enricotomaselli

Talkin' about revolution (all texts are copyleft)

Posts Tagged ‘Luigi De Magistris

Sul ‘chi’ e sul ‘come’…

leave a comment »

Nel processo che sta attraversando la città di Napoli (e non solo), che si segnala per una rinnovata partecipazione dal basso ai processi politici ed amministrativi, si è nei giorni scorsi segnata un’altra tappa, ovvero la co-convocazione (da parte dell’amministrazione comunale e dei movimenti) di un tavolo di confronto comune, destinato ad aprire una fase nuova ed ulteriore, quella che apre il percorso che porta dall’ascolto alla decisione. Ovvero, la definizione degli strumenti e delle modalità attraverso i quali i cittadini possano esercitare direttamente un potere decisionale.massa-critica-ph-Mario-Spada

Nel corso di questo incontro, sono emerse alcune questioni cruciali, che attengono non solo agli aspetti pratici e/o giuridico-formali, attraverso i quali il suddetto processo deve andare a sostanziarsi, ma anche questioni – potremmo dire – di principio.
Una prima questione, quindi, è quella che inquadra politicamente questo (seppur parziale) passaggio di poteri. In passato si è in più occasioni parlato di cessione di sovranità, da parte dell’amministrazione pubblica, e quindi è sicuramente apprezzabile lo sforzo di avanzamento linguistico con cui il Sindaco ha parlato invece di consegna di sovranità.
Purtuttavia, credo sia necessario dire con chiarezza che, in entrambe i casi, siamo in presenza di espressioni improprie, il cui uso rischia di inquinare concettualmente ciò di cui si sta parlando – e che, soprattutto, si sta praticando.
Il punto è che la sovranità appartiene già ai cittadini, sulla base del dettato costituzionale – cioè del patto fondativo della Repubblica. Ciò che si sta cercando di praticare a Napoli, così come altrove, quindi, è qualcosa di diverso. Si tratta di un processo di restituzione di pezzi di sovranità direttamente ai cittadini, che si è avviato in quanto sia questi che l’amministrazione comunale sono consapevoli del fatto che lo strumento attraverso cui si è sinora esercitata questa sovranità – la delega rappresentativa – è entrato profondamente in crisi, al culmine di un processo di svuotamento progressivo che lascia oggi sul terreno una delega formale, senza più alcuna effettiva rappresentanza.

Appare chiaro che, nel quadro normativo dato, dare forma giuridicamente valida a questa restituzione, non è cosa semplice, né tantomeno rapida. Anche perchè le risposte a queste domande non ci sono già, trattandosi semplicemente di individuare il percorso più agevole per renderle effettive, ma dovranno necessariamente emergere nel corso del processo.
Al tempo stesso, è invece chiaro sin d’ora quali sono i nodi sostanziali, con cui deve confrontarsi questo processo. Ovvero, il terzo elemento mancante nel titolo: il cosa.
Quali sono gli ambiti su cui verranno chiamate a decidere, le assemblee dei cittadini *? Quali sono le dimensioni territoriali su cui decidere? Quali sono le precondizioni perchè si possa ragionevolmente esercitare un potere decisionale? Su cosa è possibile esercitarlo e su cosa no?

Sempre in occasione del tavolo, è stato sottolineato come l’effetto nimby (Not In My BackYard) possa manifestarsi, con effetti paralizzanti, nelle assemblee di territorio. Per evitare questo rischio, però, la soluzione non può essere quella di delegare all’amministrazione alcuni ambiti di decisione, ma solo quella di estendere la dimensione territoriale delle assemblee in base alla dimensione delle questioni.
In termini generali, e di prospettiva, è chiaro che le assemblee dei cittadini possono ragionevolmente esprimersi su ambiti micro e macro – lasciando alle amministrazioni di vario livello gli ambiti intermedi. Possono cioè assumere decisioni relativamente a problematiche specifiche e circoscritte, ovvero esprimere orientamenti strategici generali.
Alle amministrazioni resta la delega a decidere su tutto ciò che si colloca tra questi due estremi, e più in generale il potere esecutivo – ovvero ciò che riguarda l’attuazione delle decisioni.

