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Talkin' about revolution (all texts are copyleft)

Il Mattino ha ‘loro’ in bocca

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Nei giorni scorsi, il Mattino di Napoli ha pubblicato un ampio servizio (due pagine) sul Forum delle Culture, a cui ha fatto poi seguito un forum sul Forum nella redazione. Dovrebbe seguirne la pubblicazione ancora una volta sulle pagine del giornale.
Per chi ha tempo e pazienza, suggerisco l’ascolto della registrazione, al link su indicato. A ben vedere – anzi, a ben sentire… – risulta illuminante, su alcune delle questioni fondamentali.
A me personalmente ha rammentato, in forma di sottolineatura mnemonica, due o tre cose di cui sono da tempo convinto. La prima delle quali, assai sconfortante, è che una difficoltà enorme risiede nella sostanziale impossibilità di far comunicare due mondi, quello degli operatori culturali e quello della gestione amministrativa; e non mi riferisco semplicemente al ceto politico.
Nel muovere certe obiezioni di merito, ti accorgi che vengono respinte non solo per un riflesso autodifensivo, o per malafede; è proprio che non capiscono.
Ed è chiaro come ciò testimoni la drammaticità di una situazione.

o' flop

o’ flop

Il forum al Mattino è stata una straordinaria occasione mancata, proprio per le mancanze. Anzi, diciamo pure le omissioni.
Un liet motiv di tutti gli interventi di parte istituzionale, ad esempio, è stato (as usual…) il mettere le mani avanti nelle più classiche forme (“certo si poteva fare meglio, ma…”, “i fondi a disposizione erano molto meno di quanto si era originariamente pensato…”, etc.). Ma soprattutto  in tanti – il commissario della Fondazione Pitteri, l’assessore Daniele su tutti – hanno addotto la giustificazione d’essere arrivati da poco. Come se questo fosse dovuto ad un evento misterioso quanto naturale, e non prodotto di scelte politiche pregresse, prima ancora che causa degli attuali deficit. Certo, questo vale a (parziale) assoluzione personale, ma appunto rimanda ad altre responsabilità, che invece nel corso del forum sono state totalmente ignorate. Nel fare la cronistoria del Forum, dall’assegnazione a Napoli sino ad oggi, c’è un pezzo che è stato clamorosamente nascosto sotto il tappeto! Si è incredibilmente omesso di dire che, dalla defenestrazione di Nicola Oddati in avanti, la gestione del Forum, da parte dell’amministrazione comunale guidata da De Magistris e di quella regionale guidata da Caldoro, è stata devastante.
Non si fatta menzione di come il Sindaco abbia voluto intestarsi in prima persona la supervisione della manifestazione, con l’evidente retropensiero di affidarne de facto la gestione al fratello Claudio, ed arrivando all’assurdo di tenerne fuori l’assessore alla Cultura dell’epoca (una delle ragioni per cui ho qui tante volte polemizzato con Antonella Di Nocera è stata proprio l’aver accettato questa situazione inconcepibile). Salvo poi, ovviamente, sfilarsi quando è stato chiaro che si stava delineando il flop di cui parla (solo oggi) il Mattino.
Non si è fatta menzione del balletto di nomine, che ha visto succedersi i nomi più disparati (e talvolta francamente improponibili) alla guida della Fondazione. Né degli innumerevoli ritardi, che hanno fatto sì che il Forum 2013 si svolgesse nel 2014. O dei numerosi richiami, talvolta francamente infastiditi, che sono arrivati dalla Fundaciò di Barcellona. O del fatto che, pur a fronte di una drastica riduzione dei fondi disponibili (da 200 a 16 milioni), la Regione Campania abbia comunque imposto una frammentazione del format, che si è voluto esteso a tutti i siti UNESCO, determinando così una decurtazione di oltre il 30% per la città di Napoli.

Nella ricostruzione di comodo venuta fuori dal forum del Mattino, resta spazio solo per poter rivendicare quanto si sia stati bravi – nelle condizioni date – a fare ciò che è stato fatto. Si prende cioè un pezzo fondamentale di storia della manifestazione, omettendone le responsabilità, per farne un alibi a fronte della mediocrità dei risultati. Da questo punto di vista, ciò che ha avuto luogo nella redazione del Mattino, mi sembra la prova generale per la narrazione successiva sul e del Forum. Non è un caso che, tra i protagonisti dell’incontro, la maggior parte degli intervenuti fossero ascrivibili al mondo istituzionale, e che quei pochi presenti che invece venivano dal mondo degli operatori culturali siano stati i soli a muovere chiare e precise critiche, ma nella sostanza sommersi da una maggioranza di interventi comprensibilmente tesi a difendere il proprio operato.
Del resto, come dicevo prima, era chiaro che, la sostanza di quelle critiche, risultava incomprensibile prima ancora di essere respinta pavlovianamente

D’altro canto, dov’era il Mattino in questi anni, quando si succedevano tutti i fatti che avrebbero poi – evidentemente – determinato quanto sta oggi puntualmente avvenendo? Dov’era quando da più parti si denunciava il flop prossimo venturo? Quando, a partire da questo blog, un gruppo di operatori culturali chiedeva a Barcellona di revocare l’assegnazione del format a Napoli?
Il Mattino era solidamente schierato a fianco del Sindaco, ovvero del responsabile n.1 del fallimento che oggi viene candidamente a denunciare. Come fare un’inchiesta su un delitto, senza mai citare l’assassino, o – se preferite – scrivere della costruzione della Reggia di Caserta senza mai fare il nome di Vanvitelli. Il massimo del giornalismo.

