enricotomaselli

Talkin' about revolution (all texts are copyleft)

Posts Tagged ‘il Mattino

Tra Pulcinella e Peter Pan

leave a comment »

 A bocce ferme, per abbozzare una riflessione pacata sul corteo no-Salvini, e per farne occasione di una riflessione più ampia.
Sono stato e sono tra quanti ritengono che fosse giusto organizzare la manifestazione, e questo a prescindere dall’esito finale con gli scontri a piazzale Tecchio e la grancassa mediatica che ne è seguita. Giusto per sgombrare subito il campo da possibili equivoci. Lo ritenevo e lo ritengo giusto perchè non credo affatto che il contrasto a tutto ciò che – oggi – la Lega e Salvini rappresentano, possa essere messo in atto semplicemente ignorandoli, né tantomeno credo abbia senso l’obiezione che, così facendo, se ne alimenta e se ne amplifica la portata.

La questione è piuttosto quanto la pratica dello scontro serva oggi al movimento.
C’è, in questo – diciamocelo francamente – una coazione a ripetere ormai quasi ventennale, che risale all’epoca dei disobbedienti. La rappresentazione, verrebbe da dire la messa in scena, dello scontro di piazza, fatte salve alcune occasioni in cui è stata sostituita da una battaglia vera, è entrata a far parte della ritualità di piazza dei movimenti antagonisti. Quasi una sorta di elemento identitario.
Ora, è possibile che, in una certa fase, questa ritualità identitaria abbia avuto una funzione, e forse anche più di una. Ma, credo, questa fase è conclusa da tempo, e l’estendersi di questa prassi finisce con l’assolvere soprattutto a (poche) funzioni psicologiche, lasciando del tutto fuori effettive ragioni politiche.

É ovvio che Salvini, venendo a Napoli, non fa una semplice operazione elettorale, non viene soltanto a caccia dei voti di un centro-destra allo sbando. Consapevolmente, viene a soffiare sul fuoco, perchè sa di venire in terra ostile, e conta di capitalizzare anche l’ostilità. Per il suo bacino di riferimento, è una medaglia al valore.
Inoltre, sa perfettamente di inserirsi in un contesto generale che vede la città di Napoli come un grumo mal digerito da parte del partito di governo (PD), e che in questo (ma non solo…) è in ottima sintonia con il nuovo Ministro dell’Interno Minniti. La sua calata, dunque, costituisce un abile mossa per prendere due piccioni con una fava.
Quindi è chiaro che lo scontro di piazza è assolutamente funzionale al suo disegno, e presta il fianco all’orientamento repressivo del Viminale. Oltre, ovviamente, a mostrare i limiti – oggettivi e soggettivi – dell’ambivalenza dell’amministrazione comunale, che cerca di giocarsi (malamente, a mio avviso) un ruolo di lotta e di governo, molto spesso pasticciato.

Ora, dovrebbe essere quasi superfluo sottolinearlo, la Politica è la trasformazione dello stato presente delle cose, non semplicemente l’affermazione di un’idea. É dunque una prassi che deve soggiacere innanzi tutto alla ferrea legge dell’opportunità. Che non va ovviamente intesa come opportunismo, ma come pratica di ciò che è opportuno, che produce (che almeno può produrre) gli esiti desiderati.
E qual’era, l’esito desiderato della manifestazione? Credo che l’esito politico desiderato non potesse essere altro che rimarcare l’isolamento di Salvini e della destra raccogliticcia a conclave nel chiuso della Mostra d’Oltremare. Non potesse essere altro che estendere alla più ampia opinione cittadina, questo cordone sanitario contro il lepenismo leghista. Non potesse avere altro scopo che aumentare il consenso che i movimenti hanno in città, radicandolo sempre più.
Tutti obiettivi che la manifestazione poteva aver conseguito, sino alla bagarre davanti ai cancelli della Mostra.

Ragionevolmente, non si può – ex-post – invocare l’alibi della provocazione, per le cariche del giorno prima davanti la sede de Il Mattino, o per la massiccia presenza di uomini e mezzi schierati fuori l’area della riunione leghista. Né c’era una zona rossa che avesse senso violare. Gli scontri si sono innescati perchè erano nell’aria. Quasi un destino annunciato ed ineluttabile.
Laddove, invece, la logica politica avrebbe voluto che non vi fossero, persino in presenza di una effettiva provocazione, se non per una precisa scelta. L’impressione è stata, invece, quella di una recita in cui ciascuno è ingabbiato nel proprio ruolo, in cui nulla può darsi al di fuori del copione, scritto non si sa più da chi né perchè.
E di queste gabbie, mi sembra che a Napoli si cominci ad abusare.

Anche se la narrazione (scontata, no?) che ne hanno fatto i media è largamente falsa (nessuna bomba carta, nessuna molotov, nessun quartiere devastato, nessun black-block…), cento ragazzi con la mascherina nera di Pulcinella che celebrano la propria danza di rabbia tra lacrimogeni e lanci di sassi, non parlano un linguaggio inclusivo. Anche se buona parte dei manifestanti non li sente estranei (ed è vero, non sono alieni, né provocatori, né altro: sono parte del movimento), questa empatia ha un raggio assai limitato, difficilmente si espande oltre chi era in piazza per manifestare, ed anche una parte di chi c’era sarà indotta a considerare con maggior prudenza la propria partecipazione.
Come la violenza negli stadi ha prodotto la rarefazione della presenza di pubblico, al di fuori della tifoseria organizzata, giocando un ruolo non secondario nella trasformazione del calcio in spettacolo eminentemente televisivo (secondo i desiderata delle società), così il rischio è di ridurre il manifestare in piazza ad uno spettacolo mediatico, che esiste in virtù del fatto di essere mediaticamente visibile, e che lo è nella misura in cui risponde all’esigenza (spettacolare e politica) dei media, offrendo – appunto – la messa in scena dello scontro.

