enricotomaselli

Talkin' about revolution (all texts are copyleft)

“Libertà è partecipazione”

with 10 comments

In questi giorni, a Roma, si tiene la seconda edizione della Biennale dello Spazio Pubblico. Obiettivo della Biennale, è quello di “diffondere buone pratiche realizzate in Italia e all’estero, e stimolare il dibattito sul recupero degli spazi pubblici”. Chissà se l’amministrazione pubblica napoletana se ne è interessata… Perchè poi, a furia di parlare di beni comuni, si rischia di perdere di vista qual’è il senso del termine pubblico. E invece non sarebbe male rammentare che con questo termine si indica non solo ciò che appartiene al pubblico (ovvero la sua proprietà è collettiva), ma anche ciò che è aperto, fruibile dal pubblico.
In tempi in cui si fa uso a piene mani della retorica, per giustificare operazioni di cassa – si pensi al reiterato richiamo alla necessità di “salvaguardare le nuove generazioni”, come scusa per colpire quelle attuali (riforma delle pensioni, tagli al welfare…) – non è male provare un attimo a riportare l’attenzione su questo termine, sul suo significato più pieno e profondo.
Da decenni, ormai, si è imposta in Europa – ed in Italia in particolare – un’idea della politica del tutto subalterna all’economia, ed un’idea di quest’ultima profondamente svincolata dal mondo della produzione reale, privilegiando invece quella finanziaria. Basti pensare alla incredibile quantità di Presidenti della Repubblica, del Consiglio, e Ministri vari, che negli ultimi anni sono approdati direttamente ai vertici della gestione dello Stato, provenendo da quello delle banche e della finanza.
É fuori discussione che, di là dalla personale onestà e correttezza, questi abbiano portato con sé, e nella politica, il proprio imprinting culturale; che è appunto quello di chi opera all’interno di un preciso sistema, ovviamente condividendone logica e prassi.
Il progressivo slittamento della politica, la sua perdita del senso di sé e del proprio ruolo, ha finito col determinare e consolidare l’idea dominante che occuparsi della cosa pubblica sia fondamentalmente una questione contabile. É così che il patrimonio pubblico diventa, nella visione dell’attuale classe dirigente, esclusivamente patrimonio: una risorsa, un bene, da mettere a reddito se non da alienare per far quadrare i conti.

Spazio pubblico è spazio 'di tutti'

Spazio pubblico è spazio ‘di tutti’

Ma il patrimonio pubblico non è solo patrimonio comune, di tutti. La proprietà pubblica di un palazzo, di là dal suo valore storico, artistico e culturale, non fa capo meramente alla collettività attuale; essa deriva anche dal contributo delle generazioni precedenti, ed appartiene in egual modo alle generazioni future. La sua alienabilità è quindi materia molto delicata. Tanto più che, nel medesimo arco di tempo che ha visto l’affermarsi di questa ideologia liberista, non a caso nel nostro Paese si è assistito ad una progressiva e costante polarizzazione sociale ed economica, con la crescente concentrazione della ricchezza e la depauperizzazione dei ceti medi e meno abbienti. Segno questo che il modo in cui concretamente sono state gestite le politiche di rigore e di risanamento dei conti, ha prodotto sostanzialmente uno spostamento della ricchezza, senza peraltro sanare i deficit; legittimo quindi prevenire la svendita del patrimonio pubblico, i cui costi ricadrebbero sulla collettività, apportando ancora una volta ricchezza laddove essa già si trova.
Ma non è ovviamente di economia, che voglio dire – non ne ho né la competenza né la passione. Pur non mancandomi, come a ciascuno, la capacità di cogliere le discrasie tra gestione pubblica e comune buon senso
Quel che mi interessa è capire quale dovrebbe, e quale possa, essere una gestione saggia ed eticamente corretta del patrimonio pubblico. Che ne rispetti il valore non meramente economico, senza per questo ignorarne quest’ultimo aspetto.

