enricotomaselli

Talkin' about revolution (all texts are copyleft)

Petrolio

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Ogni qualvolta sento (o leggo) frasi che contengono, in qualsivoglia forma, il concetto “la cultura è il nostro petrolio”, rabbrividisco come davanti all’immagine – ormai iconografica – del cormorano soffocato dalla marea petrolifera.
É negli anni ’80 che comincia a prevalere, in Italia, un’idea di società vista attraverso la lente deformante della sua sola dimensione economica; un’idea di cui Craxi per un verso, Berlusconi per un altro, non furono che epifenomeni. Indimenticabile lo slogan “l’azienda Italia”… in due sole parole, racchiuso tutto un pensiero. La summa del liberismo all’italiana, senza quell’etica protestante che lo tempera nei paesi anglosassoni. Immaginare che una nazione possa essere assimilata ad un’azienda, infatti, sotto la sottile scorza di un apparente buon senso, rivela al contrario un abissale povertà culturale, e persino una superficiale comprensione dei meccanismi economici che sottendono alla vita di una nazione.
La cultura come petrolio è l’ultima incarnazione di quel pensiero, ancorché incapace però di trasformarlo in politiche concrete. Fortunatamente, aggiungo.
Il fatto che il nostro paese possegga una enorme ricchezza in beni culturali – una quantità enorme, secondo l’UNESCO, incredibilmente sproporzionata all’estensione geografica ed alla dimensione demografica – filtrato da quella lente deformante, ha creato una vulgata (confusamente diffusa tra le classi dirigenti) che porta a leggere la parola ricchezza in termini monetari. É il nostro patrimonio, lo si vuole mettere a reddito, occorre farne volano di sviluppo economico.
Che poi queste rimangano per lo più intenzioni, testimonia ancora una volta l’inadeguatezza delle nostre classi dirigenti. Persino rispetto alle proprie idee. Ma l’assioma cultura = petrolio, permane. Ed in qualche misura pervade anche il senso comune.

Petrolio

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L’idea che il nostro Paese possegga una ricchezza non sfruttata, infatti, prende piede anche tra i cittadini, che ne fanno argomento di critica verso la politica.
Ma quali sono, poi, i modelli a cui dovrebbe ispirarsi un programma di messa a reddito del patrimonio culturale italiano? In Italia, fondamentalmente abbiamo due esempi – uno di successo, uno disastroso – che racchiudono questa tendenza: Venezia e Pompei.
Venezia è la realizzazione pressoché completa del modello Disneyland: una città-scenografia, praticamente svuotata di vita vera, che non sia di mero supporto alla economia turistica. Il patrimonio culturale veneziano è ridotto alla sua sola dimensione paesaggistico-architettonica, avulsa da ogni altra sfera culturale e vitale. La città stessa è divenuta un gigantesco oggetto-merce. All’interno di questa logica di sfruttamento, diventa possibile che un gigante della politica come Renato Brunetta sostenga la necessità di far transitare in laguna le grandi navi da crociera, perchè ciò produce ricchezza per la città. O che alcuni tra i tanti imprenditori illuminati del capitalismo italiano – nella fattispecie i Benetton – pensino di trasformare il Fondaco dei Tedeschi in un gigantesco centro commerciale, con pesantissimi interventi di trasformazione strutturale.

Al polo opposto, Pompei rappresenta l’esempio lampante della gestione stracciona. Un unicum straordinario, senza eguali al mondo, la cui necessità primaria sarebbe la manutenzione (praticamente una parolaccia, per le nostre amministrazioni…), e che soprattutto richiederebbe una gestione complessiva, che mettesse a sistema l’intero comparto delle attività correlate – dal commercio ai trasporti. Quella che è una città morta, e che quindi (per certi versi) potrebbe essere gestita secondo il modello veneziano, è invece un monumento all’incapacità gestionale. E ovviamente non è solo una questione di crolli. C’è un problema relativo al sottoutilizzo dell’area, alla organizzazione dei flussi al suo interno; c’è un problema relativo al commercio di paccottiglia nelle sue immediate adiacenze (e che, vogliamo fare del merchandising serio?); c’è un problema di gestione dei flussi da e per il sito – laddove la Regione Campania ha lasciato che l’azienda pubblica di trasporto su ferro che serve l’area archeologica, con la linea Circumvesuviana, arrivasse al tracollo, mentre centinaia di pullman privati intasano le strade, in piena zona rossa.