Al di là – molto al di là… – della facile retorica della città ribelle, che è molto più funzionale alla partita politica e personale del sindaco che non a quella dei movimenti, c’è da parte di questi una sorta di sindrome di Peter Pan: il rifiuto (inconsapevole, forse) di voler crescere (politicamente).
Se, come sembra, il riferimento più significativo è quello spagnolo, a partire dall’esperienza degli indignados sino a Podemos, sembra che i movimenti – in particolare a Napoli, dove per una serie di congiunture favorevoli hanno un terreno di coltura fertile – non riescano a fare quel passaggio, quello capace di trasformarli – appunto – da movimenti, legati a specificità territoriali o tematiche, a movimento, con obiettivi e capacità politica ampi.
Una possibilità invece assolutamente reale, concreta. Oltre che opportuna e necessaria.
Ma questa incapacità, si è già vista – colpevolmente – in occasione del referendum del 4 dicembre, quando non si è riusciti a dare una immagine univoca ed unitaria che, rappresentando un NO sociale, e quindi non semplicemente un rifiuto del renzismo, avrebbe potuto intercettare un’ampia fascia di cittadinanza, aprendo con questa un canale di comunicazione costruttivo.

La questione vera, dunque, non è l’episodio in sé degli scontri, né tanto meno una pretestuosa dicotomia violenza/non violenza, o – diversamente declinata – legalità/illegalità. Alla Mostra d’Oltremare è stato in scena l’epifenomeno.
Andare oltre o meno, questa è la questione. Perchè in politica come in fisica, i vuoti vengono comunque riempiti, e se lo spazio di una opposizione radicale, sociale e politica, non viene occupato da chi ne avrebbe titolo, verrà occupato da chi ne ha i mezzi.
Questa è la scelta su cui ragionare, il passaggio da costruire (o, al contrario, a cui definitivamente rinunciare).
Le diatribe su scontri si / scontri no, lasciano il tempo che trovano.

Il Mattino ha ‘loro’ in bocca

leave a comment »

Nei giorni scorsi, il Mattino di Napoli ha pubblicato un ampio servizio (due pagine) sul Forum delle Culture, a cui ha fatto poi seguito un forum sul Forum nella redazione. Dovrebbe seguirne la pubblicazione ancora una volta sulle pagine del giornale.
Per chi ha tempo e pazienza, suggerisco l’ascolto della registrazione, al link su indicato. A ben vedere – anzi, a ben sentire… – risulta illuminante, su alcune delle questioni fondamentali.
A me personalmente ha rammentato, in forma di sottolineatura mnemonica, due o tre cose di cui sono da tempo convinto. La prima delle quali, assai sconfortante, è che una difficoltà enorme risiede nella sostanziale impossibilità di far comunicare due mondi, quello degli operatori culturali e quello della gestione amministrativa; e non mi riferisco semplicemente al ceto politico.
Nel muovere certe obiezioni di merito, ti accorgi che vengono respinte non solo per un riflesso autodifensivo, o per malafede; è proprio che non capiscono.
Ed è chiaro come ciò testimoni la drammaticità di una situazione.

o' flop

o’ flop

Il forum al Mattino è stata una straordinaria occasione mancata, proprio per le mancanze. Anzi, diciamo pure le omissioni.
Un liet motiv di tutti gli interventi di parte istituzionale, ad esempio, è stato (as usual…) il mettere le mani avanti nelle più classiche forme (“certo si poteva fare meglio, ma…”, “i fondi a disposizione erano molto meno di quanto si era originariamente pensato…”, etc.). Ma soprattutto  in tanti – il commissario della Fondazione Pitteri, l’assessore Daniele su tutti – hanno addotto la giustificazione d’essere arrivati da poco. Come se questo fosse dovuto ad un evento misterioso quanto naturale, e non prodotto di scelte politiche pregresse, prima ancora che causa degli attuali deficit. Certo, questo vale a (parziale) assoluzione personale, ma appunto rimanda ad altre responsabilità, che invece nel corso del forum sono state totalmente ignorate. Nel fare la cronistoria del Forum, dall’assegnazione a Napoli sino ad oggi, c’è un pezzo che è stato clamorosamente nascosto sotto il tappeto! Si è incredibilmente omesso di dire che, dalla defenestrazione di Nicola Oddati in avanti, la gestione del Forum, da parte dell’amministrazione comunale guidata da De Magistris e di quella regionale guidata da Caldoro, è stata devastante.
Non si fatta menzione di come il Sindaco abbia voluto intestarsi in prima persona la supervisione della manifestazione, con l’evidente retropensiero di affidarne de facto la gestione al fratello Claudio, ed arrivando all’assurdo di tenerne fuori l’assessore alla Cultura dell’epoca (una delle ragioni per cui ho qui tante volte polemizzato con Antonella Di Nocera è stata proprio l’aver accettato questa situazione inconcepibile). Salvo poi, ovviamente, sfilarsi quando è stato chiaro che si stava delineando il flop di cui parla (solo oggi) il Mattino.
Non si è fatta menzione del balletto di nomine, che ha visto succedersi i nomi più disparati (e talvolta francamente improponibili) alla guida della Fondazione. Né degli innumerevoli ritardi, che hanno fatto sì che il Forum 2013 si svolgesse nel 2014. O dei numerosi richiami, talvolta francamente infastiditi, che sono arrivati dalla Fundaciò di Barcellona. O del fatto che, pur a fronte di una drastica riduzione dei fondi disponibili (da 200 a 16 milioni), la Regione Campania abbia comunque imposto una frammentazione del format, che si è voluto esteso a tutti i siti UNESCO, determinando così una decurtazione di oltre il 30% per la città di Napoli.