Infine, la questione dei tempi. Parlando di un processo, e quindi di qualcosa che per sua natura è in divenire, è chiaro che – entro certi limiti – si tratta di tempi non brevi. Trovare le soluzioni funzionali, politicamente sostenibili, e tradurle poi in atti normativi, è – appunto – un processo che richiederà i suoi tempi.
Ma, al tempo stesso, vi sono questioni strategiche (alcune delle quali emerse nel corso della discussione: Bagnoli, il porto, la gestione dei flussi turistici…) che sono già sul terreno, e che – proprio per la rilevanza profonda e di lunga durata – devono in qualche modo essere affrontate sin dall’oggi. Il che, trattandosi anche di questioni complesse, su cui gravano interessi e poteri diversi, lo rende ancor più complicato ma ancorché urgente.
Rispetto alle principali questioni strategiche della città, in questa fase, è necessario che l’amministrazione pubblica faccia uno sforzo suppletivo, aprendosi ancor più all’ascolto, e facendosi carico di una maggiore rappresentanza (ed una minore delega), proprio in virtù di quella consapevolezza condivisa che il sistema istituzionale, quale è dato oggi, è insufficientemente democratico.
Non si tratta qui di prevaricare i poteri e l’autonomia dell’amministrazione, quanto piuttosto – in una fase transitoria – dell’esigenza che (almeno sulle questioni strategiche) sia l’amministrazione stessa ad attivarsi per coinvolgere direttamente la cittadinanza nei luoghi e nei momenti in cui, de facto, si definiscono gli orientamenti; e soprattutto che, quando si giunga alle decisioni, queste non siano assunte senza un preventivo confronto pubblico con i cittadini, e – cosa più importante – non in contrasto con gli orientamenti da questi espressi.

 

….

*Personalmente continuo a preferire il termine cittadini a quello di abitanti, che mi suona più occasionale, impolitico. Sarà perchè lo associo immediatamente alla Rivoluzione Francese del 1789, cioè quella rottura epocale che fece cittadini coloro che erano soltanto sudditi. E che per fare ciò, tagliò la testa ai reali ed ai nobili. Molto più che una semplice sovversione dei poteri, ma un atto – anche simbolicamente forte – che spazzava un dogma culturale profondo, quello della discendenza divina dei re.

Written by enricotomaselli

28 luglio 2016 at 15:58

La ‘città palcoscenico’

with one comment

Le celebrazione del trentennale della maison Dolce & Gabbana a Napoli hanno innescato l’ormai consueto dibbattito, con l’altrettanto consueto corollario degli schieramenti pregiudiziali, che inevitabilmente schiacciano (e scacciano dal dibattito pubblico) le argomentazioni più razionali e non di parte.
Pure, non è affatto privo di senso provare ad articolare una qualche forma di ragionamento, che cerchi per quanto possibile di astrarsi dallo specifico contingente, per puntare piuttosto su un suo inquadramento generale.

San-Gennaro-026editedPer fare ciò, è comunque forse opportuna una riflessione – quanto meno sommaria – sulle specificità dell’evento, poiché può fornire elementi utili a quella di più ampio respiro.
Premesso che l’uso di pezzi di città per eventi privati (non più luoghi chiusi e circoscritti, ma letteralmente parti del tessuto urbano) è ormai consuetudine crescente, come conseguenza del significativo spostamento di capitali dal pubblico al privato, ed in ciò non costituisce quindi una novità, nello specifico napoletano esso ha assunto alcune caratteristiche degne di essere sottolineate.
La più rilevante, in assoluto, è il livello di privatizzazione dello spazio pubblico. Per estensione, durata, e qualità dell’esclusione, questo è stato sicuramente fuori misura. Ed è significativo che ad esso abbia corrisposto un inusuale livello di militarizzazione, con un dispositivo di ordine pubblico ingiustificato per quel genere di evento. Quasi un riflesso condizionato, si direbbe.
Altra caratteristica pregnante (ma, ahimé, non nuova), è quella che potremmo definire la sudditanza culturale dell’amministrazione, che se da un lato mena costantemente vanto d’aver reso la città nuovamente ambita, dall’altro si dimostra sempre prona verso quanti alla città rinnovata rivolgono la propria attenzione. In questo caso, non si tratta tanto di scarsa capacità nel gestire il marketing territoriale, quanto piuttosto della conseguenza di una mancata capacità di pianificare politiche turistiche e culturali di più ampio respiro. Un vuoto politico, questo, a cui si è cercato sinora di rimediare con una politica del laissez faire, quella sorta di pseudo-anarchismo (che tanto piace al sindaco…) in cui il ruolo pubblico si riduce alla periodica gestione di grandi eventi (dalla grande visibilità mediatica).
Last but not least, il senso dell’operazione D&G. Che è stato – legittimamente – di valorizzazione del proprio brand, ma che si è ottenuto attraverso un uso comunicativo della città che l’ha ridotta al suo più becero stereotipo: la città stracciona (ed in quanto tale ricca di suggestioni), che fa da palcoscenico per la messa in scena celebrativa del brand – della sua raffinatezza… Quel che veniva ricercato, e che è stato trovato, era l’effetto contrasto.

