbiamo! Ai posteri, l’ardua sentenza!

    lois

    16 febbraio 2013 at 21:31

    • Ovviamente, e come dico sempre, è bene temperare le aspettative con un po’ di sano disincanto, e soprattutto non investirle tutte sugli altri, ma anche – e soprattutto – su se stessi.
      Ciò detto, e per quel che ne so, nel caso (più probabile) di vittoria del centrosinistra, un nuovo Ministero per la Cultura ci sarà per certo. Speriamo che duri. A farlo funzionare in modo migliore, dovremo contribuire tutti.

      enricotomaselli

      16 febbraio 2013 at 21:54


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: