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Sul ‘neo-municipalismo’

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Pur se in forma non del tutto lineare (né potrebbe essere altrimenti), il percorso del neo-municipalismo prosegue nella città di Napoli, dove una felice combinazione di fattori lo rende possibile più (e più agevolmente) che altrove.
Naturalmente, ciò implica che – nel suo procedere – i nodi del processo comincino a venire al pettine. La questione fondamentale, infatti, è come passare dalla fase puramente sostanziale, in cui la spinta dal basso animata dai movimenti si incontra felicemente con l’apertura dell’amministrazione in carica, a quella della formalizzazione, in cui l’incontro si traduce non più solo in prassi ma in regole – capaci quindi di trascendere l’occasionalità di un contesto fertile.

maschio-angioinoIn occasione del secondo incontro tematico, tenutosi al Maschio Angioino, sono cominciate ad emergere le prime difficoltà, quantomeno comunicative, tra cittadinanza ed amministrazione comunale.
Da un lato, infatti, sono emerse rivendicazioni che mirano a garantire la massima autonomia possibile (politica ed operativa), mentre dall’altro si concretizza una visione che affida ancora all’istituzione un ruolo prevalente.

Nel mio precedente intervento sul tema, sottolineavo la rilevanza – anche terminologica – della definizione politica del processo in corso, laddove l’espressione cessione di sovranità, spesso utilizzata, in qualche modo contiene l’idea di privazione (da parte di chi cede), mentre quella utilizzata dal sindaco (consegna di sovranità) contiene invece l’idea – per certi versi comunque più avanzata – del gesto motu proprio. Proprio per l’opportunità di definire con chiarezza la natura del processo, inquadrandolo nella giusta prospettiva, suggerivo la definizione di restituzione di sovranità. L’idea è quella che entrambe le parti – l’istituzione titolare ex lege della sovranità, e la cittadinanza, che ne è a sua volta titolare ex lege – concordemente convengano di addivenire ad un passaggio parziale dall’una all’altra, restituendo in parte la sovranità a chi la detiene costituzionalmente (Art. 1, “La sovranità appartiene al popolo”).

Con tutta evidenza, non si tratta di una questione formale, e men che meno soltanto terminologica. La corretta definizione della natura del processo, pesa infatti a sua volta sul divenire del processo stesso.
Purtuttavia, non può sfuggire che tale processo si svolge in un quadro normativo dato, e che quindi esso richiede di mettere in campo una capacità di trasformazione del reale, che tenga conto del contesto senza rinunciare alla volontà di trasformarlo.
Si è più volte detto, non soltanto in relazione a questo genere di processi partecipativi popolari, che il sistema della rappresentanza è in crisi. Il che è indubbiamente vero, anche se la lettura che viene fatta di questa crisi è assolutamente parziale – e quindi, porta in sé il germe dell’equivoco.
Si ritiene infatti che la radice di questa crisi istituzionale stia nella crisi dei partiti (delle ideologie). Con ciò confondendo l’effetto con la causa.

Il fatto è che, alla resa generalizzata al pensiero unico, nell’ultimo ventennio si è aggiunta – specie in Italia – una deriva fortemente autoritaria, anche se (malamente) dissimulata dietro la maschera di un decisionismo variamente giustificato. Si è affermata, anche nel sentire comune, l’idea che il governo (centrale o locale) non sia più semplicemente potere esecutivo, ma che ad esso sia di fatto delegato lo stesso potere legislativo.
Chi governa, insomma, non si limita ad eseguire, ma decide anche il quadro normativo in cui si inserisce la propria azione. Questa concentrazione di potere ha determinato lo svuotamento di senso delle assemblee rappresentative (locali e nazionali), producendo a sua volta – molto più d’ogni altro fattore – il parallelo svuotamento della forma partito, trasformandola da interfaccia tra cittadini ed istituzione a comitato d’affari.

