enricotomaselli

Talkin' about revolution (all texts are copyleft)

Assafà!…

with 13 comments

Qualunque cosa vi aspettiate, da martedì prossimo scoprirete che non è avvenuto nessun cambiamento epocale, tra domenica e lunedì. Non ci sarà non perchè sia mancato il coraggio a qualcuno, ma – più semplicemente – perchè le nostre aspettative, e/o le nostre paure, possono influenzare la nostra percezione della realtà, ma ben poco quest’ultima. Anche solo per rendere l’Italia un paese europeo (nel banale senso di civilmente vivibile), ci vorrà ancora molto tempo; e nella migliore delle ipotesi, in questi giorni si aprirà tutt’al più una possibilità, di intraprendere questo cammino. Ma in ogni caso, qualcosa di buono verrà, con la nuova settimana. Tanto per cominciare, ci saremo lasciati alle spalle una delle più brutte campagne elettorali che la storia di questo Paese ricordi. Mai così povera di contenuti, mai così densa di insulti, mai così sguaiatamente urlata. Cosa ancor più importante, riporterà tutti noi alla giusta dimensione delle cose: le elezioni, sono solo uno dei modi in cui i cittadini esprimono la propria partecipazione alla vita pubblica. Certo, la due giorni elettorale avrà ancora una coda lunga, se ne continuerà a parlare a lungo, in televisione, sui giornali, al mercato… ma – credo – in ogni caso i cittadini tireranno un sospiro di sollievo, augurandosi che, chiusa la fiera delle parole, si torni finalmente ai fatti.

Dopo-voto

Dopo-voto

Da martedì, dunque, potremo – e dovremo – tornare ad occuparci dei problemi reali, perchè non è nei due giorni precedenti che avremo esaurito la nostra parte. E qui a Napoli, di problemi con cui confrontarci non ne mancano di certo. Tanto per dirne una, c’è la ferita aperta del teatro – e dello spettacolo dal vivo in genere – che rischia di fare cancrena, se non sarà affrontata – ed opportunamente curata – in tempi brevi. Che Napoli, con la sua straordinaria tradizione teatrale, si trovi oggi a vivere questa condizione di decadenza, è davvero indegno. Ma, nonostante le mobilitazioni dello scorso anno, e gli appelli più recenti, sembra che non si riesca ad uscirne – anzi, sembra di scorgere segnali di un ulteriore avvitamento della situazione.

Apparentemente, ci sono sul tappeto due grandi questioni: il teatro di città, ovvero il Mercadante / San Ferdinando, ed il Napoli Teatro Festival. Indiscutibilmente due punti estremamente rilevanti, ma che in qualche misura rischiano – monopolizzando l’attenzione – di oscurare la dimensione più ampia del problema, e che riguarda tutto il teatro napoletano. Ho detto mille volte, nessuna nostalgia per il passato bassoliniano. Così come mille volte ho detto, a Cesare quel ch’è di Cesare. Ma di sicuro, la nuova stagione teatrale messa in scena dal centro-destra caldoriano, rischia di far rimpiangere il MinCulPop. Non si era mai vista, infatti, una così sfrontata occupazione politica degli spazi culturali – dall’assessore Caterina Miraglia che presiede in prima persona la Fondazione Campania dei Festival ed il Comitato Scientifico della (fu) Fondazione Forum delle Culture, al suo protegée De Fusco, che dirige ad un tempo il Napoli Teatro Festival ed il Teatro Mercadante, gestendoli come se fossero la sua casa di produzione ed il suo ufficio marketing… Sarebbe ora di cominciare a ragionare, invece, sul rovesciamento delle logiche che hanno sempre contraddistinto l’intervento pubblico (i finanziamenti), spingendo perchè vengano spostati dalle produzioni (con tutto l’ovvio margine di discrezionalità che porta con sè) alle infrastrutture di produzione. E sarebbe anche ora che, se del caso tirando per le orecchie la politica, si trovasse il coraggio e la forza di pretendere le dimissioni dell’assessore Miraglia. Che lasci la guida delle istituzioni culturali, o la poltrona da assessore. O meglio ancora, entrambe, visti i risultati.

