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Margini

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Il rischio maggiore della globalizzazione informativa è l’overflow, la superficialità come conseguenza della sovrabbondanza. Siamo continuamente bombardati da un flusso costante di notizie (di cui, peraltro, spesso una parte considerevole è del tutto futile, mentre altre davvero rilevanti restano ai margini), che finisce con l’impedire la riflessione, almeno sui fatti più importanti.
Mi viene in mente l’immagine della performance di una brava artista italiana, in cui lei cerca di truccarsi dopo essersi applicata degli elettrodi alle braccia, attraverso i quali riceve costanti impulsi che le fanno contrarre gli arti. Il continuo input di notizie agisce come quegli elettrodi, ci impedisce spesso di ragionare su quelle stesse notizie, di discernerle, di trarne un output razionale e consapevole.
In questo, ovviamente, anche grazie a media che, anche laddove non siano mossi dai rispettivi interessi padronali, considerano l’informazione un prodotto piuttosto che un servizio, e quindi tralasciano sempre più l’approfondimento, in favore della volatilità all-news. (E, usi come siamo a non farci mancare nulla, anche in questo brilliamo in peggio).

Ecco quindi che la brexit giunge a proposito, per glissare su ogni ulteriore analisi relativa al recente voto amministrativo in Italia; e magari, da domani, sarà il voto spagnolo a cacciar via la brexit.
E invece tutto questo, se fosse messo in prospettiva, se se ne rilevassero le connessioni, cercando di individuarne il fil rouge, potrebbe essere utile a tutti.
Si è provato a leggere il risultato del referendum britannico attraverso una chiave generazionale, giovani vs anziani, salvo poi scoprire che i primi si sono per lo più astenuti. Si è quindi passati a quella che pare essere la (pseudo) chiave di lettura preferita dell’oggi, ovvero il mantra del populismo (con il suo corollario, l’antipolitica).
Ma, al di là del fatto che, sotto questo ombrello si mescola un po’ di tutto (e di molto diverso), l’operazione rimane, almeno parzialmente, truffaldina. Perchè se di populismo si può parlare, a proposito delle politiche di Lega Nord, Front Nationale ed UKIP, poichè le rispettive leadership sfruttano chiaramente le paure e le incertezze diffuse, certamente ciò che fa crescere il consenso per queste forze ha delle spiegazioni, che non si possono eludere con l’alibi del populismo. Insomma, il pesce abbocca all’amo perchè la (finta) mosca è l’unica cosa commestibile che riesce a vedere.

Quando un anno fà la Grecia veniva strangolata, per aver osato ribellarsi (moderatamente) alla troika, nessuno in Europa se ne preoccupava più di tanto. La stessa sinistra, che su sollecitazione dei greci predisponeva liste in appoggio per le elezioni europee (Syriza aveva ben chiaro che la partita da giocare a Bruxelles era dura assai, e cercava di creare un fronte di sostegno), non fu capace di alcuna seria mobilitazione. Poiché nessuno manda i sui figli a studiare ad Atene, invece che a Londra, e magari così le vacanze a Mykonos costeranno meno… chissenefrega.
Il problema sono i brits, che dicono #ciaone alla UE.
Ma a dominare è sempre il medesimo criterio: la volontà popolare, la democrazia, sono una bellissima cosa finché si esprime in modo compatibile con gli interessi di ristrettissime oligarchie economiche – e di quelle politiche che le seguono (e ne eseguono i desiderata).
Scrive il Corriere della Sera, a proposito delle elezioni spagnole: “Ci vuole un esecutivo stabile per reggere l’impopolarità delle politiche di austerità che chiede ancora Bruxelles.”
Se le politiche sono impopolari, significa che il popolo (sovrano!) non le vuole. Quindi non ci vuole un governo che le esegua, ma al contrario bisogna imporre a Bruxelles un governo che esprima ed esegua la volontà popolare. Punto.

