enricotomaselli

Talkin' about revolution (all texts are copyleft)

Confesso

with 11 comments

Da tempo – anni, ormai – mi ritrovo a chiedermi quale sia il senso di questo blog. Paradossalmente, non ricordo nemmeno più, o quanto meno non con sufficiente chiarezza, cosa mai mi abbia spinto ad iniziare questa avventura.
Sicuramente, c’è stato un momento, un punto, in cui ho come valicato un crinale; l’energia – la rabbia, l’indignazione – che aveva dato l’abbrivio iniziale, iniziava a scemare, e rischiavo lo stallo. Poi, la sensazione di non parlare al deserto, l’interesse, il feedback positivo (qualcuno anche lusinghiero), mi hanno spinto a continuare.
Ma la domanda torna a proporsi: qual’è il senso?
Non ho ambizioni politiche, e quindi non può averne in questa prospettiva. Non ho una particolare pulsione individualista, né al protagonismo – al contrario – quindi non serve ad appagare il mio ego. Credo di poter onestamente affermare che corrisponde, in qualche modo ed in qualche misura, ad una volontà di partecipazione civica. Ma, appunto, partecipazione presuppone la presenza di altri attori, una scena, un’azione; un processo in atto – o quanto meno, in divenire.
So di aver provato (e non solo con il blog) ad innescarlo, questo processo. Ma, forse anche per una soggettiva insufficienza, il processo non c’è e non si vede. D’altro canto, proprio in virtù della già detta assenza di protagonismo, non cado nell’errore di attribuire a me (sia pure per demerito) questo stato di cose. É chiaro che vi sono delle condizioni oggettive – fossero anche solo la somma di tante insufficienze soggettive…
Ecco allora che torna a proporsi, ricorsivamente, la domanda: qual’è il senso? C’è, un senso?
Non ho – ancora – una risposta definitiva. Ma sento il peso di questa assenza, così come l’incombere della domanda.

... ??? ...

… ??? …

Giorni fà, nel leggere un tweet de Il Fatto, che citava il nostro amato sindaco, ho provato un brivido. Nel corso di un forum col giornale, De Magistris ha infatti dichiarato “più vado avanti e più ho voglia di ricandidarmi”. Brivido.
Per quanto sia convinto che si tratta in realtà di una sparata tattica, conoscendone l’ego impareggiabile sono stato comunque investito da un’alito d’inquietudine. L’osservazione razionale del quadro politico locale e nazionale, mi dice che il sindaco sia in realtà in cerca di una exit strategy, che gli consenta di uscire dignitosamente dal cul de sac in cui si è cacciato. In questo senso, la minaccia di una ricandidatura servirebbe a tenere banco nella trattativa con il centro-sinistra. Probabilmente conta (ancora) su uno zoccolo duro di consenso quotabile intorno al 10%, che è intenzionato a far pesare. D’altro canto, come si vede con ogni evidenza, nessuno ha in questo momento seriamente intenzione di scuotere lo scranno di Palazzo San Giacomo, per farlo cadere prima del tempo. A destra, in un contesto generale che vede ancora aperta la questione della transizione al dopo-Berlusconi, gli occhi sono probabilmente puntati sulla Regione, per la quale si voterà prima – e che rimane pur sempre l’istituzione che muove i denari. Tra l’altro, li si profila una candidatura De Luca (cioè un competitor sul terreno proprio della destra…). Al Comune, dove una battaglia frontale sarebbe più difficile, si lascerà quindi spazio a qualche candidatura di facciata. L’imprenditore Marinella già scalda i motori…
Sul fronte opposto, ancora non si capisce bene cosa intendano fare dalle parti del PD; l’ambizione di fare il sindaco di Napoli credo sfiori più d’uno, in casa democrat, ma la partita non è ancora ufficialmente aperta. Anche se (sbaglierò…) il manifesto ‘Noi per Napoli’, recentemente lanciato con le firme di 100 intellettuali (Umberto Ranieri, Amedeo Lepore, Paolo Frascani, Pasquale Belfiore, Gennaro Biondi, Bruno Discepolo, Marcello Martinez…), credo dica qualcosa su ciò che si muove – sia pure ancora sullo sfondo.
Ma anche qui, resta la domanda: ma fuori dalle stanze dei partiti, che non mi pare abbiano più grande rapporto con la città, cosa succede?

