enricotomaselli

Talkin' about revolution (all texts are copyleft)

Napoli visionaria

with 18 comments

In questo scorcio d’inizio secolo, pur nel quadro di una profonda crisi economica che attraversa l’Occidente, Napoli sembra essere la più greca tra le grandi città d’Italia. É qui che si manifesta in modo più drammatico la crisi, per un cumulo di ragioni storiche e congiunturali, a cui la rivoluzione arancione ha paradossalmente aggiunto criticità, divenendo elemento ulteriore del problema invece di aprire la strada ad una soluzione possibile.
Non tutte le responsabilità sono quindi ascrivibili al Sindaco ed alla sua Giunta, che però di certo non si possono sottrarre a quelle che gli spettano.
D’altro canto, rimestare nel manico sul tema, rischia di farci avvitare ancora di più nella spirale del declino economico, sociale e civile che attanaglia la città. Occorre davvero cominciare a guardare oltre. Perchè il futuro – della città e di chi ci vive – può essere determinato soltanto da altri; o può esserlo anche da noi.
Ma prima che il futuro si materializzi e si faccia presente, occorre che venga immaginato, pensato, progettato. É di questo che c’è urgente bisogno. Occorre una visione, per il futuro di Napoli. Solo a partire da questa è possibile mettere in moto processi capaci, nel tempo, di approssimarla; per mobilitare le energie e le idee, in quello che deve essere un processo partecipativo, è necessario prospettare un idea di città, che rappresenti e riassuma in sé una possibilità di rinascita.

Modello Bilbao?

Modello Bilbao?

Per immaginare un’altra Napoli, per costruire per essa una visione (senza per questo essere soltanto dei visionari), si deve guardare all’anima della città, e spingere contemporaneamente lo sguardo verso gli orizzonti più diversi e lontani. Se la Politica è l’arte di trasformazione del reale, è dalla conoscenza della realtà che si deve partire; ed al tempo stesso, bisogna saper andare oltre questa con lo sguardo della mente e del cuore. Come ciascuno di noi sa nella sua propria esperienza di vita, la costruzione del futuro chiede fatica e passione. Scovare le risorse a cui attingere – e parlo soprattutto di idee, di competenze, di capacità, chè i denari arrivano laddove ci sono queste, non il contrario… – e contemporaneamente delineare obiettivi, disegnare percorsi che portino le prime a raggiungere questi ultimi, è quanto dovremmo provare a fare. Anche imparando dai fallimenti, dalle occasioni perdute, dalle intuizioni sprecate.

Nel corso della deprecata stagione bassoliniana, ad esempio, si è dapprima sprecata quella che a mio avviso fu un’intuizione feconda, per poi sprofondare nel fallimento finale.
L’intuizione fu quella di puntare sull’arte contemporanea, come fulcro su cui costruire una nuova dimensione internazionale, capace di recuperare i fasti della Napoli pre-unitaria. Le stazioni della metropolitana dell’arte, le installazioni di Piazza Plebiscito, la nascita del MADRe, lo stesso Napoli Teatro festival, erano tessere di un mosaico che avrebbe potuto effettivamente divenire piattaforma di lancio per un vero rinascimento napoletano. Sfortunatamente, quell’intuizione fu poi sprecata nella pratica concreta.
Non tanto (e non solo) per una non sempre felice gestione delle risorse pubbliche, quanto per due aspetti a mio avviso ben più profondi: da un lato, per non essere riusciti (sempre che ci si fosse provato davvero) a coniugare la modernità, la contemporaneità, con il ricchissimo filone della cultura partenopea, con le sue radici profonde; dall’altro, per aver creato un sistema cortigiano, in cui dominavano la prossimità politica e/o personale più che la capacità e la creatività – che ha poi finito con l’uccidere quest’ultima, anche tra quanti di quel sistema hanno beneficiato.

