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Tra Higuain ed il MAAN…

with one comment

Napoli, si sa, è città passionale. Non a caso, Turturro chiamò ‘Passione’ il suo film dedicato alla città. Ma qui il termine assume un accezione diversa dall’usuale, non denota il semplice appassionarsi a qualcosa, ma proprio lo stravolgimento della ragione.
Il calcio, ad esempio, non è semplicemente uno sport, ed il tifo non è semplicemente la passione per la propria squadra. A Napoli, tifare per una squadra diversa dal ciuccio, equivale ad essere considerati una quinta colonna. Se poi questa squadra è la Juventus, si è a rischio fucilazione.archeologico
Il Napoli, a Napoli, è una questione sociologica, come forse nessuna squadra in nessun’altra città. É una religione – con tanto di santi e demoni – che, come ogni religione che si rispetti, esercita una egemonia culturale anche su chi non è particolarmente interessato al calcio, purché viva nel territorio di riferimento. Ed in questo sentimento religioso, c’è fortissimo il desiderio di riscatto: ciò che non si pensa di poter ottenere per altre vie (su altri piani), si insegue sul campo da gioco. Ed è per questo che Maradona è un santo patrono, poiché non solo ha regalato alla città il riscatto, ma è stato ad essa esclusivamente fedele.
In realtà questo sport è sempre più un business, che in epoca di globalizzazione si gioca su scala planetaria. É quindi la legge del mercato, a dominarvi. E sono rarissimi i casi di identificazione profonda tra un giocatore e la (sua) squadra: Francesco Totti con la Roma, i baschi dell’Athletic Bilbao… In questa grande partita di business globale, giocatori e squadre si muovono in base al mercato, e null’altro. Stupirsene, o peggio indignarsene, è da ingenui.

Per questo, l’indignazione dei tifosi napoletani per il tradimento di Higuain è un segno di ingenuità; e proprio per questo il passaggio alla Juve del Pipita brucia ancora di più. Perchè costringe i tifosi a fare i conti con la realtà, a prendere atto del come vanno le cose, e di come ciò collida con quell’idea religiosa che in fondo coltivano. Uno sguardo laico su quel prato verde, probabilmente non escluderebbe la possibilità di godere d’un bello spettacolo (quando lo è…), ed anche di appassionarsi – senza per questo offuscare la ragione.
Ma, al tempo stesso, proprio la consapevolezza di quella dimensione speciale che qui assume la passione, dovrebbe smorzare quel senso di superiorità con cui taluni laici guardano al tifo bigotto.

Sempre di indignazione si tratta, a proposito dell’accordo di partnership tra il Museo Archeologico e la città di Comacchio. Alla notizia che il MAAN, in virtù di questo accordo, presterà parte dei reperti conservati in deposito, affinché vengano esposti nelle sale di Palazzo Bellini e (dal 2017) nel nascente Museo Delta Antico, si son levati gli scudi dei custodi dell’integrità cittadina.
Ovviamente, in questo come in ogni altro caso, l’accordo di partnership (biennale, e rinnovabile) può essere soggetto di critiche; ma queste dovrebbero attenersi al merito – e possibilmente basarsi sulla conoscenza di questo.
Cominciamo col dire che la città di Comacchio, candidata come Capitale Italiana della Cultura 2018, è stata la proponente di questo accordo. In base a tale accordo, che avrà durata biennale, e potrà essere rinnovato, nella città estense verranno organizzate mostre utilizzando reperti che il MAAN abitualmente conserva nei depositi.
É bene ribadire che tutti i musei hanno una vasta quantità di opere inesposte, e non semplicemente per una questione di spazio. Ovviamente, i pezzi migliori sono quelli privilegiati per l’esposizione nelle sale museali, e nei depositi restano le opere ed i reperti minori,  i pezzi multipli (se anche possiede 10.000 anfore, nessun museo le esporrà tutte).
Dunque, non c’è alcuna sottrazione al patrimonio visibile del MAAN – né tantomeno alcun prodromo d’una definitiva cessione, come pure adombrato da alcuni.

Alla base delle critiche scatenatesi alla notizia dell’accordo, c’è un sentimento – mi perdonino gli amici che le condividono – egoistico e particulare: l’idea che le opere contenute nel Museo napoletano siano di Napoli. Non a caso, per i napoletani il MAAN è il museo… Resta il fatto che il museo stesso, sin dalla sua denominazione, è Nazionale. E più in generale, ci si aspetterebbe che fosse ormai matura e diffusa la consapevolezza che i beni artistici e culturali sono patrimonio comune, non proprietà esclusiva di qualcuno.
Le obiezioni mosse alla partnership, sono fondamentalmente due – e collegate tra loro.
La prima, figlia di questo sentimento di possesso, è che trattandosi di reperti prevalentemente provenienti da Pompei ed Ercolano, dovrebbero restare sul territorio. Naturalmente non si rileva che, dalla Campania, nessuno ha avanzato una simile proposta al MAAN, come ha invece fatto Comacchio. Nè tanto meno che, con questa logica, dovremmo svuotare il Museo Egizio di Torino e mandare tutto a Il Cairo!