Per non parlare poi delle arti visive contemporanee. Da tempo immemore non si vede in città una mostra veramente di rilievo, che faccia anche i numeri; a parte un timido riaffacciarsi del MADRe – che aspettiamo di vedere alla prova dei fatti, nei prossimi mesi – quel poco di interessante che si vede in giro viene dalle gallerie private. Segno evidente di una profonda distrazione dell’intervento pubblico, che invece proprio su questo terreno dovrebbe far valere il proprio peso.
E che dire del PAN, sempre più ridotto a grande contenitore comunale, senza alcuna identità, senza un riconoscibile senso di marcia… Più che delle Arti, Palazzo Roccella sembra essere l’host di quel che capita. Anche qui, segno evidente, non solo e non tanto della scarsità di risorse economiche, quanto di una profonda mancanza di idee. Davvero appaiono un ricordo lontano e sbiadito, gli anni di Lucio Amelio, quando Napoli era un polo d’attrazione internazionale per le arti contemporanee. E se la pagella della Regione Campania riporta un giudizio nettamente negativo, non è da meno quella del Comune di Napoli, cui a dir poco va attribuita l’insufficienza. Sarebbe il caso, anche a Palazzo San Giacomo, di considerare dignitose dimissioni…

Ma, ancora una volta, esempio paradigmatico dell’assoluta incapacità delle istituzioni pubbliche locali, nella gestione delle politiche per la cultura, è l’ormai fantomatico Forum Universale delle Culture. Dovrebbe iniziare tra una sessantina di giorni, ma nemmeno Sherlock Holmes riuscirebbe a trovarne traccia. Di più. Evidentemente consapevoli del mega-fallimento annunciato, le stesse istituzioni responsabili (sottolineo responsabili), hanno ormai pudore anche solo a parlarne, tant’è che alla B.I.T. * di qualche giorno fà né il governatore Stefano Caldoro, né il sindaco Luigi De Magistris – entrambe presenti – hanno speso una sola parola su questo. Anzi, quello che teoricamente dovrebbe essere l’evento turistico più importante dell’anno nell’intera regione, è stato totalmente assente. E come direbbe Totò, ho detto tutto.

Ancora qualche giorno, dunque, e dovremo tornare a confrontarci con queste sgradevoli realtà, non più offuscate dai clamori di una campagna elettorale quanto mai strombazzata. Sgradevoli sì, ma quanto meno concrete.
Qualunque sia l’esito delle urne, ci auguriamo che porti un governo stabile, capace di lavorare sui tempi lunghi – com’è necessario. E che sappia prestare attenzione alle questioni della cultura, che sappia vederla come un importante nodo dello sviluppo sociale ed economico del Paese, che sappia avere capacità d’ascolto, e d’interlocuzione, con quanti – ad ogni livello – lavorano nelle produzioni culturali.
In ogni caso, e chiunque sieda a Palazzo Chigi, dovremo tornare a chiedere le stesse cose, con la stessa determinazione. Nessuno sconto, in virtù di favorevoli pregiudizi ideologici.
Lunedì sera si chiude questo capitolo, e se ne apre un’altro. Assafà

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13 Risposte

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  1. La Bit è servita ad incensare i nostri governanti, qualche istituzione e qualche imprenditore, che si spenderanno nuovamente sulla scena internazionale della Coppa America! Come si suol dire, loro se la cantano e loro se la suonano e intorno c’è la devastazione!
    Che sia terminata la campagna elettorale, è un gran sollievo, anche se non credo ne uscirà fuori del buono. Adesso tutti gli sforzi cittadini saranno mirati alle regate e per tutto il resto non si avrà tempo… incluse le dimissioni in blocco che ora sono più che motivate!
    Forse allora potremo dire Assafà!!

