enricotomaselli

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Sul ‘chi’ e sul ‘come’…

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Nel processo che sta attraversando la città di Napoli (e non solo), che si segnala per una rinnovata partecipazione dal basso ai processi politici ed amministrativi, si è nei giorni scorsi segnata un’altra tappa, ovvero la co-convocazione (da parte dell’amministrazione comunale e dei movimenti) di un tavolo di confronto comune, destinato ad aprire una fase nuova ed ulteriore, quella che apre il percorso che porta dall’ascolto alla decisione. Ovvero, la definizione degli strumenti e delle modalità attraverso i quali i cittadini possano esercitare direttamente un potere decisionale.massa-critica-ph-Mario-Spada

Nel corso di questo incontro, sono emerse alcune questioni cruciali, che attengono non solo agli aspetti pratici e/o giuridico-formali, attraverso i quali il suddetto processo deve andare a sostanziarsi, ma anche questioni – potremmo dire – di principio.
Una prima questione, quindi, è quella che inquadra politicamente questo (seppur parziale) passaggio di poteri. In passato si è in più occasioni parlato di cessione di sovranità, da parte dell’amministrazione pubblica, e quindi è sicuramente apprezzabile lo sforzo di avanzamento linguistico con cui il Sindaco ha parlato invece di consegna di sovranità.
Purtuttavia, credo sia necessario dire con chiarezza che, in entrambe i casi, siamo in presenza di espressioni improprie, il cui uso rischia di inquinare concettualmente ciò di cui si sta parlando – e che, soprattutto, si sta praticando.
Il punto è che la sovranità appartiene già ai cittadini, sulla base del dettato costituzionale – cioè del patto fondativo della Repubblica. Ciò che si sta cercando di praticare a Napoli, così come altrove, quindi, è qualcosa di diverso. Si tratta di un processo di restituzione di pezzi di sovranità direttamente ai cittadini, che si è avviato in quanto sia questi che l’amministrazione comunale sono consapevoli del fatto che lo strumento attraverso cui si è sinora esercitata questa sovranità – la delega rappresentativa – è entrato profondamente in crisi, al culmine di un processo di svuotamento progressivo che lascia oggi sul terreno una delega formale, senza più alcuna effettiva rappresentanza.

Appare chiaro che, nel quadro normativo dato, dare forma giuridicamente valida a questa restituzione, non è cosa semplice, né tantomeno rapida. Anche perchè le risposte a queste domande non ci sono già, trattandosi semplicemente di individuare il percorso più agevole per renderle effettive, ma dovranno necessariamente emergere nel corso del processo.
Al tempo stesso, è invece chiaro sin d’ora quali sono i nodi sostanziali, con cui deve confrontarsi questo processo. Ovvero, il terzo elemento mancante nel titolo: il cosa.
Quali sono gli ambiti su cui verranno chiamate a decidere, le assemblee dei cittadini *? Quali sono le dimensioni territoriali su cui decidere? Quali sono le precondizioni perchè si possa ragionevolmente esercitare un potere decisionale? Su cosa è possibile esercitarlo e su cosa no?

Sempre in occasione del tavolo, è stato sottolineato come l’effetto nimby (Not In My BackYard) possa manifestarsi, con effetti paralizzanti, nelle assemblee di territorio. Per evitare questo rischio, però, la soluzione non può essere quella di delegare all’amministrazione alcuni ambiti di decisione, ma solo quella di estendere la dimensione territoriale delle assemblee in base alla dimensione delle questioni.
In termini generali, e di prospettiva, è chiaro che le assemblee dei cittadini possono ragionevolmente esprimersi su ambiti micro e macro – lasciando alle amministrazioni di vario livello gli ambiti intermedi. Possono cioè assumere decisioni relativamente a problematiche specifiche e circoscritte, ovvero esprimere orientamenti strategici generali.
Alle amministrazioni resta la delega a decidere su tutto ciò che si colloca tra questi due estremi, e più in generale il potere esecutivo – ovvero ciò che riguarda l’attuazione delle decisioni.