Poco tempo addietro, scrivevo che senza cultura non c’è società civile, e senza società civile non c’è politica.
Ne resto convinto. Così come resto convinto il rapporto tra società civile e politica non debba tradursi nell’esprimere candidati immagine, quanto piuttosto nell’esprimere un’idea di sé come città (o come Paese), un progetto di crescita, un senso – alla cui realizzazione debba poi impegnarsi la Politica. Ed è precisamente questo vuoto, a preoccuparmi. Continuo a non vedere nulla del genere, a Napoli. Manca, quantomeno, il catalizzatore.
Aveva forse ragione Eduardo De Filippo, con il suo jatevenne? O qualcosa può ancora accadere?
Certo, se non la facciamo accadere noi, non cadrà come la manna dal cielo.
Come dice Jack Ma *, la cultura è fondamentale, perchè “se non ci occupiamo di questo, le nuove generazioni verranno su con tasche profonde ma con menti vuote”. Ma ho paura che, nonostante tutto, il mondo della cultura napoletano sia ancora profondamente legato all’idea dell’intellettuale organico; magari oggi orfano del Partito. Un’idea coraggiosa di autonomia della cultura, non riesco a distinguerla.
E allora, qual’è il senso? Indicatemelo voi, se sapete.

* Jack Ma, il fondatore di Alibaba (la società di e-commerce più di successo al mondo, che da sola vende più di Amazon e eBay messe insieme), l’uomo che il Financial Times ha appena incoronato come Persona dell’Anno 2013.

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11 Risposte

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  1. Ti leggo sempre, raramente leggo risposte che entrino nel merito, per lo più apprezzamenti o piagnistei. Trovo agghiacciante il concetto di cultura di gran parte dell’intellighenzia de noantri, architetti che “gestiscono volumi” ma non sanno cosa siano gli “ingombranti”, manager di festival e musei che non si pongono il problema di come rendere fruibili i siti, organizzatori silenti e riverenti. Non c’è alcun senso immediato nei tuoi post, c’è però quella visione, una visione, di cosa potrebbe essere se. Che ne pensi di ieri sera?

    Enrico Russo

    15 dicembre 2013 at 11:39

    • Tra l’avere una visione, e sentirsi semplicemente un visionario, a volte il passo è breve. A volte, mi sembra di galleggiare su una palude. E mi prende l’ansia di un lento sprofondare, senza senso alcuno.
      Oggi, sui social, è pieno di like e condivisioni per questa storia dell’articolo sul New York Times in cui si scrive che Napoli è meglio di Roma, Firenze e Venezia. Come al solito, ci si incanta beati a guardare il dito, mentre la luna splende inutilmente più in là. Rachel Donadio, infatti, scrive: “ritengo che è la grossolana, squallida e leggermente minacciosa Napoli ad essere una delle città più romantiche del mondo”.
      Ora, che una giornalista americana, di origini chiaramente italiane, rimanga affascinata da Napoli, ovviamente ci sta. Fermo restando che la fascinazione è soggettiva. Eppure, nonostante ne subisca il fascino, non può fare a meno di rilevare come sia “grossolana, squallida e leggermente minacciosa”! Però tutti contenti che sia più affascinante di Roma, Firenze e Venezia…
      Mi sembra la solita, trita vecchia storia della città più bella del mondo. Ma una città è quanto prodotto dall’uomo, è paesaggio urbano. Napoli, quindi, non è la città più bella del mondo, ma al più una città collocata in uno scenario naturale di indiscutibile bellezza. I cui abitanti, negli ultimi secoli, man mano che perdevano ogni idea di bellezza, si sono accaniti nel cercare di offuscare questa bellezza che li circondava.
      Non lo so. Forse hanno ragione tutti quelli che dicono che nulla si può fare, qui. Aveva ragione Eduardo, a dire “fuit’venne!”.
      P.S.
      Ieri sera ero piacevolmente a cena da amici, quindi non sono andato in giro. Non posso quindi esprimere un opinione specifica. Ma, in generale, questo genere di manifestazioni mi inducono a pensare che c’è una domanda, magari spesso confusa, ma la risposta non sempre è all’altezza; e quando lo è, sembra un fatto occasionale, fortuito. Ma si torna sempre al punto di partenza. Puoi fare cose buone o meno buone, persino eccellenti, ma se restano una casuale successione di punti, scollegati l’uno dall’altro, a che servono? Senza la solita, fottuta visione – e senza politiche capaci di tradurla in progettualità, e poi di attuare quest’ultima – tutto si riduce a feste farina e forca.
      Siamo sempre lì, ai tempi dei Borboni. Che erano dei gran fetienti, ma almeno (si dice) illuminati. Qua stiamo ai fetienti oscurati.