Fu, in un certo qual modo, e forse anche in larga misura inconsapevolmente, la (maldestra) applicazione del modello Bilbao.
Quando, nella seconda metà degli anni novanta, fu deciso di tentare il rilancio della capitale morale dei Paesi Baschi, che accusava i colpi della de-industrializzazione, la scelta cadde sull’arte contemporanea come focus del nuovo polo attrattore che si voleva creare intorno al capoluogo della provincia di Vizcaya. Al centro di quel modello, la costruzione del museo d’arte contemporanea affidata all’archistar Frank Gehry, e la scelta di adottare per esso un brand di indiscussa fama mondiale (10 milioni pagati alla Fondazione Guggenheim per l’utilizzo del marchio). Ma intorno a quello, ci fu molto altro.
La costruzione di “un progetto identitario di costruzione di un brand territoriale a base culturale” (Simon Anholt), infatti, richiede ben più che un singolo elemento, per quanto assolutamente straordinario come il capolavoro di architettura decostruttivista di Gehry, che ha fatto di Bilbao il caso del ‘900; parte dalla riqualificazione dell’intera città, collocando il museo su una magnifica passeggiata fluviale, restituendo l’offerta culturale al tessuto urbano e alla comunità territoriale. In proposito, molto felicemente è stato scritto che “il principale risultato ottenuto dal Museo Guggenheim sia stato quello di essere riuscito a collocare una città come Bilbao, industriale, grigia e con poco movimento internazionale, non solo nel circuito del turismo artistico e culturale, ma in generale nella mappa mentale della gente” (Roberta Bosco, El Pais).
Con tutta evidenza, salta agli occhi lo scarto che separa i risultati dell’esperimento basco dalla applicazione napoletana di quel modello.
Per concludere l’esame del caso Bilbao, mi piace citare una fonte estranea al mainstream artistico-culturale: “Il museo è probabilmente uno dei migliori investimenti della città negli ultimi decenni. È stato al centro di un posizionamento di Bilbao a livello internazionale e ha permesso al territorio di rilanciare un’economia rallentata dalla deindustrializzazione. Ha attirato turisti e investimenti, ma anche talenti, e creato capacità di innovazione e una “vibe” decisamente originale. Quello che però spesso passa in secondo piano è che il Guggenheim da solo avrebbe portato a ben poco. Il progetto è stato vincente perché la città è riuscita a collocarlo in un piano organico dell’area” (Guido Romeo, Wired).

Dunque, a partire da una visione complessiva sul futuro del territorio, è stato possibile che una cittadina posti-industriale di 350.000 abitanti operasse una trasformazione profonda, capace di imprimersi nell’immaginario collettivo mondiale in modo duraturo. Cosa sarebbe potuto accadere, se una tale visione – e la capacità di tradurla in azioni concrete e coerenti – fosse stata implementata su Napoli? Con la sua collocazione geografica, il suo patrimonio artistico, la sua tradizione culturale?
Certo, anche la straordinaria capacità iconica dell’architettura di Gehry ha contribuito non poco a questo successo. E questo, anche in virtù della densità storica ed artistica di Napoli, era forse non riproponibile – in questi termini. Anche per questo, trovo che la responsabilità maggiore di questa attuale sindacatura sia l’imperdonabile miopia con cui, sin dal principio, e con ostinata determinazione, ha affrontato il lascito migliore che gli veniva dalla precedente amministrazione: il Forum Universale delle Culture.
Se l’amministrazione De Magistris avesse avuto davvero una visione di città, se non avesse inseguito l’idea di una rinascita fondata su una dispendiosa – e tardiva – successione di eventi effimeri, se fosse stata capace di cogliere  il senso ed il valore di quella opportunità, avrebbe davvero potuto lasciare un’impronta duratura di sé sulla città, segnando la Napoli futura in modo ben più incisivo che non con una lunga, quanto inutile, striscia d’asfalto arancione.

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18 Risposte

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  1. Post a tratti condivisibile. Tuttavia, se si deve ripartire con un progetto con governare di nuovo la Regione e la Città Metropolitana ed ancora si parla di una cosa costata 1 milione di euro una tantum di cui metà europei e metà vincolati quando si potrebbero risparmiare (per dirne una) 2 milioni di euro all’anno disponendo della capacità di trattare l’umido attualmente differenziato a Napoli, significa scegliersi un nemico invece di pensare ad azioni concrete per migliorare la vita di tutti.

    E come se scegliere un nemico non fosse già inutile e fallimentare, non ci si sceglie neppure quello giusto.

    Luca Toscano

    23 marzo 2013 at 12:20

    • Confesso che non ho ben capito cosa volesse dire questo commento; ma probabilmente è un problema mio. É già qualcosa, comunque, che almeno una parte del post risulti condivisibile.
      Su una cosa, però, ci tengo a precisare: né giusto né sbagliato, per la semplice ragione che non ho (scelto) alcun nemico. Per quanto apprezzi molto l’analisi di Carl Schmitt, la nozione di nemico, in politica, non mi appartiene.
      Ho solo avversari, che è un’altra cosa.
      Poi, ciascuno si sceglie quelli che ritiene giusti

      enricotomaselli

      23 marzo 2013 at 12:46

      • Proverò ad essere più chiaro.

