enricotomaselli

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Il senso di Vermeer per il marketing

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Sembra che il discrimine, la questione dirimente – almeno tra i lettori di questo blog – si sia ormai incagliata su un punto: è possibile, per Napoli, invertire la rotta e costruire un futuro diverso, oppure essa è ineluttabilmente condannata?
La mia personale posizione è nota: nulla è così definitivamente predeterminato, da non poter essere mutato. Tutto si può cambiare. Ciò non implica, ovviamente, che ciò certamente accada, né tantomeno quando. Di sicuro, il cambiamento non si produce da solo, richiede la volontà e l’impegno (almeno) di alcuni; quanto meno per avviare il processo.
Resta il fatto che a Napoli questa cultura del fatalismo è molto forte, ed assolutamente trasversale. E costituisce, a mio avviso, uno dei principali ostacoli da sormontare. Eppure…
A ben vedere, non è poi così difficile agire fattivamente per il cambiamento. E ritenere ostinatamente il contrario, rischia di favorire il classico autoinverarsi della profezia. Certo, non è facile – né qui né altrove, né adesso né mai. La resistenza conservatrice, quella che si oppone ad ogni cambiamento – vuoi per interesse, vuoi per pigrizia o per paura – è sempre molto forte. Ma è anche molto volatile. Superata una certa soglia, si sbriciola incredibilmente in fretta. Si tratta soltanto di avere la determinazione di non farsi scoraggiare, quando al contrario sembra granitica ed insuperabile.
Ma, assolutamente, non si deve cadere nell’illusione opposta, che basti la volontà. L’illusione che, armati di buone intenzioni e determinazione, si possa vincere ogni battaglia, lascia quotidianamente sul campo molte vittime. Non da ultima, l’amministrazione De Magistris, che sul volontarismo spinto ha costruito sì il suo successo iniziale (peraltro in ciò di molto avvantaggiata dall’inconsistenza altrui), ma che dello stesso è stata poi vittima – e la città con lei.

La 'ragazza' di Vermeer

La ‘ragazza’ di Vermeer

Occorre armare la volontà di buone idee, e poi mettere quest’arma in mano a molti. Occorre saper mobilitare le competenze, inserendole in un quadro progettuale ampio. La denuncia, la lamentazione, sono sempre facili, e trovano facilmente consenso, ma la costruzione è sempre un processo più lento e complesso. Che ha bisogno di buone gambe, per giungere a destinazione. Per questo, accanto alla doverosa narrazione del deficit culturale ed amministrativo delle classi dirigenti locali, ho sempre cercato nel mio piccolo di avanzare proposte, immaginare soluzioni, indicare percorsi possibili.
Non molto tempo addietro (Salviamo Napoli?), ad esempio, provavo ad immaginare delle possibilità d’uso per l’ex Ospedale Militare ai Quartieri Spagnoli, l’Albergo dei Poveri e l’ex area industriale di Napoli Est. Scrivevo allora: “Affidare la creazione di un polo dell’innovazione ad una grande impresa multinazionale (penso alla Apple oppure a Google) o ad una grande università internazionale (ad esempio Shanghai), che metta insieme ricerca scientifica ed artistica, università imprese e artisti, affidandogli in comodato d’uso gratuito per cinquant’anni l’Albergo dei Poveri”. Probabilmente, ai più sarà sembrata un’assoluta utopia – per qualcuno bella, per qualcun’altro meno – ma comunque un progetto irrealizzabile. Eppure…
Eppure è di questi giorni la notizia che la Microsoft ha appena inaugurato a Napoli, in partnership con la Federico II, un Laboratorio di Esperienza Digitale, con sede presso il Csfi della Scuola Politecnica e delle Scienze di Base. Certo, non è proprio la stessa cosa, e del resto questa è chiaramente un’iniziativa che nasce lungo il segmento università – impresa, con tutti i limiti che questo comporta. Ma è la prova che non è impossibile portare a Napoli grandi imprese globali. Ma, come dicevo allora, occorre “una visione forte, audace, del futuro”. Qui ed oggi, siamo al piccolo cabotaggio.

L’infrastruttura di questo Paese, è costruita sul pressapochismo, perchè le classi dirigenti – soprattutto negli ultimi vent’anni – si sono arroccate al potere, favorendo il nepotismo ed il clientelismo, così come ogni altra articolazione sociale dalle forme para-feudali; la consanguineità, o la fedeltà, hanno sostituito la competenza, ed il risultato è una nazione in cui si è persa cognizione del come si fanno le cose. Un atteggiamento bulimico, predatorio, nei confronti dei beni pubblici, ha soppiantato ogni sentire comune. Senza il quale, parlare di beni comuni è mero esercizio retorico.
Si guardi Pompei.
Un patrimonio immenso – e non solo per estensione – che si sta letteralmente sbriciolando, per la semplice ragione che lo Stato italiano è incapace di dirimere il groviglio di norme ed interessi che impastoiano i beni culturali pubblici, perchè non sa trovare – dentro o fuori di sé – la chiave di volta, la capacità di fare con competenza. Fa notizia, in questo scorcio d’autunno, il caso della ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer. Un solo, singolo quadro, divenuto una vera star internazionale, a cui si dedicano mostre da grandi numeri. Di là da considerazioni (condivisibilissime) sulla discutibilità culturale di certe operazioni, è innegabile che il loro successo non è frutto di improvvisazione, ma di grande professionalità, di accorta pianificazione. Basti dire che per la mostra newyorkese del quadro di Vermeer, la pubblicità e la prevendita dei biglietti sono cominciati un’anno prima! Per non parlare della mostra Life and death. Pompeii and Herculaneum, tenutasi al British Museum di Londra tra marzo e settembre. Un successo straordinario di pubblico (e di incassi). Mentre la Pompei vera sprofonda nell’incuria, nella scarsità di risorse, nell’eccesso di (in)competenze