Ho già detto in altre occasioni che, a mio avviso, il fallimento del Forum vale da solo la condanna politica definitiva per questa amministrazione; tale e tanta è la sfilza di approssimazione, di incompetenza e di supponenza, messe in campo su questo tema, da meritare un bando dalla città, come usava una volta. Sfortunatamente, una politica strabica, che si aggrappa sempre al poco di buono fatto per giustificare la distrazione sul tanto di male, sembra pensarla diversamente. Dimenticando quel che si intende solitamente per poco di buono
Ancora una volta torno a dire: se il mondo della cultura non riesce a fare massa critica, se non riesce ad esercitare una pressione forte, chiara, coesa e preventiva, poi non si lamenti se la prossima amministrazione (a San Giacomo come a Santa Lucia) riproporrà sempre i soliti schemi, cambiando al più qualcuna delle facce che li rappresentano. Vuol dire che ce li meritiamo.

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Adda passà a nuttata

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In quest’ultimo mese, come ricordava ieri sul CormEz Antonio Polito, abbiamo assistito alla rappresentazione plastica della pochezza che caratterizza la classe dirigente napoletana.
Mesi, anni a dire che la giunta De Magistris è il peggio del peggio, e poi – quando sopraggiunge la sospensione dalla carica di sindaco in virtù della legge Severino – la montagna partorisce il topolino. Non una iniziativa politica seria, capace di innescare sulla momentanea crisi dell’amministrazione un processo di cambiamento. Solo balbettii, proclami, dibattiti involuti nel chiuso delle segrete stanze. Non una sola iniziativa pubblica, che puntasse a coinvolgere e mobilitare la cittadinanza. Non un passo capace di determinare la crisi anche formale del Consiglio. Nulla di nulla. Né a destra, né al centro né a sinistra.
Allora, mi sembra giusto – e tempestivo – fare alcune riflessioni più generali.

Eduardo, 30 anni fà...

Eduardo, 30 anni fà…

Com’è noto, sono da tempo un critico severo di questa amministrazione, a cui – credo argomentando sempre puntualmente – ho rimproverato sia la scarsa capacità amministrativa e politica, sia l’ingiustificata arroganza del suo dominus, sia una specifica serie di errori. Non sono quindi portato ad indulgere verso l’amministrazione arancione in alcun modo. Ciò nonostante, vogliamo dirci con altrettanta chiarezza e sincerità alcune cose – peraltro note, e sinanco palesi, ma che tendiamo tutti, per una ragione o per un’altra, a rimuovere?
Sul piano dei risultati amministrativi, sulla gestione della città, io non vedo un così significativo arretramento rispetto alla Napoli amministrata da Rosetta Iervolino.
Già allora, la città era mal governata, senza alcun disegno di prospettiva, con un Consiglio Comunale di infimo livello. Certo, la Iervolino era una politica ben navigata, e sapeva muoversi molto meglio di Giggino, sia in città che a Roma. E del resto, a differenza del nostro, aveva anche migliori e più numerose relazioni col mondo politico locale e nazionale. Ed aveva alle spalle un partito – una coalizione di partiti – all’epoca ancora radicati nel territorio, con un background di competenze e di esperienze che la pattuglia arancione nemmeno si sognava.
A parziale giustificazione di quest’ultima, d’altronde, va detto che il contesto generale in cui opera è significativamente peggiorato. Non solo per l’eredità politica ed amministrativa della giunta precedente, ma anche per nuovi elementi entrati nello scenario – una crisi devastante, che colpisce soprattutto al sud, il patto di stabilità che paralizza i comuni, etc.

Qual’è, dunque, la responsabilità maggiore, la più grave, che si possa imputare all’amministrazione De Magistris?
In poche parole, lo scarto enorme tra le promesse (e le speranze suscitate e cavalcate) e le realizzazioni. In questo scarto, si annida il colpo di grazia inferto alla speranza dei cittadini napoletani. E lì, in questa ennesima (e, almeno per il momento, definitiva) delusione, che sta la colpa grave di questa amministrazione. Più nello specifico, alla arroganza del primo cittadino (che con la sua personalità debordante ha plasmato tutte le giunte susseguitesi negli anni), si è affiancata la supponenza del ristretto circolo cui il sindaco attingeva per trovare i propri collaboratori. Con un atteggiamento un po’ grillino – nel senso più deteriore del termine – la presunzione di essere i migliori, e di essere quindi anche assolutamente capaci ed autosufficienti, ha accecato la Giunta Comunale, spingendola a chiudersi a riccio, da un lato sprezzante verso chiunque fosse, in qualsiasi modo, riconducibile alle forze che sostennero l’amministrazione precedente, dall’altro timorosa di restare stravolta da qualsiasi forma di apertura.
Una chiusura che si è manifestata non solo verso le forze politiche, ma anche verso i cittadini stessi, nei cui confronti – dopo una iniziale apertura anche un po’ demagogica – è poi scattato l’ostracismo.
La colpa grave, dunque, non è tanto aver amministrato male – in questo, inserendosi in un solco già tracciato almeno dalle due precedenti amministrazioni – ma l’aver ucciso la speranza di cambiamento.

