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La ‘città palcoscenico’

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Le celebrazione del trentennale della maison Dolce & Gabbana a Napoli hanno innescato l’ormai consueto dibbattito, con l’altrettanto consueto corollario degli schieramenti pregiudiziali, che inevitabilmente schiacciano (e scacciano dal dibattito pubblico) le argomentazioni più razionali e non di parte.
Pure, non è affatto privo di senso provare ad articolare una qualche forma di ragionamento, che cerchi per quanto possibile di astrarsi dallo specifico contingente, per puntare piuttosto su un suo inquadramento generale.

San-Gennaro-026editedPer fare ciò, è comunque forse opportuna una riflessione – quanto meno sommaria – sulle specificità dell’evento, poiché può fornire elementi utili a quella di più ampio respiro.
Premesso che l’uso di pezzi di città per eventi privati (non più luoghi chiusi e circoscritti, ma letteralmente parti del tessuto urbano) è ormai consuetudine crescente, come conseguenza del significativo spostamento di capitali dal pubblico al privato, ed in ciò non costituisce quindi una novità, nello specifico napoletano esso ha assunto alcune caratteristiche degne di essere sottolineate.
La più rilevante, in assoluto, è il livello di privatizzazione dello spazio pubblico. Per estensione, durata, e qualità dell’esclusione, questo è stato sicuramente fuori misura. Ed è significativo che ad esso abbia corrisposto un inusuale livello di militarizzazione, con un dispositivo di ordine pubblico ingiustificato per quel genere di evento. Quasi un riflesso condizionato, si direbbe.
Altra caratteristica pregnante (ma, ahimé, non nuova), è quella che potremmo definire la sudditanza culturale dell’amministrazione, che se da un lato mena costantemente vanto d’aver reso la città nuovamente ambita, dall’altro si dimostra sempre prona verso quanti alla città rinnovata rivolgono la propria attenzione. In questo caso, non si tratta tanto di scarsa capacità nel gestire il marketing territoriale, quanto piuttosto della conseguenza di una mancata capacità di pianificare politiche turistiche e culturali di più ampio respiro. Un vuoto politico, questo, a cui si è cercato sinora di rimediare con una politica del laissez faire, quella sorta di pseudo-anarchismo (che tanto piace al sindaco…) in cui il ruolo pubblico si riduce alla periodica gestione di grandi eventi (dalla grande visibilità mediatica).
Last but not least, il senso dell’operazione D&G. Che è stato – legittimamente – di valorizzazione del proprio brand, ma che si è ottenuto attraverso un uso comunicativo della città che l’ha ridotta al suo più becero stereotipo: la città stracciona (ed in quanto tale ricca di suggestioni), che fa da palcoscenico per la messa in scena celebrativa del brand – della sua raffinatezza… Quel che veniva ricercato, e che è stato trovato, era l’effetto contrasto.

Questo modello d’uso dello spazio pubblico, quindi, non solo lo privatizza, ma lo costringe anche ad interpretare un ruolo subalterno, che esclude il protagonismo e lo ingabbia nella rappresentazione macchiettistica dell’identità. In questo senso, l’esclusione persino dei residenti, dalla zona rossa, è strutturalmente connessa con l’esclusione di tutto ciò che non corrisponde all’immagine stereotipata della città, e sono reciprocamente funzionali.
Ed è un modello d’uso che, nel vuoto politico di cui si diceva, si auto-alimenta, e rischia di dilagare come un blob sul cuore della città.
Nella sua essenza, la questione riguarda i destini della città – o, se si vuole, la direzione in cui procederà verso il futuro. E non una questione in cui le parti in commedia siano nettamente distinte, perchè la Napoli stereotipata è quella su cui vive una parte della cittadinanza, e lo sviluppo disordinato appare a tanti come una opportunità.
Si tratta quindi di aprire una riflessione sul come governare questo trend favorevole per la città, e – forse – prim’ancora sul se governarlo…