      enricotomaselli

      15 dicembre 2013 at 12:28

  2. Fuori dalle stanze sporche e spente della politica c’è stanchezza, c’è rabbia e c’è paura. È da tempo immemore che le persone attendono segnali positivi che non arrivano. La società si è spaccata nettamente in fette. C’è da un lato chi onestamente prova a combattere con la quotidianità sopravvivendo a stenti tra la crisi economica e quella morale; chi, come dici, nells Napoli bene si è chiuso forte delle sue ricchezze e lodandosi della sua ‘cultura’ senza aprirsi agli altri; e infine tutta quella ampia fascia (che volente o nolente) costituisce “la plebe”, quell’eredità storico sociale che si autogoverna a scapito della legalità e degli altri e che ha origini dal passato. Basta infilarsi in una delle traverse di via Roma o di via Duomo per comprendere la fisicità di questi mondi che vivono in autogestione e che non credo possano comprendere l’azione ecumenica di collettività.
    Io purtroppo, lo dico da appartenente della prima fascia, non ho molto da fare, posso solo rispettare le regole e fare l’onesto cittadino, rammaricarmi di tutto ció che mi è stato tolto e combattere nel mio quotidiano per ‘tirare avanti’ cercando e resistendo alla corrente che ci sta trascinando verso il basso. Quando devi combattere per resistere e per vivere dignitosamente con questo clima sociale e soprattutto in questi tempi di crisi economica, il pensiero principale è che qui tutti abbiamo fallito e che dalla politica non ci saranno risposte! Tu vorresti fare e scavalcare il mondo, ma poi devi arrivare a fine mese per pagare le bollette, l’affitto etc… e allora l’invito di Eduardo ti pare che assuma sempre più consistenza e comincia a prendere spazio tra i pensieri.

    lois

    16 dicembre 2013 at 07:00

    • So bene che le difficoltà del quotidiano sopravvivere costituiscono una barriera psicologica, non essendone certo io esente. E però continuo a pensare che “nessuno si salva da solo”. E che le situazioni di crisi dovrebbero aprire la strada ad una reazione, piuttosto che farci richiudere ciascuno nella sua ridotta.
      Al tempo stesso, sono convinto che c’è un tempo per ogni cosa. Se, nonostante gli sforzi di alcuni, questa reazione non matura – se non in forme che non mi convincono assolutamente – allora vuol dire che non è questo il tempo. Ma, di conseguenza, ne discende che insistere a voler cambiare lo stato delle cose, qui ed ora, è uno spreco di energia.
      Trovare un punto d’equilibrio tra quelli che Gramsci definiva “l’ottimismo della volontà ed il pessimismo della ragione” vuol dire, anche, darsi una timeline. Oltre la quale, ogni sforzo ulteriore diventa inane.
      Oggi, sento che l’esperienza di questo blog – prima di altro, ma non solo – si sta avviando verso la sua deadline.

      enricotomaselli

      16 dicembre 2013 at 09:52

  3. Personalmente condivido pochissimo di quello che lei asserisce nel suo blog, ma ritengo che lei – se ne rintraccerà un senso – dovrà continuare ad esprimersi. Le chiedo solo -dovendo scrivere pubblicamente- una maggiore attenzione alla grammatica e all’ortografia. Per esempio bilanci un po’ l’uso dell’apostrofo. Lo tolga se scrive qual è, e lo aggiunga se scrive un’opinione.