        Il post mi piace. La necessità di una vision su cosa questa città voglia diventare è qualcosa che io stesso predico da anni.

        Il problema è quale. Io, per esempio, non condivido che Bilbao possa essere un modello. Troppo più complessi i problemi napoletani, troppo diverso il punto di partenza.

        Ritengo che Napoli abbia bisogno di attirare investimenti e di mettere a sistema le competenze esistenti per creare distretti industriali competitivi. Il modello Bilbao potrebbe essere solo uno degli interventi necessari non fosse altro per il fatto che siamo 3 milioni di anime.

        Ecco perché lo condivido solo in parte.

        Ho parlato esageratamente ed impropriamente (lo ammetto) di nemici riferendomi alla ciclabile, intervento di smisurata esposizione mediatica anche se fondamentalmente insignificante nell’economia dell’Amministrazione. Mi dispiaceva che un post di livello così alto scivolasse su un aspetto così “di pancia”. Ecco tutto.

        Luca Toscano

        24 marzo 2013 at 00:26

      • Tre osservazioni veloci.
        In realtà, io non ho proposto il modello Bilbao per Napoli, quanto piuttosto ho osservato che è stato questo il modello a cui si è (sostanzialmente) ispirato il tentativo di rinascimento napoletano degli anni ’90, evidenziando come poi se ne sia discostato – mancando quindi l’obiettivo – ed osservando quanto avrebbe potuto ottenersi se, pur con tutte le differenze tra Napoli e la cittadina basca, fosse invece stato applicato bene e sino in fondo.
        Ovviamente, Napoli avrebbe bisogno di investimenti. “Senza denari non si canta messa…” Il punto è che il Paese intero si trova in questa condizione, e gli investimenti – che cercano opportunità di remunerazione – vanno laddove trovano condizioni complessivamente più appetibili. Questo sostanzialmente significa creare opportunità favorevoli; ma in assenza, ad esempio, di una fiscalità particolarmente vantaggiosa (che peraltro in passato si è rivelato uno strumento di scarso esito sul lungo periodo), ed invece in presenza di una burocrazia farraginosa (vedi il recente caso Decathlon) e di un fortissimo insediamento criminale sul territorio, è chiaro che si parte svantaggiati.
        In questo senso, e come dicevo nel post, gli investimenti arrivano dove ci sono (almeno) idee innovative, dove c’è un contesto complessivamente fecondo.
        In ogni caso, non credo che abbia senso, oggi, parlare di distretti industriali. L’industrializzazione del Mezzogiorno è una carta che è già stata giocata, ed alla lunga ha lasciato solo macerie. Inoltre, la creazione di industrie richiede investimenti considerevoli proprio in fase di avvio. Per non parlare del fatto che, in un mondo globalizzato, la competitività si può ottenere solo su due piani: o sul costo di produzione, o sulla qualità del prodotto.
        Considerando che l’Italia non ha una grande produzione energetica (di cui invece l’industria ha grande bisogno), e che il costo del lavoro sarà sempre più basso altrove, l’unica sarebbe competere sulla qualità. Ma questo significa fondamentalmente ricerca ed innovazione – due cose che in questo Paese non si fanno seriamente da decenni.
        Io credo piuttosto che sarebbe opportuno puntare alla creazione di distretti della conoscenza, in cui la ricerca scientifica, la creatività e la produzione culturale, si intrecciano tra di loro. Credo che questa città (in senso ampio) possa e debba diventare un laboratorio, che attrae non solo investitori ma anche e soprattutto cervelli, e che sviluppi la capacità di esportare idee, piuttosto che prodotti finiti.
        Insomma, investire sui produttori piuttosto che sui prodotti.
        E per concludere, quella sulla pista ciclabile era solo una battuta, e non voleva assolutamente assurgere al ruolo di elemento cardine della polemica con l’amministrazione comunale. É chiaro che, tutto sommato, si tratta di un peccato veniale. Ma che, a mio avviso, ha valore altamente simbolico. Perchè è una delle cose di cui questa amministrazione ha più menato vanto, perchè è stata realizzata senza alcun senso del ridicolo, e perchè è lì a testimoniare un’altro, clamoroso fallimento della politica d’immagine perseguita dal Sindaco.