D’altro canto, le opposizioni – tutte – hanno abbondantemente mostrato di essere solo peggiorate, rispetto a qualche anno fà, quando già furono sconfitte per via della propria scarsa credibilità. É innanzitutto loro responsabilità l’aver spinto la città tra le braccia di De Magistris. E nella loro crescente pochezza, potrebbe annidarsi nuovamente lo stesso esito, al prossimo giro.
Non è per nulla casuale che tutti facciano affidamento sullo schieramento ideologico dell’elettorato, piuttosto che su un progetto (ed un programma) per la città. Che la battaglia sia incentrata sui nomi, sulle persone, piuttosto che sulle idee. Con un ribaltamento di senso spaventoso – e pure ormai talmente ordinario da non stupirci più – si punta sul carisma personale invece che sull’interesse generale, sull’uomo (o la donna) capace di sedurre l’elettore piuttosto che su un’idea di città capace di convincerlo. É questo il quadro che si prospetta. La scelta, dunque, è allo stato ristretta tra la padella e la brace.

C’è, in Spagna, un movimento che si definisce Podemos (possiamo). E che, al di là di tutto, testimonia la capacità reattiva del popolo spagnolo, il suo non rassegnarsi all’esistente. C’è qualcuno che dice: prendiamo in mano il nostro destino, possiamo.
Qui invece continuiamo ad affidarci. C’è sempre un caro leader a cui ci affezioniamo ed a cui affidiamo il nostro futuro. Si chiami Berlusconi, Grillo o Renzi poco cambia (davvero molto poco…). Ma non è che siamo antropologicamente diversi dagli spagnoli, non è che non possiamo. Semplicemente, non vogliamo. Perchè è più comodo, e ci consente poi di sottrarci dalle responsabilità. Al peggio, ci riscattiamo con un Piazzale Loreto.
L’anima di questa città – tutta intera, quella più popolare e quella borghese – è stata interpretata meglio di chiunque altro da Eduardo. Se ne celebrano i trent’anni dalla morte in questi giorni. Ma davvero il suo lascito si esaurisce tra due opposti, tra la speranza inattiva de “adda passà a nuttata” ed il rinunciatario j’accuse di “iatevenne!”? Se così fosse, vuol dire che questa è una città impotente, in cui ciascuno sceglie per sé – che sia l’attesa o la fuga.
Ma siamo proprio sicuri, che non possiamo? Nemmeno per quattro giornate?…

Il paradiso può attendere?

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Tutti conoscono la famosa frase di Benedetto Croce, che definiva Napoli come “un paradiso abitato da diavoli”. É una di quelle locuzioni fulminanti, che si fissano nella memoria; e nel tempo è divenuta espressione paradigmatica del rapporto di amore/odio che molti napoletani hanno con la propria città.
Come molto spesso succede a questo genere di espressione, si tratta di una evidente forzatura, e non solo terminologica; se Napoli non riesce ad essere il paradiso che è, la colpa è di quei diavoli dei napoletani. Che per carità, ce ne mettono, di proprio! Ciascuno, infatti, pensa che i diavoli siano gli altri, ma spesso e volentieri – nel suo piccolo – non si nega più d’una diavoleria
Il punto è che in realtà c’è ben altro, e molto…, che determina questa caduta del paradiso.
Napoli, capitale del Mezzogiorno, è vittima solo in parte di se stessa, ma come tutto il Sud d’Italia paga il prezzo di decenni e decenni in cui la Repubblica ha considerato il meridione come una sorta di figlio illegittimo, una Cenerentola da tenere in cantina. Una politica che non ha mai voluto davvero lo sviluppo economico e sociale delle regioni meridionali. E di cui oggi arrivano a maturazione i terribili frutti.

Il paradiso può attendere?

Il paradiso può attendere?

É notizia di questi giorni: la pubblicazione del Rapporto Svimez ci presenta dati drammatici, che segnano una pericolosissima inversione di tendenza persino laddove il Sud esprimeva numeri positivi. Il tradizionale livello di natalità, da sempre più elevato nelle regioni meridionali, e che (con l’immigrazione) ha fatto da freno negli ultimi anni al crollo demografico nazionale, segna uno stop incredibile: nel 2013 i decessi hanno superato le nascite, per la prima volta dal 1861! Un fenomeno di tale portata si era verificato solo nel 1867 e nel 1918 cioè dopo due guerre, la terza guerra d’Indipendenza e la I Guerra Mondiale. Il rapporto Svimez segnala che “il Sud sarà quindi interessato nei prossimi anni da un stravolgimento demografico, uno tsunami dalle conseguenze imprevedibili, destinato a perdere 4,2 milioni di abitanti nei prossimi 50 anni, arrivando così a pesare per il 27% sul totale nazionale a fronte dell’attuale 34,3%”.
Ovviamente, questo calo demografico è conseguenza diretta dell’impatto devastante che la crisi economica ha avuto sul Mezzogiorno, già strutturalmente più debole. Lo scorso anno, 116.000 persone hanno lasciato le regioni meridionali per ragioni economiche, e le famiglie povere sono aumentate del 40%. Mentre principalmente su quelle regioni impatta il flusso dei migranti del Sud del mondo, che fuggono soprattutto dalle guerre e da regimi dittatoriali, da quelle stesse regioni ripartono a loro volta gli italiani, che fuggono la miseria. E a differenza degli anni ’50 e ’60 del novecento, quando l’emigrazione meridionale era prevalentemente composta da contadini che andavano a lavorare nell’industria o nelle miniere – a Torino e Milano, in Svizzera, in Germania, in Belgio… – oggi è significativamente composta dalle persone meglio qualificate. I laureati sono la componente che cresce di piu’, dai 17.000 del 2007 ai 26.000 del 2012, +50% in 5 anni.