    dolores

    16 dicembre 2013 at 19:17

    • Apprezzo il fatto che, pur condividendo “pochissimo” di ciò che scrivo, continui a leggermi. E che, in qualche misura, desideri continuare a farlo.
      Ciò, a sua volta, contibuirà in qualche misura a far pendere la bilancia del senso da una parte piuttosto che dall’altra.
      La ringrazio anche per l’esortazione a migliorare la scrittura, anche se, per quanto si corregga, qualcosa sfugge sempre. Come probabilmente è accaduto anche a lei, laddove nel suo suggerimento sull’apostrofo ha (certo inavvertitamente) invertito la regola. Come lei m’insegna, infatti, l’apostrofo si usa per elidere la vocale finale di una parola che precede un’altra parola, che inizia a sua volta per vocale. Per cui, è corretto scrivere “qual’è” – laddove l’elisione interviene sul “quale è” – mentre non si adopera nel caso dell’articolo indeterminativo maschile “un” (e i suoi composti), per cui non si scriverà mai “un’opinione”.
      A ben vedere, come abitualmente faccio.

      enricotomaselli

      16 dicembre 2013 at 20:09

      • Certo, qualcosa sfugge sempre, capita a chiunque. Ma in questo caso a me non è sfuggito nulla e lei ha dimostrato di non conoscere le regole. Se non crede a me, si affidi almeno all’accademia della crusca:

        L’esatta grafia di qual è non prevede l’apostrofo in quanto si tratta di un’apocope vocalica, che si produce anche davanti a consonante (qual buon vento vi porta?) e non di un’elisione che invece si produce soltanto prima di una vocale (e l’apostrofo è il segno grafico che resta proprio nel caso dell’elisione). Come qual ci sono altri aggettivi soggetti allo stesso trattamento: tal, buon, pover (solo nell’italiano antico), ecc. È vero che la grafia qual’è è diffusa e ricorrente anche nella stampa, ma per ora questo non è bastato a far cambiare la regola grafica che pertanto è consigliabile continuare a rispettare.

        A cura di Raffaella Setti
        Redazione Consulenza Linguistica
        Accademia della Crusca

        La informo inoltre che “opinione” è un nome di cosa femminile, singolare, come mia figlia sta appunto apprendendo alle elementari.

        dolores

        17 dicembre 2013 at 15:54

      • Ah, l’importanza di avere buon* maestr*!…
        Purtuttavia – i miei (pochi) lettori mi perdoneranno – questo non è che un piccolo blog nazional-popolare, guarda più a Repubblica o La Stampa che non all’Accademia della Crusca. Qui si bada – più grevemente – alla sostanza (le idee) che non alla forma (gli apostrofi). Pur essendo del tutto d’accordo con Sciascia quando scriveva che “l’italiano è il ragionare”, confesso di non preoccuparmi molto delle accademie. Visto poi che per la Crusca è corretto dire “il zucchero” (cosa che, confesso, mi fa accapponare la pelle) mi prendo la licenza di pascermi nella mia ignoranza.
        Al più, di tanto in tanto, darò un’occhiata al Clic (Centro di consulenza sulla lingua italiana contemporanea), prima di fare click sul bottone Pubblica