 L’idea di sviluppo basata sul turbo-turismo, come insegna l’esperienza di Barcellona, non è soltanto rose e fiori. E soprattutto, quando si lascia al mercato il compito di determinare le modifiche che intervengono sulla città (sul suo assetto sociale, economico, infine urbanistico e culturale), il risultato non può che essere la socializzazione dei disagi e la privatizzazione dei profitti.
Il pericolo non è tanto quello di una gentrification, quanto – all’opposto – la cristallizzazione presepiale, la trasformazione del centro storico napoletano in una disneyland scugnizza, che perpetui all’infinito lo stereotipo sino al punto di svuotarlo del tutto di ogni aggancio con la realtà (che pure ancora sussiste), trasformandolo definitivamente nella sua mera rappresentazione.
Per quanto l’impatto del turismo sul centro storico stia marcando, negli ultimi anni, una impennata (aumento dei B&B, dilagare di pizzerie e fast-food più o meno tipici lungo le vie di maggior densità turistica), l’avvio di un processo di espulsione dei ceti popolari dal centro antico è assai improbabile, per la semplice ragione che proprio essi costituiscono l’humus dell’icona napoletana pizza & mandolino. Si tratta quindi, semmai, di un processo che punti a privarli di autenticità, rendendoli maschere di sé stessi.

Per operare dunque un rovesciamento dello schema, è necessario partire dalla definizione di una nuova identità, più consapevole e non più subalterna. Avviare processi di trasformazione sociale, anche e soprattutto oltre schemi e modalità classici dell’agire politico, capaci di produrre mutamenti reali e profondi. Un’azione essenzialmente culturale (e che, in quanto tale, sia altamente politica nei fini e nel significato), che offra l’opportunità di una presa di coscienza collettiva, il riconoscimento di una identità non più prigioniera dello stereotipo tradizionale, ma pienamente matura, moderna, consapevole. Ed in quanto tale, non meno ricca e suggestiva di quella precedente.
Su questa identità, andrà poi costruita una nuova narrazione della città, capace di raccontarne la bellezza antica e quella moderna, tenendo insieme ogni aspetto (culturale, artistico, sociale, politico) della sua trasformazione.
Per far si che Napoli esca dal bozzolo del passato.
Perchè il prossimo brand che la sceglierà come location, lo faccia per riceverne luce, non per usarla come oscuro background. E soprattutto, se festa sia, che sia per tutt*.

Written by enricotomaselli

12 luglio 2016 at 18:37

#Reutilization Manifesto

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Basterebbe guardare la cartina geografica dell’Italia, per capirlo. Il nostro paese, per la sua natura orografica, dovrebbe prima d’ogni cosa prestare attenzione al territorio, perchè non ne ha molto a disposizione. Con una popolazione di circa 60 milioni di abitanti, su poco più di 300.000 Km2, dei quali buona parte occupati dalla dorsale montuosa degli Appennini, siamo ben lontani – ad esempio – dalla Spagna, che conta oltre 500.000 Km2 e 46 milioni di abitanti, o dalla Francia, che ne ha rispettivamente 547.000 e 62 milioni.
Un attenzione che dovrebbe produrre una legislazione contro il consumo di suolo, e quindi il dovuto impegno nella salvaguardia di quello non ancora consumato. Come del resto imporrebbe la stessa Costituzione, che all’articolo 9 sancisce che la Repubblica “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Ma le classi dirigenti hanno sempre manifestato un approccio rapace, consumistico, alle ricchezze nazionali. Che sono sempre state viste come qualcosa a cui attingere.
L’idea che l’edilizia fosse il motore dell’economia, ha sempre fatto il paio con quella dei beni culturali come il petrolio dell’Italia. Due idee, due approcci culturali, basati sull’idea di consumo.
Ma se (fortunatamente) alla seconda non s’è mai riuscito a dare attuazione, la prima si è invece imposta come prassi comune. La filosofia delle grandi opere ha sempre caratterizzato la politica dei governi, di destra come di sinistra. E se nel dopoguerra c’erano necessità di ricostruzione e di ammodernamento infrastrutturale del paese, il meccanismo è poi andato avanti quasi inerzialmente, producendo – soprattutto a livello locale – il consumo selvaggio, spesso anche illegale, del territorio. Anche senza voler considerare qui il paesaggio come un bene culturale, come cercava di rammentare la Carta, basti pensare ai costi – in termini economici, sociali ed umani – derivanti dalla mancata attenzione al territorio, il cui continuo sgretolamento costella la storia degli ultimi decenni.

Ciò che occorre...

Ciò che occorre…

Ma ovviamente la questione non riguarda solo le campagne, o le piccole frazioni. Al contrario, esiste una questione di paesaggio urbano in cui, anzi, tutti i nodi vengono al pettine.
L’Italia è un paese con una elevatissima densità di città d’arte, il cui tessuto urbano non è però costituito soltanto dagli edifici monumentali, ma anche dalle case storiche di civile abitazione, che insieme ai primi ne disegnano l’impianto urbanistico.
E su questo terreno (è il caso di dire) si gioca una partita importante, perchè riguarda i decenni a venire, e forse anche oltre, ed il modo in cui verrà affrontata è di grande significato. La questione, infatti, attiene a tre grandi problematiche, che in essa si intrecciano: la questione ambientale (consumo di suolo), la questione culturale (preservazione e valorizzazione dei beni), e la questione abitativa (disponibilità di alloggi).