    lois

    24 febbraio 2013 at 15:19

    • Non so cosa ne uscirà da queste elezioni, a livello nazionale. Ma credo che, in ogni caso, cambieranno molte cose a livello locale. Sia la Regione Campania che il Comune di Napoli, resteranno segnati da queste elezioni. E quindi, in qualche misura, si riaprono i giochi
      Quanto alle dimissioni – hai ragione, dovrebbero dimettersi tutti – se mai ce ne mancassero le ragioni per chiederle, oggi ci viene in soccorso il Sindaco; ecco quanto ha twittato oggi: “Da visionario penso che la fase più avanzata della democrazia sia l’anarchia,sogno comunità che si autogestiscano senza poteri,solo amore!”
      La realtà supera sempre la fantasia…

      enricotomaselli

      24 febbraio 2013 at 15:57

      • In effetti c’è ben poco da aggiungere! Occorre solo sperare! Ci riaggiorneremo domani alle 15!!

        lois

        24 febbraio 2013 at 16:19

  2. C’è qualcosa che non mi torna mai nei suoi post. Per esempio qui lei critica (anche condivisibilmente) l’attuale politica culturale degli enti pubblici raffrontandola con le passate iniziative di un operatore (per quanto importante, anzi straordinario, ma) privato: non capisco il ragionamento, ma forse è un mio limite. Certo è che nel dover risalire ad Amelio per trovare un esempio virtuoso di galleristi, sembra voler quantomeno trascurare il grande impegno e l’altrettanto rilevante riscontro che gli attuali operatori nel settore dell’arte contemporanea mostrano a Napoli (i nomi li conosce lei meglio di me). La verità? L’impressione è che tra le tante, tantissime parole e le tante, ripetute e sospettosamente ostentate prese di distanze, lei resti sempre un nostalgico del bassolinismo; forse non del cicelynismo (inteso come “ideologia del risentimento”), ecco, no, ma del bassolinismo (inteso come ideologia dello “Stato Benefattore e Timoniere dell’Arte”) decisamente sì. Infine mi permetta di darle un piccolissimo suggerimento. Ha cominciato a chiedere le dimissioni della di nocera praticamente da quando si è insediata; nell’autunno del 2011 e poi nella primavera scorsa la dava in sicura, imminente partenza; poi ancora a fine anno passato… una specie di ossessione… Se davvero non la sopporta, provi a ignorarla: magari è proprio lei a portarle fortuna!