Nella ricostruzione di comodo venuta fuori dal forum del Mattino, resta spazio solo per poter rivendicare quanto si sia stati bravi – nelle condizioni date – a fare ciò che è stato fatto. Si prende cioè un pezzo fondamentale di storia della manifestazione, omettendone le responsabilità, per farne un alibi a fronte della mediocrità dei risultati. Da questo punto di vista, ciò che ha avuto luogo nella redazione del Mattino, mi sembra la prova generale per la narrazione successiva sul e del Forum. Non è un caso che, tra i protagonisti dell’incontro, la maggior parte degli intervenuti fossero ascrivibili al mondo istituzionale, e che quei pochi presenti che invece venivano dal mondo degli operatori culturali siano stati i soli a muovere chiare e precise critiche, ma nella sostanza sommersi da una maggioranza di interventi comprensibilmente tesi a difendere il proprio operato.
Del resto, come dicevo prima, era chiaro che, la sostanza di quelle critiche, risultava incomprensibile prima ancora di essere respinta pavlovianamente

D’altro canto, dov’era il Mattino in questi anni, quando si succedevano tutti i fatti che avrebbero poi – evidentemente – determinato quanto sta oggi puntualmente avvenendo? Dov’era quando da più parti si denunciava il flop prossimo venturo? Quando, a partire da questo blog, un gruppo di operatori culturali chiedeva a Barcellona di revocare l’assegnazione del format a Napoli?
Il Mattino era solidamente schierato a fianco del Sindaco, ovvero del responsabile n.1 del fallimento che oggi viene candidamente a denunciare. Come fare un’inchiesta su un delitto, senza mai citare l’assassino, o – se preferite – scrivere della costruzione della Reggia di Caserta senza mai fare il nome di Vanvitelli. Il massimo del giornalismo.

Ho già detto in altre occasioni che, a mio avviso, il fallimento del Forum vale da solo la condanna politica definitiva per questa amministrazione; tale e tanta è la sfilza di approssimazione, di incompetenza e di supponenza, messe in campo su questo tema, da meritare un bando dalla città, come usava una volta. Sfortunatamente, una politica strabica, che si aggrappa sempre al poco di buono fatto per giustificare la distrazione sul tanto di male, sembra pensarla diversamente. Dimenticando quel che si intende solitamente per poco di buono
Ancora una volta torno a dire: se il mondo della cultura non riesce a fare massa critica, se non riesce ad esercitare una pressione forte, chiara, coesa e preventiva, poi non si lamenti se la prossima amministrazione (a San Giacomo come a Santa Lucia) riproporrà sempre i soliti schemi, cambiando al più qualcuna delle facce che li rappresentano. Vuol dire che ce li meritiamo.

Il dolore abusivo

leave a comment »

#laCappellaTraiana #DavideBifolco

Ancora (ed a mia volta…) non smetto di stupirmi per coloro che si stupiscono quando il prevedibile poi accade realmente.
Perchè in una regione ed in una città nella quale e per la quale l’abusivismo edilizio è prassi consolidata – e del resto anche incoraggiata, da appositi provvedimenti legislativi e/o dal caloroso sostegno di sindaci – stupirsi che al Rione Traiano venga eretta una cappella abusiva in memoria di Davide Bifolco, è come stupirsi che al fulmine faccia seguito il boato del tuono.
Né, francamente, mi stupisce che tutto ciò accada nella più totale assenza dell’amministrazione comunale. Ignaro il Comune, ignara la Municipalità, i Vigili Urbani, persino il parroco! Del resto, che questa amministrazione non abbia nulla da dire – né alcuna voglia di ascoltare… – riguardo alle periferie, è cosa nota e palese. In questo, forse ancor più che in altro, si è reso evidente che lo spirito rivoluzionario agitato nei primi tempi dell’amministrazione arancione, non era che mero atteggiarsi intellettuale, poco importa se in buona fede o meno.

La Colonna Traiana

La Colonna Traiana

Che gli abitanti del Rione abbiano deciso di costruire questa loro Cappella Traiana, è segno multiforme della profonda separatezza che ne contraddistingue il sentire.
Non è, semplicemente, un omaggio alla memoria di Davide, né un segno di quella religiosità (un po’ pagana, si dice) che contraddistingue i ceti popolari. É un monumento che celebra la comunità stessa, che coglie l’attimo della (tragica) notorietà per rivendicare non la fine della sua marginalità, ma al contrario la propria identità separata. E lo fa, com’è ovvio, nelle forme e nei modi che essa (ri)conosce. Con l’afflato religioso che prescinde dalla Chiesa, con l’autocostruzione che prescinde dalle autorizzazioni.
Quella Cappella viene eretta per dire che, per loro, Viale Traiano è il Rubicone.

Poco importa se, dietro l’iniziativa, ci sia a meno la criminalità, che a sua volta mantiene un così forte e singolare legame con la religione, ad onta di scomuniche papali o quant’altro. Poco importa che cappelle votive ed edicole sacre vengano erette anche per i morti di camorra, e che talvolta vengano anche utilizzate come nascondiglio per armi e droga. La questione è in ogni caso più ampia.
Come ci rammenta oggi Aldo Masullo su il Mattino, la deindustrializzazione ha espulso dal processo produttivo ampi pezzi di città; e questo vuoto non è stato colmato. La stessa camorra non lo ha fatto che in parte.
A vent’anni dalla dismissione dell’Italsider, stiamo ancora a discutere di cosa si farà a Bagnoli. Vent’anni, una generazione quasi. Come stupirsi, poi, di Scampia o del Rione Traiano?