Infine, la questione dei tempi. Parlando di un processo, e quindi di qualcosa che per sua natura è in divenire, è chiaro che – entro certi limiti – si tratta di tempi non brevi. Trovare le soluzioni funzionali, politicamente sostenibili, e tradurle poi in atti normativi, è – appunto – un processo che richiederà i suoi tempi.
Ma, al tempo stesso, vi sono questioni strategiche (alcune delle quali emerse nel corso della discussione: Bagnoli, il porto, la gestione dei flussi turistici…) che sono già sul terreno, e che – proprio per la rilevanza profonda e di lunga durata – devono in qualche modo essere affrontate sin dall’oggi. Il che, trattandosi anche di questioni complesse, su cui gravano interessi e poteri diversi, lo rende ancor più complicato ma ancorché urgente.
Rispetto alle principali questioni strategiche della città, in questa fase, è necessario che l’amministrazione pubblica faccia uno sforzo suppletivo, aprendosi ancor più all’ascolto, e facendosi carico di una maggiore rappresentanza (ed una minore delega), proprio in virtù di quella consapevolezza condivisa che il sistema istituzionale, quale è dato oggi, è insufficientemente democratico.
Non si tratta qui di prevaricare i poteri e l’autonomia dell’amministrazione, quanto piuttosto – in una fase transitoria – dell’esigenza che (almeno sulle questioni strategiche) sia l’amministrazione stessa ad attivarsi per coinvolgere direttamente la cittadinanza nei luoghi e nei momenti in cui, de facto, si definiscono gli orientamenti; e soprattutto che, quando si giunga alle decisioni, queste non siano assunte senza un preventivo confronto pubblico con i cittadini, e – cosa più importante – non in contrasto con gli orientamenti da questi espressi.

 

….

*Personalmente continuo a preferire il termine cittadini a quello di abitanti, che mi suona più occasionale, impolitico. Sarà perchè lo associo immediatamente alla Rivoluzione Francese del 1789, cioè quella rottura epocale che fece cittadini coloro che erano soltanto sudditi. E che per fare ciò, tagliò la testa ai reali ed ai nobili. Molto più che una semplice sovversione dei poteri, ma un atto – anche simbolicamente forte – che spazzava un dogma culturale profondo, quello della discendenza divina dei re.

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Written by enricotomaselli

28 luglio 2016 at 15:58

La Lunga Marcia

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Ad urne chiuse, e (prevedibile) risultato acquisito, vale la pena di cominciare a spendere qualche parola. E – ovviamente – impossibile non cominciare dalla anomalia napoletana; che non è soltanto quella del sindaco (eccentrico a qualsiasi schieramento politico), ma molto altro, che molti non vedono.

Napoli è, intanto, la città con l’astensione più alta. La vulgata corrente, tra media e politica, è che questa città sia in fondo refrattaria alla democrazia rappresentativa, che abbia – come del resto si compiace di avere lo stesso sindaco – un’anima anarchica.
Ma magari le cose non stanno così. Magari una lettura più politica, più razionale, è possibile.
La prima questione da osservare, è che il sistema bipolare pensato oltre vent’anni fa, come via d’uscita dalla crisi partitocratica della I^ Repubblica,  e che vide il suo esordio proprio con l’elezione diretta dei sindaci, mostra ora la corda, e si impalla, perchè la realtà del paese è strabordata da quei confini concettuali. Siamo, al minimo, in una realtà tripolare.
In un sistema bipolare, una realtà tripolare produce quel che abbiamo visto a Torino ed a Roma (con particolare evidenza): la forza sconfitta al primo turno, e che non accede al ballottaggio, converge in parte su uno dei due contendenti, determinando un cambio di equilibri. Insomma, ciò di cui il PD oggi si stupisce e (quasi) si indigna.
Questo fenomeno si è verificato fortemente nelle due città suindicate – e molto meno, ad esempio, a Milano – perchè il M5S (pur essendo un movimento anti-establishment, e quindi anche avverso al centro-destra) è innanzitutto una forza trasversale ai due schieramenti dx-sx. Dopo aver impostato buona parte della campagna elettorale sulla tesi che Virginia Raggi fosse di destra, è francamente demenziale che il PD non avesse messo nel conto che su di lei sarebbero confluiti i voti di quell’elettorato.

Ma a Napoli questo non accade. Luigi De Magistris vince sostanzialmente con gli stessi voti ottenuti al primo turno, mentre la partecipazione precipita. Ma la ragione non risiede in una specificità napoletana – nel senso di intrinseca alla città – quanto nella specificità del quadro politico napoletano.
Anche se il sindaco si è presentato e si presenta come un esponente della sinistra assai radicale, il suo non essere in realtà legato ad alcuna formazione (nonché il suo abilmente modulato peronismo), fanno sì che sia lui il movimento trasversale. All’interno del quale la sinistra-sinistra non è che una componente (e nemmeno determinante, come si vede dai risultati delle varie liste).
Al tempo stesso, il tracollo del PD – che dalla sconfitta di 5 anni fa a quella dell’altro giorno ha mostrato solo di essere peggiorato, sotto ogni profilo – ha lasciato allo sbando il suo elettorato di riferimento, ed ha privato il ballottaggio della polarizzazione politica destra/sinistra, lasciando al suo posto quella personale De Magistris/Lettieri.
Nonostante gli squallidi appelli a votare quest’ultimo, da parte di qualche ultras piddino, la gran parte degli elettori che al primo turno avevano votato per uno degli sconfitti, semplicemente non sono andati al voto. Così come hanno fatto una parte dei simpatizzanti di Lettieri, dando la partita per persa.
Non a caso, De Magistris vince con una percentuale vicina al 70% – come la Raggi – ma che corrisponde grosso modo a quello zoccolo duro che si è conquistato nei primi 5 anni, e che equivale ad un 20/25% del corpo elettorale.