Pur nella considerazione che le politiche economiche e finanziarie sono sempre più sovradeterminate – in una progressione piramidale, al vertice della quale c’è l’indefinito quanto incontrollabile mercato – non si può non partire dai territori, dagli ambiti territoriali ed amministrativi locali. Quelli che, non a caso, sono considerati enti di prossimità.
E basti pensare all’enorme patrimonio pubblico afferente la città di Napoli, per rendersi conto della portata del problema.
A due anni dal cambio di amministrazione comunale, da quella rosa (di nome e di fatto!) del centrosinistra a quella arancione del sindaco De Magistris, cosa è veramente cambiato, sotto questo profilo? Di la dalla retorica dei beni comuni, le uniche vere interlocuzioni dell’amministrazione sono state quelle con i gruppi economici ed imprenditoriali (De Laurentiis, Romeo, Faraone Mennella…). E se da un lato si è avviata un’operazione di alienazione del patrimonio immobiliare abitativo del Comune, sempre tramite la Romeo (ed i cui vantaggi economici finali sono ancora tutti da verificare), nulla si è mosso o si è visto per quanto attiene a quella parte di patrimonio pubblico che è tale non soltanto per titolo di proprietà. Forse con due sole eccezioni.
Il complesso conventuale di San Domenico Maggiore, il cui restauro è però frutto di scelte fatte e fondi impegnati dalla precedente amministrazione, e sul cui destino attuale e futuro, però, grava una cappa di assoluta incertezza. Il che porta con sé il pericolo dell’abbandono e dello spreco.
E, per altri versi, il complesso dell’ex-asilo Filangieri, in cui la lunga non-occupazione messa in atto (con il non disinteressato avallo del Sindaco) dal collettivo La Balena, se da un lato ha certamente prodotto un’intensa attività, dall’altro ha congelato una situazione comunque anomala e discutibile, sotto il profilo della legittimità formale e sostanziale. Resta da vedere, al riguardo, cosa ne sarà ora che la Fondazione Forum delle Culture – che lì ha sede – è tornata ad essere, dopo tutte le giravolte di De Magistris, l’organo attuatore del Forum stesso (altro mistero glorioso…).

E l’Albergo dei Poveri a Piazza Carlo III? Ed il complesso dell’ex-Ospedale Militare ai Quartieri Spagnoli? Solo per citare i due casi più macroscopici. Di la dall’essere di volta in volta indicati dal Sindaco, nelle sue estemporanee dichiarazioni, come sede di questo e quell’altro, rimangono strutture vuote, solo del tutto occasionalmente utilizzate. E le decine e decine di chiese abbandonate? E i famosi bandi per l’assegnazione degli spazi comunali al mondo dell’associazionismo? Che ne è, del patrimonio pubblico napoletano, qual’è la sua condizione attuale, e la sua destinazione futura? Quale idea ha in merito – ammesso che ne abbia una – l’attuale amministrazione?
Tra le fantasie (e le ambizioni) di grandeur del sindaco, e gli appetiti degli immobiliaristi, la città è in effetti gestita come un condominio.  Nessun orizzonte che non sia la quotidiana manutenzione. Che per di più, avendo pochi soldi in cassa, risulta assai sbilenca e precaria.
Bene fanno i partiti della sinistra, a rifiutare l’ingresso in maggioranza, senza un cambio programmatico del governo cittadino. Ma fanno malissimo quando questo cambiamento non sanno concretamente disegnarlo e proporlo. Dov’è l’idea di città futura? Qual’è il progetto nuovo?
Ben venga il lungomare liberato (anche se tempi e modi per realizzarlo sono stati a dir poco discutibili); anche i simboli servono. Ma serve anche altro. Serve urgentemente qualcuno che tracci le linee guida per la Napoli di domani. Che chiarisca il cosa ed il come, oltre che il quando. Magari – ad esempio – a partire da un censimento del patrimonio pubblico a Napoli. Così, per avere quanto meno un’idea concreta di cosa stiamo parlando.
Se si provasse ad aprire una discussione pubblica, su questi temi? Non sarebbe forse – e per davvero – una cosa di sinistra?
“Libertà è partecipazione”, mi par di ricordare…

