enricotomaselli

Talkin' about revolution (all texts are copyleft)

O’ miracolo!

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La (prolungata) sensazione di impotenza che spesso ci pervade, a fronte di tutto ciò che ci circonda, è purtroppo l’anticamera della rinuncia, della fuga – se non proprio della depressione. La sensazione – appunto – di essere circondati, mina le basi della nostra capacità di resistenza. Il che rende necessario, almeno una tantum, qualcosa che assicuri la persistenza dei necessari anticorpi.
Per questa ragione, oggi questo post cercherà di evitare (per quanto umanamente possibile) le polemiche, virando piuttosto verso l’utopia. Giusto per darsi una boccata d’ossigeno.
Non scriverò dunque del Forum delle Culture, la cui inaugurazione slitta ancora una volta, né del suo misterioso programma che – come in una spy story dozzinale – alcuni quotidiani riportano come se l’avessero audacemente trafugato da una valigia diplomatica. Non dirò della sua durata, che ora pare estendersi sino a luglio 2014, né della mancata sottoscrizione dell’accordo Comune di Napoli / Fondazione, necessario per avviare concretamente la gestione della manifestazione.
Oggi provo a scrivere non della Napoli che è, ma di quella che non si riesca a far essere.

La città accogliente

Una città accogliente: solo un’utopia?

Napoli è una città che custodisce ricchezza, ma non una città ricca. Al tempo stesso, è una città che possiede una sua ricchezza – storica, artistica, culturale – non traducibile in termini economici.
Leggevo giorni addietro la recensione di un interessante libro di Tomaso Montanari, il cui autore così descrive l’idea occidentale di città ricca: “un reddito pro capite elevato, un capitale pubblico esteso e ben manutenuto, infrastrutture per la mobilità all’avanguardia, efficienza energetica e sostenibilità ambientale, coesione sociale e partecipazione democratica”. Appare evidente che, se questi sono i parametri (ed a me appaiono riduttivi), Napoli si trova all’estremo opposto.
Napoli è una bella cartolina, da osservare fugacemente, ma questa bellezza non è più sufficientemente consolatoria, per chi ci vive. Per questo, le politiche amministrative degli ultimi anni, che invece ne accentuano il carattere di prodotto per un consumo turistico effimero, stanno solo peggiorando la situazione.

La città nata dalla sirena Partenope è in realtà una città respingente. Risulta amabile per il turista mordi-e-fuggi, al quale i suoi difetti possono apparire folkloristici, ma scoraggia i soggiorni prolungati; ed ovviamente, è sempre più difficile da vivere per i suoi residenti.
Ha (momentaneamente) risolto il problema dei rifiuti urbani, ma resta una città sporca (e non è solo una questione di spazzatura…). Ha liberato dalle auto il lungomare (per riempirlo con un bazar di vu-cumprà), ma resta una città con una pessima mobilità. Ha la più bella metropolitana d’Europa (ormai il suo vero museo d’arte contemporanea), ma il trasporto pubblico su ferro rimane al di sotto della sufficienza.
Se persino il Cardinale Sepe arriva a dire che “la città è al collasso” (e non è che il pulpito da cui viene la predica mi piaccia più di tanto…), è segno che i guasti sono profondi. L’unico ottimista rimasto in città sembra essere il Sindaco, per il quale invece Napoli “sta risorgendo”.
Un risorgimento che si continua purtroppo a pensare in termini episodici, non strutturali, anche perchè ovviamente sono più facili da realizzare. Ma l’idea che il rilancio della città possa passare da qualche grande evento – o da operazioni di facciata – si è già rivelata fallace. Fagocitano risorse, restituendone poche e concentrate (come al solito, paghiamo tutti e incassano pochi), ma non determinano sviluppo. Occorre invece cambiare registro.
Occorre ricostruire un tessuto connettivo, una trama sociale fitta, che faccia da terreno fertile per le iniziative di rilancio.

Napoli deve tornare ad essere una città accogliente, che attrae capitale umano (prima ancora che investimenti). Una città capace di offrirsi al mondo non solo per le sue bellezze paesaggistiche e monumentali, ma anche e soprattutto come scenario di prospettive future.
Per fare questo, ha bisogno di linfa nuova. Ma, appunto, di linfa, di qualcosa che partendo dal basso, venga filtrato dalle radici e portato su, sino a far sbocciare nuovi germogli. Non servono innesti e talee, non ci sono scorciatoie. É un processo che vuole il suo tempo, e quindi non (si) può aspettare. E portare linfa nuova significa tanto per cominciare smuovere il terreno; troppo a lungo è stato lasciato abbandonato a se stesso. Fuor di metafora – chè altrimenti rischio di far la parte di Chance Giardiniere… – ci vorrebbe un po’ più di protagonismo dal basso. Meno rivendicazionismo, che ormai si è visto non trova ascolto e quindi non produce nulla.
Parafrasando J.F.Kennedy, verrebbe da dire che è tempo di chiedersi “cosa posso fare per la mia città”, piuttosto che “cosa la mia città può fare per me”.