Questa città – la sua borghesia inane e maledetta, le sue istituzioni pubbliche – non vede l’ora di volgere altrove lo sguardo. Caccerebbe la testa persino in una saettella, pur di non vedere. Pur di avere una scusa per eludere il problema.
Si culla nell’illusione che i problemi si risolvano da soli; o che qualcun’altro venga a risolverli. O quantomeno, che uscendo dall’orizzonte ottico la smettano di intossicarne la quotidiana esistenza.
Sarebbe bello invece se smettessimo di girare la testa. Se in questo rivitalizzarsi pre-elettorale dei partiti, ci fosse chi pensasse di parlare alle periferie, e non delle periferie. Sarebbe bello se la rassegnazione lasciasse un po’ di spazio alla speranza.
Sarebbe bello se, in questo deserto, ci fosse qualcuno che avesse il coraggio di mettersi alla testa d’una coorte di cittadini, e proclamasse: alea iacta est.

Written by enricotomaselli

17 settembre 2014 at 13:55

Benvenuti a turistopoli

with 2 comments

#turistopoli #ForumFantasma #lacittàpiùbelladelmondo #11milionidieuro

Con gran clangore di fanfare, l’amministrazione comunale annuncia per oggi l’arrivo di 15.000 croceristi, a bordo di tre navi che approdano al porto (commissariato) della città.  Come ormai d’uso si presenta ciò come un grande evento, e mobilitando per l’occasione vigili urbani, protezione civile e personale pubblico per l’accoglienza. Il che, intendiamoci, va anche bene. Non è tanto la mobilitazione comunale in sé, a lasciare perplessi, quanto l’enfasi nel presentarla, il non detto che nasconde, e soprattutto l’orientamento di fondo che traspare.
A Napoli attraccano annualmente decine e decine di navi da crociera, e l’eccezionalità odierna sta solo nella concentrazione, e nella presenza della Oasis of the Seas, la più grande nave da crociera al mondo. Purtroppo, la gran parte dei croceristi o resta a bordo oppure appena scesa si dirige altrove (Pompei, penisola sorrentina, costiera amalfitana…). E ciò non certo perchè queste località mandino qualcuno ad accogliere i croceristi in porto con fiori – quasi fossimo alle Hawai… – ma perchè lavorano all’accoglienza turistica in modo serio, competente, e soprattutto pianificato. Perchè se c’è un settore che richiede, tra l’altro, pianificazione a medio e lungo termine, questo è proprio il turismo.

Oasis of the seas

Oasis of the seas

Eppure, paradossalmente, questa amministrazione fa del turismo la sua dichiarata ossessione.
Ogni sua azione, sembra avere lo scopo di migliorare l’immagine di Napoli, di incrementarne il turismo. Con questa scusa, negli ultimi anni sono stati spesi milioni di euro – a partire dalle regate della America’s Cup. A parole, i turisti sono nel cuore di questa amministrazione. Sembra che tutto si faccia per loro. Peccato che a giudicare dalle condizioni della città, i cittadini sembrino essere marginali.
Che le difficoltà siano tante, nessuno se lo nasconde. Ma la prosopopea che promana da Palazzo San Giacomo è davvero intollerabile.

Sempre oggi, il commissario al Forum delle Culture Pittèri (come titola oggi il Corriere del Mezzogiorno, qui c’è un commissario per tutto…) interviene su il Mattino per rispondere alle critiche su come stia andando questo grande evento. Naturalmente, manco a dirlo, anche in questo caso tout va très bien! Sorvolando ovviamente sul fatto che siamo ad ottobre 2014, e quella che si dovrebbe celebrare è l’edizione 2013…, il nostro vanta la partecipazione di 60.000 persone alle iniziative del Forum. Di là dal fatto fatto che ci piacerebbe sapere da quale cilindro esce questa cifra, anche prendendola per buona non si può che constatare come attesti il fallimento del Forum. Napoli conta quasi un milione di abitanti, è solo l’area metropolitana almeno due-tre volte tanti.

Il commissario ci fa anche una lezioncina sui buoni principi cui ispirare l’azione delle politiche culturali (“riportare la cultura dentro la vita quotidiana”, “rimettere al centro le comunità di prossimità”, “favorire progettualità localizzate”, “creare occasioni per la nascita di reti locali ed extraterritoriali”…). Peccato che, ancora una volta, la città e l’area metropolitana siano praticamente inconsapevoli della stessa esistenza del Forum, che non ve ne sia traccia visibile, che in alcun modo sia stata favorita la partecipazione della cittadinanza al processo di costruzione del Forum (preferendovi il solito scherzetto del finanziamento ad una serie di progetti slegati tra loro, e che – indipendentemente dalla singola qualità – si traduce nella solita vecchia pioggia di microfinanziamenti).

Per tacere, ovviamente, sulla assoluta mancanza di qualsivoglia pianificazione dei flussi turistici in relazione all’evento. Che, del resto, nella sua miseria complessiva, difficilmente avrebbe potuto convincere qualcuno a venire a Napoli per questo. Il tutto, per la modica cifra di 11 milioni di euro. Mentre la città cade a pezzi, le periferie affogano nel degrado e nell’abbandono, la vita civile si imbarbarisce sempre più.
Però, abbiamo il turismo nel cuore.
Benvenuti a Napoli, #lacittàpiùbelladelmondo …