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10 Risposte

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  1. le consiglio di studiare per bene il processo giuridico che sta portando avanti la comunità dell’ex Asilo Filangieri, per ciò che riguarda i beni pubblici mi sembra ad oggi la sperimentazione più imponente. Alla costituente di Rodotà se ne parlava in ottica di rivalorizzazione di un bene pubblico, la cui titolarità pertanto DEVE essere dell’ente pubblico ma in base all’art. 43 della Cost. la gestione viene affidata all’autogoverno di una comunità aperta di lavoratori e cittadini…da quello che scrive mi sembra che non le sia molto chiaro

    Serravalle

    18 maggio 2013 at 13:12

    • Sinceramente, il processo giuridico di cui parla mi sembra molto carsico: dopo le assemblee di circa un anno fa (quelle, per intenderci, in cui l’allora assessore Lucarelli rinnegava il regolamento attuativo disposto dal suo stesso Comune, e seguito alla delibera di Giunta sull’ex-Asilo…), non si ha infatti notizia di alcun ulteriore passo. Tutto è rimasto semplicemente congelato allo status quo di allora.
      A meno che, ovviamente, il dibattito sull’uso pubblico di un bene pubblico non avvenga in privato
      Com’è ovvio, non è certo la rivalorizzazione del bene, che discuto, quanto piuttosto la suaccennata indeterminatezza delle regole – per un verso – e la realtà de facto che caratterizza il modo in cui questo vuoto viene riempito – per un altro.
      Diversamente da ciò che pensa, avere una diversa opinione non significa “non aver molto chiaro” come stiano le cose…

      enricotomaselli

      18 maggio 2013 at 13:38

      • Come non detto, da quello che scrive sembra semplicemente che non conosce questo percorso…Esistono dei tavoli di lavoro pubblici a scadenza settimanale o bisettimanale, tra cui quello per la scrittura di un regolamento d’uso civico, la prima bozza di regolamento e’ stata presentata in assemblea pubblica a dicembre credo fosse il periodo del rischio sgombero…È sul sito ex asilo, il tavolo tutt’oggi e’ in piena attivita’ di studio

        Serravalle

        18 maggio 2013 at 16:57

      • Mi rendo conto che essere all’interno di un processo può portare a viverlo in modo particolare. E probabilmente lei è appunto parte in questo processo.
        Il fatto che, settimanalmente, si tengano delle assemblee di gestione all’ex-Asilo, e che in quelle occasioni si discuta anche dell’aspetto normativo relativo alla natura del rapporto tra il titolare formale della proprietà del bene (l’amministrazione comunale) e l’assemblea stessa, è sicuramente lodevole, e probabilmente anche interessante. Ciononostante, definirlo un processo giuridico, mi sembra un tantino pretenzioso…
        Il punto è che questo dibattito è del tutto interno ad una piccola minoranza, rispetto all’interezza del corpo sociale titolare della proprietà sostanziale del bene. E soprattutto, per quanto esistano forme di interlocuzione con l’amministrazione comunale – sicuramente con l’assessore Lucarelli, fintanto che ha ricoperto questa carica, probabilmente anche attraverso Ugo Mattei, ora presidente ARIN – non è affatto un caso che in oltre un anno di non-occupazione non si sia giunti ad un punto definitivo. Per quanto sin dall’inizio l’amministrazione De Magistris sia stata politicamente vicina, e comunque molto disponibile, non si è riusciti a definire un qualche regolamento che fosse reciprocamente soddisfacente. Non è un caso se tutto è rimasto in un limbo giuridico. C’è uno scarto a mio avviso incolmabile, tra quanto l’assemblea di gestione immagina ed elabora, e quanto è giuridicamente possibile. Ed è questo, l’ostacolo alla definizione di un regolamento stabile sull’uso del bene.
        Personalmente, ho comunque delle riserve rispetto all’approccio che l’assemblea ha sulla questione. Me ne sono occupato su questo blog in almeno un paio di occasioni. Semplificando al massimo, direi che l’assemblea si pone come strumento di autogestione del bene, mentre io ritengo che sia (anche giuridicamente) una forma escludente.

