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La forchetta sull’altare

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#QuestioneDiRegole

Darsi consapevolmente delle regole sociali, è uno dei passaggi che segnano l’avventura umana, il suo allontanarsi dalla dimensione animale. Per gran parte della storia umana, queste regole però nascevano dalle idee di pochi, e di quei pochi difendevano gli interessi. Quanto fu difficile spezzare quel meccanismo, ci dice molto sulla natura umana. Fu necessario versare del sangue, far rotolar teste. Oliver Cromwell e Maximilien de Robespierre stanno sui libri di Storia a rammentarcelo.
Avere delle regole sociali, è in ogni caso il modo in cui gli umani regolano – appunto – il funzionamento delle proprie comunità.

Maximilien de Robespierre

Maximilien de Robespierre

Ho letto in questi giorni autorevoli commentatori intervenire sulla morte del giovane Davide Bifolco, tra paragoni – più assurdi che arditi – tra Napoli e l’Afghanistan, ed evocazione di una Napoli sana ma poco visibile, di cui si auspica la mobilitazione – ma che in questi termini, a me rammenta molto la maggioranza silenziosa di missina memoria. E, forse, siamo un po’ tutti di memoria corta, se abbiamo già dimenticato cos’era la Napoli degli anni ’80, o ancora agli inizi degli anni 2000, con le guerre di camorra in atto. Il che, ovviamente, non è detto per sminuire la gravità del presente (io stesso vivo in un quartiere in cui si spara).

Immaginarsi – e raccontare – questa città come fosse teatro di una guerra, è quanto di più fuorviante e pericoloso possa esserci. E non importa da quale parte ci si schieri, o se si preferisca una posizione di terzietà; questa lettura della realtà non è funzionale alla vittoria della legalità, al contrario, è funzionale al perpetuarsi dello status quo. Perchè ignorando le cause del conflitto impedisce di affrontarle e risolverle. Se regole sociali e legalità sono intimamente connesse, il conflitto non ha soluzioni muscolari.

Si parla molto di legalità, ma a mio avviso correndo il serio rischio di travisarne il senso. Legalità è il rispetto di quelle regole di cui si diceva all’inizio. Ma quelle regole non sono le tavole della legge date a Mosè da dio (per chi ci crede); sono un prodotto umano, che muta nel tempo – il più delle volte inseguendo i cambiamenti già intervenuti nella società, e quasi mai accompagnandoli. Sono fallaci, e non di rado ingiuste. E talvolta, per cambiarle, è addirittura necessario prima violarle.
Le regole sociali, le leggi che ci diamo, sono uno strumento non un fine. Né più né meno come una forchetta, che usiamo per mangiare senza sporcarci le mani, ma che mai e poi mai penseremmo di elevare all’onore degli altari. Stiamo attenti, quindi, a non fare della legalità un totem.

Quando pezzi di società si pongono di fatto al di fuori di queste regole, qualcosa non funziona nella società nel suo insieme.
A meno di non voler credere ad un’idea neo-lombrosiana della società, per cui ci sarebbe una parte dei suoi membri ad essere geneticamente marginale (ma poi bisognerebbe chiedersi come mai si concentrino in così vasta misura negli stessi luoghi…), bisogna prendere atto che quando il rispetto delle regole diviene a macchia di leopardo, non è questione di mele marce ma di un qualche batterio che si aggira nel corpo dell’albero. Ed è da qui che bisogna partire, capire la malattia per curarla. La potatura, ancorchè impossibile, non sarebbe risolutiva.

Se oggi le regole non sono più (o almeno, non tanto come una volta…) espressione delle idee e degli interessi di pochi, è per quei cambiamenti sanguinosi di cui prima, e che ci rendono tutti debitori nei confronti della Rivoluzione Francese. É ciò che ci ha resi (tutti) cittadini.
Ripristino della legalità, dunque, non può essere la mera imposizione della legge. Perchè questa non può essere regola sociale se non è regola condivisa. E non basta, a renderla tale, il fatto che nasca – attraverso un processo mediato – da istituzioni democratiche. Se la regola (ogni singola regola) non è percepita da ciascuno come propria, come rispondente anche ad un proprio bisogno ed un proprio beneficio, e se questo sentimento di estraneità non riguarda singoli individui – o singole regole – ma si manifesta in modo diffuso, allora non c’è altra soluzione che ripristinare questa connessione. Ricondurre al rispetto delle regole sociali quelle aree del paese che ne sono (anche parzialmente) fuori, non è cosa semplice, va da sé. Ma pensare di imporre la legalità al Rione Traiano con le Beretta 92s senza sicura, è altrettanto folle che pensare di esportare la democrazia in Iraq con i droni.

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Written by enricotomaselli

13 settembre 2014 a 11:04

2 Risposte

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  1. È assurdo aver agevolato la fine della legalità in molti luoghi di questa nostra martoriata città e non solo. È assurdo quello che è accaduto, i risvolti e le letture che non sono state date (su entrambi i fronti) ed è assurdo che in questi giorni nello stesso rione non vi siano forze dell’ordine per evitare conflitti (notizia fresca de La Repubblica di stamattina).
    Viviamo oggi le conseguenze di una marcata dimenticanza di educazione in rioni, quartieri e postriboli di Napoli abbandonati al loro stesso destino. Luoghi che si sono autoregolamentati vivendo di (non)regole che ne hanno dettato il libero arbitrio quotidiano. E questo lo si vede subito salendo nei vicoli di via Roma o di Corso Umberto o passando per Rione Traiano giusto per restare in aree limitrofe al centro.
    È assurda la storia che leggiamo e che leggeremo nei prossimi giorni, perché come nel Gattopardo, tutto cambia perché nulla cambi…
    E intanto saremo al centro delle cronache nazionali (come è giusto che sia) e non tanto per gli episodi criminali in se, ma perché quello che accade dalle nostre parti, nel prima, nel mentre è nel dopo, ha veramente delle sfumature colorate che tendono a trasformare in altro, qualunque evento, anche il più drammatico, mentre il silenzio delle Istituzioni e affini ritorna assoluto a ricoprire le cose, dopo averci mostrato Referenti pronti all’uso e mai presenti durante le fasi in cui si dovrebbe costruire.
    Da queste parti per quanto ci sforzeremo “noialtri” la nottata non passerà più.

    lois

    14 settembre 2014 at 13:57

    • Non so se “la nottata” passerà. So che stanotte, per andare dal centro al Rione Traiano (abito a poche centinaia di metri), con i mezzi pubblici ci son volute quasi due ore.
      E finché a questi pezzi di città offriremo uno Stato di serie B, resteranno terra ostile. Non se ne esce.

      enricotomaselli

      14 settembre 2014 at 14:41


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