Questo modello d’uso dello spazio pubblico, quindi, non solo lo privatizza, ma lo costringe anche ad interpretare un ruolo subalterno, che esclude il protagonismo e lo ingabbia nella rappresentazione macchiettistica dell’identità. In questo senso, l’esclusione persino dei residenti, dalla zona rossa, è strutturalmente connessa con l’esclusione di tutto ciò che non corrisponde all’immagine stereotipata della città, e sono reciprocamente funzionali.
Ed è un modello d’uso che, nel vuoto politico di cui si diceva, si auto-alimenta, e rischia di dilagare come un blob sul cuore della città.
Nella sua essenza, la questione riguarda i destini della città – o, se si vuole, la direzione in cui procederà verso il futuro. E non una questione in cui le parti in commedia siano nettamente distinte, perchè la Napoli stereotipata è quella su cui vive una parte della cittadinanza, e lo sviluppo disordinato appare a tanti come una opportunità.
Si tratta quindi di aprire una riflessione sul come governare questo trend favorevole per la città, e – forse – prim’ancora sul se governarlo…

 L’idea di sviluppo basata sul turbo-turismo, come insegna l’esperienza di Barcellona, non è soltanto rose e fiori. E soprattutto, quando si lascia al mercato il compito di determinare le modifiche che intervengono sulla città (sul suo assetto sociale, economico, infine urbanistico e culturale), il risultato non può che essere la socializzazione dei disagi e la privatizzazione dei profitti.
Il pericolo non è tanto quello di una gentrification, quanto – all’opposto – la cristallizzazione presepiale, la trasformazione del centro storico napoletano in una disneyland scugnizza, che perpetui all’infinito lo stereotipo sino al punto di svuotarlo del tutto di ogni aggancio con la realtà (che pure ancora sussiste), trasformandolo definitivamente nella sua mera rappresentazione.
Per quanto l’impatto del turismo sul centro storico stia marcando, negli ultimi anni, una impennata (aumento dei B&B, dilagare di pizzerie e fast-food più o meno tipici lungo le vie di maggior densità turistica), l’avvio di un processo di espulsione dei ceti popolari dal centro antico è assai improbabile, per la semplice ragione che proprio essi costituiscono l’humus dell’icona napoletana pizza & mandolino. Si tratta quindi, semmai, di un processo che punti a privarli di autenticità, rendendoli maschere di sé stessi.

Per operare dunque un rovesciamento dello schema, è necessario partire dalla definizione di una nuova identità, più consapevole e non più subalterna. Avviare processi di trasformazione sociale, anche e soprattutto oltre schemi e modalità classici dell’agire politico, capaci di produrre mutamenti reali e profondi. Un’azione essenzialmente culturale (e che, in quanto tale, sia altamente politica nei fini e nel significato), che offra l’opportunità di una presa di coscienza collettiva, il riconoscimento di una identità non più prigioniera dello stereotipo tradizionale, ma pienamente matura, moderna, consapevole. Ed in quanto tale, non meno ricca e suggestiva di quella precedente.
Su questa identità, andrà poi costruita una nuova narrazione della città, capace di raccontarne la bellezza antica e quella moderna, tenendo insieme ogni aspetto (culturale, artistico, sociale, politico) della sua trasformazione.
Per far si che Napoli esca dal bozzolo del passato.
Perchè il prossimo brand che la sceglierà come location, lo faccia per riceverne luce, non per usarla come oscuro background. E soprattutto, se festa sia, che sia per tutt*.