Il nome giusto delle cose

with 9 comments

Passata la festa, e gabbato lo santo, rieccoci qua. Nonostante il periodo festivo sia solitamente avaro di avvenimenti, nel corso di questa breve pausa son comunque accadute cose, e più d’una degna di rilievo. Tanto per cominciare, voglio ricordare la prematura scomparsa di Tommaso Cestrone, l’angelo di Carditello; doppiamente prematura, perchè non solo l’ha portato via prima del tempo, ma anche perchè – e d’un soffio – non gli ha dato la possibilità di sapere che, alfine (ed è questa una bella notizia), la Reggia borbonica è stata acquisita dal MIBAC. Non che questo sia automaticamente garanzia di salvezza, per questo ennesimo pezzo del patrimonio storico-culturale campano (Pompei docet), ma è quanto meno un passo avanti. Il ministro Bray sembra tra l’altro di questo ben consapevole, e pare intenzionato a mettere in essere ulteriori passi per evitare che l’acquisizione non esaurisca l’azione preservatrice dello stato. Sempre che, naturalmente, questo governo travicello non cada prima, e che al posto di Bray non arrivi qualcun’altro con diverse priorità
Intanto (ma da queste parti nessuno nutriva dubbi in merito!), oltre alla festa è passato anche il 2013, ma del Forum delle Culture s’è visto soltanto una patetica inaugurazione. E così, oltre allo santo, son riusciti a gabbare anche i napoletani e quelli di Barcellona. Sarà perchè a casa di quell’altro santo, San Giacomo, c’è una volpe arancione
Ma la più lunga e squallida sceneggiata che Napoli ricordi, non per questo è avara, e si arricchisce sempre di qualche nuovo atto. Così da un lato la Regione Campania ha finalmente – bontà sua – elargito i primi due milioni di euro, sugli 11 destinati alla parte napoletana del Forum, mentre dall’altra l’assessore Daniele fa sapere che “si entrerà nel vivo tra maggio e giugno”; più o meno un anno esatto dopo quello che avrebbe dovuto essere il periodo di svolgimento del Forum stesso. Naturalmente, tutto ciò mentre si continua a non sapere assolutamente nulla riguardo anche solo uno straccio di programma. Né è dato sapere se e come si sia risolta la crisi scoppiata nel triangolo amoroso De Magistris-Caldoro-Puca, con i suoi risvolti tribunalizi
Alla fine, chi gestirà la sagra paesana? Ci sarà mai un direttore artistico? Ai posteri, l’ardua sentenza.

Closed

Closed

Sempre da Nino Daniele veniamo a sapere come saranno spalmati quei famosi undici milioni. Nella stessa intervista a il Mattino di pochi giorni fa, viene fuori questa lista della spesa: 1.300.000 € per saldare il debito con Bercellona, per la cessione del marchio; 800.000 € per i dialoghi (contenitore ancora avvolto nel mistero, per non parlare dei relativi contenuti); altri 800.000 € assegnati alle municipalità ed alle scuole (per farci cosa? con quali criteri?); 4.200.000 € per i progetti; 1.000.000 € per la comunicazione.
A questo punto, sono d’obbligo alcune considerazioni. Intanto, così il conto fa 8.100.000 €, all’appello ne mancano quindi 2.900.000; immagino che ciò confermi i rumors ufficiosi, secondo i quali 200.000 € andrebbero al campeggio della pace (?!) e 2.700.000 € per il personale e l’organizzazione.
Considerando che, grazie all’insipienza ed alla incompetenza mostrate dall’amministrazione, a Forum ufficialmente iniziato non risulta esserci ancora uno staff che ci lavora (se si escludono un paio di dipendenti comunali distaccati), viene da chiedersi: duemilionisettecentomila euro, non sono un po’ troppi? Visto che questa voce di bilancio è chiaramente destinata ad essere la più opaca, quella dove più facilmente si potrà manovrare per collocare parenti, amici e sodali, è troppo chiedere quante persone, per quanto tempo, con quale retribuzione e con quali compiti, verranno impiegate?
Seconda considerazione. Un milione di euro per la comunicazione, sembra francamente un’altro sproposito. Tanto più che, con ogni evidenza, non c’è né il tempo né il modo di comunicare un programma a tutt’oggi sconosciuto, e quindi qualsivoglia tentativo di convogliare flussi turistici è ormai del tutto, e clamorosamente, mancato. Questo milioncino tondo tondo, dunque, ha tutta l’aria di una torta imbandita per bocche che già lo pregustano… Vuoi vedere che verranno assegnati senza gara, oppure con una di quelle gare farlocche a cui ci hanno abituato (bando pubblicato a pochi giorni dalla scadenza)? Trasparenti come una lastra di granito.
Infine, quei quattromilioniduecentomila euro per i progetti (aspettiamo sempre i bandi…), saranno assegnati – anzi: “distribuiti”… – avendo come tetto massimo 20.000 € per progetto. Come a dire che saranno minimo 210, i progetti approvati; presumibilmente, almeno 300. E se non è questo un criterio che sfacciatamente punta alla distribuzione a pioggia di risorse, senza alcun criterio selettivo basato sulla qualità e coerenza del progetto, ditemi cos’è.
A questo punto, tenersi pronti, e che alla pubblicazione dei bandi scatti l’arrembaggio.

Insomma, niente di nuovo sotto il sole.
Una novità, però, effettivamente c’è. Era nell’aria, ed alfine si è depositata. Poiché ogni cosa ha il suo tempo, e c’è un tempo per ogni cosa. Giunge quindi, invariabilmente, il momento in cui quel tempo si esaurisce.
Quel momento, per me, per questo blog, è arrivato. In questi anni, ha rappresentato per me – ma, credo, non solo – uno strumento di denuncia e di proposta, il cui senso ultimo era che, sia pure in piccolissima misura, potesse servire ad innescare un processo di riscossa civile. Purtroppo, così non è stato; anzi, al contrario, quanto meno nella mia percezione delle cose, da quell’obiettivo ci siamo allontanati.
Poiché questo dialogo si è dipanato – appunto – lungo l’arco di oltre un biennio, da quel primo post (É arrivato O’ Presidente) del 10 ottobre 2011, credo doveroso spendere qualche parola in più, sul suo essere giunto – almeno in questa forma – al suo capolinea.
Non c’è, da parte mia, alcun cedimento al sentimento dominante, intriso di sterile rabbia e di rassegnazione, secondo il quale “a Napoli non c’è niente da fare”. La famosa frase del Croce, sul paradiso abitato da diavoli, sarà anche fascinosa, ma rientra nella sfera di quel fatalismo che proprio non riesco a digerire.
Non è un gesto di aristocratico sprezzo (“non mi meritate…”), poiché sarei il primo a ridere di me. Così come non è una dichiarazione d’impotenza (“non sono capace…”).
Semplicemente, sento che questa fase – per me – si è esaurita. Può darsi che, domani, la mia passione civile trovi altre strade, ma per il momento cede il passo ad altre passioni. Voglio dedicarmi appieno ai miei progetti nel campo dell’arte contemporanea, vorrei provare a sostanziare in modo non passeggero qualcuno di questi, vorrei lasciare che lo sguardo mentale spaziasse più liberamente oltre questa città.
Non passo il testimone ad alcuno, ma sarebbe bello scoprire che c’è chi, da qualche parte, riallaccia il filo che qui si interrompe – a suo modo, lungo le sue strade.

