enricotomaselli

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La parabola del trenino

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Sembra ieri, eppure sono passati 17 mesi da quando davo il benvenuto al neo-Ministro per i Beni Culturali Lorenzo Ornaghi. 17 mesi di vuoto pneumatico, verrebbe da dire… chè l’unico atto di cui si abbia memoria di questo Ministro è stata la (discutibilissima) nomina di Giovanna Melandri a Direttrice del MAXXI. Dopo un anno e mezzo buttato via, dunque, siamo qui a dare il benvenuto ad un altro Ministro – membro di un governo se possibile anche peggiore del precedente.
Massimo Bray era in effetti ministro in pectore già prima delle elezioni, nel role-game interno al PD era evidentemente assegnata a lui questa casella, forte della potente sponsorship di Massimo D’Alema (nobody is perfect…). Prova ne sia che, mentre era ancora candidato alla Camera, un nutrito gruppo di operatori culturali gli rivolgeva un pubblico appello perchè si prendesse cura dei beni culturali del Paese – una chiara operazione volta a precostituire le condizioni opportune affinché poi la nomina diventasse reale. Anche se poi l’esito elettorale è stato diverso dal previsto, con la vittoria mutilata della coalizione Italia Bene Comune, anche il rovesciamento di fronte e la successiva costituzione del governissimo Letta-Alfano non l’ha lasciato fuori. Anzi, è probabile che proprio l’adozione pedissequa del manuale Cencelli, conditio sine qua non per la composizione di un governo così eterogeneo, ne abbia alla fine favorito la nomina.
Sia come sia, habemus papam. C’è ora da chiedersi se e come segnerà il suo papato, o se anche in questo caso – magari per via dei mille impedimenti che bloccano sin dal suo nascere questo governo – alla fine non risulterà solo un ulteriore periodo di sede vacante.

Di 'buone intenzioni', o anche fatti, è lastricata la via?

Di ‘buone intenzioni’, o anche fatti, è lastricata la via?

Nella sua risposta alla lettera-appello, Bray mostrava le sue buone intenzioni, di cui forse la migliore – anche perchè concreta – è forse questa: “Un buon metodo di lavoro potrebbe essere quello di impegnare il Ministro deputato e l’intero Governo a presentare periodicamente al Parlamento un piano di investimenti nel campo della cultura, nel senso e nel prevalente impegno alla conservazione e valorizzazione del patrimonio esistente e al sostegno agli altri settori”.
Magari, più che presentare periodicamente un piano d’investimenti, sarebbe meglio se il Ministro riferisse periodicamente in Parlamento sul come sono stati effettuati gli investimenti, su quali siano gli esiti previsti e quelli conseguiti.
Quel che è chiaro, purtroppo, è il contesto generale. Questo governo – la maggioranza parlamentare che lo esprime, gli uomini e le donne che lo costituiscono, e quell* che lo animano pur senza esservi direttamente presenti – sono né più né meno l’espressione del disastro che abbiamo alle spalle. Protagonisti spesso già nella I Repubblica, hanno attraversato per intero la II ed ora vorrebbero spudoratamente proporsi come fondatori della III. La natura intrinseca di questa compagine, quindi, rappresenta il peggior viatico possibile anche per il lavoro di un singolo ministro che fosse, appunto, animato dalle migliori intenzioni.
Del resto, non si possono dare politiche serie di rilancio, se non c’è il pieno accordo dell’intera squadra di governo – e della maggioranza politica che lo sostiene – non solo sugli obiettivi da perseguire, ma anche, se non soprattutto, su tempi e modi per perseguirli. Insomma, senza denari non si canta messa, e quindi le priorità di spesa (e quelle di riduzione della stessa…) sono e saranno determinanti a fare la differenza tra intenzioni e realizzazioni.