Tutto ciò per dire che, allo snodo della crisi, la questione fondamentale è la riformulazione della rappresentanza, e quindi – prima ancora dei termini in cui questa si ri-articolerà – della legittimazione a riformularla.
Se il neo-municipalismo intende se stesso come nuova forma di esercizio della sovranità popolare, esso deve capire che (nei fatti) va a riflettersi sulla legittimità – quanto meno nelle forme attuali – di altri poteri, ridefinendone la natura ed il ruolo, e soprattutto l’ambito in cui si esercitano. A partire dalle assemblee elettive.
Se infatti le assemblee popolari dialogano direttamente con le amministrazioni, contribuiscono de facto a quel processo di svuotamento delle assemblee elettive. Devono porsi quindi la questione del senso di queste ultime.

In ogni caso, perchè il processo vada avanti correttamente (e quindi utilizzando le opportunità fornite, ad es., da amministrazioni dialoganti, ma senza connotarsi come concessione dall’alto), necessita di un percorso legittimante. Che venga percepito come tale sia dalle amministrazioni, sia dalla (gran) parte della cittadinanza che, allo stato, rimane estranea (se non all’oscuro) al processo stesso.
Sviluppare forme che determinino partecipazione, anche attraverso l’uso di strumenti normativamente già disponibili, è la chiave.

Written by enricotomaselli

27 dicembre 2016 at 09:52

Articolo 9

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Costituzione della Repubblica Italiana
Art. 9
“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.”

In che modo, mi chiedo, i governi degli ultimi vent’anni (almeno) hanno ottemperato a questa parte del dettato costituzionale? La devastazione del paesaggio è sotto gli occhi di tutti, in senso letterale. Per i più distratti, con puntuale regolarità arriva qualche evento naturale che, grazie all’azione incosciente degli uomini – che ha goduto della demagogica tolleranza degli amministratori pubblici – si trasforma poi in catastrofe.
Luoghi simbolo del nostro patrimonio artistico, internazionalmente conosciuti, cadono lentamente a pezzi per mancanza di manutenzione, mentre moltissimi altri sono semplicemente abbandonati a sé stessi – quando non al saccheggio.
La ricerca scientifica e tecnica, fatte salve poche lodevoli eccezioni, è praticamente assente dal nostro paese, che ormai da decenni non produce più innovazione. Basta fare il nome Olivetti, per rendersi conto di come abbiamo buttato a mare opportunità straordinarie. Le nostre principali produzioni industriali sono ancora quelle della prima metà del ‘900, ed ai modelli culturali di quell’epoca ancorate: l’acciaio, l’automobile… energivore ed inquinanti.
Quanto allo sviluppo della cultura, non ne parliamo proprio. Le nostre classi dirigenti – intese nel senso più ampio – si sono dimostrate su questo largamente incapaci ed insensibili.
Il vero default del paese è già avvenuto, ed è questo. Il fallimento delle nostre classi dirigenti, tutte intere, nell’affrontare le trasformazioni e le sfide della modernità, a partire da quelle prodotte dalla globalizzazione.

Lo 'stellone' della Repubblica

Lo ‘stellone’ della Repubblica

Non so dire quanto ancora ci vorrà, ma è evidente a tutti che questo default non è archiviabile come se nulla fosse, e quindi la fase di smottamento che stiamo attraversando è ben più profonda di quanto sembri, e molto più radicali saranno i cambiamenti che produrrà. Ad essere in ballo, infatti, non è semplicemente il passaggio da questa breve ed infausta II Repubblica ad una ancora indefinita III Repubblica. Non è questione di architetture istituzionali, che oltretutto non possono con ogni evidenza nascere figlie di chi ha prodotto tale sfacelo.
In gioco, è il cambiamento radicale delle attuali classi dirigenti, che non è solo una questione di uomini (e donne), ma è innanzitutto una questione culturale. Sono i paradigmi culturali su cui si fonderà la Repubblica, che non potranno essere gli stessi che hanno dominato negli ultimi decenni, permeando mefiticamente l’intera società. Solo quando ci saremo lasciati alle spalle questi anni di nani e ballerine, di avidi banchieri e Batman di Ciociaria, avremo fatto i passi necessari per ricominciare – come nazione – a guardare al futuro.
Ma il dopo dipende dall’ora. Non si tratta di aspettare che tutto accada, ma di lavorare alacremente su due piani: accellerare la caduta della vecchia Italia, e lavorare alla costruzione della nuova.