        enricotomaselli

        24 marzo 2013 at 09:46

  2. Sarò più di parte e condivido totalmente il post! Il paragone con Bilbao non fa una piega! L’inoperatività del nostro comune in ambito culturale (e purtroppo non solo in quello) si declina ormai da qualche decennio in mancate opportunità che oggi più che mai con la giunta arancione rappresentano una falla incolmabile. In questa città non ci sono più eventi, non ci sono più mostre e i musei languono nella loro desolazione! Il Forum delle Culture? Ne parlavo ieri con degli amici, abbiamo ricordato che l’attesa e la “presunta” preparazione dell’evento è iniziata quattro-cinque anni fa!!! Ed oggi? Si fanno le corse per le gare di vela sul lungomare, a beneficio di pochi!! e un paio di concertoni in piazza… Ma tanto si sa come funziona, lo sapevano bene i Borboni, “festa, farina e forca”…. Noooo! Questa è la cultura, o almeno quello che loro vorrebbero farci credere! Ma per fortuna (nostra), proprio come al tempo dei Borbone, non siamo solo Lazzari e almeno la forca noi la evitiamo!

    lois

    23 marzo 2013 at 21:25

    • Sarà che la Storia, come diceva il napoletano Vico, è ciclica, e quindi prima o poi l’inizio coincide con la fine. Però io proprio non riesco a rassegnarmi all’idea che Napoli sia condannata ad un’eterna ripetizione, in cui non c’è alternativa ma solo alternanza tra Borboni e Masaniello.
      La Napoli che mi piace, ed in cui ancora credo, è quella delle quattro giornate. In tutti i sensi.

      enricotomaselli

      23 marzo 2013 at 21:35

  3. Certo, quella è stata la migliore! Un poco come i giorni della rivoluzione partenopea contro i soprusi a favore di un bene comune. Sempre lui, sempre quello, il valore di Democrazia che sempre più spesso viene lasciato nel dimenticatoio!

    lois

    23 marzo 2013 at 21:39

  4. il caso bilbao e il caso napoli, accostamento che fa sempre bene riproporci.
    purtroppo questa visione non c’è enrico, hai solo ragione quando dici che ne manca una, quale che essa sia, figuriamoci se si possa pensare a una condivisione di una cosa che non c’è.
    la visione – e adesso cito un amministratore – riguarda solo ed esclusivamente una mobilità alla amburgo, senza tener presente delle nostre peculiarità, per cui anche una ciclabile diventa un calcio in bocca ai cittadini.

    enrico

    24 marzo 2013 at 20:42

    • Quando parlo di condivisione, mi riferisco soprattutto al processo che delinea la visione, o meglio alla sua articolazione progettuale.
      Quanto ai nostri amministratori, sto francamente superando la fase dell’indignazione e dell’incazzatura. Sto nella fase dello sconforto nero. E quindi cerco di pensare come se già non ci fossero più…

      enricotomaselli

      24 marzo 2013 at 20:51

  5. E’ chiaro che nessuno oggi si sognerebbe di proporre a una città grande come Napoli il modello della piccola Bilbao. Ma non fu comunque quella l’idea bassoliniana, condizionata invece dall’esempio catalano della prodigiosa rinascita di Barcellona, tema urbanistico e culturale ben più complesso e interessante. Non starò qui a commentare le offese gratuite e inutili indirizzate al modello gestionale della cosa culturale (mi riferisco ovviamente al Madre). Dico solo che, quando si parla di uso non sempre felice delle risorse pubbliche e di pratiche cortigiane, andrebbero presentati numeri e nomi. Sennò si rischia di inciampare nel fosso del qualunquismo. Che diventa un abisso senza fine, quando non si raccontano le cose per quel che sono. Se si accusa il Madre di non aver saputo coniugare contemporaneità e tradizione nel suo discorso sull’arte e poi vi si oppone il modello Guggenheim, viene da ridere. E’ proprio questo il tipo del museo replicante, la cui collezione è la fotocopia di quella americana, la cui programmazione è eterodiretta dagli interessi della casa madre. Di grazia, in che modo l’antica e gloriosa cultura basca si confronterebbe lì con la potenza espressiva della grande arte importata? E poi i costi: per dirne un paio, la costruzione costò oltre 300milioni di Euro; nel 2005, solo per esempio, furono acquisite 7 sculture di Richard Serra (una delle quali è la spirale “Naples” presentata in piazza Plebiscito) al prezzo complessivo di 20milioni, tutti provenienti dalle casse del governo regionale basco. Capite le proporzioni tra Bilbao e Napoli, dove l’intera ristrutturazione del Madre costò quanto i sette lavori di Serra? In ogni caso, vorrei dire che sì, occorrerebbe una visione per Napoli. Ma è urgente e necessario che chi commenta e suggerisce sia meglio informato, più competente e meno provinciale. Il dibattito ne guadagnerebbe.