Sarebbe già tanto, quindi, se il nuovo ministro riuscisse, quanto meno, ad impostare un approccio diverso al tema delle politiche culturali. Che – come lui stesso ricordava – si muovono su due crinali diversi, ma che dovrebbero riuscire a dialogare tra di loro, in un rapporto dialettico non solo sotto il profilo propriamente culturale, ma anche sotto quello della ripartizione ed uso delle risorse: conservazione del patrimonio esistente e creazione del nuovo.
Mi permetto di sottolineare questo punto, perchè a mio avviso è uno degli elementi cardine di ogni ragionamento sulle politiche culturali. In Italia, ed in particolar modo tra le classi dirigenti, è molto diffusa e radicata un’idea di bene culturale che separa in modo netto ciò che è il passato da ciò che è il presente ed il futuro. In questa impostazione culturale, il nocciolo duro è costituito dalla convinzione che il patrimonio culturale del Paese sia costituito da ciò che abbiamo ereditato dal passato, soprattutto nelle sue espressioni concrete, materiali: reperti archeologici, monumenti, patrimonio architettonico ed artistico. Tutto ciò che viene dopo (l’oggi ed il domani) è percepito come momentaneo, di passaggio. Manca totalmente l’idea che le produzioni artistiche e culturali contemporanee sono la linfa che continua ad alimentare quel patrimonio storico, che lo arricchiscono e lo rendono vivo.
Quel patrimonio è percepito come fossilizzato. Come il latino, considerato lingua morta, così il patrimonio artistico-culturale è considerato come un dato finito, un corpus ormai immutabile. Un po’ come quei calchi in gesso dei corpi morti, a Pompei. Immagine perfetta di una vita conclusa per sempre, e per sempre congelata in quella condizione.

Ecco, Pompei mi sembra una buona cartina di tornasole, per verificare l’impostazione politica e culturale che il nuovo ministro vorrà dare. Per quanto riguarda il versante della conservazione dei beni, infatti, abbiamo attualmente di fronte due modelli: Venezia e Pompei.
Il primo, è quello che altrove ho definito modello Las Vegas, una città trasformata in gigantesca scenografia ad uso di un turismo massivo, ormai priva di una identità reale, che non sia quella della propria immagine cartolina; con una popolazione residente ormai pressochè esclusivamente costituita da personale di servizio per la grande macchina turistica. Una sorta di Pompei vivente.
All’altro capo, il secondo costituisce l’esempio della peggior gestione possibile del patrimonio esistente. Con un patrimonio storico, artistico, archeologico e culturale, praticamente abbandonato all’incuria, largamente sotto utilizzato, preda spesso dello sfruttamento parassitario e para-legale di quanti, ai suoi margini, ne usano l’immagine per i propri commerci spiccioli.
Su Pompei, un primo cambio di passo si è avuto con le politiche attuate dal Ministro per la Coesione Territoriale del precedente governo, Fabrizio Barca, che ha avviato il Grande Progetto Pompei. Si tratta di un cambiamento, diciamo così, procedurale; ma ciò non significa che sia di minor valore, anzi. Vedremo ora se il il Ministro Bray saprà e vorrà proseguire su questa strada, rivoluzionando sino in fondo la gestione del bene Pompei – magari facendone un impegno nazionale.