Written by enricotomaselli

12 luglio 2016 at 18:37

La Lunga Marcia

with 2 comments

Ad urne chiuse, e (prevedibile) risultato acquisito, vale la pena di cominciare a spendere qualche parola. E – ovviamente – impossibile non cominciare dalla anomalia napoletana; che non è soltanto quella del sindaco (eccentrico a qualsiasi schieramento politico), ma molto altro, che molti non vedono.

Napoli è, intanto, la città con l’astensione più alta. La vulgata corrente, tra media e politica, è che questa città sia in fondo refrattaria alla democrazia rappresentativa, che abbia – come del resto si compiace di avere lo stesso sindaco – un’anima anarchica.
Ma magari le cose non stanno così. Magari una lettura più politica, più razionale, è possibile.
La prima questione da osservare, è che il sistema bipolare pensato oltre vent’anni fa, come via d’uscita dalla crisi partitocratica della I^ Repubblica,  e che vide il suo esordio proprio con l’elezione diretta dei sindaci, mostra ora la corda, e si impalla, perchè la realtà del paese è strabordata da quei confini concettuali. Siamo, al minimo, in una realtà tripolare.
In un sistema bipolare, una realtà tripolare produce quel che abbiamo visto a Torino ed a Roma (con particolare evidenza): la forza sconfitta al primo turno, e che non accede al ballottaggio, converge in parte su uno dei due contendenti, determinando un cambio di equilibri. Insomma, ciò di cui il PD oggi si stupisce e (quasi) si indigna.
Questo fenomeno si è verificato fortemente nelle due città suindicate – e molto meno, ad esempio, a Milano – perchè il M5S (pur essendo un movimento anti-establishment, e quindi anche avverso al centro-destra) è innanzitutto una forza trasversale ai due schieramenti dx-sx. Dopo aver impostato buona parte della campagna elettorale sulla tesi che Virginia Raggi fosse di destra, è francamente demenziale che il PD non avesse messo nel conto che su di lei sarebbero confluiti i voti di quell’elettorato.

Ma a Napoli questo non accade. Luigi De Magistris vince sostanzialmente con gli stessi voti ottenuti al primo turno, mentre la partecipazione precipita. Ma la ragione non risiede in una specificità napoletana – nel senso di intrinseca alla città – quanto nella specificità del quadro politico napoletano.
Anche se il sindaco si è presentato e si presenta come un esponente della sinistra assai radicale, il suo non essere in realtà legato ad alcuna formazione (nonché il suo abilmente modulato peronismo), fanno sì che sia lui il movimento trasversale. All’interno del quale la sinistra-sinistra non è che una componente (e nemmeno determinante, come si vede dai risultati delle varie liste).
Al tempo stesso, il tracollo del PD – che dalla sconfitta di 5 anni fa a quella dell’altro giorno ha mostrato solo di essere peggiorato, sotto ogni profilo – ha lasciato allo sbando il suo elettorato di riferimento, ed ha privato il ballottaggio della polarizzazione politica destra/sinistra, lasciando al suo posto quella personale De Magistris/Lettieri.
Nonostante gli squallidi appelli a votare quest’ultimo, da parte di qualche ultras piddino, la gran parte degli elettori che al primo turno avevano votato per uno degli sconfitti, semplicemente non sono andati al voto. Così come hanno fatto una parte dei simpatizzanti di Lettieri, dando la partita per persa.
Non a caso, De Magistris vince con una percentuale vicina al 70% – come la Raggi – ma che corrisponde grosso modo a quello zoccolo duro che si è conquistato nei primi 5 anni, e che equivale ad un 20/25% del corpo elettorale.