Tra questi due estremi, fondamentalmente c’è il vuoto. Occasionalmente riempito con la logica dei grandi eventi. Che del resto è perfettamente funzionale all’idea dei beni culturali come risorsa spettacolare, su cui – appunto – attirare l’attenzione attraverso gli eventi. É la logica del profitto massivo, concentrato e veloce. “Sporchi, maledetti e subito”.
Il nocciolo dei grandi eventi è proprio questo: la concentrazione (nello spazio e nel tempo) degli investimenti, al fine (illusorio) di massimizzarne la ricaduta. Quando infatti l’evento produce profitto, questo va in massima parte a pochi, mentre le spese – dirette ed indirette – ricadono sulla collettività. La solita, vecchia storia italiana, socializzazione dei costi e privatizzazione degli utili.
Sotto questo profilo, Napoli è un caso di scuola.
A fronte di una manifesta incapacità amministrativa, per non parlare dell’assoluta mancanza di una visione politica sul futuro della città, non rimane che il ricorso alla spettacolarità mediatica. E quindi vai di Coppa America! Che poi questa si riveli pure taroccata, è solo un corollario. Ma al cuore di tutto, qui come nel resto del Paese, c’è questa malefica idea della cultura petrolifera. In una fase recessiva, poi, il grande evento diviene occasione per drenare risorse pubbliche verso i territori, e quindi appare come una boccata d’ossigeno. Ma è come se ad un organismo malato, invece che somministrare una cura, si praticasse un’iniezione di adrenalina: l’effetto immediato apparirà esaltante, ma il down successivo sarà inevitabile.

Come ebbe a dire Pasolini, “io so questo che i napoletani oggi sono una grande tribù che anziché vivere nel deserto o nella savana, come i Tuareg e i Beja, vive nel ventre di una grande città di mare. Questa tribù ha deciso – in quanto tale, senza rispondere delle proprie possibili mutazioni coatte – di estinguersi” *.
Forse davvero i napoletani hanno deciso di estinguersi. O forse no. Forse è stata la speranza, che li spinse a votare per lo scassatutto arancione, non la disperazione. Ma se non vogliamo fare la fine di quel cormorano, dobbiamo assolutamente cambiare prospettiva.
Questo Paese è si ricco, ma di bellezza. Non lasciamola in mano a chi non sa vederla, ma solo venderla.