    Marco Naldi

    25 febbraio 2013 at 12:21

    • Ho rispetto delle opinioni altrui, purché partano da presupposti esatti.
      Nelle sue osservazioni, mi sembra, ci sono alcune inesattezze – e certamente alcuni misunderstanding. Provo a chiarire meglio, quindi, quello che ho sinora scritto su questo blog.
      Non ho, semplicisticamente, messo a confronto l’attuale non-politica culturale delle istituzioni pubbliche locali, con quella di un privato come Lucio Amelio. Ho criticato l’assenza più totale di una politica per la cultura in sé, lamentando poi che, dagli anni di Amelio, la città non abbia più vissuto una stagione felice come quella. Se le istituzioni sapessero sviluppare una (costruttiva) politica per la cultura, dovrebbero porsi come obiettivo proprio quello che, in altra epoca, seppe fare un privato.
      Senza nulla togliere ai galleristi napoletani, di cui peraltro proprio in questo post ho scritto “quel poco di interessante che si vede in giro viene dalle gallerie private”, mi sembra che il clima artistico e culturale napoletano non sia in alcun modo paragonabile a quello di allora. O quanto meno, questa è la mia opinione.
      Lascio a lei la cultura del sospetto. E proprio ad usum dei retropensieristi che ribadisco la mia presa di distanza dal bassolinismo – e non semplicemente dall’attività dell’ex direttore del MADRe. Del resto, basterebbe leggere bene e tutto, per rilevare che la mia critica profonda è proprio al sistema bassoliniano, al suo modo di esplicarsi. Il che, per onestà intellettuale, non mi impedisce di riconoscerne i meriti – che del resto, sono fisicamente lì a testimonianza: MADRe, metropolitana dell’arte, etc…
      Sempre una lettura men che superficiale, rivela chiaramente che sono assolutamente avverso all’idea – per usare le sue parole – di uno “Stato Benefattore e Timoniere dell’Arte”. Né beneficienza (che peraltro si fa in favore di estranei) né tantomeno guida. Al contrario, ho sempre sostenuto e sostengo che l’intervento pubblico debba essere di tutt’altro genere…
      Infine, per quanto riguarda l’assessore Di Nocera, e l’assessore Miraglia che lei non cita, non ho alcuna antipatia personale nei suoi confronti, anzi, che sola giustificherebbe – se fosse vero – il fatto che io ne chiedessi le dimissioni già da poco dopo l’insediamento. Al contrario, così come è accaduto per il Sindaco, ho dato a lungo credito, ho atteso di vedere segnali positivi. E solo dopo tempo, mi sono deciso – per quel che vale – a chiederne le dimissioni. A ragione, ritengo. Svolgendo una funzione anche informativa, poi, ho registrato i rumors che la davano in uscita, in quanto elemento di valutazione che rientra in quella complessiva della situazione napoletana. L’assessore Di Nocera mi è personalmente simpatica, ma ritengo non sia adatta a svolgere il compito, qui ed ora. E credo che la sua fortuna dipenda da altro, non da ciò che scrivo io…

      enricotomaselli

      25 febbraio 2013 at 13:08

      • Liberissimo di rispondere quello che le pare, ma la dichiarazione di “simpatia” e l’allusione finale con tanto di corsivo e puntini sospensivi mi sembra quantomeno inelegante (per non dire violento) e – se mi permette – non all’altezza dei suoi interlocutori.

        Marco Naldi

        26 febbraio 2013 at 16:49

      • Chiaramente non ci conosciamo, quindi lei legge le mie parole in modo particolare, secondo una sua – forse – usuale chiave di lettura.
        La simpatia personale per Antonella Di Nocera è autentica, come la stessa ben sa. I puntini sospensivi non alludono ad alcunché di strano, e/o di poco chiaro; ci vuole, ancora una volta, una predisposizione al dire-e-non-dire, per pensarlo. Anche solo leggendo quello che scrivo, si capisce benissimo che – al contrario – dico sempre con chiarezza quel che penso.
        É evidente, nello specifico, che se la posizione dell’assessore è rimasta stabile – nonostante i numerosi attacchi, anche pubblici, e provenienti dalla sua stessa maggioranza – ciò è dovuto ad equilibri politici. Nulla a che vedere, quindi, con la capacità di ricoprire adeguatamente l’incarico (a mio avviso, ovviamente); né tantomeno con questo blog.
        Nessuna ineleganza,violenza – se mi permette.