        enricotomaselli

        18 dicembre 2013 at 10:03

  4. Da un po’ di tempo seguo e leggo con interesse i tuoi commenti sullo “stato dell’arte” a Napoli, rispetto alla cultura, alla società e, per logica estensione, alla politica. Non sempre sono riuscito a leggere tutti i post, come, ammetto, non sempre sono in grado di seguire tutti i ragionamenti, quando entrano più nello specifico nell’area delle manifestazioni culturali, nella nomenclatura della cultura partenopea ecc, poiché non ne sono molto addentro …
    Se mi consenti di esporti , rispetto al tuo “appello”, questo mio parere, che forse non sarà nemmeno opportuno pubblicare ( è troppo lungo), ma da considerare solo un commento amichevole e spassionato …
    In verità, era già un po’ di tempo che mi chiedevo quale fosse il “campo d’azione” di questo tuo blog. Non dico “finalità”, perché, detto così, sembrerebbe che si voglia per forza attribuire un secondo fine ( nascosto per qualche ragione) rispetto a quello che appare. Ma, semplicemente, intendo la capacità di influenza sulla realtà circostante o, anche, su un delimitato settore di questa realtà.
    Sono certo che la prima spinta a creare questo blog, per una persona che non sopporta più oltre il degrado sociale, morale, culturale e, quindi, politico di questa città e, in genere, della nostra società nazionale, sia stata, come minimo, la necessità di cominciare a scrivere ed a manifestare il proprio pensiero di dissenso. Questo, sono convinto, ha costituito già una terapia individuale, ha dato un senso di sollievo, uno “sfogo”, rispetto alla propria frustrazione di cittadino “dabbene”, compresso da mille angherie quotidiane. Ha dato la sensazione di cominciare a fare qualcosa, di non stare solo a guardare, di fronte allo sfacelo che avanzava.
    (Anche a me, è capitato spesso di scrivere lettere a quotidiani, mail a forum e blog, o anche solo a conoscenti e colleghi di lavoro, su svariati temi: sociali, politici o anche sindacali, pure essendo consapevole della fondamentale “vacuità” di tali azioni, ma solo per assecondare un’ invincibile pulsione a notificare anche ad altri (sebbene pochi) come, in tutto questo, ci sia qualcuno che non è d’accordo e non si rassegna … )
    Venendo allo specifico del tuo appello, si comprende bene come, se tu, da un giorno all’altro, chiudessi il tuo Blog e non “ ti facessi più vivo”, nessuno potrebbe pretendere alcunché. Quindi, in effetti, tu non hai alcun bisogno di preannunziare questo tuo eventuale addio ai lettori, per saggiare “come la prenderebbero”.
    La tua richiesta, piuttosto, credo che nasca dalla necessità (legittima), che emerge, di conoscere due elementi:
    1 Tu hai la misura di quante persone raggiungi ogni volta con i tuoi commenti, data dalla quantità di mail che invii e di cui, i destinatari, non hanno richiesto la cancellazione dalla mail-list. E puoi “contare” anche quelli che, spesso o qualche volta, ti rispondono o ti commentano ma, probabilmente, non sono poi tanti. Quello che, probabilmente, non riesci a quantificare, è il numero di quelli che, raggiunti dai tuoi messaggi, li leggono, sono interessati e, forse, li condividono, pur astenendosi dal fare ogni commento o apprezzamento. Stanno, semplicemente alla finestra a guardare ….
    Tutto sommato, la tua necessità è conoscere: “C’è un certo numero di persone che la pensa come me: si, ma quanti siamo ?”

    2 Il secondo quesito che, abbastanza esplicitamente, poni, è: siamo arrivati fin qui, dopo qualche anno di conoscenza e scambio di opinioni, e siamo un certo numero. Ma ci rendiamo conto che, oltre il livello raggiunto, cioè l’ avere un poco uniformato e condiviso i propri modi di pensare, le coscienze su alcuni argomenti di interesse comune, poi, la spinta propulsiva di questo lavoro (il blog) finisce qui. Oltre non si va. Non si riesce, anche se si potesse contare su un numero di condivisioni rilevante, ad influire in nulla sulla realtà circostante, per quanto piccolo e circoscritto possa essere il settore prescelto ( e la cultura ed il sociale certo non lo sono tanto …). Serve dunque qualcos’altro.
    Tu lo chiedi ai lettori: Che devo fare ?
    Continuare così ? Ma hai già risposto che senti arrivato il limite di una cosa che, così proseguendo, non è più soddisfacente, o bastevole.
    Rinunziare ? Ma se ne fossi davvero convinto, l’avresti fatto e basta.
    Fare altro ? Questo è il nodo vero, a mio parere.