Bisogna spezzare la spirale in cui ci stiamo avvitando. Non tutto dipende da chi amministra, tanto è responsabilità degli amministrati. Ma la città sembra aver perso la sua capacità di reazione – ed è triste dirlo a pochi giorni dall’anniversario delle quattro giornate. Serve uno scatto, e serve qualcosa che l’inneschi.
Napoli possiede un vasto patrimonio immobiliare nella disponibilità del Comune e della Curia.
Bene, poiché il cambiamento necessità di ben più che qualche tweet rivoluzionario e/o qualche omelia, si metta mano ad almeno una parte di questo patrimonio, restituendolo in modo positivo e propositivo alla città. Si avvii un percorso che, da un lato, renda disponibili spazi di socialità e di produzione per i napoletani (e non certo a costo di mercato!), attraverso procedure pubbliche, semplici e trasparenti. Dall’altro, si attragga in città quella linfa nuova di cui necessita, attraverso un programma di residenza prolungata (almeno un anno) aperto ad artisti e ricercatori di tutto il mondo, offrendo alloggio gratuito. (Tra parentesi, questa è una delle cose che avrebbero potuto e dovuto essere fatte, nella prospettiva del Forum Universale delle Culture…)
Un’operazione di questo genere rappresenterebbe un vero e proprio shock sociale, economico e culturale, e produrrebbe un’onda d’urto capace di innescare, già sul breve periodo, innumerevoli processi positivi nella/sulla città. Avrebbe un’impatto forte non solo sul tessuto economico, ma anche su quello sociale.
Questa città, da sola, non può farcela. Ha bisogno di qualcosa in più. Un’utopia? Forse. Un miracolo? Forse. Ma la squagliata del sangue di San Gennaro è come il lungomare più bello del mondo: lascia le cose come stanno.
Stavolta ci serve un miracolo bello grosso.

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11 Risposte

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  1. Che poi, considerando che “stiamo risorgendo” e che il “Forum si farà” chi può dirlo che magari anche la tua (nostra) utopia non possa mutarsi in realtà?

    lois

    22 settembre 2013 at 07:46

    • Non so (non credo) che “risorgeremo”. Non se lo dice il nostro Sindaco. Però di sicuro, come cittadino napoletano, mi sento molto lazzaro

      enricotomaselli

      22 settembre 2013 at 09:55

  2. Quasi sempre, verso la fine dei tuoi pezzi dai una ricetta chiavi in mano, un’azione singola che leggo e capisco. Mi piace. Sono d’accordo anche questa volta: residenze ad artisti internazionali, come il Forum avrebbe dovuto fare.
    Vado oltre (e non è una provocazione): piuttosto che offrire residenze in grandi strutture che costa molto restaurare, proverei ad applicare la logica del Progetto Sirena Quartieri non solo e non tanto ai Quartieri, quanto ai bassi dell’intera città. Se lo facessimo, otterremmo due risultati immediati e due di lungo termine.

    enrico russo

    22 settembre 2013 at 10:25

    • In effetti, ed in questo concordo pienamente con te, non penso affatto alle grandi strutture che, appunto, richiedono investimenti di restauro, e soprattutto presentano il forte rischio di far impantanare tutto nelle paludi della burocrazia. Per quelle, semmai, avrei altre idee
      Penso proprio alle micro unità abitative, diffuse sul territorio cittadino dal centro alla periferia. Anche i bassi, perchè no?
      E poi (forse rammenterai, ne parlammo una volta…) si potrebbe avviare proprio un programma di residenze brevi nelle case dei napoletani… Insomma, se si avessero quattro idee in più, e quattro gradi di supponenza in meno…, qualcosa si potrebbe pur fare, in questa città.