* Citato in: Andrea Geremicca, Dentro la città, Guida Editori, Napoli, 1977

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5 Risposte

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  1. I primi a imporre alla società (e a questo paese) una visione totalmente economicistica dei rapporti, considerando, per esempio, il diritto – uno dei pilastri della società umana dal suo apparire – una sovrastruttura, e la religione, un altro pilastro, come l’oppio dei popoli, sono stati i marxiani e, sulla loro onda, i marxisti e tutti i loro epigoni fino ad oggi. Non c’entrano nulla Craxi e Berlusconi, quindi, come sempre (se non come socialisti e para-socialisti, quindi marxiani e/o marxisti, ma starebbero bene in mezzo a milioni di altri profittatori, a cominciare dai comunisti e loro eredi, su cui tu sei come al solito omissivo). Ciò detto, e ricordato che, come al solito – e tu non lo dici – in questo paese tutto è cominciato a crollare quando hanno cominciato a entrare nel gioco politico e culturale, ed egemonizzarlo, i frontisti e poi i comunisti, vero cancro della società, sono d’accordo che il concetto “la cultura come petrolio” non è un granché, anche perchè basta anche solo guardare alla Val d’Agri e a tutti gli altri casi di estrazione che ci sono stati in Italia, con la popolazione delle terre interessate rovinata fin nei più minimi rapporti sociali e mezzi di sostentamento (mai sentito parlare dei fagioli di Sarconi? Ora non li vuole più nessuno…).
    Su tutto il resto, va benino, la tutela ovviamente viene prima della valorizzazione, ma per tenere la tutela ci vogliono tanti soldi e, soprattutto, una volontà che non c’è neanche in termini culturali, altrimenti in questo paese terremmo molto anche alla musica, alla lirica, persino alla religione e al diritto come fonte d’arte che all’Italia ha dato almeno i 3/4 del suo patrimonio artistico visibile e sensibile (tutela … e valorizzazione … significa anche manutenere le coscienze, renderle consapevoli del loro passato, indurle a farsi carico di quel passato per costruire il presente e preparare il futuro…); terremmo innanzitutto alla cultura antica, medievale, moderna … prima ancora che contemporanea … e terremmo presente che per portarla ai posteri dovremmo farla vivere, non musealizzarla a tutto spiano.
    Oggi, comunque, se rimaniamo a Marx e ai suoi epigoni (altro che Berlusconi e Craxi, che, senza fantasia, sei sempre pronto ad attaccare al muro, … ed attacchino ti ritrovi), ci ritroviamo con Marx e i suoi epigoni: con un paese che era la patria del diritto e la sede del Papato, e che oggi è ridotto com’è ridotto innanzitutto in termini socio-politici, ovviamente economici e di diritti… e con una concezione musealizzante e musealizzatrice (incartapecorente e morificante dell’antico, che viene inteso sempre come “vecchio da tenere in ospizio”); ho citato anche religione, tra l’altro, perché non sembri un paradosso, se si studia la storia si scopre che, prima della riforma, c’era sicuramente più libertà che dopo … e, se si studiano veramente gli scritti di Lutero, di Calvino – che a te, secondo me, proprio non piacerebbe – e degli altri riformatori, si scopre il perchè poi abbiamo avuto il ‘900 di sangue che ci siamo per fortuna lasciati alle spalle.
    Allora per i politici spicci e gli artisti spiccioli (o pseudo-tali) è meglio, anziché aspettare la tutela per fare la valorizzazione, non fare la tutela e spacciare per valorizzazione quello che non è tale, cioé i grandi eventi – di cui anche tu parli – e che, come sempre in questo paese, sono fatti ancora oggi con la complicità innanzitutto dei partiti di sinistra e dei sindacati e della “cultura” incarnata da questi ultimi, e sono appunto, da un punto di vista artistico-culturale, un “privatizzare gli utili e socializzare le perdite” che i suddetti partiti di sinistra e sindacati hanno sempre permesso così come lo permettevano e lo garantivano ai grandi gruppi industriali dal punto di vista economico e come si sono approfittati di fare con gli utili politici (e, per ricaduta, economici) per loro gli stessi partiti di sinistra e sindacati, che tutto hanno dato di negativo a questo paese e praticamente niente di positivo. D’altronde, temo che la FIAT e gli altri gruppi industriali non avrebbero potuto fare quell’operazione, se dall’altro lato si fosse davvero fatta la lotta di classe…
    Comunque, dato che hai citato in passato la frase “Il denaro è lo sterco del diavolo”, senza metterla nel contesto, così non mi aspetto che tu sappia chi ha coniato la frase “privatizzare gli utili e socializzare le perdite”; sono sicuro, però, che tu abbia presente chi la ripete spesso, non certo un esponente di un sindacato o di un partito di sinistra (se non di sinistra liberale) cioè Marco Pannella, che di quella frase come di altre ha fatto un cavallo di battaglia.
    Quindi, fin quando tu e gli altri artisti e politici “de sinistra” e “de sindacato”non capirete questo e continuerete a dire ingenuità e solite banalità mischiate a cose vere, continuerete a tenervi da una parte Disneyland e dall’altra il degrado, con in mezzo i grandi eventi “all’americana” (che paradosso..) che non formano coscienze, ma appunto privatizzano gli utili e socializzano le perdite… Non c’è nei grandi eventi l’Italia (ma manco l’Europa) e la sua cultura trimillenaria e mondiale, sottolineo la parola mondiale, perchè la cultura, non solo occidentale, deve molto all’Italia come alla Grecia, che ha fatto fallire; non c’è la cultura trimillenaria dell’Italia, di cui pare che nessuno si voglia fare veramente carico. Ci sta solo il “petrolio”, che muove le macchine ma che non è pane per sfamare le bocche … ed infatti Gesù non fece la moltiplicazione del petrolio, ma del pane e dei pesci, eppure stava in Medio Oriente… ma per un marxiano ed un marxista è sempre uno sforzo ricordarsi di Gesù e quando lo fa è sempre solo per manipolarlo.