    eduardo cicelyn

    25 marzo 2013 at 09:54

    • L’eterna querelle si ripropone. Inutile sottolineare che il MADRe non è stato citato neanche di striscio, nel post qui sopra. Né, da alcuna parte, è stato scritto che il modello Guggenheim sia (o sia stato) migliore e/o diverso da quello napoletano del MADRe. Restano, ostinatamente, i fatti. Il Guggenheim costò 160 milioni, di cui 10 alla omonima Fondazione e 20 per acquisire la collezione iniziale. Il Guggenheim ha fatto – e fa tutt’ora, a 16 anni dalla sua costruzione – numeri che il MADRe nemmeno si sogna. Ovviamente, non è una responsabilità che rimane esclusivamente sulle spalle del museo napoletano; il diverso successo del Paese Basco, infatti, dipese e dipende dal modello Bilbao, non dal modello Guggenheim. É la gestione complessiva, che fa la differenza. E, certo, in questa incide anche la quantità di investimenti…
      Ma non è mai soltanto una questione quantitativa, c’è sempre anche un’aspetto qualitativo.
      Quanto al riferimento dell’esperienza napoletana – intesa in senso ampio, chè il MADRe era solo parte di un tutto – mi sembra singolare che si sostenga oggi essere stato, all’epoca, Barcellona e non Bilbao. E ciò per due chiare ragioni.
      Il modello Bilbao si incentra sull’idea di trasformare la città, arrestandone il declino post-industriale, mettendo al centro di tutto il museo di Gehry, e quindi facendo dell’arte contemporanea il focus di questo processo. Esattamente come accadrà qualche anno dopo per Napoli – ed è questa l’intuizione più felice, tanto più strano quindi che la si voglia in qualche modo sminuire.
      Il modello Barcellona, ammesso che si possa parlare di un tale modello, era invece centrato sulla ristrutturazione urbanistica, che intervenne in maniera profonda sul tessuto cittadino.
      E francamente non vedo quale significativa trasformazione urbanistica sia mai intervenuta a Napoli, negli anni della gestione bassoliniana. A meno che non si intendano per tali la liberazione di Piazza Plebiscito, o l’apertura dei cantieri per la metropolitana dell’arte. Scrivevo nel post che probabilmente l’applicazione del modello Bilbao fu fatta “in larga misura inconsapevolmente”, ma non immaginavo a tal punto…
      In ogni caso, e stancamente lo ripeto al mio interlocutore, avere opinioni diverse su quel che è stato non osta al confronto, propositivo, su ciò che dovrebbe/potrebbe essere fatto. Posto che, comunque, si tratta di guardare avanti, di andare oltre modelli ed esperienze che, immaginati più di vent’anni fa, sono adesso semplicemente non riproponibili.
      Il dibattito ne guadagnerebbe.

      enricotomaselli

      25 marzo 2013 at 11:13

  6. Il Madre, ovviamente, era citato. Le cifre del Guggenheim sono quelle che ho citato io, e per difetto. Ribadisco che l’esperienza di Bilbao non fu mai presa in esame e fu invece molto studiata quella di Barcellona: sistema trasporti, pedonalizzazioni, infrastrutturazioni ad alto contenuto estetico, restituzione del mare alla città, apertura del Porto. Non ho detto che a Napoli si riuscì ad imitare Barcellona, ho semplicemente scritto che quello fu il modello. Al mio interlocutore ripeto che in questione non sono le opinioni, legittimamente diverse, ma il vero e il falso. Infine, guardare avanti significa per l’appunto non attardarsi su esempi già dimenticati, quale Bilbao è già da tempo