Diversamente dalla Spagna e dall’Inghilterra, in Italia non si è prodotto un fenomeno di bolla immobiliare, e questo è un bene sia sotto il profilo economico che ambientale. In compenso, negli ultimi vent’anni si sono succeduti numerosi condoni edilizi, che hanno di fatto legalizzato l’abusivismo; un fenomeno che oltre ai suoi ovvi aspetti sociali ha rappresentato sia la causa prima di quello sgretolamento di cui si diceva, sia un continuo deturpamento del paesaggio urbano delle periferie. E si continua a costruire… *
In ogni caso, il combinato disposto di numerosi fattori, quali la crisi economica globale, il conseguente contrarsi dell’intervento pubblico e della sua stessa presenza territoriale, la stasi se non la caduta del mercato immobiliare, ha determinato un quadro socio-economico particolare, che va ad innestarsi sulla peculiare natura delle città italiane.
Nelle quali, ad oggi, mentre cresce la domanda di alloggi a basso costo, soprattutto da parte di giovani ma non solo, l’edilizia abitativa – sia pubblica che privata – non è assolutamente in grado di dare risposte. La prima, per mancanza di risorse e di intelligenza politica, la seconda per disinteresse ad un mercato poco remunerativo. Soprattutto nelle grandi città, l’emergenza casa è un dato in crescita, a cui continuano a non venir date risposte, se non quella di considerarne soltanto l’epifenomeno dello squatting, e di considerarlo sotto il punto di vista dell’ordine pubblico. Vedi decreto Lupi.
Al contempo, aree crescenti di città vengono abbandonate al degrado, perchè inutilizzate. Talvolta giungendo al paradosso di edifici storici recuperati e ristrutturati grazie all’intervento pubblico, che poi lentamente tornano verso la condizione precedente a causa del mancato utilizzo, conseguenza della più totale mancanza di progettualità (anche economica) degli interventi.

Una situazione resa più complicata da una vera e propria giungla di titolarietà dei beni, a volte proprietà delle amministrazioni locali, a volte di ministeri, delle Curie o di società pubbliche o private. Il risultato è che nelle città italiane si trovano vaste aree edificate, più o meno agibili, ma del tutto abbandonate a se stesse.
Parallelamente, ed ormai da decenni, va avanti la sceneggiata della dismissione del patrimonio pubblico inutilizzato, spacciata come via per reperire risorse. In realtà, le varie aste che si sono tenute non hanno praticamente prodotto nulla, e spesso quelle poche vendite effettuate (al ribasso) hanno visto come acquirente la Cassa Depositi e Prestiti; come dire che lo stato con una mano vende e con l’altra compra. Nel frattempo, però, il valore degli immobili – e con esso quello del patrimonio pubblico – è sceso. A tutto vantaggio degli speculatori, che non devono far altro che restare sulla riva del fiume, ad attendere che passi il cadavere dei beni pubblici.
E quando filtra qualche elemento positivo, finisce ineluttabilmente per perdersi nella palude burocratica. Come la legge 112, del 7/10/2013 (“disposizioni urgenti per la tutela, la valorizzazione e il rilancio dei beni e delle attività culturali e del turismo”), con la quale si prevedeva che una serie di edifici dismessi potessero essere “locati o concessi per un periodo non inferiore a dieci anni ad un canone mensile simbolico non superiore ad euro 150 con oneri di manutenzione ordinaria a carico del locatario o concessionario. Tali beni sono locati o concessi esclusivamente a cooperative di artisti ed associazioni di artisti, residenti nel territorio italiano”.
A distanza di otto mesi, non vi sono né i decreti attuativi né l’elenco dei beni disponibili, né tantomeno i bandi per l’assegnazione.