La narrazione leghista, che negli ultimi decenni ha dipinto il Mezzogiorno come fosse – appunto – abitato (e governato) da diavoli, ha costituito il fondamento ideologico su cui si sono costruite le politiche di depauperamento ulteriore del Sud. Indipendentemente da chi governasse a Roma.
Tra il 2008 ed il 2013, su 985.000 persone che hanno perso il lavoro in Italia, ben 583.000 risiedono nel Mezzogiorno; dove, pur essendo presente appena il 26% degli occupati, si concentra il 60% delle perdite dovute alla crisi. Secondo Svimez, l’industria è quella che soffre di più (-53% gli investimenti in 5 anni di crisi, -20% gli addetti); i consumi delle famiglie crollano di quasi il 13% in 5 anni; gli occupati scendono a 5,8 milioni, il valore più basso dal 1977, e la disoccupazione corretta sarebbe del 31,5% invece che il 19,7%. Un ecatombe sociale.
Contro questo disastro, non solo non si vede uno straccio di politica capace di frenarlo, ma nemmeno un briciolo di attenzione – che non sia strumentale ed effimero. A Napoli, capitale del Mezzogiorno, si accapigliano per decidere se candidare De Luca o Cozzolino o un terz* candidat*, in grado di evitare la presenza dei primi due; il dibattito che appassiona è primarie si primarie no. Mentre Ventrella e Caldoro, dopo aver portato al collasso il trasporto pubblico regionale, ne hanno avviato la privatizzazione. Così che, domani, si ripeterà ancora una volta il canovaccio già visto: aumento delle tariffe, abbandono delle tratte meno redditizie, insomma come sempre in culo ai (poveri) diavoli!

Tragicomicamente, se il governo nazionale non sembra interessato al Sud più di quanto occorra per qualche veloce spot, e le classi dirigenti (?) locali sono forsennatamente concentrate sul proprio ombelico, i cittadini sembrano attoniti, distratti, sconfortati, scettici – ma mai abbastanza arrabbiati. Più che diavoli, anime ‘o priatorio
Ma se non parte da lì, da noi, il riscatto di queste terre non ci sarà mai. Altro che Terra dei Fuochi, qui all’orizzonte c’è la terra di nessuno, la desertificazione. Cacciare la testa sotto la sabbia non cancellerà il declino.
É questo – è adesso – il punto. O ci si rassegna all’idea che il paradiso può attendere (all’infinito), o si riprende in mano il proprio destino. Tertium non datur.

Written by enricotomaselli

29 ottobre 2014 at 12:49

Mi piacerebbe…

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Mi piacerebbe che qualcuno – serio ed affidabile, sotto ogni punto di vista – facesse un sondaggio in città, intervistando cittadin* e turist*, e ponendo loro tre semplici domande: sapete cos’è il Forum Universale delle Culture? sapete che si sta svolgendo a Napoli? avete partecipato anche ad uno solo degli eventi programmati?
Temo che le risposte sarebbero spaventosamente sconfortanti, ed inchioderebbero tutta la filiera dei responsabili all’evidenza di questo colossale fallimento. Tutti. Da Caldoro a De Magistris (1 e 2), dalla Miraglia a Di Nocera e Daniele, da Puca a Pitteri.
Credo che poche altre cose come questa, attestino l’assoluta insipienza delle classi dirigenti locali, che nel caso delle nuove si somma ad una plateale incompetenza. Pure, il fallimento era talmente annunciato, che non fa nemmeno scandalo. Alla fine si saranno buttai al vento 11 milioni di euro, per una serie di manifestazioni che, soprattutto per responsabilità di chi ne ha curato nel tempo la gestione, hanno coinvolto quasi sempre quattro gatti. E tutto questo, mentre si fa una lotta selvaggia contro gli sprechi tagliando a destra e a manca, e colpendo invece servizi essenziali come la sanità ed il trasporto pubblico. E sarà già tanto se anche questa insignificante kermesse non lascerà uno strascico di debiti non pagati. C’è chi attende da anni il pagamento di fatture, da parte della Fondazione Forum…
Non è un caso che alcuni eventi, annunciati con gran clamore – Fura dels Baus, Womad… – siano scomparsi dalla programmazione appena i relativi responsabili si sono resi conto di cosa rischiavano.

Matera Capitale Europea della Cultura 2019

Matera Capitale Europea della Cultura 2019

Cosa si muova, e come, dietro questi grandi eventi, sta venendo fuori in questi giorni a proposito della America’s Cup. Ne emerge uno spaccato di interessi privati, di favoritismi, di piccole meschinità, che anche se non sempre hanno rilevanza penale sono comunque sintomatici di un clima, di una modalità comportamentale. Perchè anche se fin troppo spesso si fa un uso peloso del richiamo al garantismo, con ogni evidenza la questione non è mai meramente giudiziaria. C’è – ci sarebbe… – una non meno importante questione di etica pubblica. Rispetto alla quale il richiamo difensivo alla formale liceità diventa un paravento intollerabile. Ma che si fa forza della garanzia di impunità, stante la mancanza d’ogni possibilità sanzionatoria.
C’è una sottocasta, una frotta di valvassini (rossi, azzurri o arancioni…) che sguazza nel sottobosco della politica e delle pubbliche amministrazioni, e che in un modo o nell’altro continua comunque a galleggiare, sfruttando il cono d’ombra della casta. Se non si procede ad un risanamento anche a questi livelli, ad una bonifica del sottobosco, difficilmente si arriverà mai ad una pubblica amministrazione sana, trasparente ed efficace, in grado di rispondere positivamente ai bisogni pubblici, non a quelli privati.