    eduardo cicelyn

    25 marzo 2013 at 11:59

    • Il MADRe, in effetti, era citato nel post; ma talmente di striscio, che era del tutto irrilevante, essendo il testo privo di qualsiasi riferimento specifico a quell’esperienza. Ma si sa, la lingua batte dove il dente duole, sempre e comunque. Non mi interessa la disputa sulle cifre; abbiamo ovviamente fonti diverse, ma per me nulla cambia. Prendo per buone quelle citate da Cicelyn. Ribadisco, non ho in alcun modo inteso mettere a confronto il MADRe con il Guggenheim di Bilbao, essendo troppe le differenze a monte. Mi interessava confrontare due esempi di rilancio d’una città.
      Laddove, continuo a dire, a me sembra che il secondo fosse mosso dalla stessa ispirazione del primo. Se poi invece, come si ribadisce, il modello era Barcellona, peggio mi sento. Lo scarto è ancor più macroscopico.
      Infine, una lettura più completa, avrebbe evitato un equivoco – ma di cui mi faccio carico della responsabilità; non ho inteso affatto proporre il modello Bilbao. Anzi, rispondendo al commento di un’altro lettore, ho scritto: “non ho proposto il modello Bilbao per Napoli (…) Io credo piuttosto che sarebbe opportuno puntare alla creazione di distretti della conoscenza, in cui la ricerca scientifica, la creatività e la produzione culturale, si intrecciano tra di loro…”.
      Oltre la (comprensibile) difesa del passato, mi piacerebbe sentire qualche idea sul futuro, una tantum.

      enricotomaselli

      25 marzo 2013 at 12:23

  7. Napoli non ha bisogno di modelli. Per secoli è stata Napoli il modello per gli altri, e in tantissimi campi della scienza e dell’Arte. Non abbiamo niente da imparare da nessuno . Bilbao? Ma esiste sulla cartina geografica? È inconcepibile che una grandissima capitalew culturale debba prendere a modello una cittadina che non conta niente. Napoli, come l’Araba Fenice, deve soltanto risorgere dalle sue ceneri e riaspecchiarsi soltanto in se stessa, poiché NON HA NIENTE DA IMPARARE DA NESSUNO.. A Napoli, c’è già tutto il potenziale: bisogna soltanto mettersi onestamente a svilupparlo. Le idee sono (da sempre) già insite nella città, ma il problema grosso è quello dei cittadini che non ne hanno coscienza e di quei (non proprio pochi) che non avendo ancora acquisito un senso civico, fanno di tutto per demolire, nel nome di interessi personali, questo enorme potenziale. Avete dimenticato cosa è accaduto alla città della scienza?

    Ciro

    25 marzo 2013 at 14:37

    • Non si tratta qui di modelli da riprodurre, a riprova di una inferiorità della città di Napoli.
      La città stessa è una stratificazione di modelli, architettonici, artistici, culturali, nati altrove e poi qui approdati. Tutte le culture ricche e feconde nascono da ibridazioni successive, e non certo da chiusure ermetiche.
      Se una buona pratica ha dimostrato appunto di esser tale, se ha dato buoni risultati altrove, non c’è nulla di sminuente nel provare ad applicarla (con i dovuti adattamenti) anche qui. Se così non fosse, a Napoli come in ogni parte del mondo, saremmo ancora nelle caverne.
      Il senso di identità e di appartenenza ad una comunità, che giustamente contempla anche l’orgoglio per quanto di positivo questa ha prodotto, è bene non sconfini mai in un malinteso senso di autosufficienza – o peggio, di superiorità.
      Non credo che un leghismo meridionalista possa essere d’aiuto.

      enricotomaselli

      25 marzo 2013 at 15:57

  8. Devo scusarmi perché ho calcolato in Euro il costo del Guggenheim di Bilbao, convinto di avere sottomano la quotazione nella vecchia moneta spagnola. Dunque ha ben ragione l’autore del blog ad oppormi la cifra più o meno esatta di 160milioni dell’epoca. Resta fermo che nel 2005 il governo regionale spese la bellezza di 20milioni per sette sculture: tanto per intenderci sulle proporzioni. Tuttavia non capisco l’ostinazione a paragonare Bilbao e Napoli. Tutt’al più si potrebbe ragionare del rapporto tra Bagnoli e Bilbao, questo sì a tutto vantaggio della cittadina basca.