        enricotomaselli

        26 febbraio 2013 at 17:07

  3. Mi capita ogni tanto di leggere questo blog, che è in fin dei conti l’ultimo spazio pubblico in cui ci si confronti con una certa competenza sulle questioni riguardanti la gestione pubblica delle cose culturali. Premesso che non è mia intenzione risentirmi di nulla e dunque di difendere ancora una volta ciò che il Madre ha rappresentato in altri tempi, spero di poter portare un mio contributo alla discussione. Mettiamola così. Io ero lì quando Amelio portava a Napoli Beuys e Warhol e Twombly e poi costruiva Terrae Motus (negli anni Ottanta), ma non mi ricordo che avesse i riconoscimenti e il seguito di cui oggi si parla. In ogni caso, ciò che Lucio chiedeva sempre e a gran voce era nient’altro che il riconoscimento del ruolo di modernizzazione culturale che l’arte contemporanea avrebbe potuto rappresentare in una città arretrata e spenta come la Napoli di quegli anni. Inascoltato, reclamava investimenti pubblici nel settore che non arrivarono mai, rivendicando però sempre e comunque il suo ruolo di primo attore e di decisore culturale. In effetti, tutto il sistema privato delle gallerie e dei collezionisti ha sempre lamentato l’assenza della mano pubblica e l’incapacità delle istituzioni locali nel creare un modello di promozione dell’arte contemporanea. L’elezione di Bassolino nel 1993 segnò un evidente punto di svolta. Da allora in poi, in forme diverse, con fondi non comunali (Paladino a Napoli nel 1995 fu finanziato da Max Mara, Kounellis dalla Fondazione Banco Napoli) poi con pochissime risorse pubbliche Merz, Zorio, Paolini (complessivamente le tre installazioni costarono 120mila Euro di oggi). Da Kapoor (2000) in poi, fino al 2009 in piazza Plebiscito e, nello stesso modo, per le mostre nel sistema museale napoletano (Annali delle Arti all’Archeologico, Capodimonte e Castel Sant’Elmo) e poi per la costruzione del Madre e per le sue attività, la Regione governata da Bassolino investì cospicui fondi europei, con programmazioni triennali come mai si era fatto prima a Napoli. Non si può disconoscere che il sistema così costruito abbia orientato finanziamenti pubblici importanti nel settore dell’arte contemporanea e neppure che si siano raggiunti anche obiettivi concreti, primo tra i quali la realizzazione di un museo nuovo di zecca, fatto certamente storico per Napoli. Vorrei perciò obiettare serenamente a Marco Naldi (e ovviamente anche a Tomaselli) che non si è fatta alcuna beneficenza (a chi, di grazia?), nè si è mai pensato di ergersi a timonieri dell’arte. Sono state investite ingenti somme di denaro pubblico per creare un valore oggi di proprietà esclusiva dei cittadini napoletani e campani; sono stati coinvolti gli artisti che sono unanimemente considerati importanti alla stregua dei Warhol e dei Beuys degli anni Sessanta; hanno contribuito alla organizzazione e alla cura delle attività espositive pubbliche critici e storici del valore di Germano Celant, Norman Rosenthal, Rudi Fuchs, Achille Bonito Oliva, ecc. Insomma, tutto è sempre stato gestito tenendo conto dei valori in campo con una gestione studiata e verificabile delle spese (ricordo che il Madre è stata l’unica istituzione italiana che ha analizzato e reso pubblico in modo dettagliato e comprensibile a tutti i propri costi). Ciò che non abbiamo mai voluto fare è stato affidare ai galleristi, cioè a soggetti privati e privi di competenze culturali riconosciute, benché ottimi gestori dei propri spazi, la scelta delle mostre, il rapporto con gli artisti e le risorse pubbliche da spendere. Non che oggi non ci siano galleristi bravi e attenti, che svolgono un interessante lavoro di ricerca, credo però che le istituzioni debbano incentivare la fruizione dell’arte a un livello molto più alto e garantire al pubblico locale opportunità di conoscenza dell’arte contemporanea paragonabile a quelle che in Europa e nel mondo sono a disposizione degli abitanti di città importanti come Napoli. Prima di tutto, io credo, un museo debba svolgere un lavoro di sistemazione e di promozione delle vicende vere e documentate dell’arte presso un pubblico più ampio di quello delle gallerie e dei suoi abituali frequentatori. Anche allargando il raggio della propria offerta in direzioni impreviste e imprevedibili, come al Madre è stato fatto con le attività d’intrattenimento. Sarà banale, ma questo è stato il modello di gestione pubblica della cultura (artistica) che ha caratterizzato il ventennio bassoliniano. Da un po’ di tempo aspettiamo che qualcuno spieghi che cosa ha in mente di diverso e di migliore la nuova classe dirigente napoletana e in che modo e con quali fondi i frequentatori di questo blog ritengono si debba rivoluzionare il sistema.