        enricotomaselli

        18 maggio 2013 at 17:47

    • L’occupazione di uno spazio pubblico, non abbandonato, nel quale un gruppetto di persone che si sono autodefiniti artisti (sigh!) dell’audiovisivo, lo hanno occupato trasformandolo nella sede delle loro attività di produzione e di rappresentazione, con una serie diffusa di illegalità come la realizzazione di corsi a pagamento (trasformati poi in contributo libero), di aperitivi e cene (sempre a pagamento, senza rispettare norme igienico-sanitarie e fiscali), la vendita di alcolici senza lo straccio di un’autorizzazione e senza l’individuazione di un responsabile per la vendita ai minori. Questo non è quello che si chiama l’utilizzazione di un bene comune, soprattutto se se ne fa un uso privatistico. Non ci scordiamo che in quel luogo sono stati violati anche i sigilli apposti dal Tribunale di Napoli, quando il terzo piano della struttura era stata posta sotto sequestro… un reato, che ovviamente non verrà perseguito.

      pauler74

      19 maggio 2013 at 09:46

      • In realtà, i non-occupanti si definiscono lavoratori dell’immateriale… Ma ovviamente non è questo il punto. E, mi permetto di dire, la sostanza del problema non è nemmeno nella violazione delle norme citate.
        Qualsiasi processo di trasformazione della società, può comportare una fase in cui violare le norme precedenti è necessario. Ed è un prezzo di cui si fanno carico coloro che si assumono l’onere di violarle…
        Basti pensare che, prima dell’introduzione della 194, sull’interruzione volontaria della gravidanza, per molti anni ci sono stati medici, avvocati, volontar*, che si sono fatti carico della pratica degli aborti clandestini – e delle loro conseguenze anche penali.
        Il punto, a mio avviso, è altrove.
        La forzatura operata da La Balena, nell’occupare l’ex-Asilo, era una cosa buona se aveva come obiettivo, appunto, quello di forzare una situazione. Se avesse prodotto un’effettiva apertura dello spazio, se l’avesse restituito appieno alla cittadinanza. Quello che invece si è prodotto è un pastrocchio. In un gioco – forse anche inconsapevole – delle parti, non-occupanti e Comune di Napoli, in cui alla fine ha fatto comodo ad entrambe cristallizzare una situazione di ambiguità, che continua ad eludere la soluzione reale dei problemi posti dalla non-occupazione. E che, aggiungo, inevitabilmente troverò il suo epilogo nello sgombero sic et simpliciter. Un esito, per quanto adesso possa apparire lontano, che non mancherà di verificarsi, e che alla fin fine vanificherà anche quanto di positivo c’è in tutto questo.
        Si dice che “il sonno della ragione genera mostri”. A volte, più modestamente, è il sonno del buon senso che genera stupidi…
        In ogni caso, ed è ovvio, in tutto ciò la responsabilità maggiore è dell’amministrazione comunale.

        enricotomaselli

        19 maggio 2013 at 10:33

  2. pretenzioso parlare di processo giuridico? E’ incredibile come a Napoli tendete sempre a sminuirvi, dovrebbe sentire cosa ne pensano giuristi tipo Paolo Maddalena, Gaetano Azzariti o Stefano Rodota’; tante altre esperienze nazionali guardano alla sperimentazione giuridica dell’uso civico dell’ex Asilo Filangieri, d’altronde la scuola giuridica napoletana è sempre stata una delle più vivaci. Capisco quando parla di definizione, tuttavia questi processi devono poter evolvere senza eccessiva ansia di definizione (si è nel pieno della sperimentazione) e devono potersi tenere costantemente aperti per non cristallizzarsi. Nonostante questo, il regolamento dell’ex asilo, seppur si dica essere una prima bozza, e’ molto chiaro e definito e si basa su principi di imparzialità e inclusivita’ e nel rispetto delle minoranze. Non sono un interno ma di passaggio, seguo da lontano, l’Asilo e il Valle sono questioni che interessano tutto il paese.