    eduardo cicelyn

    25 marzo 2013 at 20:08

    • L’equivoco continua, e continuo ad assumermene la responsabilità: evidentemente, almeno su questo punto, non riesco ad essere chiaro. Ci proverò comunque ancora una volta – scusandomi in anticipo se dovessi reiterare il fallimento…
      Io non paragono Napoli e Bilbao, né tantomeno sostengo che si debba – oggi – applicare a Napoli quel modello di rilancio della città.
      Ho fatto, e faccio, un’altro tipo di ragionamento.
      Il modello Bilbao – che tale fu considerato per almeno un decennio – prende vita nel 1997, con l’inaugurazione del Museo Guggenheim. Il museo stesso è il cuore del progetto, che si fonda sulla scommessa di trasformare la città basca a partire da un grande investimento sull’arte contemporanea. Questo è il focus, l’idea cardine di tutto. Di là da come poi venga ovviamente declinata.
      Tra il 2003 ed il 2005, a Napoli, viene realizzato il MADRe, dapprima su iniziativa del San Paolo IMI, quindi acquisito dalla Regione Campania. Questa iniziativa si colloca nel quadro di una progettualità complessiva, che – esattamente come a Bilbao – scommette sull’arte contemporanea; che del resto aveva da poco visto trascorrere la straordinaria stagione animata da Lucio Amelio. Questa scommessa, oltre al MADRe vede la nascita della metropolitana dell’arte, l’adozione di Piazza Plebiscito come scenografia per grandi installazioni di artisti internazionali; e la nascita del PAN.
      Tutti elementi che, come tasselli di un mosaico, compongono un progetto di città nuova che ruota intorno a quella che continuo a considerare una intuizione felice e coraggiosa: fare dell’arte contemporanea il cardine del rinascimento napoletano.
      La similitudine è forte e stringente, quanto meno ai miei occhi.
      Ora mi si dice che invece il modello cui si guardava era Barcellona. La fonte è certamente più affidabile di me in questo, essendo tra quanti hanno disegnato quel progetto; e quindi, è certamente così.
      Purtuttavia, ne rimango ancor più stupefatto, perchè – diversamente da Bilbao – nel caso della città catalana il focus era la trasformazione urbanistica. Di cui francamente non vedo traccia significativa, a Napoli…
      Per quanto riguarda il passato, quindi, non ho operato alcun paragone tra Napoli e Bilbao, ma ho ragionato sulla similitudine tra due modelli di rinnovamento urbano.
      Quanto al futuro, lungi da me l’idea di riproporre il modello basco; non solo e non tanto perchè economicamente improponibile, quanto perchè semplicemente superato.
      Penso che si dovrebbe piuttosto immaginare un idea del tutto nuova (senza per questo chiudere gli occhi al mondo), perchè le condizioni di Napoli, oggi, sono nel bene e nel male del tutto singolari. E quindi si richiedono risposte capaci di prefigurare futuri altri.

      enricotomaselli

      25 marzo 2013 at 20:44

  9. Scusatemi se intervengo per spezzare una lancia a favore di Enrico. È palese che qui, l’esempio di Bilbao rappresenta solo un esempio per mettere insieme la gestione amministrativa di una città con gli investimenti e gli sviluppi culturali. Il problema di fondo resta sempre lo stesso; negli ultimi due anni in questa città sono mancati gli eventi! L’ultima grande Mostra! (eppure permettemi qualche punto esclamativo) è stata quella sul Seicento, sviluppata tra Capodimonte e le chiese cittadine, costruita sulla linea sottile di confine tra una stagione e l’altra (tra l’altro immediatamente terminata!) della storica Soprintendenza nostrana! 
    Il Forum delle Culture che poteva rappresentare un nuovo momento di sviluppo e di affermazione culturale è mutato in una gogna senza precedenti (di cui purtroppo, a parte i pochi operatori del settore nessuno è più a conoscenza). Si organizzano concerti in piazza e null’altro. Sinceramente credo che questo sia il punto su cui dibattere! 

    Che il Madre abbia avuto la sua stagione d’oro è indubbio. Abbiamo vissuto un breve periodo di grandezza artistica di valore internazionale, al pari delle principali istituzioni europee, mai neppure lontanamente paragonabile a quella che vogliono mostrarci come la “nuova stagione”. Che Napoli contenga in se le energie creative è fuor di dubbio, non ci serve affatto copiare il modello Bilbao…

    Il problema unico è l’inoperatività di una giunta che aveva promesso mari e monti e che ad oggi è risultata completamente inadeguata.

    lois

    25 marzo 2013 at 21:36


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