La questione, dunque, è affrontare di petto questo nodo, che riguarda lo sviluppo sociale ed economico del paese. E farlo non solo in fretta, ma anche – se non soprattutto – con una visione complessiva dei problemi, e del quadro in cui si collocano le soluzioni.
Rispetto alle città italiane, con il loro patrimonio d’arte ma anche immobiliare, sembrano prospettarsi poche alternative alla condizione attuale, di progressivo depauperamento. Il processo di dismissione e/o delocalizzazione industriale, infatti, non solo genera crisi occupazionale – con tutte le conseguenze economiche e sociali che questa comporta – ma aggiunge degrado urbano, con sempre nuove aree destinate all’abbandono, e che circondano le periferie.
A questo tipo di degrado, finora si è opposto il modello disneyland, quello già applicato a Venezia, che di fatto presuppone la trasformazione della città in una gigantesca scenografia ad uso del turismo, sottoponendola ad una forma estrema di gentrification, e ad uno sfruttamento intensivo e rapace delle sue bellezze. Basti pensare che da un lato si spendono miliardi di euro per il Mo.Se. (e adesso sappiamo anche come…), il sistema di paratie che dovrebbe proteggere la laguna dall’acqua alta, e dall’altro non si vuole fermare il transito delle grandi navi da crociera a ridosso di San Marco. L’intera città, del resto, ormai in buona parte svuotata dei veneziani, ha un economia esclusivamente basata sul turismo.
Questo modello è quello che, sostanzialmente, si cerca di applicare anche a Firenze, e contro cui da tempo si batte Tomaso Montanari **, e che sottende a certi orientamenti riformatori del MiBAC, ed in particolare delle Soprintendenze – che pure non sono certo esenti da responsabilità ed atteggiamenti meramente conservatori.

Un altro modello, che sembra essere ad esempio perseguito a Napoli, è quello della città-brand, sullo stile di Barcellona. Senza arrivare agli estremi del modello disneyland, del resto applicabile solo a città medio-piccole e con un elevata concentrazione di beni artistico-culturali, la città-brand punta anch’essa ad essere riconosciuta come meta ambita per il turismo internazionale di massa, ed a fare di questo il principale fattore economico, limitando però l’impatto delle trasformazioni urbanistiche e sociali, e perseguendo l’obiettivo attraverso la valorizzazione della identità peculiare della città.
Purtuttavia, questo modello – che pure sta creando non pochi problemi nella città catalana, dove la cittadinanza comincia a sentirsi espropriata dalla presenza invasiva dei turisti – richiede comunque delle politiche strutturali, e non meramente d’immagine, che ad esempio la città di Napoli è ben lontana da avere. Il paragone tra le due città mediterranee, infatti, andrebbe fatto sui fondamentali: decoro urbano vs degrado, trasporto pubblico efficiente vs inesistente, politiche culturali intelligenti vs sconclusionate, qualità della vita decorosa vs deficitaria…
Napoli del resto, e non a caso, non riesce nemmeno ad accogliere significativamente la gran massa di croceristi che vi attraccano annualmente, quasi tutti immediatamente dirottati verso località più o meno limitrofe (penisola sorrentina, costiera amalfitana, Pompei…).
In entrambe i modelli, quello che viene intercettato è un turismo mordi-e-fuggi, che è ben rappresentato dagli autobus SightSeeing: ovvero guardare vs conoscere.

Bisognerebbe piuttosto rifarsi ad Amburgo o Marsiglia ***, dove le politiche cittadine hanno posto al centro il riuso degli spazi abbandonati, puntando innanzitutto sulla rivitalizzazione del tessuto sociale ed economico urbano, e solo poi, attraverso questa, ad una economia di più ampio respiro che includa il turismo come risorsa.
Insomma partire dal basso, liberando risorse ed offrendo opportunità, piuttosto che fare grandi investimenti promozionali, che scivolano sulle città lasciando ben poco – ed a pochi.
Nel concreto, una strategia perseguibile nelle città d’arte italiane (praticamente tutte), che rispondesse ad un tempo alle tre urgenze di cui sopra, potrebbe articolarsi secondo questi assets:

  • avvio di una politica che privilegi il recupero abitativo dei centri storici, ed in generale del tessuto urbano, a discapito delle grandi opere ****
  • assegnazione a scopo abitativo degli immobili pubblici in disuso, a canone fortemente agevolato, e con sostegno alle opere di ristrutturazione
  • assegnazione di immobili pubblici in disuso, a canone zero, per l’avvio di imprese artistiche e culturali

Ridare fiato alla microeconomia locale, fornire risposte alle esigenze abitative, favorire lo sviluppo di processi di riappropriazione sociale e culturale del tessuto urbano, frenare il degrado delle città.
Un’altra città è possibile.

Milano, il paradosso del cemento
** Blog Montanari
*** Marsiglia si ri-pensa / Riuso urbano a Marsiglia
 **** Di questo, sembra essersi resa conto persino l’ACEN: documento 1, documento 2

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