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Da molti anni a questa parte, uno dei mantra del discorso pubblico, in Italia, è costituito dalla società civile. L’enfasi con cui vi si fa riferimento, immaginandola sempre come estranea e contrapposta alla politica, ha finito col costituire – a mio avviso – un elemento distorsivo, capace di generare confusione più che di portare chiarezza.
Alla base di questo equivoco, c’è sicuramente la crescente percezione del mondo politico come di una casta separata – percezione a cui, senza dubbio, la politica stessa ha largamente contribuito e contribuisce. Ma se, da un lato, il progressivo svuotamento ideologico dei partiti, il loro crescente trasformarsi in apparati professionali, ha reciso gran parte dei legami che li tenevano in connessione con la società (con ciò accentuando la sensazione reciproca di separatezza), dall’altro non si può omettere che la gestione del Paese, non è stata e non è appannaggio esclusivo della politica, ma che anzi – proprio in virtù della debolezza di questa – un ruolo crescente è stato assunto da altre componenti della società: il mondo imprenditoriale e finanziario, il grande management pubblico e privato, la burocrazia statale e locale. Tutte realtà che, pur non essendo identificate come politica, hanno in realtà svolto attivamente un ruolo di indirizzo politico, non meno rilevante in quanto meno appariscente.
La cosiddetta società civile, quindi, non è immune da responsabilità.
Per questa ragione, trovo che l’uso corrente di questa espressione sia fuorviante, e non credo alle possibilità salvifiche della società civile. Al contrario, credo che ruolo dei movimenti di cittadinanza attiva non possa e non debba essere quello di fornire una supplenza alla politica. Credo che l’impegno dei cittadini – quando necessario – dovrebbe essere quello di cambiare lo stato di cose esistente, non attraverso una contrapposizione alla politica, né inseguendo l’idea che si possa in qualche modo evitarla. I cittadini dovrebbero riappropriarsi della politica, cambiando (radicalmente, se occorre) i partiti, che sono lo strumento attraverso cui si esprime la propria partecipazione all’interno delle istituzioni (il che, ovviamente, non vuol dire che in ciò si esaurisca la partecipazione democratica!)

Jan Fabre: autoritratto in forma d'asino

Jan Fabre: autoritratto in forma d’asino

Dico questo poiché, da tempo, avverto l’esigenza di un profondo rinnovamento culturale del Paese, capace di rimetterlo in carreggiata, restituendogli una prospettiva di futuro, ma continuo a non vederne traccia. E temo che questo equivoco sulla società civile – sulla sua natura, sul suo ruolo – possa essere d’ostacolo più che d’aiuto, se non viene invece risolto.
In particolare, rivolgendo lo sguardo sulla città di Napoli, mi sembra che emergano con maggior nitidezza queste contraddizioni.
Napoli è con ogni evidenza allo sbando, e l’amministrazione comunale ne è – ad un tempo – causa e vittima. Ma se le responsabilità della Giunta De Magistris sono grandissime, non da meno sono quelle delle forze di pseudo-opposizione, e della stessa società civile napoletana. Ciascuno ripiegato su stesso, sulle proprie beghe e sui propri, piccoli interessi.
L’assoluta mancanza di una qualsivoglia idea d’ampio respiro, toglie il fiato.
“Napule è na carta sporca, e nisciun’ se ne ‘mporta”, cantava Pino Daniele. E da allora, nulla sembra essere cambiato.

La scorsa settimana, rammentavo come la città fosse ormai in fondo classifica, come qualità della vita in Europa. Giustamente, direi quasi come naturale corollario, è poi arrivata una nuova rilevazione Datamedia, sul gradimento dei sindaci delle maggiori città italiane, nella quale il Sindaco di Napoli risulta ultimo, fa il fanalino di coda. 10 punti in meno dal dicembre dello scorso anno.
Allo stato attuale, non vedo da nessuna parte qualcosa – o qualcuno – che si stia attivando per fermare ed impedire questo lento scivolamento verso il basso. Sento voci isolate, e malumore diffuso. Ma che non si coagulano mai in grumi d’azione collettiva. Ma è questa l’essenza della polis, della politica: la dimensione pubblica. E questo vuoto, credo sia strettamente collegato alla povertà culturale.
Si parla spesso (e spesso a sproposito) della ricchezza di creatività e di fermenti culturali che caratterizzerebbero Napoli; ma la verità è che il quadro culturale cittadino è stanco e ripetitivo, privo di stimoli significativi – e semmai preda di una spinta centrifuga, che spinge lontano chi davvero saprebbe fare. Mentre restano – purtroppo… – tanti che invece sono ciucci e presuntuosi
É notizia di questi giorni che il Museo Filangieri (ricco di opere d’arte del Seicento napoletano – Ribera, Giordano, Solimena…) rischia ancora una volta di chiudere, poiché il Comune ha accumulato 600.000 euro di debiti nei confronti dell’istituzione, mentre Regione e Comune hanno bloccato i fondi europei necessari per realizzare l’impianto di sorveglianza. A giorni, l’Istituto di Studi Filosofici di Gerardo Marotta dovrà riconsegnare le chiavi della sua sede al proprietario dell’immobile, perchè non può pagare più l’affitto. La storica libreria Guida, a Port’Alba, si appresta a chiudere a sua volta (a proposito, ma non era stato di recente aggiornato il Codice della tutela relative alle botteghe storiche?). Ed è ancora fresca la ferita del saccheggio dei Girolamini.

“Credo che la Cultura sia chiamata a svolgere un ruolo fondamentale nella costruzione del senso civico, che costituisce il fondamento di una società, e in quella del sentimento di appartenenza a una comunità solidale”. Sono parole del Ministro Bray, pronunciate (significativamente) a l’Aquila, in occasione di un convegno promosso da Italia Nostra.
Senza cultura, semplicemente non c’è società civile; e senza società civile non c’è politica. Senza cultura, la polis perde la sua dimensione sociale, e si riduce a terreno di coabitazione conflittuale tra interessi egoistici.
Oggi più che mai, quindi, senza un orizzonte sociale, politico, la cultura rischia di diventare mero esercizio estetico. E per ciò stesso, privilegio di pochi invece che alimento per tutti.
Ripartire da questa consapevolezza, è la premessa per una rinnovata azione culturale, nella città e per la città. Senza di questa, si rischia di disperdere inutilmente le energie che ancora non sono fuggite, che non hanno rinunciato.
Rischiamo, seriamente, che tutto finisca col consegnare una città sempre più stremata, nelle mani dell’ultimo reuccio napoletano, che sia un burocrate di partito, un’imprenditore di se stesso, o l’ultimo Masaniello partenopeo.

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