    eduardo cicelyn

    26 febbraio 2013 at 19:25

    • Mi trovo sostanzialmente d’accordo con quanto dice Eduardo Cicelyn. Con giusto qualche precisazione.
      Devo però dire che trovo singolare come, da un lato, Naldi mi trovi sospettamente (e segretamente) nostalgico dell’era bassoliniana, mentre dall’altro Cicelyn mi rimprovera scarsa considerazione per la stessa…
      Certamente, gli anni di Amelio non videro certo un sostegno pubblico al contemporaneo; tanto più significativo, quindi, appare il peso ed il valore di quell’impegno, che seppe – ciononostante – creare a Napoli il terreno fertile in cui, successivamente, vennero gettate le basi di quella stagione (a mio avviso discutibile per vari aspetti) caratterizzata dall’azione di Antonio Bassolino. Non è per nulla secondario rammentare come Terrae Motus, che anche Cicelyn rammenta, pur nata come iniziativa privata sia oggi indiscutibilmente un’importante patrimonio pubblico (nel senso proprio dell’espressione).
      Non ho mai pensato, né scritto, che Bassolino abbia fatto beneficenza, né che si ergesse a timoniere dell’arte contemporanea. Credo fosse troppo intelligente per questo, ed oltretutto fin troppo impegnato nel suo ruolo politico. Non a caso, trovo francamente uno sguaiato peggioramento, nel rapporto politica/cultura, quanto messo in campo dalla giunta Caldoro-Miraglia.
      Pur condividendo il principio secondo il quale non si può e non si deve affidare a privati, la scelta degli indirizzi culturali cittadini, credo sia ingeneroso parlare tout court di soggetti “privi di competenze culturali riconosciute”. É chiaro che spetta alle istituzioni pubbliche fornire le opportunità che, in una economia di scala, rimangono fuori dalla portata dei galleristi privati. I quali, inoltre, sono portatori anche di (legittimi) interessi particolari.
      Purtuttavia, mi sembra evidente che siano intervenuti due fattori di grande rilievo.
      Da un lato una fase lunga, caratterizzata da elementi recessivi e di forte contrazione della spesa pubblica – persino in settori più rilevanti, come la sanità o la scuola.
      Dall’altro, un diverso approccio dei cittadini rispetto alla gestione della cosa pubblica – e di cui l’uso invalso del termine bene comune non è che un segnale.
      A questi, aggiungo, sia pure in forma minore, la riflessione in atto sul ruolo stesso del museo d’arte contemporanea, e che attraversa un po’ tutto il mondo occidentale.
      Si sta, cioè, determinando un mutamento dello scenario che non può essere fronteggiato con un atteggiamento luddista, ma che può e deve essere governato, cercando – appunto – formule nuove.
      Il che non significa che le soluzioni siano già note, né tantomeno che qualcuno (men che meno il sottoscritto) abbia il coniglio nel cappello. La funzione di questo blog, come infine riconosce anche Cicelyn, è in fondo proprio quella di tenere aperto il discorso, di stimolare il confronto, di mantenere aperti gli orizzonti. Augurandosi che questo possa, in qualche misura, contribuire a far emergere risposte adeguate.
      Insomma, che serva a trovare soluzioni contemporanee per l’arte contemporanea.