Eppure, non sarebbe stata impresa impossibile, fare un Forum – a Napoli – davvero universale. Piuttosto che questa semiclandestina serie di fatti e fattarielli.
Basta andare in questi giorni al Teatro Augusteo, vedere la sala piena come ogni anno di un pubblico attento, per capire come la città, se giustamente informata, sappia rispondere con entusiasmo al richiamo di un’offerta culturale di rilievo. Eppure Artecinema non dispone certo di undici milioni di euro… Ma dispone certamente della passione e della intelligenza di chi ci lavora.
O basterebbe guardare a come Matera, una cittadina del sud sperduto e marginale, abbia saputo costruire negli anni un percorso che l’ha portata poi a vincere il titolo di Capitale Europea della Cultura 2019. Mi chiedo se qualcuno – tra i tanti che hanno gestito il Forum napoletano – ha mai pensato di conoscere e studiare le best practices seguite in altre città per organizzare e gestire eventi di questo tipo. Se qualcuno, con un po’ d’umiltà, l’avesse fatto, forse oggi non saremmo di fronte a cotanto fallimento.
Passato quest’annus horribilis, del Forum non rimarrà traccia alcuna. Nessuna ricaduta positiva sulla città e sui napoletani, né in termini di crescita culturale né in termini di crescita economica.

Mi piacerebbe che qualcuno – serio ed affidabile, sotto ogni punto di vista – facesse un’inchiesta giornalistica su questo. Che invece di mettere sotto il mirino i (pur veri) difetti dei napoletani, mettesse in luce limiti ed errori (a dir poco) dei pubblici amministratori. Mi piacerebbe una puntata di Report dedicata al Forum delle Culture, piuttosto che alla pizza, al Rione Traiano o a Genny a carogna.
Mi piacerebbe che la città avesse uno scatto d’orgoglio, e riuscisse a manifestare la propria stanchezza, la propria indisponibilità ad accettare rassegnatamente il declino, quasi fosse scritto nel suo DNA.  Mi piacerebbe non tanto l’ennesima discesa in campo della società civile, che il più delle volte, alla prova dei fatti, s’è rivelata peggiore di chi voleva emendare, quanto un nuova capacità di inchiodare la politica alle sue responsabilità. Mi piacerebbe che si esercitasse una pressione, e che questa pressione determinasse l’emergere di candidature credibili, sia per il rinnovo del Presidente della Regione che per il Sindaco di Napoli.

Mi piacerebbe, ma non ci credo.

Genova per noi

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Non è la macchina del fango, non nasce nelle redazioni o nelle segrete stanze del potente di turno, e soprattutto non si abbatte su una sola persona. Ha però la stessa precisione, la medesima ripetitività. Immancabilmente, si ripresenta. In un paese dove il dissesto idrogeologico si accompagna (ed in buona parte consegue) ad un dissesto civile, dove la corruzione e l’inefficienza pubblica si somma ad una miriade di egoismi ed interessi privati, sembra quasi non esserci speranza di sfuggire alla marea del fango.
Ma in questo momento, non è su ciò che vorrei soffermarmi. Ci sono altre due o tre cose, che mi interessano.

La meglio gioventù

La meglio gioventù

La prima. La crisi della rappresentanza, quando la situazione raggiunge punti di rottura, si manifesta in tutto il suo brutale massimalismo. Non ce n’è per nessuno.
Doria è un sindaco eletto dal centrosinistra – anche se, con una qual certa approssimazione, la stampa tende a definirlo come arancione; un termine che genera associazioni mentali errate. Il sindaco arancione per eccellenza, infatti, è Luigi De Magistris, che fu eletto sì con i voti di buona parte dell’elettorato di centrosinistra, ma che si era candidato in contrapposizione a questo. Gli altri sindaci, a lui impropriamente apparentati (Pisapia a Milano, Doria a Genova, Zedda a Cagliari…), sono infatti eletti da coalizioni di centrosinistra, con l’unica anomalia di essere risultati vincenti alle primarie pur non essendo del PD, ma indicati da SEL.
Doria non è un sindaco che ha malgovernato la sua città. Ma quando i torrenti tracimano ed il fango invade le strade, la rabbia dei cittadini si indirizza anche contro di lui. Gli si rimprovera persino che fosse a teatro, la sera dell’alluvione. Laddove non essendoci stata alcuna allerta meteo, non si vede cosa ci sia di particolarmente strano. Ma la pazienza dei cittadini è già normalmente ai livelli di guardia, e basta poco a farla tracimare; proprio come le acque che scendono a valle.
Se non si mette seriamente mano a ciò, a rimediare alla crisi della rappresentanza politica, i danni provocati dal maltempo sembreranno poca cosa al confronto. E sono le amministrazioni locali le più esposte, strette nella morsa degli enormi tagli ai trasferimenti di risorse da parte dello stato, e la condizione di prossimità ai cittadini, che ne fa il bersaglio primario. Occorre un cambiamento nel rapporto tra stato centrale ed amministrazioni locali, ma non meno importante, occorrono amministratori straordinariamente capaci.
Valga come memento a chi si appresta a selezionare le candidature per le prossime elezioni locali a Napoli ed in Campania.

