enricotomaselli

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Occorrono scelte

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Giorni or sono, il Presidente del Consiglio Enrico Letta ha annunciato che sarà istituita la capitale italiana della cultura, da assegnare ogni anno ad una città diversa. Sembrerebbe – e probabilmente lo è – una buona mossa, quanto meno perchè vuole indicare un rinnovato interesse per la cultura, in un paese che, negli ultimi vent’anni, l’ha invece praticamente combattuta. Il sospetto è però che, come spesso accade qui da noi, sia più una mossa ad effetto che non un cambio di passo effettivo. Un po’ un modo per celebrare la cultura una tantum, lasciando però invariato tutto l’ordinario, e salvando così coscienza ed apparenza.
Ciò che infatti occorrerebbe, a mio avviso, è piuttosto un capitale per la cultura. Servono investimenti. E – chiaramente – una politica di lungo respiro, che abbia obiettivi chiari, e metta in campo strutture operative e strumenti legislativi efficaci, altrimenti si ritornerebbe ancora una volta ad una politica di spesa, che però non produce risultati. Come si suol dire, senza denari non si canta messa.
Certamente l’Italia oggi sconta decenni di sperperi del denaro pubblico, a cui negli ultimi anni ha fatto seguito una politica di rigido rigore finanziario che, ancora una volta, paghiamo tutti. Purtuttavia, la questione vera non è la mancanza di risorse, ma la capacità (forse persino il coraggio) di scegliere come allocarle. La stessa classe dirigente che ha governato il paese mentre il debito pubblico aumentava vertiginosamente, siede ancora ai posti di comando. Non solo, si propone oggi come guida del processo di risanamento, e per di più fa (spesso) a noi la morale, spiegandoci con un presunto buon senso da economia domestica per quale ragione, a pagare i costi della crisi, saremo ancora noi e non loro.
Se continuiamo a spendere miliardi per acquistare aerei e navi da guerra – persino a prescindere dal fatto che scegliamo i peggiori e più cari sul mercato – mentre l’educazione, la ricerca e la cultura vanno allo sfacelo, non si vede quale ripresa possa mai esserci nel nostro futuro.

Il 'modello culturale' dominante

Il ‘modello culturale’ dominante

C’è infatti una differenza fondamentale tra spesa ed investimenti. La prima – che pure è necessaria – non produce altro che beni e/o servizi, mentre i secondi attivano un circuito virtuoso che ri-produce a sua volta benefici economici. É dimostrato che, persino in Italia, dove sostanzialmente non esistono politiche culturali di alcun respiro, ogni investimento in cultura viene praticamente raddoppiato in termini di resa economica.
D’altro canto, non è pensabile che si possa superare il crinale della crisi con politiche di corto respiro, che puntano esclusivamente – con piglio ragionieristico – al breve e brevissimo termine. Se è vero che il problema italiano è il rapporto deficit/P.I.L., non è con un continuo metter toppe che si risolve la situazione; non è un caso che, oggi, paesi europei che come noi hanno avvertito drammaticamente la stretta della crisi – Irlanda, Spagna, Portogallo – siano già in leggera ripresa, mentre l’Italia scivola lentamente verso la Grecia.
Le questioni fondamentali, dunque, sono: diminuire la spesa ed aumentare gli investimenti, stabilire dove/come trovare le risorse, identificare i settori di investimento – il tutto con una prospettiva che sia quantomeno di medio termine.

Personalmente, credo che a queste questioni vadano date risposte chiare, e veloci. Non è ad esempio accettabile spendere decine di miliardi per nuovi armamenti (non parlo solo dei nuovi intercettori F-35, ma anche delle nuove navi militari richieste dalla Marina, e che il ministro Mauro è riuscito a far inserire nella legge di stabilità), che poi porteranno con sé nuove spese (manutenzione e gestione ordinaria), e soprattutto ci inchioderanno ad un ruolo di attore attivo sullo scacchiere internazionale, che già oggi ci costa miliardi.
Non è possibile baloccarsi ancora sulla opportunità o meno di applicare davvero il dettato costituzionale in ordine alla progressività del prelievo fiscale, laddove nell’ultimo ventennio si è prodotta una drammatica polarizzazione economica nel paese, con un parallelo aumento della povertà e della ricchezza – che in termini pratici significa patrimoniale e seria lotta all’evasione fiscale.
Non si può non tornare ad investire sui settori necessari per tornare a far muovere l’economia sul medio termine, quali appunto educazione, ricerca, cultura.

In particolare, per quanto riguarda quest’ultimo settore, è fondamentale una profonda revisione delle procedure operative e dell’impianto legislativo, una vera e propria rivoluzione copernicana dell’approccio. La politica degli tagli orizzontali alla cultura, non soltanto produce il depauperamento del patrimonio, ma innesca un meccanismo di progressivo impoverimento anche economico. Nè basta inseguire il miraggio dell’intervento dei privati, il cui apporto – nell’attuale quadro economico e normativo – non può che essere scarso e predatorio – fatte salve poche lodevoli eccezioni.
Come scrive Stefano Monti, “è la nascita di nuove imprese, soprattutto nei settori di riferimento, a rappresentare uno dei mezzi più efficienti per lo sviluppo del sistema economico, e sempre cultura e creatività costituiscono due leve strategiche per la riconversione dei territori, colpiti dalla crisi dell’industria e della manifattura”.

Insomma – ancora, e sempre – non è da governicchi e/o da impossibili compromessi che può venire la ripresa del paese. Occorrono scelte. E quindi, ovviamente, occorre una classe dirigente che abbia il coraggio di farle. A Roma come a Napoli. Ma fintanto che le classi dirigenti italiane, nazionali e locali, saranno più preoccupate di e fedeli a, più attente e sensibili agli interessi della finanza e delle burocrazie di Bruxelles, invece che a quelli della cittadinanza, non se ne esce.
Bisogna tornare a far pesare gli interessi dei cittadini. A partire dalle periferie del paese.
Nessuno ci regalerà niente.

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Written by enricotomaselli

1 dicembre 2013 a 12:25

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