    Luigi M.

    5 ottobre 2013 at 12:39

    • Io non leggo Liberoil Giornale, (e nemmeno l’Unità…) ciononostante penso che, chi vuole, debba poterli leggere. Dico questo perchè credo che ciascuno di noi operi comunque una selezione, sulla base di una qualche affinità di pensiero. Faccio quindi sempre fatica a capire per quale ragione ci sia chi si ostina a leggere cose che non condivide in alcun modo, e che anzi lo spingono a forme di sprezzo nei confronti dell’autore.
      Aggiungo che, per quanto faccia ancor maggior fatica a sopportare i toni insultanti di qualche commentatore, non ho mai censurato un solo commento su questo blog. Resta sempre un filo di fastidio per chi si prende questa facile libertà, al riparo della virtualità della rete. Ma tant’è.
      Cercando sinteticamente di entrare nel merito.
      Premesso che non sono né comunista né marxista (ma nemmeno anti), e che tutte le volte che ho ritenuto necessario e/o giusto farlo, non mi sono certo negato a criticare la sinistra – alla quale, anzi, semmai ho molto più da rimproverare, chè in fondo la destra fa il suo sporco lavoro con coerenza…
      Contrariamente a quel che pensa Luigi, io ritengo che invece la sinistra abbia dato tanto a questo paese. Dalla Resistenza al contributo nel definire la Carta Costituzionale, ad una quantità enorme di diritti – sociali, civili, culturali. Penso allo Statuto dei Lavoratori piuttosto che al divorzio ed il diritto all’aborto, alla sanità pubblica ed all’innalzamento dell’età per l’istruzione pubblica… e tanti altri ce ne sarebbero.
      Quanto a Gesù, al di là dal fatto che la moltiplicazione dei pani e dei pesci è chiaramente un’espediente narrativo simbolico, rivolto a gente semplice quali erano in origine i lettori dei Vangeli, la moltiplicazione del petrolio sarebbe stata ovviamente insignificante, ai suoi tempi.
      In ogni caso, continuo a non capire come mai, se a quanto pare scrivo solo “ingenuità e solite banalità”, com’è che certi lettori mi seguono con tanto interesse, al punto da ricordare a mesi di distanza persino le frasi citate…
      Ma soprattutto, c’è una cosa che vorrei capire. Io, per quel che so e che posso, anche con le mie ingenuità e banalità, cerco di oppormi a ciò che non mi piace – a Napoli, in Italia, ovunque; chissà poi cosa fanno, invece, quelli che ogni tanto vengono fuori con certi commenti. Di sicuro, vista la profondità del dissenso, potrebbero impiegare meglio il loro tempo, per migliorare il mondo…

      enricotomaselli

      5 ottobre 2013 at 13:22

  2. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire e peggior cieco di chi non vuol vedere…
    Il problema non può certo legarsi ad una fazione piuttosto che all’altra (anche se a conti fatti se riguardiamo a questi ultimi quindici anni…); il problema vero risiede nell’abbandono totale sostenuto dai nostri politici solo per favorire attività di profitto. L’esempio di Pompei citato è lampante! Napoli in questi ultimi anni ha vinto il palmares dell’inezia culturale. Ne è prova confortante l’assenza di mostre da circa tre anni. Vogliamo poi ridire del Forum? Ma non credo c’è ne sia bisogno. Tapparsi le orecchie e foderasi gli occhi non serve a niente, la demagogia non porta da nessuna parte. La verità dei fatti è sotto gli occhi di tutti…
    se poi tutto ciò appare come “il solito attacco comunista (ma dove sono più!!!)” o “la solita manina” come ama dire il nostro sindaco allora che ci sia per tutti panem et circenses e “grandi eventi”. Che cada Sansone con tutti i filistei!

    lois

    5 ottobre 2013 at 21:00


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