La seconda. Il dissesto del territorio è un problema pluridecennale, ma ogni qualvolta che si produce una tragedia, tutto si risolve in un po’ di ammuina sui TG, e poi passata la festa gabbato lo santo
Facile, quindi, marcare una differenza assumendo invece (qualora stavolta lo si faccia davvero) delle decisioni operative. Ma non meno importante è quali decisioni si assumono, in quale direzione viaggiano. Se – come sembra emergere in questo caso – talvolta i problemi sorgono da una lentezza burocratica, la soluzione non può essere l’azzeramento delle procedure normali. Dietro ogni eccezione alla norma – e c’è una lunga casistica a dimostrarlo – sempre si annida la corruzione e l’abuso. La questione, infatti, non è l’esistenza di una serie di passaggi procedurali, ma la loro lentezza. Che non è intrinseca, ma deriva da una precisa volontà politica. Perchè la possibilità di velocizzarli ad hoc consente l’uso discrezionale del potere. Nega l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
La soluzione, quindi, non può essere bypassare le norme, ma renderne veloce l’applicazione. Ad esempio, garantendo per legge una corsia preferenziale per tutto ciò che riguarda le dispute civili in materia di opere pubbliche, ed imponendo tempi certi. E magari, per disincentivare i ricorsi facili, forti penalità per chi dovesse perdere il ricorso. Il cambiaverso renziano, invece, sembra andare nella direzione di sempre. L’eccezionalità. Il decreto Sblocca Italia, infatti, con cui il governo vuole affrontare anche l’emergenza genovese, è un decreto sblocca cemento, che reitera la logica dell’aggiramento delle norme in nome dell’urgenza, e che – come denuncia Carlo Petrini – aumenterà l’impatto della cementificazione sul territorio.

La terza. Da decenni, e con particolare accanimento durante l’ultimo ventennio, la devastazione del territorio, anche da parte dei cittadini, è stata enorme. Tra condoni edilizi, leggi ad hoc, commissariamenti vari – per non parlare di quel mostro in cui, in epoca berlusconiana, è stata trasformata la Protezione Civile – sono stati assestati colpi durissimi al territorio della penisola. Avviare una politica che ponga rimedio ai danni fatti, non solo è estremamente urgente, ma richiede una consapevolezza diffusa. Non può veramente attuarsi, se non si riesce contemporaneamente a far giungere, sino all’ultimo cittadino dell’ultimo comune, la consapevolezza che l’urbanizzazione selvaggia e lo sfruttamento fuori norma rappresentano una concreta minaccia alla sicurezza della collettività.
Non basta una politica diversa, che si concretizzi in un diverso orientamento legislativo, finalizzato alla riduzione del consumo di suolo. Occorre una responsabilizzazione dei cittadini, che non può non partire dalla scuola, perchè maturi un diverso, più responsabile approccio a queste problematiche. Avendo come faro l’art.9 della Costituzione, che ci impone la “tutela del paesaggio”.

Infine. L’arrembaggio grillino a Genova, con la calata (in favore delle odiate telecamere…) dei parlamentari a spalare fango, e con l’unico scopo di soffiare sciacallescamente sulla rabbia della cittadinanza, è un esempio da manuale della cattiva politica che dovrebbe scomparire dal nostro orizzonte. Se proprio avessero sentito questo dovere morale, l’avrebbero dovuto fare subito ed in silenzio, non dopo l’annuncio urbi et orbi del Grillo Parlante al Circo Massimo.
Per fortuna, e senza alcun clamore mediatico organizzato, a Genova sono andati anche tantissimi ragazzi da tutta Italia. Gli stessi che pochi giorni prima, ciascuno nella sua città, erano scesi in piazza contro la riforma della scuola proposta dal governo.
Quasi 50 anni fa, altre ragazze e ragazzi andarono a Firenze per liberarla dal fango. Anche da lì, da quell’esperienza comunitaria e di servizio, nacque due anni dopo il ’68 italiano. La prima vera spinta all’apertura ed alla modernizzazione della società italiana, dal dopoguerra. Un germe da cui nacquero successivamente molti dei diritti civili, non ultimo quello Statuto dei Lavoratori che ora si vuole smantellare definitivamente.
Con buona pace delle destre vecchie e nuove, che l’hanno sempre visto come il fumo negli occhi, e dei rinnovatori renziani, che nella propria incapacità di leggere la storia del paese lo identificano assurdamente con la conservazione.
Sarebbe bello se, nelle strade infangate di Genova, mettessero radice i fermenti per un altro movimento come quello. Non sarebbe nemmeno la prima volta, che Genova dà un segnale forte all’Italia.

Amaro 18

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#RedditoVsLavoro #LavorareMenoLavorareTutti

Dice Renzi che il fiscal compact e l’obbligo del 3% sono cose pensate 20 anni fa, e che da allora il mondo è profondamente cambiato. Però dice anche che l’Italia è in deficit di credibilità, e quindi deve rispettarli. Cioè quelle sono cazzate, e per dimostrare che siamo un paese serio le faremo senza storie.
Potrebbe apparire una stravaganza, ma in effetti – dal punto di vista del premier – non lo è poi tanto. Come dice Gilioli, “Renzi è uno straordinario ed efficace improvvisatore”. Dunque per lui il problema non è la coerenza tra premessa e conclusione, ma dare un colpo al cerchio ed uno alla botte. Da un lato denuncia le regole dell’austerity in salsa europea, per ammiccare all’opinione pubblica che non le digerisce affatto, e dall’altro ne esegue i dettami per non perdere il fondamentale supporto di Merkel & co.
Così si spiega anche tutta la vexata questio dell’art. 18, con la sua accelerazione sia sul piano mediatico che legislativo, ed al tempo stesso la estrema vaghezza con cui sui muove il presidente del consiglio. Perchè se il suo governo fa “in prevalenza cose di destra. Non (è) perché lui lo sia, ‘di destra’: lui è solo ‘di Renzi’. Ma perché nel frattempo la politica ha perso potere” (dice ancora Gilioli).