É possibile che il blog non muoia, ma attraversi una mutazione. Ho da poco iniziato a scrivere d’arte contemporanea, sul magazine online freakout *, ed è possibile che, in futuro, le cose da li rimbalzino anche qui. Di sicuro, con diversa, più elastica, periodicità. Vedremo. Intanto ringrazio tutt* quant* hanno seguito, magari anche solo a tratti, le mie riflessioni, coloro che sono intervenuti con i propri commenti, o che hanno preferito comunicarmi in via più privata la propria simpatia ed il proprio accordo. In qualche modo, in qualche tempo e luogo, certamente le nostre strade continueranno ad incrociarsi ed intrecciarsi – per mia fortuna.
Questo blog, questo tempo, è un’abito che devo dismettere. E come diceva Rosa Luxemburg, “anche solo dare il nome giusto alle cose è un gesto rivoluzionario”.

* “Nato a Napoli e gira il mondo, un progetto per celebrare i 50 anni della videoarte”, 14/12/2013, freakoutmagazine
* “Arte Pubblica: Funzione o Finzione?”, 29/12/2013, freakoutmagazine

Per chi non si rassegna

with 5 comments

“Ce lo chiede l’Europa” è il mantra delle classi dirigenti degli ultimi anni. Quanto più, nei fatti, l’Unione Europea appare allontanarsi dai suoi ideali, rivelandosi sempre meno unione, tanto più viene usata come alibi da classi dirigenti mediocri se non del tutto incapaci. Naturalmente l’alibi (e l’Europa) viene invocato solo quando fa comodo…
Perchè poi l’Europa ci dice – ci chiede – tante cose, sulle quali invece si glissa agilmente, magari perchè in contrasto con le idee o gli interessi elettorali della consorteria pro-tempore al governo del Paese. Salvo poi magari pagare multe salate, con i soldi dei cittadini, per le inadempienze di cui non si parla.
L’Europa ogni tanto ci rammenta anche chi (come) siamo. Ci fa una radiografia.
E così, mentre alcuni cantori della rivoluzione arancione continuano a descrivere la città come un luogo tutto sommato felice, e comunque saldamente sulla strada della rinascita, ecco che ti arriva un’indagine della Commissione Europea, che ci restituisce il feedback reale: preceduta solo da Atene e Palermo, Napoli è in fondo alla classifica in termini di indicatori sociali, economici e ambientali. La classifica, costruita a livello continentale sulla base delle opinioni espresse dai cittadini, registra il livello di insoddisfazione rispetto alla qualità della vita. Non che noi non lo sapessimo già, ovviamente; ma ora ce lo dice l’Europa
Naturalmente, non crederete che qualcuno se ne preoccuperà, che avvertirà l’impellente esigenza di porre mano a politiche capaci di invertire la rotta… Intendiamoci, io non condivido l’animosità iconoclasta che va sotto il nome di antipolitica. Non credo siano tutti ladri e/o in malafede. Penso – constato, direi… – che il più delle volte non siano all’altezza dei compiti.
Quando sento dire che a Napoli si pensa di investire altri 8 milioni di euro per ampliare la pista ciclabile (già costata 1 milione), non mi viene in mente che siano disonesti, ma che non sanno quello che fanno.

Ciclabile?

Ciclabile?

Il che, chiaramente, è per certi versi anche peggio…
Ma sarebbe un grave errore, così come lo è l’indiscriminatezza dell’antipolitica, credere sia un problema ristretto al solo ceto politico. Purtroppo, sono le classi dirigenti – nel senso più ampio del termine – ad essere inadeguate. La scorsa settimana, scrivevo a proposito di questo maledetto equivoco, quest’eterno ritorno dell’equazione cultura = petrolio. Poi leggi le cronache, e scopri che il professor Louis Godart, per trent’anni docente alla Federico II ed ora Consigliere per la conservazione del patrimonio artistico del Presidente Giorgio Napolitano, presentando una guida a Palazzo Serra di Cassano (sede dell’Istituto degli Studi Filosofici, ed ora anche museo), dichiara: “il nostro patrimonio culturale dev’essere petrolio per lo sviluppo economico delle regioni” *. E ti cadono le braccia.
Negli stessi giorni, leggo su il Mattino, a firma di Angelo Petrella, un fondo di commento all’indagine Quality of life in cities cui accennavo prima. Secondo lo scrittore posillipino, “Napoli non ha mai vissuto un periodo così ricco e produttivo, dal punto di vista culturale”.
Ora, io mi rendo conto che Petrella è giovane, e che quando Napoli viveva davvero una stagione di ricchezza culturale lui era un bambino, ma la memoria storica dei fatti non può essere fatta coincidere con la memoria personale. In certi casi, quantomeno informarsi è d’obbligo. Del resto, secondo Petrella, questa ricchezza in cosa consisterebbe? Nel fatto che “i produttori tutti vogliono girare un film o una serie tv ambientati nel nostro territorio, gli editori sono costantemente a caccia di idee e autori napoletani, gli studenti vengono persino dal nord Italia per studiare all’Orientale, e gli skipper della Coppa America ricordano a distanza di mesi con nostalgia l’accoglienza e l’entusiasmo mostrato dalla cittadinanza” **. Se questa è l’idea di ricchezza culturale degli intellettuali napoletani, stiamo messi proprio bene…