L’uomo De Magistris, si sa, è caratterialmente eccessivo, come uno di quei ragazzi che, avendo vissuto in una famiglia molto rigida, fanno a 40/50 anni le cose che non hanno potuto fare quando ne avevano 20/30. Di là dal fatto che questo possa talvolta fare tenerezza, se lo si guardi con occhio benevolo, o suscitare fastidio, se lo si guardi con occhio meno indulgente, rimane il fatto che il suo lato eccessivo emerge soprattutto quando si sente in prima linea – come durante una campagna elettorale.
Bisognerà vedere, quindi, cosa farà a bocce ferme.
Fondamentalmente, ha dinanzi a sé due strade. La prima, sicuramente per lui più allettante, anche perchè più facile, è quella dello zapatismo partenopeo, della creazione di un movimento a la podemos, magari attraverso quella rete delle città ribelli di cui ha più volte parlato.
In questo, conta di utilizzare la spinta che viene da un movimento che sta partendo dal basso nella città, e che gli ha suggerito alcune suggestioni poi utilizzate in campagna elettorale. Un movimento del tutto autonomo, rispetto al sindaco ed ai suoi embrioni di organizzazione politica, ma che purtuttavia rischia di essere, almeno in parte, inglobato nella partita che lui immagina di giocare da qui a 5 anni.
L’altra strada, assai difficile, e soprattutto meno gratificante sul breve periodo, è quella di affrontare le questioni fondamentali, e provare seriamente a risolverle.

La prima, enorme, è costituita dagli oltre 3/5 dei cittadini, per i quali non c’è rappresentanza. Rispetto ai quali, il problema non è semplicemente riportarli al voto – che comunque non è dietro l’angolo – ma rimotivarli alla partecipazione.
La seconda è rappresentata dalle periferie, quelle esterne (Bagnoli, Ponticelli, Scampia, San Giovanni…) così come quelle interne (Quartieri Spagnoli, Forcella…), rispetto alle quali deve essere fatto uno sforzo titanico di inclusione. Devono essere parte della città a tutti gli effetti, e sotto tutti gli aspetti, e non zone altre.
La terza, è quella di far crescere la città. Crescita civile e crescita economica (e le due cose si tengono), avendo a mente soprattutto la parte più giovane e più dinamica della città, quella su cui si può ragionevolmente scommettere per conseguire questo risultato.

Se proprio avverte l’esigenza di un movimento politico, che possa fargli da punto d’appoggio quando tra cinque anni si concluderà la sua esperienza da sindaco, si limiti – ad esempio – ad intrecciare reti con altre città d’Italia e d’Europa (anche non necessariamente ribelli…), ed affidi al fratello il compito di organizzare il suo movimento (sempre che ne sia capace). Così, tra l’altro, scioglierà un equivoco che ha retto anche troppo a lungo, tra le mura di Palazzo San Giacomo, riaprendo i giochi su una casella importante come quella delle politiche culturali (che è fondamentale ai fini della crescita di cui dicevo prima).

In ogni caso, quella che ci attende è una lunga marcia. Perchè al di là della buona fede e della buona volontà del sindaco, l’onere della partita sta a tutti noi. Alla fine di questa consiliatura, quando lui cercherà legittimamente nuovi campi da gioco su cui misurare la propria ambizione, squali e squaletti del malaffare politico saranno ancora lì, pronti ad azzannare il corpo di Napoli. Già da oggi, c’è da starne pur certi, stanno pensando al giorno in cui potranno rientrare a San Giacomo, come fosse il loro acquario tropicale.

La fonduta

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#lafonduta #malatempora

Piatto di origini svizzere, la fonduta – o fondue – è diffusa anche in Francia e nel nord-ovest italiano. Consiste in uno o più formaggi fusi insieme, da consumare a caldo.
La Fonderia, invece, si è tenuta a Bagnoli lo scorso week-end, su iniziativa di un gruppo di 40enni del PD (e dintorni), con l’obiettivo dichiarato di elaborare un programma partecipato in 10 punti, in vista delle prossime elezioni regionali in Campania. L’altro obiettivo, quello sostanziale anche se non dichiarato ufficialmente, era quello di lanciare un candidato – anzi, una candidata. Ed essendo nel frattempo tramontata questa ipotesi, è tornato utile (ai promotori) aver sempre negato fosse questo lo scopo…
Questa, comunque, non è stata l’unica mutazione avvenuta in corso d’opera; dal momento in cui fu pensata e lanciata, al suo epilogo, molta acqua è passata sotto i ponti e, seppure il lasso di tempo è stato breve, la Fonderia si è trasformata non poco.