In questo senso, credo che siamo agevolati dall’esistenza di un ponte tra passato e futuro molto solido e moderno: la nostra Costituzione. Nei giorni scorsi – ahimé con ben scarsa rilevanza – si è festeggiata la ricorrenza delle Quattro Giornate di Napoli. É da lì, da quell’humus, che nasce la nostra Carta. Pensare che possa essere rottamata da chi ne ha disatteso spirito e lettera, è assolutamente inaccettabile.
E sono proprio i princìpi sanciti dalla nostra Costituzione, ancora oggi di assoluta modernità, un ottimo punto d’appoggio da usare per ri-sollevare il paese.
A partire – appunto – dall’art. 9.
“L’antidoto all’emergere di istituzioni economiche inefficienti (e inique) sta nell’apertura e nel pluralismo del sistema politico, che rendono il potere contendibile e permettono all’elettorato di rimuovere un’élite che persegua politiche dannose alla collettività.” *
In un’intervista pubblicata su Repubblica il 31 agosto scorso, il Ministro per la coesione territoriale Fabrizio Barca ricorda che si parla spesso della distanza tra l’Italia e gli altri paesi nella classifica Doing business **, ma che uno scarto significativo si rileva anche negli indicatori di qualità della governance; sotto questo profilo, l’Italia è molto al di sotto della media dei paesi Ocse per la corruzione, la legalità e la regolazione di mercati ed economia, ma anche per quel che riguarda la accountability. ***
In parole povere, non siamo capaci di esercitare il giusto controllo, la giusta pressione sui governanti.

Si parla spesso, in questi giorni, di quel che accade in Spagna, in Grecia, in Portogallo. Ricordate i P.I.G.S.? Portogallo, Italia, Grecia e Spagna… all’appello sembriamo mancare solo noi. Però a me, francamente, non interessa più di tanto la dicotomia tra chi lamenta la mancanza di mobilitazioni, come quelle di Piazza Syntagma o del Neptuno, e chi invece irride ai rivoluzionari in pantofole. Non mi sembra questo il nocciolo della questione.
Non è importante il come, ma il cosa. Cosa vogliamo per noi, per questo nostro paese, per le generazioni che verranno. E cosa siamo disposti a fare per ottenerlo.
Dobbiamo recuperare il senso specifico del nostro paese, che non vuol dire rifugiarsi nella tradizione, ma al contrario significa sapere su che basi costruire la nostra modernità. La nostra modernità.
Se continueremo ad accettare che la nostra ricchezza sia lasciata preda dell’insensibilità e dell’incapacità, ci saremo meritati un futuro da paria, in un Europa che avrà richiuso il proprio cuore in un caveau. Se torneremo ad averne cura, porteremo da pari la nostra ricchezza in Europa.
Quella ricchezza che i padri costituenti decisero di tutelare e promuovere.
All’articolo 9.

* Come fare a cacciare una classe dirigente inetta? (Linkiesta, 05/10/2012)
** Il Doing Business (DB) è l’indagine che il Gruppo Banca Mondiale svolge dal 2003 per offrire una misura quantitativa del business environment in cui operano le piccole e medie imprese (www.doingbusiness.org).
*** “accountability (capacità dell’istituzione culturale di comunicare le decisioni intraprese – accountable – e di farlo ponendo attenzione – responsibility – alla comunità di riferimento) rappresenta l’opportunità per avviare o rafforzare il rapporto con i portatori d’interesse e i finanziatori.  Il bilancio è uno strumento indispensabile dell’accountability, soprattutto se strutturato come una “visione d’insieme” fra l’applicazione di tecniche gestionali e la misurazione del valore culturale: produzioni di simboli, incidenza sulle dinamiche evolutive, comportamenti collettivi e opportunità di scelta, condizionamento sulla city life, leva sullo sviluppo locale.” (Irene Sanesi, Artribune)

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