L’uomo De Magistris, si sa, è caratterialmente eccessivo, come uno di quei ragazzi che, avendo vissuto in una famiglia molto rigida, fanno a 40/50 anni le cose che non hanno potuto fare quando ne avevano 20/30. Di là dal fatto che questo possa talvolta fare tenerezza, se lo si guardi con occhio benevolo, o suscitare fastidio, se lo si guardi con occhio meno indulgente, rimane il fatto che il suo lato eccessivo emerge soprattutto quando si sente in prima linea – come durante una campagna elettorale.
Bisognerà vedere, quindi, cosa farà a bocce ferme.
Fondamentalmente, ha dinanzi a sé due strade. La prima, sicuramente per lui più allettante, anche perchè più facile, è quella dello zapatismo partenopeo, della creazione di un movimento a la podemos, magari attraverso quella rete delle città ribelli di cui ha più volte parlato.
In questo, conta di utilizzare la spinta che viene da un movimento che sta partendo dal basso nella città, e che gli ha suggerito alcune suggestioni poi utilizzate in campagna elettorale. Un movimento del tutto autonomo, rispetto al sindaco ed ai suoi embrioni di organizzazione politica, ma che purtuttavia rischia di essere, almeno in parte, inglobato nella partita che lui immagina di giocare da qui a 5 anni.
L’altra strada, assai difficile, e soprattutto meno gratificante sul breve periodo, è quella di affrontare le questioni fondamentali, e provare seriamente a risolverle.

La prima, enorme, è costituita dagli oltre 3/5 dei cittadini, per i quali non c’è rappresentanza. Rispetto ai quali, il problema non è semplicemente riportarli al voto – che comunque non è dietro l’angolo – ma rimotivarli alla partecipazione.
La seconda è rappresentata dalle periferie, quelle esterne (Bagnoli, Ponticelli, Scampia, San Giovanni…) così come quelle interne (Quartieri Spagnoli, Forcella…), rispetto alle quali deve essere fatto uno sforzo titanico di inclusione. Devono essere parte della città a tutti gli effetti, e sotto tutti gli aspetti, e non zone altre.
La terza, è quella di far crescere la città. Crescita civile e crescita economica (e le due cose si tengono), avendo a mente soprattutto la parte più giovane e più dinamica della città, quella su cui si può ragionevolmente scommettere per conseguire questo risultato.

Se proprio avverte l’esigenza di un movimento politico, che possa fargli da punto d’appoggio quando tra cinque anni si concluderà la sua esperienza da sindaco, si limiti – ad esempio – ad intrecciare reti con altre città d’Italia e d’Europa (anche non necessariamente ribelli…), ed affidi al fratello il compito di organizzare il suo movimento (sempre che ne sia capace). Così, tra l’altro, scioglierà un equivoco che ha retto anche troppo a lungo, tra le mura di Palazzo San Giacomo, riaprendo i giochi su una casella importante come quella delle politiche culturali (che è fondamentale ai fini della crescita di cui dicevo prima).

In ogni caso, quella che ci attende è una lunga marcia. Perchè al di là della buona fede e della buona volontà del sindaco, l’onere della partita sta a tutti noi. Alla fine di questa consiliatura, quando lui cercherà legittimamente nuovi campi da gioco su cui misurare la propria ambizione, squali e squaletti del malaffare politico saranno ancora lì, pronti ad azzannare il corpo di Napoli. Già da oggi, c’è da starne pur certi, stanno pensando al giorno in cui potranno rientrare a San Giacomo, come fosse il loro acquario tropicale.

Il Mattino ha ‘loro’ in bocca

leave a comment »

Nei giorni scorsi, il Mattino di Napoli ha pubblicato un ampio servizio (due pagine) sul Forum delle Culture, a cui ha fatto poi seguito un forum sul Forum nella redazione. Dovrebbe seguirne la pubblicazione ancora una volta sulle pagine del giornale.
Per chi ha tempo e pazienza, suggerisco l’ascolto della registrazione, al link su indicato. A ben vedere – anzi, a ben sentire… – risulta illuminante, su alcune delle questioni fondamentali.
A me personalmente ha rammentato, in forma di sottolineatura mnemonica, due o tre cose di cui sono da tempo convinto. La prima delle quali, assai sconfortante, è che una difficoltà enorme risiede nella sostanziale impossibilità di far comunicare due mondi, quello degli operatori culturali e quello della gestione amministrativa; e non mi riferisco semplicemente al ceto politico.
Nel muovere certe obiezioni di merito, ti accorgi che vengono respinte non solo per un riflesso autodifensivo, o per malafede; è proprio che non capiscono.
Ed è chiaro come ciò testimoni la drammaticità di una situazione.