"Io sono io, e voi non siete un c...."

“Io sono io, e voi non siete un c….”

Nella sua ansia decisionista, ma del tutto priva di una qualche visione che non sia se stesso a Palazzo Chigi, il premier non ha infatti altra chance che quella di adeguarsi ai voleri dei paesi forti dell’Unione Europea. Dando però al contempo l’impressione di avere una propria politica autonoma.
É così che nasce (e cresce) quello sgorbio del Jobs Act. Dopo aver giocato al dico-non-dico per un mese o giù di lì, il governo va alla forzatura proprio alla vigilia del summit europeo di Milano, dove Renzi sente il bisogno di giocarsi una qualche carta. Per ottenere ciò – senza dimenticare l’opportunità di umiliare la dissidenza interna… – il capo del governo mette in campo un mostro informe; dimenticando la ripartizione costituzionale dei poteri (non lui per primo, va comunque detto…), in base alla quale il potere legislativo spetta al Parlamento, mentre al governo spetta quello esecutivo (cioè, esegue quel che decidono le Camere), il governo si fa promotore di una legge in una materia delicatissima come il lavoro, con l’intenzione dichiarata di intervenire anche su temi controversi come l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. Non pago, presenta al Senato un testo che contiene poche e vaghe indicazioni generali, riservandosi di definirne successivamente i contenuti con una legge delega, e poi su questa chiede persino il voto di fiducia. Insomma, col ricatto della crisi di governo, pretende di avere carta bianca.

Ma l’art. 18 è un feticcio, un totem, che ha una duplice funzione nell’ambito dello scontro politico in atto. Tutti (ma proprio tutti…) sanno che, tanto più dopo la riforma Fornero, l’art. 18 è stato già ampiamente depotenziato, e per di più riguarda solo una parte dei lavoratori dipendenti. Così come tutti sanno che non c’è alcun nesso tra questo ed i livelli di occupazione. Da un canto, quindi, serve a segnare un ulteriore vittoria, di grande valore simbolico, per le destre europee ed italiane, che a vario titolo sostengono il governo. E dall’altro, serve ottimamente ad incastrare le sinistre in una battaglia che si può presentare come conservatrice.
E come fu già per la scala mobile, anche questa rischia di essere una battaglia persa in partenza, per queste ultime.

Perchè si è scelto un (pur giusto) approccio difensivo. Quando si sarebbe dovuto anticipare l’avversario, e scegliere un approccio propositivo, porsi all’offensiva.
Prima che partisse l’attacco all’art. 18, si sarebbe dovuta aprire una grande vertenza politica per estenderlo a tutti i lavoratori, indipendentemente dal tipo di contratto e dalla dimensione aziendale. E si sarebbe dovuto fare sin dal governo Monti. Purtroppo, le sinistre politiche e sindacali erano in gran parte succube dei diktat europei, ed hanno tiepidamente ingaggiato la solita battaglia di retroguardia, ispirata alla logica della riduzione del danno – il cui risultato è, sempre, un danno dopo l’altro.
Ma il tema vero, oggi, non l’art. 18. Anche se è giusto battersi per mantenere questa garanzia, ed ancor più giusto sarebbe battersi per estenderla universalmente, la vera questione sul tappeto è il reddito, non il lavoro.

Non c’è solo la crisi economica, ad incidere così brutalmente sui livelli di occupazione. C’è la globalizzazione, che rende disponibili bacini di forza lavoro immensi ed a basso costo. C’è la finanziarizzazione, che distrae i grandi capitali dagli investimenti produttivi, indirizzandoli verso la speculazione. C’è la rivoluzione tecnologica (hardware e software) che in misura crescente sostituisce l’uomo con le macchine, in ambiti produttivi sempre crescenti, anche cognitivi. Tutti processi non meramente contingenti, e che – governati dalle destre liberiste – hanno prodotto non solo una caduta tendenziale dell’occupazione, ma anche un allargamento della forbice sociale ed una concentrazione della ricchezza in poche mani.
Dunque, una battaglia per il lavoro, senza ridiscuterne profondamente la natura, significa collocarsi ancora una volta in retroguardia – con quel che segue…

Servono invece politiche capaci di produrre redistribuzione del reddito, perchè – tra l’altro – senza una ripresa del mercato interno l’economia si avvita su sé stessa. Ma la soluzione non può essere il reddito di cittadinanza, che per sua natura può rispondere ad un problema limitato (per quantità o nel tempo), ma non reggerebbe in una prospettiva di lunghissimo periodo. Insomma, non si possono affrontare le questioni del lavoro e del reddito senza avere a mente le trasformazioni profonde che sono intervenute – e che ancora non hanno finito di manifestarsi. Perchè la flessibilità e la precarietà erette a sistema, persino in una prospettiva liberista, sono soluzioni di corto respiro. Torna quindi di estrema attualità un’altra prospettiva; affacciatasi tempi addietro, anticipando i problemi del presente.
C’è un solo modo per tenere insieme redistribuzione del reddito e ripresa dell’occupazione. Ridurre l’orario di lavoro.
Restituire tempo alla vita, sottraendolo alla produzione. Impiegare tre dove oggi sono due. Insomma, lavorare meno per lavorare tutti. É, questa, l’unica prospettiva per il futuro.