    Smuovere le coscienze, dibattere, creare una comunione di sentimenti ed intenti, creare una mentalità ed una cultura dell’auspicio e del vagheggiamento di un mondo diverso, equo, solidale, “civile”, credo che non basti a nulla, se ognuno, poi, resta “alla finestra”, se non c’è un minimo impegno almeno a idealmente radunarsi, chiedersi “in quanti siamo ?” e poi “che vogliamo/possiamo fare ?”.

    Anche l’azione settoriale, o su realtà geografiche o demografiche abbastanza piccole, non consente di ottenere risultati rilevanti, perché, purtroppo, tutto è incardinato ed ingranato nel meccanismo della logica e della “transazione” politica (leggi: voto di scambio): Tante associazioni, dal tribunale del malato a quelle dei consumatori, dai gruppi di volontariato a quelli ecologisti, quelle per il sostegno a pazienti e familiari di determinate patologie a quelle della terra dei fuochi, alle anti-racket ed anticamorra ecc, pur profondendo, ciascuna di esse, risorse e tempo, in perfetta buonafede e rifondendoci del proprio, cercando di perseguire la propria “mission”, si comprende , poi, che esse non riescono, quasi mai, ad ottenere risultati che vadano oltre quello che esse stesse sono in grado di costruire o a fornire. L’ associazionismo sociale sensibilizza i singoli, ma la politica resta sempre sorda ed inamovibile.
    Quello che serve, quindi, è un’ azione che, partendo dagli obiettivi e dalle istanze dei tanti gruppi sociali, di associazione e cooperazione, di volontariato ecc., si ponga l’obiettivo di scardinare il Moloch dell’immobilismo del potere, ancorato sempre alle proprie logiche interne, di “conquistare la Bastiglia”, di sconquassare le stanze dei bottoni: altrimenti tutto rimane nell’alveo dello sforzo di pochi o molti volontari o filantropi, che surrogano l’azione che dovrebbe compiere uno Stato civile, per potersi definire tale ….

    Mi rendo conto che esiste, forse, un’ altra perplessità. Il tuo blog ha rappresentato un lungo periodo in cui, il suo autore è stato osservatore acuto e, necessariamente, critico, ma da una posizione formalmente “terza”, sopra le parti, senza, per così dire, schierarsi, “sporcarsi le mani”, e ciò ha potuto conferirgli una egida di “partecipazione disinteressata”, di imparzialità e, quindi, la possibilità di guadagnare una maggiore autorevolezza, tra i propri “discepoli”. Adesso, si corre il rischio di incrinare quel “rapporto di fiducia”, nel momento in cui si pronunzia la fatidica frase : “posto tutto quello che ci siamo detti finora, adesso che vogliamo fare ?”.
    Ci sarà sicuramente chi storcerà il naso facendo della facile dietrologia qualunquista “ ah, ecco finalmente dove voleva arrivare: adesso è chiaro: credevamo che fosse diverso, senza ambizioni personali; invece, anche lui ha il prurito di fondare un’ associazione, o un movimento, o un partito!“.
    E ci saranno poi coloro (molti di più) che si ritireranno subito e silenziosamente nel guscio, temendo di essere chiamanti a chissà quali impegni o quali energie da profondere, e non ne hanno intenzione, o voglia, o possibilità …

    Resta il fatto che senza un tentativo del genere, non saprai mai se gli anni di passione e dedizione profusi in questo sforzo siano risusciti a “bucare” delle coscienze ed a smuovere qualcosa. Mi rendo conto che oggi, l’offerta “politica” che viene lanciata sul mercato (anche grazie al potente mezzo di divulgazione quale è il web) è vastissima e confusa. E’ un continuo brulicare di gruppi, partitini, associazioni, intellettuali o pseudo, in cerca di un qualche consenso. Le persone, dunque, in mezzo alla troppa concorrenza ( la concorrenza “fa bene al mercato”, ma entro certi limiti) non riescono più a distinguere quelli degni di fiducia dagli affabulatori e dai mistificatori.

    Probabilmente, si segnerebbe un forte tratto distintivo, facendo apparire con chiarezza, da subito, che la tua non è la ricerca del “posto al sole”, come tu stesso hai affermato ( di non avere ambizioni politiche) ma, che, eventualmente, potranno essere scelti in seguito i portavoce, i delegati ecc. rispetto alle loro capacità, integerrimità ed inclinazioni.

