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É tempo di un nuovo protagonismo napoletano

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Ricordo lo spettacolo di un comico napoletano, Giobbe Covatta, qualche anno fa. Da molto tempo impegnato nella solidarietà attiva con le popolazioni dell’Africa, il leit motiv dello spettacolo era una semplice esortazione a fare: “basta poco, che ce vò…”. E già, può bastare veramente poco. Anche solo un po’ di volontà, per cominciare. Eppure, a guardarsi intorno, sembra sempre che anche quel poco appaia troppo.
Ognuno racchiuso nel suo orticello, magari a mugugnare, ma senza mai trovare la via per uscire fuori, per ritrovarsi, per agire.
E intanto Napoli sprofonda giorno dopo giorno – e non solo metaforicamente. E dalle sue viscere sembra uscire il peggio di sé. Eppure, basterebbe un po’ di coraggio; e un po’ d’intelligenza. Questa città, per certi versi eternamente borbonica (fintamente divisa tra volgare aristocrazia del denaro e plebe inquieta), non può aver esaurito le sue speranze. Ma non può nemmeno vivere in eterno di queste, e solo di queste! Perchè ineluttabilmente finiranno con l’essere tradite, lasciandola sempre più esausta – e quindi sempre più facilmente preda del prossimo malamente, pronto a sfruttarne l’ansia di riscatto ai fini del proprio tornaconto e delle proprie ambizioni.
É invece disperatamente tempo di un nuovo protagonismo napoletano. Se non sapremo darvi vita, la città tornerà presto ad essere vittima dei frutti peggiori nati dal suo ventre.
Per questo, è urgente che almeno la parte più accorta e sensibile metta da parte – almeno un po’ – i suoi interessi a breve termine, le sue gelosie, le sue idiosincrasie. Occorre avviare questo processo, mettendo insieme le forze capaci quanto meno di gettare un seme, di fare argine alla deriva. Altrimenti, tanto vale evocare Brenno dall’Ade, e metterlo a capo della città.

Nel ventre di Napoli...

Nel ventre di Napoli…

Napoli, come tutto il Mezzogiorno d’Italia, continua a pagare il prezzo del processo unitario; l’unità nazionale, infatti, è stata in larga misura un’operazione para-coloniale, con cui una piccola casa regnante subalpina – e la borghesia che le si raccoglieva intorno – hanno saccheggiato le regioni meridionali, all’ombra degli ideali patriottici e unitari. Da allora, le classi dirigenti del Mezzogiorno si sono sempre fatte cooptare in questo meccanismo di subalternità nord/sud, in cui l’autonoma capacità di produrre ricchezza è stata barattata con un pseudo-benessere derivante dal pubblico impiego. E ovviamente, adesso che le disponibilità del Tesoro si sono drasticamente ridotte – e che a dominare è il pensiero unico del contabile, e non il pensiero lungo della politica – questo modello entra tragicamente in crisi.
O la città riesce quindi, nell’arco di questo decennio, a cambiare radicalmente la propria prospettiva, o si condannerà ad un ulteriore processo di marginalizzazione.
Occorre una nuova idea di città. Bisogna trovare la chiave per innestare, sull’humus delle naturali vocazioni del territorio, processi innovativi, capaci di attivare meccanismi di sviluppo. Ed è necessario che questi processi, questi meccanismi, non prescindano dall’assunto che la ricchezza – economica, sociale, culturale – non può che venire da un rinnovato sviluppo produttivo. Occorre, con chiarezza, dirsi e dire che l’idea di una città che vive di solo turismo è improponibile. Per quanto Napoli (ed i suoi dintorni) siano ricchissimi di beni culturali, immaginare un modello Venezia è assolutamente privo di senso. Non solo perchè quel modello ha ridotto la città lagunare ad una Disneyland senz’anima, ma perchè la dimensione metropolitana non lo consentirebbe.
Ugualmente, va sgombrato il campo dall’idea di una città che viva prevalentemente di cultura. Per quanto questa possa lusingare, le produzioni culturali hanno bisogno di un bacino d’utenza in grado di assorbirle e sostenerle, e dunque di una ricchezza prodotta al di fuori del circuito culturale, e che poi, in parte, si riversa su questo.

Immaginare un’altra Napoli, trovare una visione – ed essere innanzitutto capaci di comunicarla! – è a mio avviso l’urgenza primaria.
A partire dal fatto che cuore e soggetto di questa visione non può essere la sola città di Napoli, ma l’intera area metropolitana – che tra l’altro diverrà presto una realtà amministrativa, ed è quindi necessario che questa si modelli sulla visione, e non, al contrario, che finisca essa per determinare le direttrici future.
Bisogna individuare gli asset su cui costruire questa visione, e far si che questa sia in rapporto organico con ciascuno di essi. In questo senso, e con questa prospettiva, la cultura (nella sua accezione più ampia) può e deve avere un ruolo determinante. Ad essa spetta naturalmente il compito di individuare e riassumere, in un quadro organico, gli elementi costitutivi di questa idea di città; ad essa tocca trovare le chiavi per veicolarla.
Con la consapevolezza che un processo di cambiamento di questo tipo non si realizza in un giorno, ma occorre un costante, determinato e consapevole impegno, che lo sostenga nel tempo. Un compito, questo, precipuo della politica. E che rende perciò fondamentale la selezione delle future classi dirigenti. Esse dovranno affermarsi a partire da questa visione, e dovranno esserne espressione. Essa non potrà essere strumentalmente adottata per una campagna elettorale, ma dovrà essere vissuta come essenza della propria missione nella polis.

É possibile, a partire da una solida legislazione sul consumo di suolo, ripensare il comparto agro-alimentare in chiave green? Produzioni eco-compatibili, filiera corta, auto-produzione energetica (solare, biomasse…)?
Si può immaginare di traghettare un straordinaria tradizione artigianale verso il futuro della produzione digitale 3D, mescolandovi il design post-industriale, ed aprendo una stagione altamente innovativa basata su un sistema reticolare di makers?
Ci sono i presupposti per creare qui un distretto di ricerca avanzata, che magari provi a tenere insieme innovazione tecnologica e creatività, approccio scientifico e sensibilità artistica, coinvolgendo grandi investitori internazionali?
Può Napoli provare a diventare un centro d’attrazione culturale, un polo di riferimento per l’area euromediterranea, sfruttando la propria posizione geografica e la propria storia multiculturale per farne la chiave di volta di una strategia d’interscambio e di ibridazione tra culture?
Ecco, questo è il genere di domande su cui mi piacerebbe ci si interrogasse.
Fintanto che la città continuerà a dibattere e dividersi soltanto sulle ZTL, senza chiedersi dove portino quelle strade (chiuse o meno al traffico), sarà come guardare incantati il proprio ombelico, mentre sta per arrivare il cataclisma che ci sprofonderà.

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Written by enricotomaselli

13 aprile 2013 a 10:57

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