La sindrome del #gomblotto

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#gomblotto #poteri forti #stereotipo

L’idea che dietro gli avvenimenti ci siano congiure e complotti, è vecchia come il mondo. Storicamente, essa nasceva soprattutto nelle corti e nelle aristocrazie, laddove questa era effettivamente la modalità corrente attraverso la quale si operavano le rotture nei normali schemi politici e di potere. Era, insomma, un modo di agire – e, quindi, di pensare – che si collocava in seno alle elites. Poi in epoche moderne, questa chiave di lettura è diventata – coerentemente – patrimonio tipico del pensiero di destra, per il quale infatti la storia è sempre prodotta dalle elites, comunque da piccoli gruppi.
In epoche ancor più recenti, però, questa sindrome ha preso a diffondersi anche fuori da quell’ambito politico-culturale, raggiungendo ampi settori di opinione pubblica. Il complotto, infatti, ha una doppia valenza: fornisce una spiegazione semplicistica degli avvenimenti (laddove invece la storia umana è sempre caratterizzata dalla complessità), ed al tempo stesso identifica un responsabile indefinito (i poteri forti…) su cui scaricare la rabbia, ma che – per la sua indeterminatezza – consente anche di eludere la possibilità di dover agire concretamente contro di esso. La sindrome del complotto, insomma, il più delle volte produce frustrazione ed inazione, e confonde le idee.
C’è ovviamente un uso strumentale della teoria del complotto, diventato ormai quasi una prassi per molti politici. Rinviare la responsabilità dei propri fallimenti alle oscure manovre dei poteri forti (questo è il topoi), ovvero ingigantire la propria figura ergendosi come colui/colei che li sfida, è ormai entrato nei classici della politica italiana.

L'icona per eccellenza

L’icona per eccellenza

C’è tuttavia una meno marcata manifestazione di questa sindrome, e se n’è visto l’effetto – negli ultimi tempi in modo particolare – qui a Napoli. La sensazione dell’accerchiamento, dell’accanimento contro la città – di là dall’uso ancora una volta strumentale che può essere stato fatto da qualche politico – si è infatti diffuso largamente. Che si tratti della fiction Gomorra o di un servizio giornalistico sul Rione Traiano, della vicenda di Ciro Esposito o di una puntata di Report sulla pizza, è scattata la reazione “ce l’hanno con Napoli”.
La prima domanda quindi è: davvero c’è un complotto (mediatico, politico, antropologico…) contro Napoli?
Io penso che siamo solo in presenza di pregiudizi. Pregiudizi negativi, il più delle volte, di chi guarda alla città da lontano ed attraverso le cronache; pregiudizi positivi, di molti suoi cittadini, sempre pronti a ricorrere (magari solo come reazione) alla retorica stantia della città più bella del mondo.
In realtà, Napoli è città di grandissima complessità. Storica, e via via accentuatasi. E che quindi, ancor più di altre città, stenta ad essere compresa (contenuta e capita) all’interno di categorie pregiudiziali.
Necessita d’altro. A partire proprio dalla rimozione dei pregiudizi, d’entrambe i segni.

La seconda domanda è: perchè allora gli altri vedono Napoli in un ottica (prevalentemente) negativa?
La (mia) risposta è perchè Napoli si nutre di stereotipi. Una città, ripeto, di grande complessità – storica, culturale, sociale – in cui le diverse stratificazioni che la compongono non sempre sono decifrabili ad uno sguardo superficiale, ma che tende a vedersi e rappresentarsi attraverso stereotipi, il più delle volte stantii. Ovviamente, ogni località famosa nel mondo si fissa nell’immaginario collettivo attraverso degli stereotipi. Che sono la versione semplificata di certe caratteristiche. Semplificata, ma anche accentuata. Il problema è che gli stereotipi napoletani sono per lo più vecchi e negativi. E Napoli (i napoletani) è artefice di gran parte dei propri stereotipi, e li rumina compiaciuta.

La questione vera, dunque, è come la città si percepisce, e dunque come si racconta. Insomma, oggi che la pizza è diventata un food globalizzato, può ancora avere un senso farne un’icona della città?
La narrazione di Napoli va insomma ripensata e ricostruita. Se ne è parlato, tra l’altro, in uno dei tavoli della Fonderia delle Idee (prevedibilmente già finiti nel dimenticatoio). Ma questo processo di ri-costruzione non può essere un operazione di vertice, scaturita dall’azione di una elite (ancora una volta…), altrimenti non funzionerebbe. É un’operazione assai articolata, che richiede tempo e partecipazione. E non può nemmeno essere predeterminata. Una nuova narrazione napoletana non può che nascere dalla città nel suo insieme, e quindi non può essere disegnata a tavolino. Non si tratta infatti di creare un’immagine positiva della città, ma di sviluppare la capacità di raccontarne diversamente la realtà. A partire dal fatto che la sua natura è fortissimamente caratterizzata dalla complessità, che però non va più pensata (e presentata) come problematicità ma come ricchezza.
Non è a partire dalla contrapposizione di una Napoli onesta contro quella criminale, della gente perbene contro malamente e marginali, delle eccellenze contro i fallimenti, che si potrà costruire una trama diversa. Perchè sarebbe monca, dunque falsa. Raccontare non un’altra Napoli, ma raccontare altrimenti Napoli, è un processo che deve partire dall’inclusione. Quella trama va tessuta con tutti i fili della città, nessuno escluso. E dev’essere un racconto in cui la città, tutta, si riconosca.

Written by enricotomaselli

6 ottobre 2014 at 14:53

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