      enricotomaselli

      26 febbraio 2013 at 20:14

  4. Ovviamente mi riferivo a Naldi quando dicevo che non fu fatta benifecenza, nè che si pensasse di essere timonieri, Aggiungo solo che l’esperienza di Terrae Motus ha formato la mia generazione. Io ebbi modo anche di colaborare sin dall’inizio e fino alla fine (a Caserta) con Lucio in quell’impresa di cui ho scritto e riscritto su giornali, libri e cataloghi da vent’anni a questa parte. Proprio per sostenere che dallo sconfinamento dell’arte e degli artisti nel campo aperto dell’impegno pubblico simbolico e materiale in favore del rinnovamento di Napoli è nata la mia convinzione, poi fortunatamente praticata, di radicare nel discorso politico della città l’esperienza dell’arte. Tutto cominciò in piazza Plebiscito. Per quanto riguarda le competenze culturali dei galleristi napoletani, non vedo eccellenze e punti di riferimento. Magari mi sbaglio. Invito poi a considerare che la Regione Campania con la delibera 297 del 26 giungo 2012 ha finanziato con 15milioni e 650mila Euro il teatro Festival e la Fondazione Donnaregina per il biennio 2012-2013 (ne scrivo domani sul Mattino). A voi sembrano pochi?
    Infine, chi vivrà vedrà quali forme prenderà nel futuro il museo d’arte contemporanea. Per ora, girando il mondo, non vedo cose diverse (anche se certamente migliori e più importanti) del Madre.

    eduardo cicelyn

    26 febbraio 2013 at 20:36

    • So bene che la scuola di formazione di Cicelyn è stata proprio quella di Lucio Amelio; proprio per questo, mi stupivo di quella che mi sembrava una sottovalutazione del medesimo.
      Sono d’accordo che, allo stato, non si vedano eccellenze – ed ancor meno punti di riferimento – nel mondo delle gallerie napoletane; ma da qui a considerarlo privo di competenze culturali, credo che ce ne passi…
      Sui fondi pubblici, infine. I fondi europei, che sono stati per gli anni passati una delle principali fonti di investimento, soprattutto per il mezzogiorno, sono destinati a ridursi non poco, già a partire dal 2014, come ben sa Cicelyn. Mi sembra quindi saggio cominciare a preoccuparsene sin da ora, piuttosto che aspettare di trovarsi con l’acqua alla gola.
      Sul ruolo del museo d’arte contemporanea, ho scritto che se ne discute, non che sia già mutato. Altrimenti avremmo, quantomeno, degli esempi di riferimento con cui confrontarci.
      Mi piacerebbe – e spero che almeno su questo Cicelyn concordi con me – se anche a Napoli, e da Napoli, si fosse parte di questo dibattito; senza invece attendere che le cose cambino altrove, per poi adeguarsi per inveterato provincialismo.

      enricotomaselli

      26 febbraio 2013 at 20:56

  5. Felice della precisazione. Non io ma altri – con i tempi che corrono – avrebbero potuto equivocare quel corsivo e quei puntini sospensivi. Quali equilibri politici garantirebbe la di nocera (senza un partito, senza un salotto, senza una lobby alle spalle) è un altro ragionamento il cui senso mi sfugge, ma anche in questo caso sarà un problema mio.

    Marco Naldi

    27 febbraio 2013 at 22:31

    • Veramente io non ho scritto che la permanenza di Antonella Di Nocera all’assessorato alla cultura garantisca degli equilibri politici… (spero che nessuno resti disorientato da questi tre puntini sospensivi). Ho detto che la sua mancata rimozione, come del resto la sua nomina, dipende dagli equilibri politici all’interno della maggioranza e della Giunta. Un fatto assolutamente normale, direi. La scoperta dell’acqua calda, più o meno. Forse sfugge il fatto che, sostituendola, occorrerebbe trovare qualcun altro, e magari non è facile trovarlo “senza un partito, senza un salotto, senza una lobby alle spalle”… e così gli equilibri saltano.
      Ovviamente, mi astengo dal riportare quel che si dice, a proposito di un assessore che accetta di essere messa da parte sulla cosa più importante dell’intera consiliatura e relativa alle sue specifiche competenze (leggi: Forum Universale delle Culture), lasciando così campo libero a qualcun altro.

      enricotomaselli

      27 febbraio 2013 at 23:03


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