L’altra, è il trito “che ci guadagna Napoli?”. Anche qui, si potrebbe naturalmente obiettare che la domanda si potrebbe rovesciare: “che ci perde?”. Nulla. Perchè i reperti che andranno per mostre a Comacchio, altrimenti sarebbero rimasti nei depositi.
Ma la questione è in realtà diversa. Innanzitutto, data la vastità dei depositi del MAAN, se altri musei o comuni campani volessero stipulare accordi similari, non credo che mancherebbero reperti, né tanto meno la volontà di stipularli. Ma soprattutto, con questo accordo il MAAN (e quindi la città) ci guadagna! Perchè una cosa sarebbe far vedere un assaggio delle sue collezioni a Battipaglia piuttosto che ad Ariano Irpino, ben altra cosa è farlo vedere nelle Marche. Perchè è ad un pubblico più lontano, che bisogna far conoscere l’offerta culturale del Museo – e di Napoli. Perchè è in questo modo, che si attraggono visitatori. Quando il Direttore Giulierini parla di “disseminazione culturale”, sicuramente ha presente anche questo.
Per tacere del fatto che, già solo per essere candidata come Capitale Italiana della Cultura 2018, nei prossimi due anni la città di Comacchio spingerà al massimo sul piano turistico-culturale, agendo quindi in effetti come un ripetitore del segnale emesso dal MAAN…

Tra il Pipita ed il Museo, insomma, la città ha ancora molto da crescere, se vuole essere davvero metropoli internazionale. Oppure, certo, può adagiarsi nella sua confortevole immutabilità…

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Acqua fritta

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Non è colpa dell’odiata Juventus, e nemmeno del Toro, ma Torino batte Napoli 3 a 0.
Non è successo al San Paolo, anche se Napoli giocava in casa; teatro della debacle è stato invece il Plart, il Museo della Plastica, ospite dell’incontro/confronto tra le due città sul tema “investire nella cultura per cambiare la città”. L’idea – alquanto impietosa, diciamolo… – era quella di mettere a confronto le esperienze della città della Mole con quelle partenopee, ovviamente intorno al tema proposto, nella speranza appunto che dal confronto nascessero spunti e suggerimenti per intraprendere un percorso virtuoso anche a Napoli. Naturalmente, non perchè qui abbiamo l’anello al naso… ed infatti, l’approccio (credo) generale, sia da parte degli organizzatori che del pubblico accorso, non era quello di chi si appresta ad ascoltare il verbo.
Il presupposto era – appunto – di confrontarsi con l’esperienza torinese, di ragionare sul metodo e sui risultati, ma avendo ben chiaro che il confronto non era con un modello perfetto, ma solo con una best practice. Anzi, forse semplicemente una better practice. Va beh, diciamola tutta: anche solo una practice era comunque un passo avanti…
Insomma, si scendeva in campo sapendo di fare la parte dello sparring partner, ma con l’intenzione di non sfigurare troppo, e far tesoro della lezione appresa.
Mal ce ne incolse.

Campioni mondiali di buchi nell'acqua...

Campioni mondiali di buchi nell’acqua…

La squadra torinese, giocava a tre punte: Maurizio Braccialarghe, assessore alla cultura del comune di Torino, Evelina Christillin, ex-Presidente Esecutivo del Comitato Promotore Torino 2006 e Vice Presidente Vicario del Comitato per l’Organizzazione dei XX Giochi Olimpici Invernali, e Fiorenzo Alfieri, promotore del Piano Strategico della città.
La squadra del ciuccio, sarebbe stata invece rappresentata da Caterina Miraglia, assessore regionale alla cultura, e gli assessori comunali Nino Daniele – cultura – e Carmine Piscopo – urbanistica.
Seduto dunque in curva, mi son goduto l’esibizione della squadra ospite, cui spettava il calcio d’inizio. A parte qualche momento di melina, e qualche accenno di personalismo, una buona partita: gioco di squadra, precisione da professionisti, fantasia e coraggio… E già lì, penso: qui non finisce niente bene… Ed infatti, come dicevo, è finita 3 a 0.
Perchè l’esperienza che ci son venuti a raccontare dal Piemonte ha fatto segnare tre goal praticamente a porta vuota.
Il primo risultato, significativo, è venuto appunto dal gioco di squadra. Il focus del racconto torinese è stata l’organizzazione dei Giochi Olimpici Invernali del 2006: come è nata l’idea della candidatura, come è stata costruita, come si è realizzato l’evento. Tutta la narrazione corale di questa impresa, parlava della capacità fondamentale di mettere a sistema una rete di relazioni tra le istituzioni pubbliche, e tra queste ed i privati. E di cui, nel modo di passarsi palla ancora adesso, tra i tre intervenuti, è risultata evidente la traccia.
All’opposto, la squadra napoletana ha mostrato plasticamente (forse in omaggio al luogo…) il proprio scollamento. I tre invitati torinesi sono venuti tutti, dal Piemonte. I nostri hanno dato forfait in due su tre. Perchè chi ben comincia è a metà dell’opera…