o' flop

o’ flop

Il forum al Mattino è stata una straordinaria occasione mancata, proprio per le mancanze. Anzi, diciamo pure le omissioni.
Un liet motiv di tutti gli interventi di parte istituzionale, ad esempio, è stato (as usual…) il mettere le mani avanti nelle più classiche forme (“certo si poteva fare meglio, ma…”, “i fondi a disposizione erano molto meno di quanto si era originariamente pensato…”, etc.). Ma soprattutto  in tanti – il commissario della Fondazione Pitteri, l’assessore Daniele su tutti – hanno addotto la giustificazione d’essere arrivati da poco. Come se questo fosse dovuto ad un evento misterioso quanto naturale, e non prodotto di scelte politiche pregresse, prima ancora che causa degli attuali deficit. Certo, questo vale a (parziale) assoluzione personale, ma appunto rimanda ad altre responsabilità, che invece nel corso del forum sono state totalmente ignorate. Nel fare la cronistoria del Forum, dall’assegnazione a Napoli sino ad oggi, c’è un pezzo che è stato clamorosamente nascosto sotto il tappeto! Si è incredibilmente omesso di dire che, dalla defenestrazione di Nicola Oddati in avanti, la gestione del Forum, da parte dell’amministrazione comunale guidata da De Magistris e di quella regionale guidata da Caldoro, è stata devastante.
Non si fatta menzione di come il Sindaco abbia voluto intestarsi in prima persona la supervisione della manifestazione, con l’evidente retropensiero di affidarne de facto la gestione al fratello Claudio, ed arrivando all’assurdo di tenerne fuori l’assessore alla Cultura dell’epoca (una delle ragioni per cui ho qui tante volte polemizzato con Antonella Di Nocera è stata proprio l’aver accettato questa situazione inconcepibile). Salvo poi, ovviamente, sfilarsi quando è stato chiaro che si stava delineando il flop di cui parla (solo oggi) il Mattino.
Non si è fatta menzione del balletto di nomine, che ha visto succedersi i nomi più disparati (e talvolta francamente improponibili) alla guida della Fondazione. Né degli innumerevoli ritardi, che hanno fatto sì che il Forum 2013 si svolgesse nel 2014. O dei numerosi richiami, talvolta francamente infastiditi, che sono arrivati dalla Fundaciò di Barcellona. O del fatto che, pur a fronte di una drastica riduzione dei fondi disponibili (da 200 a 16 milioni), la Regione Campania abbia comunque imposto una frammentazione del format, che si è voluto esteso a tutti i siti UNESCO, determinando così una decurtazione di oltre il 30% per la città di Napoli.

Nella ricostruzione di comodo venuta fuori dal forum del Mattino, resta spazio solo per poter rivendicare quanto si sia stati bravi – nelle condizioni date – a fare ciò che è stato fatto. Si prende cioè un pezzo fondamentale di storia della manifestazione, omettendone le responsabilità, per farne un alibi a fronte della mediocrità dei risultati. Da questo punto di vista, ciò che ha avuto luogo nella redazione del Mattino, mi sembra la prova generale per la narrazione successiva sul e del Forum. Non è un caso che, tra i protagonisti dell’incontro, la maggior parte degli intervenuti fossero ascrivibili al mondo istituzionale, e che quei pochi presenti che invece venivano dal mondo degli operatori culturali siano stati i soli a muovere chiare e precise critiche, ma nella sostanza sommersi da una maggioranza di interventi comprensibilmente tesi a difendere il proprio operato.
Del resto, come dicevo prima, era chiaro che, la sostanza di quelle critiche, risultava incomprensibile prima ancora di essere respinta pavlovianamente

