enricotomaselli

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La ‘città palcoscenico’

with one comment

Le celebrazione del trentennale della maison Dolce & Gabbana a Napoli hanno innescato l’ormai consueto dibbattito, con l’altrettanto consueto corollario degli schieramenti pregiudiziali, che inevitabilmente schiacciano (e scacciano dal dibattito pubblico) le argomentazioni più razionali e non di parte.
Pure, non è affatto privo di senso provare ad articolare una qualche forma di ragionamento, che cerchi per quanto possibile di astrarsi dallo specifico contingente, per puntare piuttosto su un suo inquadramento generale.

San-Gennaro-026editedPer fare ciò, è comunque forse opportuna una riflessione – quanto meno sommaria – sulle specificità dell’evento, poiché può fornire elementi utili a quella di più ampio respiro.
Premesso che l’uso di pezzi di città per eventi privati (non più luoghi chiusi e circoscritti, ma letteralmente parti del tessuto urbano) è ormai consuetudine crescente, come conseguenza del significativo spostamento di capitali dal pubblico al privato, ed in ciò non costituisce quindi una novità, nello specifico napoletano esso ha assunto alcune caratteristiche degne di essere sottolineate.
La più rilevante, in assoluto, è il livello di privatizzazione dello spazio pubblico. Per estensione, durata, e qualità dell’esclusione, questo è stato sicuramente fuori misura. Ed è significativo che ad esso abbia corrisposto un inusuale livello di militarizzazione, con un dispositivo di ordine pubblico ingiustificato per quel genere di evento. Quasi un riflesso condizionato, si direbbe.
Altra caratteristica pregnante (ma, ahimé, non nuova), è quella che potremmo definire la sudditanza culturale dell’amministrazione, che se da un lato mena costantemente vanto d’aver reso la città nuovamente ambita, dall’altro si dimostra sempre prona verso quanti alla città rinnovata rivolgono la propria attenzione. In questo caso, non si tratta tanto di scarsa capacità nel gestire il marketing territoriale, quanto piuttosto della conseguenza di una mancata capacità di pianificare politiche turistiche e culturali di più ampio respiro. Un vuoto politico, questo, a cui si è cercato sinora di rimediare con una politica del laissez faire, quella sorta di pseudo-anarchismo (che tanto piace al sindaco…) in cui il ruolo pubblico si riduce alla periodica gestione di grandi eventi (dalla grande visibilità mediatica).
Last but not least, il senso dell’operazione D&G. Che è stato – legittimamente – di valorizzazione del proprio brand, ma che si è ottenuto attraverso un uso comunicativo della città che l’ha ridotta al suo più becero stereotipo: la città stracciona (ed in quanto tale ricca di suggestioni), che fa da palcoscenico per la messa in scena celebrativa del brand – della sua raffinatezza… Quel che veniva ricercato, e che è stato trovato, era l’effetto contrasto.

Questo modello d’uso dello spazio pubblico, quindi, non solo lo privatizza, ma lo costringe anche ad interpretare un ruolo subalterno, che esclude il protagonismo e lo ingabbia nella rappresentazione macchiettistica dell’identità. In questo senso, l’esclusione persino dei residenti, dalla zona rossa, è strutturalmente connessa con l’esclusione di tutto ciò che non corrisponde all’immagine stereotipata della città, e sono reciprocamente funzionali.
Ed è un modello d’uso che, nel vuoto politico di cui si diceva, si auto-alimenta, e rischia di dilagare come un blob sul cuore della città.
Nella sua essenza, la questione riguarda i destini della città – o, se si vuole, la direzione in cui procederà verso il futuro. E non una questione in cui le parti in commedia siano nettamente distinte, perchè la Napoli stereotipata è quella su cui vive una parte della cittadinanza, e lo sviluppo disordinato appare a tanti come una opportunità.
Si tratta quindi di aprire una riflessione sul come governare questo trend favorevole per la città, e – forse – prim’ancora sul se governarlo…

 L’idea di sviluppo basata sul turbo-turismo, come insegna l’esperienza di Barcellona, non è soltanto rose e fiori. E soprattutto, quando si lascia al mercato il compito di determinare le modifiche che intervengono sulla città (sul suo assetto sociale, economico, infine urbanistico e culturale), il risultato non può che essere la socializzazione dei disagi e la privatizzazione dei profitti.
Il pericolo non è tanto quello di una gentrification, quanto – all’opposto – la cristallizzazione presepiale, la trasformazione del centro storico napoletano in una disneyland scugnizza, che perpetui all’infinito lo stereotipo sino al punto di svuotarlo del tutto di ogni aggancio con la realtà (che pure ancora sussiste), trasformandolo definitivamente nella sua mera rappresentazione.
Per quanto l’impatto del turismo sul centro storico stia marcando, negli ultimi anni, una impennata (aumento dei B&B, dilagare di pizzerie e fast-food più o meno tipici lungo le vie di maggior densità turistica), l’avvio di un processo di espulsione dei ceti popolari dal centro antico è assai improbabile, per la semplice ragione che proprio essi costituiscono l’humus dell’icona napoletana pizza & mandolino. Si tratta quindi, semmai, di un processo che punti a privarli di autenticità, rendendoli maschere di sé stessi.

Per operare dunque un rovesciamento dello schema, è necessario partire dalla definizione di una nuova identità, più consapevole e non più subalterna. Avviare processi di trasformazione sociale, anche e soprattutto oltre schemi e modalità classici dell’agire politico, capaci di produrre mutamenti reali e profondi. Un’azione essenzialmente culturale (e che, in quanto tale, sia altamente politica nei fini e nel significato), che offra l’opportunità di una presa di coscienza collettiva, il riconoscimento di una identità non più prigioniera dello stereotipo tradizionale, ma pienamente matura, moderna, consapevole. Ed in quanto tale, non meno ricca e suggestiva di quella precedente.
Su questa identità, andrà poi costruita una nuova narrazione della città, capace di raccontarne la bellezza antica e quella moderna, tenendo insieme ogni aspetto (culturale, artistico, sociale, politico) della sua trasformazione.
Per far si che Napoli esca dal bozzolo del passato.
Perchè il prossimo brand che la sceglierà come location, lo faccia per riceverne luce, non per usarla come oscuro background. E soprattutto, se festa sia, che sia per tutt*.

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Written by enricotomaselli

12 luglio 2016 a 18:37

Una Risposta

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  1. mi piace molto la disneyland scugnizza. bravo!

    Sergio Riccio

    18 luglio 2016 at 16:52


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