La fondue...

La fondue…

Avrebbe dovuto essere il momento clou in cui i quarantenni democrat lanciavano l’opa definitiva sul PD campano, marcando le differenze con il vecchio partito. Ma alla fine, alla kermesse c’erano proprio tutti (tutte le generazioni del PD regionale), persino l’avversario n°1 (quel De Luca che vuole nuovamente giocarsi la partita contro Caldoro) era presente, ed anzi con un abile coup de théâtre ha fatto un intervento assai politico, riscuotendo gli applausi della platea – cosa del resto che, prima di lui, aveva già fatto anche Bassolino. Mossa geniale e spiazzante (gli organizzatori, colti di sorpresa, hanno esitato a dargli la parola…), degna della incursione berlusconiana da Santoro.
Avrebbe dovuto essere la celebrazione del primato delle idee sulle persone, con i 10 tavoli tematici impegnati a stilare i punti del programma, ma alla fine di questo lavoro, che ha visto impegnati per ore centinaia di persone, si è preferito dare spazio alla sfilata di personaggi piccoli e grandi, sacrificando le relazioni dei coordinatori dei tavoli.
In conclusione, l’effetto positivo più rilevante sembra essere stato l’aver creato un’occasione di reincontro per il personale politico d’area – tutti infatti a farsi grandi sorrisi e darsi pacche sulle spalle. Una rimpatriata è sempre una bella cosa, va da sé. E può essere utile in vista di una campagna elettorale che si profila affatto facile.

Ma il punto rimane. Almeno per il momento, i quarantenni non praevalebunt. Il PD rimane in stallo, tra le diverse forze che lo compongono sul territorio.
A questo punto, le opzioni sul terreno sono due: andare o meno alla conta, attraverso l’ordalia delle primarie, o puntare ad un candidato che le bypassi. Ovviamente, queste due opzioni sono a loro volta subordinate di un’altra questione: il PD vuole davvero riconquistare la Regione Campania, o segretamente punta a lasciarla a Caldoro? Ed ancora, come ulteriori variabili: se vuole evitare sia le primarie che la vittoria, su chi puntare? Un candidato unitario – si parla del Ministro Orlando – dovrebbe essere necessariamente un nome forte, che non si può bruciare in una competizione destinata alla sconfitta; e d’altra parte, per convincere De Luca a non correre, magari senza il PD (come ha già fatto in passato…), occorrerebbero argomenti convincenti. Magari le famose deleghe ministeriali mai arrivate…
Insomma, il puzzle è ancora tutto da ricomporre.

Inevitabile, in tutto questo, che le idee passino ulteriormente in second’ordine.
Perchè, nonostante la grande visibilità ottenuta con la tre giorni bagnolese, e malgrado si muovano all’ombra del caro leader Renzi, la verità è che questi 40enni non sembrano avere ancora la forza per conquistare il partito. La palude, quindi, continuerà a dominare.
Ed agli elettori di centro-sinistra si proporrà ancora una volta una fonduta fredda, fatta anche col formaggio rancido avanzato. Il tracollo di partecipazione alle primarie emiliane è un bel segnale d’allarme, e se il PD (magari mantenendo o quasi i voti) dovesse scendere al 30/35%, anche in virtù di una maggiore partecipazione alle amministrative, sarà azzannato e messo sotto accusa per aver perso il 5/10% – giusta nemesi, dopo aver così a lungo e così avventatamente strombazzato il 40,8% delle europee…
E nel frattempo, la vicenda De Magistris (anche qui, la nemesi…) apre nuovi scenari.
Mala tempora currunt in Campania felix…

Due gentlemen a Bagnoli

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#Bagnoli #Ciccì&Cocò #NapoliEspropriata

Per oltre tre anni, sono andati d’amore e d’accordo. Ogni tanto qualche bisticcio, ma come in tutte le coppie, niente di che. Grazie a questo feeling, Napoli ha visto alcune delle più discutibili iniziative milionarie degli ultimi anni, dall’America’s Cup al Giro d’Italia. Per converso, allo stesso feeling si deve attribuire il silenzio con cui il Comune di Napoli ha accolto – ad esempio – la disastrosa politica regionale nei trasporti, e quella scandalosa nella cultura (dal protettorato teatrale affidato a De Fusco, stabile napoletano compreso, alle vicende del MADRe, su cui l’allora assessore Di Nocera rivendicò il proprio disinteresse).
Ma ora pare che la coppia sia in crisi. Non più bisticci ma toni duri. Del resto, avvicinandosi importanti scadenze (elettorali) ciascuno pensa a sè.