Un secondo goal è arrivato, facile facile, nel raffronto – ovvio, persino in qualche modo suggerito – tra i Giochi Invernali ed il Forum delle Culture: pur nella diversità di contenuto, infatti, è evidente che in entrambe i casi si tratta di importanti manifestazioni (non episodiche) destinate ad avere forte impatto sulla città, ed in qualche misura ad indurre un processo di trasformazione della stessa.
Bypassando la valutazione sugli esiti (il Forum grazie al cielo non c’è ancora stato…), il racconto di come la città di Torino abbia affrontato – a partire dalle amministrazioni pubbliche – la costruzione di un percorso, che è arrivato a mettere insieme centinaia di realtà associative ed imprenditoriali, lascia basiti – se confrontato con il grande nulla che caratterizza il modo in cui gli amministratori napoletani stanno ancora affrontando il Forum.
L’ultimo, incomprensibile, atto di questa tragica telenovela è la delibera regionale sull’assegnazione dei fondi destinati al Forum. Annunciata innumerevoli volte, è arrivata alfine pochi giorni fa, ribaltando clamorosamente quanto era stato sostenuto fino a pochi giorni prima: destinatari del finanziamento, infatti, non sono più la Fondazione (per gli 11 milioni destinati a Napoli) e la SCABEC (per i 5 milioni destinati ai siti UNESCO), ma direttamente i Comuni. Pare che quest’esito sia da attribuire al prevalere della volontà dell’assessore Miraglia, sino all’ultimo contrastata dal Capo di Gabinetto della Presidenza Danilo Del Gaizo.
Al momento, non è dato sapere né le ragioni dello scontro, né cosa produrrà la delibera così concepita. Ma non si può non registrare come questo continuo zig-zag contribuisca, non solo al pubblico disorientamento, ma anche a rallentare e confondere il percorso verso il Forum.
Il fatto è, ancora una volta, che questo non è che un sintomo di quella assoluta mancanza di una visione globale sulla città, di cui parlo da tempo (ed ormai non più solo, pare: “Quello che emerge è un vuoto di iniziative e di idee che non va imputato esclusivamente a chi si trova, attualmente, alla guida della città. Non risulta che imprenditori, sindacati e mondo dell’ università e della ricerca abbiano dato contributi significativi in tal senso”, Paolo Frascani, la Repubblica).

Ma se Torino partiva con l’indubbio vantaggio d’avere non solo portato al successo i Giochi, ma di poter anche vantare la rinascita della città seguita all’evento, ci si sarebbe aspettati almeno che, da parte napoletana, fosse un fiorire di prospettive, di programmi, di idee per il futuro…
Intendiamoci, ben conoscendo la situazione sapevo che non c’è nulla di tutto questo: ma insomma, almeno un buon bluff  me lo sarei aspettato…
E invece, il 3 a 0 è arrivato facile. Mentre il pubblico napoletano, ormai stanco di essere rappresentato (e governato) così, si alzava in rivolta.
Si dice che a Napoli sanno friggere il pesce con l’acqua, per descrivere la capacità non solo di arrangiarsi, ma anche di saper fare bene – pur senza ingredienti apparentemente essenziali. Probabilmente in virtù di ciò, i napoletani sembrano essere un tantinello troppo indulgenti, nei confronti di tanti cuochi improvvisati. Ma a tutto c’è un limite. Che si provi a vendere come piatto del giorno l’acqua fritta (senza pesce), è decisamente intollerabile.
Nei giorni scorsi, ancora sulle pagine di Repubblica, Domenico De Masi – richiamando il suo intervento all’incontro del marzo 2012 al Caffè Gambrinus – oltre a rammentare al Sindaco tutto ciò che sarebbe stato necessario fare per costruire un buon Forum (e di cui ovviamente nulla è stato nemmeno tentato), racconta un episodio a latere di quella sera: “alla mia esposizione dettagliata il sindaco rispose che, data la scarsità di mezzi e di tempo, egli si accollava in prima persona tutta la direzione dell’evento. Così dicendo, cacciò dalla tasca un vistoso ‘cuorno’ di corallo e disse che avrebbe compensato con questa protezione escatologica la sua incompetenza in materia di eventi culturali.”
Ecco, in questo breve brano c’è davvero tutto.
Non ci resta che fare gli scongiuri.

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