É cronaca di questi giorni, la disavventura del Ministro, che recandosi appunto a Pompei in Circumvesuviana, è rimasto vittima delle disastrose condizioni del trasporto pubblico in Campania, dovendo poi raggiungere la sua meta con mezzi di fortuna. A far scalpore, è la notizia del Ministro che viaggia in Circumvesuviana, invece che in auto blu con codazzo di scorta. In un Paese dove la classe dirigente è un corpo separato dai cittadini, sempre più lontano (e spaventato…) da questi, ciò che in tutta Europa è la normalità qui appare evento straordinario. Il vero spread che dovrebbe preoccuparci è quello di normalità. La separatezza delle classi dirigenti, infatti, unita alla loro gerontocrazia, ci rende più simili all’Unione Sovietica brezneviana che non ad un qualunque paese dell’Unione Europea.
A partire dall’incidente occorso al Ministro, si è ovviamente parlato delle condizioni del trasporto pubblico in regione – con l’ennesimo, stucchevole rimpallo di responsabilità tra vecchi e nuovi amministratori.
Ecco, io mi auguro che Bray, da questa sua infortunata esperienza, tragga due conclusioni: che è bene continuare ad usare i mezzi di trasporto pubblici (non solo per uscire dal Palazzo, ma anche per avere una percezione effettiva dalla vita reale dei cittadini), e che le condizioni materiali del trasporto pubblico non sono estranee alle problematiche relative alle politiche culturali. Non si può infatti pensare, ad esempio, che il doveroso e necessario rilancio dell’area archeologica di Pompei possa prescindere dal fatto che uno dei principali vettori che vi trasportano i turisti, possa essere soggetto ad una condizione quale ormai non si trova forse nemmeno nel peggior terzo mondo: mancata manutenzione, gestione inadeguata, assenza di sicurezza.
Il viaggio, signor Ministro, è appena cominciato!

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3 Risposte

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  1. in queste stesse ore in cui lo stesso “neo” governo (molto più simile ad un’armata brancaleone, lontana anni luce dai suoi elettori) pare già nuovamente morto, non ci tocca che incrociare le dita e sperare che nel frattempo si organizzino (se mai riusciranno, tra una minaccia ed una legge scoop senza alcun nesso con il tempi bui), in tempo per evitare che qualche altro “frammento” di cultura possa miseramente crollare sotto il peso dell’indifferenza…

    lois

    4 maggio 2013 at 23:43

  2. Francamente non riesco a dare un giudizio complessivo a priori sul nuovo Governo.
    Ma credo che sia sufficiente una sola persona nel posto sbagliato a far cadere il castello di carte.
    Conditio sine qua non è possibile migliorare il Paese.
    Ahimè.

    Dario Caruso

    5 maggio 2013 at 11:30

    • Anche a prescindere dal giudizio sulle singole persone che lo compongono, credo che una valutazione a priori del nuovo governo possa essere fatta a partire dai programmi. Non c’è solo la questione dello schiaffo in faccia agli elettori (entrambe gli schieramenti, centrodestra e centrosinistra, hanno chiesto ed ottenuto voti dicendo peste e corna dell’altro…), ma anche quello che è l’eterno rimosso della politica italiana: la questione vera non è quali siano le priorità, ma quali sono i modi per affrontarle. É qui, che si misura la differenza tra destra e sinistra – comunque le si voglia giudicare.
      Quando quel leader cinese post-Mao se ne uscì con la famosa frase “non importa di che colore è il gatto, basta che prenda il topo” – o quando, più modestamente, Veltroni disse “la sicurezza non è né di destra né di sinistra” – si sta compiendo consapevolmente un’operazione mistificatoria. Perchè se ci sono obiettivi comuni ad entrambe gli schieramenti, è il modo in cui li si persegue a distinguerli.
      E quindi, delle due l’una: o destra e sinistra condividono, oltre al cosa anche il come (ed allora sono uguali, e stanno ingannando i cittadini elettori), oppure non potrà che venir fuori un pastrocchio, se non la paralisi per i veti incrociati…
      Per questo, a mio avviso, questo governo non può che far danni. Nè più né meno come è stato per il precedente, di là dall’azione più o meno positiva del singolo ministro.
      E, sia detto per inciso, questo è il secondo governo consecutivo messo su contro la volontà espressa con il voto dal “popolo sovrano”. Ed in entrambe i casi, di questo bel regalo dobbiamo ringraziare il Presidente della Repubblica, che sta allegramente stravolgendo quella Costituzione a cui ha giurato fedeltà.
      Ahimé si!…

      enricotomaselli

      5 maggio 2013 at 11:59


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