Ciccì & Cocò

Ciccì & Cocò

D’improvviso, il Sindaco di Napoli riscopre “la distanza politica che c’è sempre stata tra me e lui” *. Ovviamente, come da classico coniugale, la colpa è sempre dell’altro: “è dovuta agli atteggiamenti e alle iniziative del Presidente della Regione negli ultimi mesi, da quando cioè si è messo in campagna elettorale”. Mentre lui – noblesse oblige – aveva sinora sorvolato per via di “‘un accordo tra gentiluomini’ istituzionale”. E noi, ingenui!, che credevamo la collaborazione tra istituzioni fosse un dovere, nei confronti dei cittadini…
É grazie a questo gentlemen’s agreement che invece sinora Comune e Regione hanno collaborato?
Strano che abbia tenuto a fronte di numerose questioni, che invece ora vengono rinfacciate…

Il commissariamento del San Carlo? L’accordo regge. Il commissariamento del porto? L’accordo regge. Il commissariamento di Bagnoli? L’accordo salta…
Perchè la questione delle questioni quella è. Certo, la campagna elettorale regionale fa alzare i toni, ma il nocciolo di tutto sta lì. Perchè la questione di Bagnoli è la sola che, nei prossimi anni, muoverà a Napoli enormi quantità di denaro, e ridisegnerà molti assetti – urbanistici, sociali, economici e di potere. Ecco perchè esserci o non esserci (politicamente) è il problema. Ed ecco che, shakespearianamente, tutto volge in farsa.
Intendiamoci, il commissariamento (tutti i commissariamenti…) è il fallimento della (buona) politica. E quando la politica fallisce, non c’è livello istituzionale che possa chiamarsene fuori. Ugualmente, la soluzione imposta da Roma, che taglia praticamente fuori il Comune di Napoli, non è semplicemente una sanzione delle sue inadempienze e dei suoi fallimenti (anche pregressi), ma un esproprio fatto alla città, cui si sottrae il controllo sul destino (cosa, come e quando) di un pezzo importante del suo territorio. Stabilendo – tra l’altro – un brutto precedente.

De Magistris sostiene ora che, dietro questa estromissione, ci siano Fintecna e l’Acen, che avrebbero condizionato l’incolpevole Matteo Renzi, anche grazie alle concomitanti pressioni dell’alleato Silvio Berlusconi. E tornano così queste coppie di fatto della politica italiana, gli accordi tra gentiluomini (celebrati a Santa Lucia o al Nazareno), che inevitabilmente caratterizzano la personalizzazione estrema della politica, inevitabilmente inquinandola.
Perchè in politica servono grandi leader e statisti, non futili prime donne. E invece ci ritroviamo con una Regione Campania che si approssima alle elezioni regionali stremata dalla crisi e dalla cattiva politica che l’ha gestita in questi anni, mentre il confronto elettorale – ancora una volta – è tra prime donne invece che tra programmi credibili e squadre affidabili.

P.S.
Napoli non sta messa meglio. E già aleggia la minaccia finale: “Mi ricandido e le primarie non riguardano me”.

* (De Magistris “Non ho isolato la mia città”, intervista su Repubblica Napoli, 22/09/14)

Il dolore abusivo

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#laCappellaTraiana #DavideBifolco

Ancora (ed a mia volta…) non smetto di stupirmi per coloro che si stupiscono quando il prevedibile poi accade realmente.
Perchè in una regione ed in una città nella quale e per la quale l’abusivismo edilizio è prassi consolidata – e del resto anche incoraggiata, da appositi provvedimenti legislativi e/o dal caloroso sostegno di sindaci – stupirsi che al Rione Traiano venga eretta una cappella abusiva in memoria di Davide Bifolco, è come stupirsi che al fulmine faccia seguito il boato del tuono.
Né, francamente, mi stupisce che tutto ciò accada nella più totale assenza dell’amministrazione comunale. Ignaro il Comune, ignara la Municipalità, i Vigili Urbani, persino il parroco! Del resto, che questa amministrazione non abbia nulla da dire – né alcuna voglia di ascoltare… – riguardo alle periferie, è cosa nota e palese. In questo, forse ancor più che in altro, si è reso evidente che lo spirito rivoluzionario agitato nei primi tempi dell’amministrazione arancione, non era che mero atteggiarsi intellettuale, poco importa se in buona fede o meno.