D’altro canto, dov’era il Mattino in questi anni, quando si succedevano tutti i fatti che avrebbero poi – evidentemente – determinato quanto sta oggi puntualmente avvenendo? Dov’era quando da più parti si denunciava il flop prossimo venturo? Quando, a partire da questo blog, un gruppo di operatori culturali chiedeva a Barcellona di revocare l’assegnazione del format a Napoli?
Il Mattino era solidamente schierato a fianco del Sindaco, ovvero del responsabile n.1 del fallimento che oggi viene candidamente a denunciare. Come fare un’inchiesta su un delitto, senza mai citare l’assassino, o – se preferite – scrivere della costruzione della Reggia di Caserta senza mai fare il nome di Vanvitelli. Il massimo del giornalismo.

Ho già detto in altre occasioni che, a mio avviso, il fallimento del Forum vale da solo la condanna politica definitiva per questa amministrazione; tale e tanta è la sfilza di approssimazione, di incompetenza e di supponenza, messe in campo su questo tema, da meritare un bando dalla città, come usava una volta. Sfortunatamente, una politica strabica, che si aggrappa sempre al poco di buono fatto per giustificare la distrazione sul tanto di male, sembra pensarla diversamente. Dimenticando quel che si intende solitamente per poco di buono
Ancora una volta torno a dire: se il mondo della cultura non riesce a fare massa critica, se non riesce ad esercitare una pressione forte, chiara, coesa e preventiva, poi non si lamenti se la prossima amministrazione (a San Giacomo come a Santa Lucia) riproporrà sempre i soliti schemi, cambiando al più qualcuna delle facce che li rappresentano. Vuol dire che ce li meritiamo.

Adda passà a nuttata

leave a comment »

In quest’ultimo mese, come ricordava ieri sul CormEz Antonio Polito, abbiamo assistito alla rappresentazione plastica della pochezza che caratterizza la classe dirigente napoletana.
Mesi, anni a dire che la giunta De Magistris è il peggio del peggio, e poi – quando sopraggiunge la sospensione dalla carica di sindaco in virtù della legge Severino – la montagna partorisce il topolino. Non una iniziativa politica seria, capace di innescare sulla momentanea crisi dell’amministrazione un processo di cambiamento. Solo balbettii, proclami, dibattiti involuti nel chiuso delle segrete stanze. Non una sola iniziativa pubblica, che puntasse a coinvolgere e mobilitare la cittadinanza. Non un passo capace di determinare la crisi anche formale del Consiglio. Nulla di nulla. Né a destra, né al centro né a sinistra.
Allora, mi sembra giusto – e tempestivo – fare alcune riflessioni più generali.

Eduardo, 30 anni fà...

Eduardo, 30 anni fà…

Com’è noto, sono da tempo un critico severo di questa amministrazione, a cui – credo argomentando sempre puntualmente – ho rimproverato sia la scarsa capacità amministrativa e politica, sia l’ingiustificata arroganza del suo dominus, sia una specifica serie di errori. Non sono quindi portato ad indulgere verso l’amministrazione arancione in alcun modo. Ciò nonostante, vogliamo dirci con altrettanta chiarezza e sincerità alcune cose – peraltro note, e sinanco palesi, ma che tendiamo tutti, per una ragione o per un’altra, a rimuovere?
Sul piano dei risultati amministrativi, sulla gestione della città, io non vedo un così significativo arretramento rispetto alla Napoli amministrata da Rosetta Iervolino.
Già allora, la città era mal governata, senza alcun disegno di prospettiva, con un Consiglio Comunale di infimo livello. Certo, la Iervolino era una politica ben navigata, e sapeva muoversi molto meglio di Giggino, sia in città che a Roma. E del resto, a differenza del nostro, aveva anche migliori e più numerose relazioni col mondo politico locale e nazionale. Ed aveva alle spalle un partito – una coalizione di partiti – all’epoca ancora radicati nel territorio, con un background di competenze e di esperienze che la pattuglia arancione nemmeno si sognava.
A parziale giustificazione di quest’ultima, d’altronde, va detto che il contesto generale in cui opera è significativamente peggiorato. Non solo per l’eredità politica ed amministrativa della giunta precedente, ma anche per nuovi elementi entrati nello scenario – una crisi devastante, che colpisce soprattutto al sud, il patto di stabilità che paralizza i comuni, etc.