L’ho detto e lo ribadisco: non mi piacciono le generalizzazioni, soprattutto quelle sbrigativamente negative, che tendono a risolvere sparando nel mucchio. Ciò detto però, devo confessare che la mia personale opinione sulla borghesia napoletana (intesa come fenomeno sociale, e quindi a prescindere dalle singole individualità) è francamente pessima. Penso anzi che sia una delle cause principali dell’eterno malessere che affligge la città.
Anche se da questo humus poi vengono anche le iniziative migliori. Una per tutte, e solo perchè si svolge in questi giorni, ArteCinema.
C’è però in effetti un’altra ragione, per cui mi piace citare questa (sempre preziosa) rassegna. E che non è il folto pubblico che la segue ogni anno, testimonianza di una parte di città che non si rassegna. Nel programma di quest’anno, infatti, c’erano due brevi filmati a mio avviso di grande interesse. Mi riferisco a Dammi i colori, dell’artista albanese Anri Sala, che racconta l’esperienza di un’altro artista, Edi Rama, come sindaco della città di Tirana; ed alla presentazione di quell’esperienza fatta da Rama stesso, al TED di Atene. Un’esperienza di trasformazione della città, che tra l’altro mi ricorda molto quanto stanno facendo gli artisti olandesi Haas & Hahn (Jeroen Koolhaas e Dre Urhahn), in Brasile. E che si riallaccia a quanto face a suo tempo Antanas Mockus a Bogotà, di cui avevo già scritto; la trasformazione sociale (e urbanistica, ed economica) di una città, usando l’arte, la bellezza, come potente strumento di cambiamento. Il tutto, ovviamente, con scarse risorse economiche a disposizione.

Il cambiamento, lo ripeto da tempo, non è (solo) questione di soldi, ma soprattutto di idee. Ovviamente, di buone idee. Qualcosa di cui, purtroppo, sembrano scarseggiare i nostri amministratori. Eppure… Eppure non è poi così difficile – e non si tratta ovviamente di copiare pedissequamente le esperienze di Bogotà, di Rio o di Tirana; ma di avere la stessa capacità creativa di approccio. Lo stesso coraggio. Perchè è chiaro che dipingere di arancione qualche chilometro di marciapiedi non è la stessa cosa che colorare una città. E perchè non è questo lo scarto che occorre per innescare il cambiamento, qui ed ora. Probabilmente, quindi, questa iniziativa deve partire dal basso, dai cittadini. Occorre che almeno una parte delle persone e delle iniziative positive presenti in città, facciano uno sforzo per superare questa dimensione frammentata, facciano rete. Magari, provare quanto meno a parlarne. Per chi non si rassegna.

* la Repubblica, Louis Godart: “i beni culturali sono il vero petrolio d’Italia”, 8 Ottobre 2013
** 
il Mattino, Napoli invivibile ma fa cultura, 10 Ottobre 2013

Il patchwork delle culture

with 11 comments

Pare che Goebbels (il ministro della propaganda del III Reich) sostenesse che se devi dire una bugia, devi dirla grossa; perchè quanto più è grossa, tanto più sarà credibile. Ora, per quanto possa suonare sgradevole, il sinistro personaggio è considerato il padre della moderna comunicazione di massa, e dalle tecniche sviluppate al suo ministero sarebbe poi discesa la moderna pubblicità. Non c’è quindi da stupirsi se, che sia vera o meno questa storiella, di certo la lezione è stata imparata. Quella di spararla grossa è, infatti, un’efficace tecnica di comunicazione, utilizzata – manco a dirlo… – soprattutto in politica.
Maestro indiscusso, negli ultimi vent’anni, è stato ad esempio Silvio Berlusconi, il quale a sua volta ha aggiunto una ulteriore raffinatezza: la bugia, oltre che grossa, deve essere dettagliata. Quella di aggiungere cifre alle proprie fregnacce, infatti, è sempre stata una sua caratteristica, meglio poi se le cifre non sono tonde. Gli esempi in tal senso sarebbero innumerevoli, e ci vorrebbero dei tomi, per ricordarle tutte. L’ultima in gran voga in questi giorni, ad esempio, è quella che si vuol togliere la agibilità politica (?) al leader del primo partito italiano, un partito da 10 milioni di elettori. Manco a dirlo, i dati reali dicono tutt’altro. Alle elezioni politiche del febbraio 2013, il PDL ottenne 7.332.972 voti (il PD 8.644.523 ed il M5S 8.689.458). Anche a guardare la coalizione, i risultati sono diversi: il centrodestra (una coalizione di 9 liste) ottenne 9.922.850, il centro sinistra (una coalizione di 4 liste) ne ottenne 10.047.808.