La Colonna Traiana

La Colonna Traiana

Che gli abitanti del Rione abbiano deciso di costruire questa loro Cappella Traiana, è segno multiforme della profonda separatezza che ne contraddistingue il sentire.
Non è, semplicemente, un omaggio alla memoria di Davide, né un segno di quella religiosità (un po’ pagana, si dice) che contraddistingue i ceti popolari. É un monumento che celebra la comunità stessa, che coglie l’attimo della (tragica) notorietà per rivendicare non la fine della sua marginalità, ma al contrario la propria identità separata. E lo fa, com’è ovvio, nelle forme e nei modi che essa (ri)conosce. Con l’afflato religioso che prescinde dalla Chiesa, con l’autocostruzione che prescinde dalle autorizzazioni.
Quella Cappella viene eretta per dire che, per loro, Viale Traiano è il Rubicone.

Poco importa se, dietro l’iniziativa, ci sia a meno la criminalità, che a sua volta mantiene un così forte e singolare legame con la religione, ad onta di scomuniche papali o quant’altro. Poco importa che cappelle votive ed edicole sacre vengano erette anche per i morti di camorra, e che talvolta vengano anche utilizzate come nascondiglio per armi e droga. La questione è in ogni caso più ampia.
Come ci rammenta oggi Aldo Masullo su il Mattino, la deindustrializzazione ha espulso dal processo produttivo ampi pezzi di città; e questo vuoto non è stato colmato. La stessa camorra non lo ha fatto che in parte.
A vent’anni dalla dismissione dell’Italsider, stiamo ancora a discutere di cosa si farà a Bagnoli. Vent’anni, una generazione quasi. Come stupirsi, poi, di Scampia o del Rione Traiano?

Questa città – la sua borghesia inane e maledetta, le sue istituzioni pubbliche – non vede l’ora di volgere altrove lo sguardo. Caccerebbe la testa persino in una saettella, pur di non vedere. Pur di avere una scusa per eludere il problema.
Si culla nell’illusione che i problemi si risolvano da soli; o che qualcun’altro venga a risolverli. O quantomeno, che uscendo dall’orizzonte ottico la smettano di intossicarne la quotidiana esistenza.
Sarebbe bello invece se smettessimo di girare la testa. Se in questo rivitalizzarsi pre-elettorale dei partiti, ci fosse chi pensasse di parlare alle periferie, e non delle periferie. Sarebbe bello se la rassegnazione lasciasse un po’ di spazio alla speranza.
Sarebbe bello se, in questo deserto, ci fosse qualcuno che avesse il coraggio di mettersi alla testa d’una coorte di cittadini, e proclamasse: alea iacta est.

Written by enricotomaselli

17 settembre 2014 at 13:55

Così è, se vi pare

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Il prossimo 4 giugno, prenderà il via il Napoli Teatro Festival 2013. Il Direttore De Fusco, nel presentarlo insieme al Presidente della Fondazione Campania dei Festival, l’assessore regionale Caterina Miraglia, mena vanto delle produzioni con attori e registi di fama internazionale, e lancia una bordata contro il Sindaco e la giunta comunale, affermando che “il Comune dovrebbe essere contento: a giugno doveva esserci il Forum delle Culture, del quale non sentiamo più parlare, non abbiamo più notizie. Invece ci sarà il festival”. Il festival, aggiunge, costerà quest’anno solo 4 milioni, a fronte dei 6 della scorsa edizione; e non ci sarà più il raddoppio a settembre. Quel che i due omettono di dire è che il NTF non paga da anni attori e tecnici che hanno lavorato alle produzioni delle edizioni precedenti. Che è stato citato in giudizio per questo da alcuni grandi nomi del teatro internazionale. Che in passato, e con i soldi del Festival, il Direttore De Fusco ha realizzato una sua produzione, costata 500.000 euro (e che, oltre il danno la beffa!, trattavasi de L’Opera da Tre Soldi…) Che De Fusco agisce in regime di monopolio semi-padronale, essendo anche Direttore dello Stabile napoletano (Mercadante e San Ferdinando), e che il teatro napoletano è ormai agonizzante. Che l’assessore Miraglia è un mirabile esempio di invadenza della politica, essendo al tempo stesso ai vertici dell’istituzione politica e degli organismi operativi che ne dipendono (ragion per cui, in assoluta solitudine, continuo a ritenere e chiedere che dovrebbe dimettersi). Quanto alla frecciatina sul Forum, peraltro fondata, nasce forse dalla delusione: la gestione del Forum nei siti regionali UNESCO, infatti, è stata sino all’ultimo in ballo tra la Fondazione diretta dal De Fusco e la SCABEC, la società partecipata che ha la gestione del Museo MADRe, e che si è infine aggiudicata la commessa (5 milioni di euro…).

Il teatro napoletano grida vendetta...