    Serravalle

    19 maggio 2013 at 01:27

    • Non si tratta di sminuire, né peraltro questa mi sembra una caratteristica della napoletanità (tuttaltro…).
      Torvo che sia pretenzioso parlare di processo giuridico in quanto, con ogni evidenza, questo non riesce a produrre nulla che sia condiviso al punto di divenire norma; è trascorso quasi un anno, dalle assemblee che citavo, è non c’è nemmeno un regolamento attuativo di quella famosa delibera comunale (peraltro impugnata). Il regolamento di cui parla è null’altro che l’autoregolamentazione che si sono dati i non-occupanti, e pertanto ha valore solo per loro. Quanto poi al fatto di mantenere indefinito il processo, di tenerlo “costantemente aperto per non cristallizzarlo”, questo è esattamente il contrario di un processo giuridico, che invece deve puntare alla definizione di una norma certa. Non so se abbia studi giuridici, ma il fondamento del diritto è proprio l’esistenza di una normativa chiara e definita. E, tra l’altro, uno dei pilastri della democrazia è la presenza di regole, che determinano le relazioni tra cittadin*.
      Come spesso accade, il coinvolgimento, la partecipazione, possono risolversi in una distorsione percettiva, nell’assumere il proprio punto di vista come universale. Basta dare un’occhiata al commento precedente, per rendersene conto…
      Sicuramente, a partire dall’esperienza del Teatro Valle, ci sono state in Italia una serie di esperienze interessanti – per quanto diverse – e rispetto alle quali, peraltro, quella dell’ex-Asilo Filangieri rappresenta una eccezione per vari motivi; esperienze che pongono certamente questioni interessanti, anche sotto il profilo giuridico, della produzione di norma. Ma attenzione: dire che “sono questioni che interessano tutto il paese” vuol dire essere fuori dalla realtà. La stragrande maggioranza del Paese, non ne conosce nemmeno l’esistenza.

      enricotomaselli

      19 maggio 2013 at 10:15

    • Non credo che forzare la situazione possa consentire cose che ai comuni mortali non sono consentite. La vendita di alcolici, il mancato rispetto delle condizioni di sicurezza per le persone presenti in quel luogo, sono fatti molto gravi. Hanno fatto un cineforum per bambini, con fili elettrici che passavano sotto le sedie dei bambini stessi… e le foto le hanno pubblicate loro!

      Detto questo, è immorale e inaccettabile che il Comune di Napoli abbia avallato una simile occupazione, dando seguito a tutte le storture e incongruenze che hai ottimamente segnalato. E’ ancora più grave perché, proprio nel periodo in cui si assisteva all’occupazione dell’ex Asilo Filangieri, il Comune sfrattava associazioni da proprie strutture in quanto aveva la necessita di monetizzare in un momento di difficoltà (parole dell’assessore Tuccillo, di cui è possibile recuperare un video su YouTube pubblicato dall’ufficio stampa del consiglio comunale). Questo giusto per capire in che città viviamo e da chi siamo amministrati.

      pauler74

      19 maggio 2013 at 11:11

      • Non voglio sminuire il fatto che ci siano state violazioni di normative vigenti, e magari qualche volta anche del buon senso. Resto però dell’avviso che la legalità non può essere un orizzonte unico e pietrificato.
        Per dire, oggi come in passato, ci sono state leggi dello stato assolutamente incondivisibili, persino immorali. Al rispetto della legalità, quindi, preferisco sempre il rispetto di sé stessi…
        Vendere birra, o qualche cavo non in sicurezza, mi sembrano in ogni caso questioni marginali.
        É peraltro verissimo che le gravi responsabilità dell’amministrazione comunale – e, nell’ordine, del Sindaco, dell’assessore Di Nocera e dell’ex-assessore Lucarelli – sono politicamente enormi. E che ne testimoniano, tra l’altro, anche l’assoluta velletarietà; tutta la questione, ed il modo in cui è stata gestita, provano infatti come questa amministrazione sia poi concretamente incapace di tradurre in fatti concreti tutte le chiacchiere sulla partecipazione ed i beni comuni. Il tutto, su un terreno in cui è impossibile invocare responsabilità pregresse o mancanza di fondi – le scuse abituali dietro cui il sindaco tende a nascondersi.
        Se poi si considera che, come giustamente rammenti, tutto ciò avviene sfacciatamente in un quadro di due pesi e due misure…

        enricotomaselli

        19 maggio 2013 at 11:26


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