      enricotomaselli

      22 settembre 2013 at 10:35

      • Tu lo conosci il Sirena Bassi? mai visto le tavole? eccole: http://www.sirena.na.it/download/Progetto%20Bassi.pdf
        La logica di fondo fa un po’ ridere, perchè, come a volte accade, è chiaramente immaginata da qualche professorone che nei quartieri non si è mai addentrato senza scorta. Ciononostante, è un bel lavoro di analisi e lascia immaginare (alla fine Sirena erano bei soldi) che, se si vuole, tecnici e visionari ne abbiamo.
        Immagina, che so, Sant’Antonio ai Monti: prendi le residue famiglie di napoletani ed i nuovi cingalesi e gli chiedi se vogliono abitare nella palazzina abbandonata giù a Montesanto:
        1) hai applicato la legge comunale che anni fa bandiva i bassi;
        2) fai entrare artisti internazionali: niente contro i locali, anzi, ma ad uno come me interessa non tanto l’arte che producono, quanto le reti di relazioni che portano
        3) la famosa mixitè perepeppeppè tra persone straniere e locali meno abbienti attirerebbe qualche buon cervello locale; anche una torma di inutili radical chic in vena di aperitivi nioiosi, ma anche qualche buon cervello locale;
        4) fai lavorare le imprese edili sul tessuto abitativo e non su grandi opere vuote
        5, 6 e 7 vengono di conseguenza

        enrico russo

        22 settembre 2013 at 10:54

      • Non conoscevo (nei dettagli) il progetto Sirena, quindi grazie per il link.
        Sono d’accordo su tutto, è esattamente questo lo spirito che sta dietro la mia idea. In particolare, sono d’accordo sul fatto che a Napoli ci siano tante – forse tantissime – persone capaci e competenti, e perchè no?, anche visionarie. Ma a queste persone manca l’aria.
        Ancor più d’accordo sono sul fatto che la cosa importante (e per questo l’ho evidenziata nel tuo commento) è la rete di relazioni che una forte immissione di nuovi cittadini produrrebbe. E tanto per esser chiari, parlavo nel post di artisti e ricercatori, perchè penso che l’università napoletana abbia anche qualche asset degno d’interesse. E aggiungo che questi nuovi cittadini mi piacerebbe si facessero venire da tutto il mondo, non solo dall’Europa o dall’occidente. Che venissero dall’Egitto, dalla Turchia, dall’India, dalla Cina. Ci aiuterebbe a capire il mondo – e quindi noi stessi. Laddove invece non abbiamo capito un’accidente.

        enricotomaselli

        22 settembre 2013 at 11:08

  3. @enrico russo; @enricotomaselli;
    La verità è che per cultura, per storia e per spessore umano, abbiamo un potenziale altissimo, difficilmente eguagliabile. Il nostro humus è invidiato da tutti ed ogni artista pagherebbe a peso d’oro di nascere a Napoli. È un macrocosmo di idee ed energie che purtroppo non vengono supportate e non solo per carenze economiche, ma perché non c’è volontà e chiunque arriva si pone come il nuovo “sovrano” a comandare, passando sopra tutto e tutti senza tenere minimanete conto delle peculiarità locali.

    lois

    22 settembre 2013 at 11:13

    • “Ogni artista pagherebbe a peso d’oro (pur) di nascere a Napoli”. Vero, purtroppo ogni artista napoletano pagherebbe pur di andarsene. Ma non ha l’oro per farlo…
      Sembra esserci una difficoltà insormontabile, nel mettere a frutto le potenzialità di questa città. Però non è solo responsabilità di chi la governa, ce n’è tanta anche da parte dei cittadini napoletani – anche della parte migliore. Ne so qualcosa, avendo a lungo cercato di attivare processi costruttivi, ed essendomi alla fine arreso davanti al muro di gomma della napoletanità.

      enricotomaselli

      22 settembre 2013 at 11:34

      • Su questo sono d’accordo, sull’assioma iniziale e sul fatto che anche tra noi cittadini c’è ormai (ma forse c’è sempre stata) un’assenza tangibile ed in un’indifferenza proprio verso le relazioni e la cultura, che mai come in questi tempi è completamente assente dalle nostre strade.

        lois

        22 settembre 2013 at 11:42

      • E si, questa città si sta proprio involgarendo… Se non fosse per la metropolitana dell’arte (che è frutto del deprecato passato), la sola cultura che si possa incontrare per le strade di Napoli, oggi, è quella dell’inciviltà, dell’indifferenza. É la terza città d’Italia, con un’enorme tradizione artistico-culturale, ma non riesco nemmeno a ricordare l’ultima grande mostra d’arte che si è tenuta qui.
        In compenso, piazziamo la casa di Barbie accanto alla Cassa Armonica di Alvino, che aspetta ormai da due anni di essere ripristinata nella sua integrità.
        Quest’è. Un populismo rozzo ed ignorante, inconsapevole della propria mancanza persino del senso di opportunità.

        enricotomaselli

        22 settembre 2013 at 12:08

  4. L’ultima mostra forse risale a due anni e mezzo fa. Per quanto riguarda i vetri della cassa armonica, la cui denuncia è su Repubblica un giorno si e un giorno no, non se ne parla più. Non mi meraviglierei se tra qualche tempo non si “troveranno” più!!

    lois

    22 settembre 2013 at 13:11


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