Il teatro napoletano urla vendetta…

D’altra parte, a 10 giorni dall’incontro con i rappresentanti della Fundaciò di Barcellona, che avrebbe dovuto essere nelle parole del Sindaco il punto di svolta, rimane il silenzio più totale. Nessuna comunicazione ufficiale sul programma, nessuna notizia dei bandi. L’assessore Di Nocera, ancora all’inizio del mese, nel corso delle Giornate x la cultura, ha ribadito la sua presa di distanza da un evento che la vede totalmente esclusa; mentre il referente ufficioso-ufficiale, Claudio De Magistris, fratello del Sindaco, tace.
Il Forum, si dice, comincerà a luglio, quando la città sarà presumibilmente boccheggiante per il caldo estivo; e si svolgerà prevalentemente all’interno di spazi chiusi, come la Mostra d’Oltremare e l’area ex-NATO a Bagnoli. Insomma, una scelta strategica geniale, perfetta per puntare al massimo coinvolgimento della città…
Così alla fine, i nostri solerti amministratori, dopo aver fatto e disfatto di tutto, in una cosa sembrano essere riusciti: snaturare completamente il Forum.
Quella che avrebbe dovuto essere, infatti, una grande manifestazione culturale, con un forte impatto strutturale, una larga partecipazione dei cittadini, ed una ricaduta positiva duratura, si preannuncia come l’ennesimo grande evento, una serie di spettacoli – magari anche di grande impatto – il cui target sarà inevitabilmente turistico. Ancora una volta, quindi, si sceglie la strada peggiore: usare Napoli come scenografia prestigiosa, con notevoli costi a carico della collettività e profitti per pochi. Una logica, forse inconsapevolmente, neo-borbonica.

Gli spazi pubblici del Comune, dal Maschio Angioino a Castel dell’Ovo al PAN, nella prospettiva della messa a reddito, sono ormai del tutto privi di una qualsivoglia parvenza di identità. Del resto, nel momento in cui si è operata la scelta di privilegiarne l’uso sulla base della possibilità di spesa dei proponenti…
Città della Scienza, almeno per la parte a mare, andata distrutta nell’incendio, si ricostruirà a Bagnoli. Ma, con uno di quei compromessi all’italiana, che son peggio di qualsiasi soluzione netta, pare si voglia… lasciare invariato il varco d’accesso, ma spostare i padiglioni in posizione diversa rispetto a quella pregressa!
Il complesso conventuale di San Domenico Maggiore, da poco riaperto dopo un lungo ed oneroso restauro, e per il quale si ipotizzava la destinazione d’uso a Museo della Musica – tanto che se ne parlò anche come sede della raccolta De Simone – sembra non si sappia più cosa farne. Come a dire che si degraderà lentamente, senza manutenzione ordinaria, utilizzandolo occasionalmente per gli eventi più disparati.
E Palazzo Fuga, lo splendido Albergo dei Poveri, con il suo restauro interrotto a metà, che domina la piazza come la facciata di una scenografia di cartone, in attesa di un film che non verrà mai girato…
Ed il complesso dell’ex-Ospedale Militare ai Quartieri Spagnoli, altro restauro senza alcun seguito…
A Napoli, per dire che di qualcosa ce n’è in abbondanza, si usa la locuzione se ne cade… E mai come adesso, è sembrata pienamente calzante.

La città si spegne, lentamente, di un’agonia infinita di cui lo stato della cultura e dei beni culturali è paradigma. E intanto, cerusici si affollano intorno senza costrutto.
Così è, se vi pare.

I segreti di Pulcinella

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E così, alla fin fine, il Forum delle Culture (sembra) si farà. Con un ulteriore slittamento rispetto alle date sin qui annunciate – si parla ore degli inizi di luglio. E con una dilatazione temporale inversamente proporzionale ai fondi investiti. Si partì con l’idea di investire 300 milioni, focalizzando sul Centro Storico e per 100 giorni, si finisce con 11 milioni, spalmati lungo un anno e spesso confinando gli eventi nei recinti della Mostra d’Oltremare e dell’area ex-NATO di Bagnoli.
Mentre del più volte annunciato programma (sembra alfine concordato con gli spagnoli della Fundaciò lo scorso 16 aprile) circola solo qualche indiscrezione.
In attesa di conoscerlo per intero, e per davvero, così da potersi formare un opinione ragionata, meglio astenersi dal giudizio – che sulla base dei primi indizi, e per quanto mi riguarda, già si profila però abbastanza negativo.
C’è da augurarsi che non si debba attendere troppo a lungo, per conoscerlo; e che i soliti annunciatissimi bandi non vengano pubblicati il giorno prima dell’inizio della manifestazione…
Si parla anche di coinvolgimento delle scuole, delle municipalità – e per quanto possibile, c’è da augurarsi che ne siano al corrente, e non l’abbiano appreso dai giornali.
L’unica certezza, pare essere la conferma ufficiosa (ma sostanziale) del segreto di Pulcinella: deus ex machina del Forum sarà il fratello del Sindaco. E voglio augurarmi che Claudio non sia a sua volta vittima dello stesso atteggiamento di Luigi, perchè lungo tutto quest’anno verrà sottoposto a critiche ed osservazioni, non solo a (possibili) elogi; e di entrambe dovrà farsi carico, assumendosi pienamente la responsabilità delle scelte. Di merito e di metodo. Quindi niente immodestia (come il fratello Sindaco che si auto attribuisce il dono della genialità…), né vittimismo (sempre il più noto fratello, con il suo autismo politico e la mania dei poteri forti che complottano contro di lui).
A ciascuno il suo. Si prenda i meriti, se ci saranno da prenderne, e non sfugga alle responsabilità.