Per questo, quando penso al Forum delle Culture, a ciò che sono stati (in)capaci di farne, tra Comune di Napoli e Regione Campania, mi sale il sangue agli occhi. Non è solo una questione di opportunità mancate sotto il profilo culturale. Se questa occasione fosse stata gestita come meritava, sarebbe stata anche una straordinaria possibilità di formare sul campo una squadra di persone competenti, il cui know-how si sarebbe poi rivelato prezioso, nella gestione del patrimonio culturale campano. Una cosa che i Caldoro, i De Magistris, probabilmente non capiscono, nemmeno arrivano a pensarlo.
Nel Sud d’Italia è concentrata quasi la metà dei monumenti italiani, ma produce meno di un quarto dei redditi (48% e 24,8%). E senza le necessarie competenze, culturali e manageriali, andrà sempre peggio. Questa classe dirigente, che sia spendacciona o rigorosa, ha lo sguardo ed il fiato corto. La programmazione di lungo respiro è qualcosa che non gli appartiene. Il far le cose in fretta, arronzando, è l’unico orizzonte all’interno del quale sa muoversi.
Un orizzonte asfittico, dal quale dobbiamo uscire.

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6 Risposte

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  1. “Occorre armare la volontà di buone idee, e poi mettere quest’arma in mano a molti”… questo passaggio dice molto e indica l’altro limite dei nostri, abituati ad affidare a pochi la soluzione, a preferire un’autorità poco autorevole (pecca minore) alla condivisione.

    Enrico Russo

    2 novembre 2013 at 10:48

    • Fosse almeno un’oligarchia competente e funzionante! Invece, è il trionfo dell’approssimazione…

      enricotomaselli

      2 novembre 2013 at 11:02

  2. Purtroppo l’ordinamento costituzionale non consente a una Regione o un Comune di trattare autonomamente le questioni superiori che servirebbero per attirare e attivare queste partnership. In altre città d’Europa, il sindaco può negoziare con Microsoft, per esempio, per una fiscalità agevolata per 5 anni. La Microsoft assume in quella città personale qualificato da tutto il mondo, o quello che può trovare in loco. Pensate 1000 persone, 1000 stipendi, l’indotto positivo su ristoranti, le case in affitto, il tempo libero. Solo che poi il Comune dovrebbe assicurare almeno un minimo di servizio a questo capitale umano: sicurezza, trasporti, una comunicazione cosmopolita. Dare in comodato gratuito l’Albergo dei Poveri, con tasse sul lavoro dipendente esagerate, senza sicurezza e servizi di trasporto, non è sufficiente a far diventare appetibile Napoli. Basta appena per fare un comunicato stampa e fare bella figura. Poi come farebbero sindaci, sindacalisti, fratelli, cugini, staffisti, a convivere con un esempio di meritocrazia, abituati come sono a “dispensare” diritti come indulgenze? Per questi motivi penso che tutte queste buone idee, questa “visione forte, audace, del futuro” rimarranno solo tra i bit di questo bel blog.

    Stefano Mavilio

    2 novembre 2013 at 13:23

    • Certo, la fiscalità – tra le altre cose – è uno degli elementi che possono (o meno) influenzare la decisione di una grande azienda se investire in una città o meno. Ma, come dimostra appunto il caso della Microsoft, non è un elemento determinante. E pur in presenza di una situazione per molti versi sfavorevole, com’è oggi quella dell’Italia e di Napoli in particolare, l’azienda americana si è convinta a venire qui. Ripeto, certo parliamo di una cosa di diversa dimensione, rispetto all’idea da me ipotizzata. Ma segna comunque, a mio avviso, che certe cose non sono impossibili.
      Ciò detto, sicuramente finché non cambia la classe dirigente, qualsiasi idea del genere resta una chiacchiera da blog

      enricotomaselli

      2 novembre 2013 at 13:40

  3. Condivido anche io il pensiero di Stefano (e tuo d’altronde), in questa città si deve fare tutto per “apparire” arronzando qualunque evento, anche l’ormai famoso Forum di cui si racconta di tutto. Io credo molto nella buona volontà delle idee e nella capacità di mettersi in gioco, ma poi tutto quanto si schianta contro i bastioni della blindatura politica, che come abbiamo visto negli anni cambiano colore e si avvicendano senza dare spiragli di luce. Non avviliamoci è vero peró costa fatica guardare oltre mentre il tempo passa!

    lois

    3 novembre 2013 at 17:55

    • Attenzione, però. Il tempo passa, e quando è passato ci si accorge che ci ha messo meno del previsto, a passare…
      Prima che ce ne rendiamo conto, comincerà la campagna elettorale per il nuovo sindaco; e ancora prima, quella per il nuovo presidente della Regione. E già sono in movimento vari personaggi… Il rischio è che ancora una volta ci ritroviamo a scegliere tra la padella e la brace.
      Se questa città non comincia a darsi una mossa, la vedo proprio male…

      enricotomaselli

      3 novembre 2013 at 18:10


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