Per questo, non c’è direttorio che tenga. Non è cooptando Renzi al tavolo buono, che Merkel ed Hollande potranno affrontare e risolvere questo nodo. Angela e François sono i capofila delle politiche impopolari – basti vedere ciò che sta succedendo in Francia; e Matteo a sua volta non è che il parvenu, elevato di rango solo per necessità, ed in virtù del fatto d’essersi ampiamente dimostrato interno alle logiche dell’austerity (supinamente accettate in cambio di un po’ di flessibilità nell’applicarle in casa).
Non è l’Europa, ad essere in pericolo; sono le oligarchie che la dominano, che rischiano di perdere (almeno in parte) il proprio potere.
Contro questa possibilità, si può starne certi, si batteranno duramente. E lo spettro del populismo sarà l’arma che brandiranno. Il rischio, quindi, è rimanere chiusi nella tenaglia, tra due ganasce che agiteranno ciascuna la paura (dell’altro). Tra Salvini e Le Pen da un lato, Renzi e Hollande dall’altro. Tra chi predica l’esplosione identitaria e centrifuga dell’Europa, e chi lo stringiamoci a coorte conservatore e contripeto.

Per non rimanerne soffocati, per riannodare i fili che passano per Berlino e Parigi, per Atene e per Roma, per Madrid e per Londra – e sì, anche per Napoli – non c’è altra via che ripartire dal basso. Da quanti sono ai margini del potere. E che, oggi, sono larghissima maggioranza.

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Per chi non si rassegna

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“Ce lo chiede l’Europa” è il mantra delle classi dirigenti degli ultimi anni. Quanto più, nei fatti, l’Unione Europea appare allontanarsi dai suoi ideali, rivelandosi sempre meno unione, tanto più viene usata come alibi da classi dirigenti mediocri se non del tutto incapaci. Naturalmente l’alibi (e l’Europa) viene invocato solo quando fa comodo…
Perchè poi l’Europa ci dice – ci chiede – tante cose, sulle quali invece si glissa agilmente, magari perchè in contrasto con le idee o gli interessi elettorali della consorteria pro-tempore al governo del Paese. Salvo poi magari pagare multe salate, con i soldi dei cittadini, per le inadempienze di cui non si parla.
L’Europa ogni tanto ci rammenta anche chi (come) siamo. Ci fa una radiografia.
E così, mentre alcuni cantori della rivoluzione arancione continuano a descrivere la città come un luogo tutto sommato felice, e comunque saldamente sulla strada della rinascita, ecco che ti arriva un’indagine della Commissione Europea, che ci restituisce il feedback reale: preceduta solo da Atene e Palermo, Napoli è in fondo alla classifica in termini di indicatori sociali, economici e ambientali. La classifica, costruita a livello continentale sulla base delle opinioni espresse dai cittadini, registra il livello di insoddisfazione rispetto alla qualità della vita. Non che noi non lo sapessimo già, ovviamente; ma ora ce lo dice l’Europa
Naturalmente, non crederete che qualcuno se ne preoccuperà, che avvertirà l’impellente esigenza di porre mano a politiche capaci di invertire la rotta… Intendiamoci, io non condivido l’animosità iconoclasta che va sotto il nome di antipolitica. Non credo siano tutti ladri e/o in malafede. Penso – constato, direi… – che il più delle volte non siano all’altezza dei compiti.
Quando sento dire che a Napoli si pensa di investire altri 8 milioni di euro per ampliare la pista ciclabile (già costata 1 milione), non mi viene in mente che siano disonesti, ma che non sanno quello che fanno.

Ciclabile?

Ciclabile?