Un Forum 'confinato' nella Mostra d'Oltremare?

Un Forum ‘confinato’ nella Mostra d’Oltremare?

Sarebbe interessante sapere, a questo punto, che ne è stato anche delle Giornate x la cultura, promosse ad inizio mese dall’assessore Di Nocera. A due settimane dalla conclusione, ancora non sono disponibili (almeno sul sito del Comune) i documenti finali, quelli che negli auspici e nelle intenzioni avrebbero dovuto tratteggiare le linee guida delle politiche culturali cittadine future.
Non è irrilevante, perchè sarebbe utile capire se e come si siano immaginate in relazione al Forum, rispetto al quale sembra paradossalmente sussistere invece un sentimento di estraneità; e soprattutto, se possano avere o meno un seguito oltre il 10 maggio (ancora una scadenza, chissà se mai rispettata…), data dell’ennesimo, annunciatissimo rimpasto della Giunta…
Resta insomma da sciogliere l’eterno nodo: chi fa le politiche culturali, a Napoli? c’è una direzione unica, oppure è bicefala? e soprattutto, esistono politiche culturali, in questa città?
Mi piacerebbe scoprire se in qualcuno dei documenti prodotti alle Giornate c’è una qualche forma d’interlocuzione, con una manifestazione culturale che nelle intenzioni attraverserà la città per un’anno intero. E mi piacerebbe scoprire se nel programma del Forum è prevista una qualche occasione di confronto, per conoscere le modalità con cui si determinano e si attuano, nelle altre città del mondo, le politiche culturali.
Sempre con la speranza di essere smentito, sarei pronto a scommettere che questi sono altri segreti di Pulcinella
Sappiamo tutti come andrà a finire.
Ma forse, ancor più importante, sarebbe sapere dove stiamo andando.

Sin dal primo momento, l’amministrazione arancione si è palesata come un one-man-show, e mai come una squadra, in cui ciascuno svolge un ruolo riconoscibilmente inquadrato in logiche e prospettive più ampie, generali.
Più che un disegno, la Giunta De Magistris sembra avere una serie di scarabocchi estemporanei. Ed è anche in virtù di ciò, che oggi si mostra alle corde.
Ma la ricerca di una prospettiva almeno di medio termine, è ormai irrinunciabile.  Di ciò, persino il Sindaco sembra (sembra…) rendersi ormai conto.
Quel che appare ancora nebuloso, è come pensa di rispondere, a questa domanda. Ancora una volta in solitaria ed autocratica scelta? Attraverso un interlocuzione ampia con le forze che lo sostengono in Consiglio Comunale – e che oggi appaiono alquanto allo sbando? Con il confronto aperto ad altre forze politiche e sociali?
Certo, il persistere di una visione eliocentrica di se, da parte del Sindaco, non induce a ben sperare. Sembra infatti non accorgersi che il tessuto sociale della città si sta sfrangiando, anche in conseguenza di un vuoto politico ed amministrativo, che in Palazzo San Giacomo ha (seppure in misura non esclusiva) origine.
Siamo ormai quasi al giro di boa dell’esperienza amministrativa attuale. E poiché è assolutamente chiaro a tutti, che questa esperienza non è ripetibile e non sarà ripetuta, sarebbe tempo di cominciare a pensare a cosa verrà dopo.
Ovviamente non nel senso di immaginare degli eredi, quanto di predisporre un eredità.

Capitalizzare un patrimonio di processi, di obiettivi, di modalità, che servano a costituire il lascito dell’amministrazione alla città. In questa prima metà di consiliatura, buona parte di quanto si è realizzato a Napoli, e che fosse duraturo, deriva direttamente dalle deprecate amministrazioni precedenti. Cosa lascerà questa, a sua volta?
Riuscirà a realizzare almeno un impianto di compostaggio? Troverà una soluzione alla crisi esiziale del PAN? Saprà passare il testimone di una città che sprofonda, o che risorge? Riuscirà, insomma, ad esprimere un idea che è una, e non soltanto una sequela di improvvisazioni?
Nella città d(e)i Pulcinella, o è commedia dell’arte, o è clownerie. Tertium non datur.

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