    Per amore di chiarezza e trasparenza, concludo dicendo che, proprio perché neanche io riesco a “stare fermo”, insieme a pochi altri sto cercando di dare vita ad un tentativo simile, con molta pazienza e lentamente. Ma non faccio pubblicità a ciò, quindi non dirò nulla su esso. Questo mio commento, come detto prima, vuole essere solo uno spassionato “contributo”, perché mi spiace che possa venire perso tanto lavoro fatto e tanta dedizione, nel senso della civiltà e della partecipazione civile.

    Con stima. Bruno Bonavoglia

    bruno bonavoglia - Napoli

    17 dicembre 2013 at 10:06

    • Caro Bruno, intanto ti ringrazio per il lungo contributo, che testimonia non solo e non tanto l’apprezzamento per il blog quanto una tua personale condivisione del medesimo dibattito interiore.
      Moltissime delle cose che hai scritto sono reali, e corrispondono anche a stati d’animo che ho attraversato. C’è, però, qualcosa che (comprensibilmente) manca nella tua, per altro puntuale, analisi.
      Innanzitutto, l’avere – per così dire – messo in piazza i miei dubbi, non è stata una scelta fatta per verificare il feedback dei miei lettori, quanto per una questione di trasparenza. In vario modo, ed a vari livelli, si è creato un rapporto tra me ed altre persone (in questo caso, mediato dal blog) nei confronti delle quali sento di aver assunto una responsabilità; e quindi, con la stessa onestà intellettuale con la quale ho sinora portato avanti i miei ragionamenti, ritenevo doveroso esporre anche i dubbi.
      Un’altro aspetto mancante è relativo all’impegno concreto e diretto. In effetti, questo c’è già stato – dapprima contribuendo alla nascita della Rete Forum, poi con l’iniziativa della lettera aperta alla Fundaciò Forum di Barcellona. Ed anche a prescindere da queste iniziative, in cui il mio contributo è stato rilevante, non mi sono mai sottratto alle chiamate in tal senso – da ultimo, pochi giorni fa…
      In effetti, è semmai proprio l’esperienza ricavata da tutto ciò che ha fatto aumentare il mio scetticismo. Negli ultimi due anni, ho visto scemare costantemente la quantità e la qualità dell’impegno – quantomeno a Napoli, e su questi temi. Tra la manifestazione verbale della protesta, e l’azione, lo iato si è allargato a dismisura. Tanto che, oggi, sono disponibile a dare ancora una volta il mio contributo, ma non più ad assumermi l’onere di attivatore di processi.
      A preoccuparmi non è tanto la possibile reazione di chi potrebbe pensare “ecco dove voleva andare a parare!” – in parte ineludibile. Il fatto è che non ho proprio nessuna voglia, di “andare a parare”! Per innumerevoli ragioni, tra le quali sicuramente primeggia il fatto che mi interessa molto più portare avanti i miei progetti in ambito artistico e culturale, ho una forte ritrosia alla sovraesposizione. L’ho fatto, in passato, perchè convinto fosse necessario, ma senza alcun entusiasmo per questo inevitabile corollario.
      Aggiungo che c’è un’altra componente che mi frena: sono sempre stato convinto, ed ancor più lo sono oggi, che questo genere di iniziative non può che nascere attraverso un processo pubblico e collettivo. La spinta (o meglio, il traino) esercitato dal singolo, prima o poi si esaurisce – e lo lascia esaurito
      Ecco, se vogliamo trovare un’altra motivazione in questo mio post, oltre a quanto detto prima, può essere questa. Il senso è: datevi una mossa, perchè la settimanale lettura consolatoria che vi offre questo blog, nella quale rispecchiare le proprie rabbie e frustrazioni, ed al tempo stesso esaurirle in questa riflessione, potrebbe venir meno quanto prima.

      enricotomaselli

      17 dicembre 2013 at 10:47

      • mmm…… ci pensiamo ancora un po’ su……

        Cordialità

        Bruno Bonavoglia - Napoli

        17 dicembre 2013 at 11:26


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