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MADRe snaturata

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Il MADRe chiude, anzi no, il MADRe si chiude. Il collettivo La Balena convoca un assemblea nei locali del Museo, autorizzata dal Direttore uscente Cicelyn, ma il Presidente della Fondazione, Forte, la vieta perchè “non rientra nelle funzioni museali”. Naturalmente, domenica mattina la porta viene aperta, artisti ed operatori culturali entrano nel Museo e l’assemblea si svolge  comunque.
Ma non è di questa che voglio parlare, seppure sono emersi spunti interessanti durante il suo svolgimento.
Mi interessa di più, in questo momento, focalizzare l’attenzione sul preludio. Lo scontro Cicelyn/Forte, com’è chiaro, è in parte uno scontro politico – tra la nuova cordata dominante, legata al centro-destra, e gli ultimi cascami del centro-sinistra bassoliniano – in parte riflesso pavloviano nei confronti di quella che, vista da Santa Lucia, è la sinistra tout-court. Ma per una volta, vorrei provare a volare alto, al di sopra dei bizantinismi da basso impero di una politica vecchia già quando è ancora in fasce. Non prenderò quindi spunto dalle ragioni dello scontro, ma dalla giustificazione addotta da Forte: un’assemblea di artisti ed operatori culturali “non rientra nelle funzioni museali”.
Ecco, appunto. Quali sono, oggi, le “funzioni museali”?
La scorsa primavera si è tenuto al PAN, su iniziativa del collettivo URTO! (e nella prevedibile indifferenza dei più), un’interessante ciclo di incontri sul tema “(Po)Etiche del museo d’arte contemporanea”. Nel corso degli incontri, mirabilmente conclusi dall’intervento di Aldo Masullo, si è dibattuto proprio intorno all’idea di museo, e per quanto il tema avrebbe meritato ulteriore approfondimento, non sono state poche le suggestioni che avrebbero potuto e dovuto essere raccolte. É questo infatti un tema oggi centrale, nel quadro delle politiche culturali del nostro paese.
É fin troppo noto come il fronte dei musei d’arte contemporanea, oggi in Italia, stia arretrando; il MAN, il Riso, lo stesso MADRe, sono istituzioni culturali che – di là da una valutazione sugli investimenti e sui risultati – mostrano di essere alla corda. La ragione prima e più evidente è chiaramente nell’esaurirsi delle risorse economiche. Ma dietro questo velo, è il modello di politica culturale degli ultimi decenni ad essere entrato in crisi. E con esso l’idea di Museo che lo ha dominato.
Coerentemente con un orientamento più generale, la classe dirigente italiana tende oggi a trovare soluzione ai problemi attraverso i processi di privatizzazione. E questo orientamento si manifesta in modo particolare nel settore dei beni culturali (“i Beni culturali sono un elemento determinante di quel diverso modello di sviluppo che il governo Monti sta elaborando per il nostro Paese” … “sciogliere una volta per tutte … il nodo della cooperazione col mondo dei privati” Intervista al ministro Ornaghi, il Corriere della Sera, 23/01/12).
Quello che non cambia è l’atteggiamento mentale. Se nel passato il museo d’arte contemporanea era visto dal potere politico come un vanto da esibire, pagando con soldi pubblici quello che un tempo i mecenati pagavano con soldi propri, in tempi di vacche magre si pensa subito a vendere i gioielli di famiglia. L’ingresso del capitale privato viene visto come la panacea che consente di salvare capra e cavoli – cioè tenere aperti i musei, tagliandone drasticamente i fondi. Il fatto che il capitale privato voglia esclusivamente essere remunerato, viene visto come un positivo elemento di razionalizzazione.
Ma la domanda resta aperta: qual’è l’idea di museo che si vuole affermare?

L'arte contemporanea nel mirino

L'arte contemporanea nel mirino

Da questo punto di vista, l’Italia appare ancora una volta fuori dal circuito delle riflessioni sulla modernità. Si continua infatti ad affrontare il problema a partire da un orizzonte ristretto, economicista (il famoso “con la cultura non si mangia” è sintomo di un atteggiamento mentale ben diffuso).
La questione non è quale funzione deve ricoprire un museo d’arte contemporanea, perchè e come deve ricoprirla. La questione è semplicemente chi paga.
In questo quadro, l’intervento dei privati può essere solo occasionalmente positivo. Posto che l’interesse del capitale privato è mettere a reddito l’investimento, l’orientamento sarà sempre in direzione delle scelte che comportano il massimo del profitto con il minimo di rischio. Mentre le scelte culturali e sociali saranno considerate secondarie e subordinate a queste.
Ovviamente, non si tratta di affermare un rifiuto pregiudiziale dell’intervento privato. Ma, semmai, di trovare una via d’uscita dalla forbice in cui attualmente ci si muove, tra un intervento pubblico sempre più asfittico ed un intervento privato mosso solo dall’interesse.
Una via d’uscita che non può che prendere le mosse da una diversa idea di museo – della sua funzione.
L’idea di museo come luogo di conservazione delle produzioni artistiche, è un’idea che già da tempo ha perso il suo senso. Negli anni a cavallo tra XX e XXI secolo si è andata affermando l’idea di museo come luogo espositivo, con una predilezione per i grandi eventi attrattori. Mostre di artisti di fama, capaci di fare numeri rilevanti. É la logica dello spettacolo, la medesima che domina da decenni nel cinema: concentrare gli investimenti su poche grandi occasioni, che rendono in poco tempo. Ieri con i soldi pubblici, domani con quelli privati.
A me piacerebbe, invece, che si cominciasse a ragionare sull’idea di museo del futuro.
Su Repubblica di lunedì 30/01/12, c’è una bellissima intervista a Cristiana Collu, passata recentemente dalla direzione del MAN a quella del MART. Piena di considerazioni semplici e rivoluzionarie. L’intervista si apre con una dichiarazione che è già uno straordinario orizzonte culturale: “un museo non può essere solo un luogo dove si fanno mostre. Mi piace l’idea di un posto che somigli più a un laboratorio, a un officina viva. Un museo deve essere splendido quando ha denaro ed eroico quando non ne ha”.
Varrebbe francamente la pena di riportarla per esteso, l’intervista, se solo si potesse. Mi limiterò di necessità ad alcune citazioni.
“Si parla tanto di crisi dei musei, ma la crisi devrebbe essere connaturata all’arte: è un opportunità per ripensare, provare a studiare altre modalità. É un momento di rottura”.
“Mi piacerebbe che il museo diventasse uno strumento suonato dagli artisti. (…) Vorrei che gli artisti abitassero il museo e il territorio su cui il museo insiste”.
Non è difficile riconoscere in queste idee – per esempio – la spinta propulsiva del collettivo URTO! nella sua occupazione sui generis del PAN.
Del resto, questo è un sentire diffuso – anche se non molto praticato… – oggi in città.
Ma sarebbe utile, quando si parla (giustamente!) di beni comuni anche a proposito delle istituzioni culturali, interrogarsi non soltanto sulle modalità di gestione, o sulle risorse da impegnare – e da recuperare – ma anche, se non soprattutto, sul senso di queste istituzioni. Sul modo in cui devono svolgere la loro funzione, e prima ancora su quale sia questa funzione. Insomma, sarebbe interessante se il MADRe, così come tutti i musei d’arte contemporanea, si snaturasse, e provesse a trovare una diversa collocazione, rispetto alla comunità dell’arte e rispetto alla città. Francamente, mi sembra una partita più avvincente di quella sul nome del Direttore.

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