Il Grande Pinocchio

Il Grande Pinocchio

Naturalmente, nell’era del grande pinocchio, non poteva mancare una genìa di epigoni in sedicesimo.
E poiché, com’è noto, a Napoli non ci vogliamo far mancare niente, qualcuno di questi ha casa da queste parti. Ma l’originalità partenopea deve naturalmente farsi sentire in qualche modo, e quindi qui è in uso soprattutto la magniloquenza dei paragoni, l’iperbole declamatoria, l’ardita similitudine.
Forse qualcuno ricorderà quando l’ex-assessore Di Nocera disse che per il PAN si sarebbe ispirata al Centre Pompidou; più di recente, l’assessore Piscopo ha sostenuto che le cripte sottostanti la chiesa di San Francesco di Paola al Plebiscito, una volta restaurate, “saranno il nostro Guggenheim”. Per non parlare ovviamente degli straordinari risultati turistici che il Sindaco assicurava a seguito dell’America’s Cup. Purtroppo, i dettagli e le cifre (quelle vere) dicono qualcosa di leggermente diverso. La presenza  dei turisti in città, infatti, ha visto si dei picchi in occasione dei grandi eventi (com’è ovvio), ma non ha prodotto alcuna reale inversione di tendenza, nemmeno sul breve-medio periodo, se è vero che nel 2013 si registra una flessione rispetto all’anno precedente. Ed ora, come dice Salvatore Naldi (Presidente di Federalberghi) il 2013 “è costretto a confidare nel Forum delle Culture”. E ho detto tutto!

A proposito di Forum delle Culture… Questa settimana, c’è stato l’ennesimo viaggio della speranza verso Barcellona; l’assessore Daniele ed il commissario della Fondazione Puca, infatti, sono volati nella città catalana per ottenere un tormentato placet ad un cronoprogramma di salvataggio. Il Forum, infatti, conferma il suo inizio per l’ultima settimana di settembre, ma sposta in realtà il suo baricentro verso la primavera 2014. Un compromesso tra l’esigenza della Fundaciò di non sputtanare ulteriormente il format, accordando l’ennesimo rinvio che ne avrebbe fatto saltare la cadenza triennale, e quella degli amministratori locali, che sono ancora in preda al caos più totale, senza una programmazione, una struttura investita dell’organizzazione, uno staff all’altezza del compito.
Salvati (almeno per il momento) capre e cavoli, si procede verso il debutto. E con un rovesciamento clamoroso delle prospettive – ma senza rinunciare all’esagerazione che lo contraddistingue – il Sindaco ci ha informati sul fotofinish che sarà “un Forum proletario”! Di là dall’uso alquanto fuoriluogo di questo termine, decisamente ottocentesco, che la sinistra più intelligente ed avveduta ha sostituito da anni con altre categorie più aderenti alla realtà, non si capisce bene cosa voglia significare.

Già, perchè anche quello sui fondi destinati al Forum è un pianto greco senza gran fondamento.
Confidando sulla distrazione generale, e sulla superficialità di tanta informazione, si continua a diffondere la favoletta che questi Fondi siano scesi da 250 a 16 milioni.
In realtà, ed in asse con il format originario del Forum battezzato a Barcellona, lo schema iniziale prevedeva, in parallelo, un’azione di forte intervento urbanistico sul centro storico napoletano, per un importo di 200 milioni, e le manifestazioni culturali ed artistiche, per altri 25. La giunta regionale guidata da Caldoro (cui, lo ripeto, va per gran parte la responsabilità di questo fallimento annunciato), tra le sue prime deliberazioni decise di scorporare i due interventi, l’urbanistico ed il culturale. Ferma restando l’egida dell’UNESCO, all’intervento sul centro storico sono stati assegnati 100 milioni (dopo varie polemiche tra Regione e Comune sulla scelta dei siti su cui intervenire), e si attende l’avvio dei cantieri. Mentre per la parte culturale si è passati da 25 a 16, di cui 11 per le manifestazioni da svolgere a Napoli, e 6 per quelle negli altri siti UNESCO della regione. La decurtazione reale, quindi, è al più da 25 ad 11. Apparirebbe quindi singolare che, a fronte di un dimezzamento dei fondi disponibili, il format sia stato invece dilatato dai 101 giorni originari ad oltre 240… se non fosse che, chiaramente, questo risponde all’esigenza primaria di chi ha gestito sinora l’affaire (i De Magistris brothers in testa), ovverossia prendere tempo.
Perchè in questo ormai biennale pastrocchio non sono riusciti a concretizzare nulla di ciò che, invece, avrebbe dovuto già esserci.

Quel che ci attende, dunque, è null’altro che “una serie di eventi più o meno estemporaneamente collegati tra loro” (parole sempre dell’ex-assessore Di Nocera, intervista a il Mattino del 24-08-2013). Persino di ciò che aveva selezionato e prodotto il Comitato Scientifico della Fondazione, non si sa più nulla. Forse superato da altri equilibri, probabilmente divenuto carta straccia, agli occhi di chi immaginava un Forum spettacolare (nel senso letterale della parola). Avremo probabilmente un Forum-patchwork, una sorta di coperta realizzata cucendo insieme varie manifestazioni, più o meno già programmate a prescindere dal Forum, e con un fil rouge decisamente approssimativo rispetto ai temi che avrebbero dovuto costituirne il cuore. Il tutto condito da qualche grande evento qua e là.
Adesso, alla vigilia del debutto, in tanti scoprono che sarebbe stato meglio non farlo. L’associazionismo civico, e da ultimo qualche intellettuale, chiedono di rinunciare. Facendo finta di non sapere che ora è comunque troppo tardi. Come se non fosse chiaro da almeno un anno che questa sarebbe stata, inevitabilmente, la deriva. Quando persone ben più competenti ed autorevoli di un blogger, come Domenico De Masi o Francesco Caruso, ben descrivevano lo stridente conflitto tra il corretto approccio ad una manifestazione di questo genere (in termini di tempo, di competenze, di serietà) e l’approssimazione facilona con cui veniva invece affrontata. Ma quando sarebbe stato utile un forte pronunciamento della città, a quanto pare erano tutti distratti – o ancora fiduciosi.
Adesso, il countdown è in termini di giorni. Per dirla con Benigni ed il compianto Troisi, non ci resta che piangere. Ed è commedia.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: