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Il dolore abusivo

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#laCappellaTraiana #DavideBifolco

Ancora (ed a mia volta…) non smetto di stupirmi per coloro che si stupiscono quando il prevedibile poi accade realmente.
Perchè in una regione ed in una città nella quale e per la quale l’abusivismo edilizio è prassi consolidata – e del resto anche incoraggiata, da appositi provvedimenti legislativi e/o dal caloroso sostegno di sindaci – stupirsi che al Rione Traiano venga eretta una cappella abusiva in memoria di Davide Bifolco, è come stupirsi che al fulmine faccia seguito il boato del tuono.
Né, francamente, mi stupisce che tutto ciò accada nella più totale assenza dell’amministrazione comunale. Ignaro il Comune, ignara la Municipalità, i Vigili Urbani, persino il parroco! Del resto, che questa amministrazione non abbia nulla da dire – né alcuna voglia di ascoltare… – riguardo alle periferie, è cosa nota e palese. In questo, forse ancor più che in altro, si è reso evidente che lo spirito rivoluzionario agitato nei primi tempi dell’amministrazione arancione, non era che mero atteggiarsi intellettuale, poco importa se in buona fede o meno.

La Colonna Traiana

La Colonna Traiana

Che gli abitanti del Rione abbiano deciso di costruire questa loro Cappella Traiana, è segno multiforme della profonda separatezza che ne contraddistingue il sentire.
Non è, semplicemente, un omaggio alla memoria di Davide, né un segno di quella religiosità (un po’ pagana, si dice) che contraddistingue i ceti popolari. É un monumento che celebra la comunità stessa, che coglie l’attimo della (tragica) notorietà per rivendicare non la fine della sua marginalità, ma al contrario la propria identità separata. E lo fa, com’è ovvio, nelle forme e nei modi che essa (ri)conosce. Con l’afflato religioso che prescinde dalla Chiesa, con l’autocostruzione che prescinde dalle autorizzazioni.
Quella Cappella viene eretta per dire che, per loro, Viale Traiano è il Rubicone.

Poco importa se, dietro l’iniziativa, ci sia a meno la criminalità, che a sua volta mantiene un così forte e singolare legame con la religione, ad onta di scomuniche papali o quant’altro. Poco importa che cappelle votive ed edicole sacre vengano erette anche per i morti di camorra, e che talvolta vengano anche utilizzate come nascondiglio per armi e droga. La questione è in ogni caso più ampia.
Come ci rammenta oggi Aldo Masullo su il Mattino, la deindustrializzazione ha espulso dal processo produttivo ampi pezzi di città; e questo vuoto non è stato colmato. La stessa camorra non lo ha fatto che in parte.
A vent’anni dalla dismissione dell’Italsider, stiamo ancora a discutere di cosa si farà a Bagnoli. Vent’anni, una generazione quasi. Come stupirsi, poi, di Scampia o del Rione Traiano?

Questa città – la sua borghesia inane e maledetta, le sue istituzioni pubbliche – non vede l’ora di volgere altrove lo sguardo. Caccerebbe la testa persino in una saettella, pur di non vedere. Pur di avere una scusa per eludere il problema.
Si culla nell’illusione che i problemi si risolvano da soli; o che qualcun’altro venga a risolverli. O quantomeno, che uscendo dall’orizzonte ottico la smettano di intossicarne la quotidiana esistenza.
Sarebbe bello invece se smettessimo di girare la testa. Se in questo rivitalizzarsi pre-elettorale dei partiti, ci fosse chi pensasse di parlare alle periferie, e non delle periferie. Sarebbe bello se la rassegnazione lasciasse un po’ di spazio alla speranza.
Sarebbe bello se, in questo deserto, ci fosse qualcuno che avesse il coraggio di mettersi alla testa d’una coorte di cittadini, e proclamasse: alea iacta est.

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Written by enricotomaselli

17 settembre 2014 a 13:55

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