Il che, chiaramente, è per certi versi anche peggio…
Ma sarebbe un grave errore, così come lo è l’indiscriminatezza dell’antipolitica, credere sia un problema ristretto al solo ceto politico. Purtroppo, sono le classi dirigenti – nel senso più ampio del termine – ad essere inadeguate. La scorsa settimana, scrivevo a proposito di questo maledetto equivoco, quest’eterno ritorno dell’equazione cultura = petrolio. Poi leggi le cronache, e scopri che il professor Louis Godart, per trent’anni docente alla Federico II ed ora Consigliere per la conservazione del patrimonio artistico del Presidente Giorgio Napolitano, presentando una guida a Palazzo Serra di Cassano (sede dell’Istituto degli Studi Filosofici, ed ora anche museo), dichiara: “il nostro patrimonio culturale dev’essere petrolio per lo sviluppo economico delle regioni” *. E ti cadono le braccia.
Negli stessi giorni, leggo su il Mattino, a firma di Angelo Petrella, un fondo di commento all’indagine Quality of life in cities cui accennavo prima. Secondo lo scrittore posillipino, “Napoli non ha mai vissuto un periodo così ricco e produttivo, dal punto di vista culturale”.
Ora, io mi rendo conto che Petrella è giovane, e che quando Napoli viveva davvero una stagione di ricchezza culturale lui era un bambino, ma la memoria storica dei fatti non può essere fatta coincidere con la memoria personale. In certi casi, quantomeno informarsi è d’obbligo. Del resto, secondo Petrella, questa ricchezza in cosa consisterebbe? Nel fatto che “i produttori tutti vogliono girare un film o una serie tv ambientati nel nostro territorio, gli editori sono costantemente a caccia di idee e autori napoletani, gli studenti vengono persino dal nord Italia per studiare all’Orientale, e gli skipper della Coppa America ricordano a distanza di mesi con nostalgia l’accoglienza e l’entusiasmo mostrato dalla cittadinanza” **. Se questa è l’idea di ricchezza culturale degli intellettuali napoletani, stiamo messi proprio bene…

L’ho detto e lo ribadisco: non mi piacciono le generalizzazioni, soprattutto quelle sbrigativamente negative, che tendono a risolvere sparando nel mucchio. Ciò detto però, devo confessare che la mia personale opinione sulla borghesia napoletana (intesa come fenomeno sociale, e quindi a prescindere dalle singole individualità) è francamente pessima. Penso anzi che sia una delle cause principali dell’eterno malessere che affligge la città.
Anche se da questo humus poi vengono anche le iniziative migliori. Una per tutte, e solo perchè si svolge in questi giorni, ArteCinema.
C’è però in effetti un’altra ragione, per cui mi piace citare questa (sempre preziosa) rassegna. E che non è il folto pubblico che la segue ogni anno, testimonianza di una parte di città che non si rassegna. Nel programma di quest’anno, infatti, c’erano due brevi filmati a mio avviso di grande interesse. Mi riferisco a Dammi i colori, dell’artista albanese Anri Sala, che racconta l’esperienza di un’altro artista, Edi Rama, come sindaco della città di Tirana; ed alla presentazione di quell’esperienza fatta da Rama stesso, al TED di Atene. Un’esperienza di trasformazione della città, che tra l’altro mi ricorda molto quanto stanno facendo gli artisti olandesi Haas & Hahn (Jeroen Koolhaas e Dre Urhahn), in Brasile. E che si riallaccia a quanto face a suo tempo Antanas Mockus a Bogotà, di cui avevo già scritto; la trasformazione sociale (e urbanistica, ed economica) di una città, usando l’arte, la bellezza, come potente strumento di cambiamento. Il tutto, ovviamente, con scarse risorse economiche a disposizione.

Il cambiamento, lo ripeto da tempo, non è (solo) questione di soldi, ma soprattutto di idee. Ovviamente, di buone idee. Qualcosa di cui, purtroppo, sembrano scarseggiare i nostri amministratori. Eppure… Eppure non è poi così difficile – e non si tratta ovviamente di copiare pedissequamente le esperienze di Bogotà, di Rio o di Tirana; ma di avere la stessa capacità creativa di approccio. Lo stesso coraggio. Perchè è chiaro che dipingere di arancione qualche chilometro di marciapiedi non è la stessa cosa che colorare una città. E perchè non è questo lo scarto che occorre per innescare il cambiamento, qui ed ora. Probabilmente, quindi, questa iniziativa deve partire dal basso, dai cittadini. Occorre che almeno una parte delle persone e delle iniziative positive presenti in città, facciano uno sforzo per superare questa dimensione frammentata, facciano rete. Magari, provare quanto meno a parlarne. Per chi non si rassegna.

* la Repubblica, Louis Godart: “i beni culturali sono il vero petrolio d’Italia”, 8 Ottobre 2013
** 
il Mattino, Napoli invivibile ma fa cultura, 10 Ottobre 2013

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