Qual’è, dunque, la responsabilità maggiore, la più grave, che si possa imputare all’amministrazione De Magistris?
In poche parole, lo scarto enorme tra le promesse (e le speranze suscitate e cavalcate) e le realizzazioni. In questo scarto, si annida il colpo di grazia inferto alla speranza dei cittadini napoletani. E lì, in questa ennesima (e, almeno per il momento, definitiva) delusione, che sta la colpa grave di questa amministrazione. Più nello specifico, alla arroganza del primo cittadino (che con la sua personalità debordante ha plasmato tutte le giunte susseguitesi negli anni), si è affiancata la supponenza del ristretto circolo cui il sindaco attingeva per trovare i propri collaboratori. Con un atteggiamento un po’ grillino – nel senso più deteriore del termine – la presunzione di essere i migliori, e di essere quindi anche assolutamente capaci ed autosufficienti, ha accecato la Giunta Comunale, spingendola a chiudersi a riccio, da un lato sprezzante verso chiunque fosse, in qualsiasi modo, riconducibile alle forze che sostennero l’amministrazione precedente, dall’altro timorosa di restare stravolta da qualsiasi forma di apertura.
Una chiusura che si è manifestata non solo verso le forze politiche, ma anche verso i cittadini stessi, nei cui confronti – dopo una iniziale apertura anche un po’ demagogica – è poi scattato l’ostracismo.
La colpa grave, dunque, non è tanto aver amministrato male – in questo, inserendosi in un solco già tracciato almeno dalle due precedenti amministrazioni – ma l’aver ucciso la speranza di cambiamento.

D’altro canto, le opposizioni – tutte – hanno abbondantemente mostrato di essere solo peggiorate, rispetto a qualche anno fà, quando già furono sconfitte per via della propria scarsa credibilità. É innanzitutto loro responsabilità l’aver spinto la città tra le braccia di De Magistris. E nella loro crescente pochezza, potrebbe annidarsi nuovamente lo stesso esito, al prossimo giro.
Non è per nulla casuale che tutti facciano affidamento sullo schieramento ideologico dell’elettorato, piuttosto che su un progetto (ed un programma) per la città. Che la battaglia sia incentrata sui nomi, sulle persone, piuttosto che sulle idee. Con un ribaltamento di senso spaventoso – e pure ormai talmente ordinario da non stupirci più – si punta sul carisma personale invece che sull’interesse generale, sull’uomo (o la donna) capace di sedurre l’elettore piuttosto che su un’idea di città capace di convincerlo. É questo il quadro che si prospetta. La scelta, dunque, è allo stato ristretta tra la padella e la brace.

C’è, in Spagna, un movimento che si definisce Podemos (possiamo). E che, al di là di tutto, testimonia la capacità reattiva del popolo spagnolo, il suo non rassegnarsi all’esistente. C’è qualcuno che dice: prendiamo in mano il nostro destino, possiamo.
Qui invece continuiamo ad affidarci. C’è sempre un caro leader a cui ci affezioniamo ed a cui affidiamo il nostro futuro. Si chiami Berlusconi, Grillo o Renzi poco cambia (davvero molto poco…). Ma non è che siamo antropologicamente diversi dagli spagnoli, non è che non possiamo. Semplicemente, non vogliamo. Perchè è più comodo, e ci consente poi di sottrarci dalle responsabilità. Al peggio, ci riscattiamo con un Piazzale Loreto.
L’anima di questa città – tutta intera, quella più popolare e quella borghese – è stata interpretata meglio di chiunque altro da Eduardo. Se ne celebrano i trent’anni dalla morte in questi giorni. Ma davvero il suo lascito si esaurisce tra due opposti, tra la speranza inattiva de “adda passà a nuttata” ed il rinunciatario j’accuse di “iatevenne!”? Se così fosse, vuol dire che questa è una città impotente, in cui ciascuno sceglie per sé – che sia l’attesa o la fuga.
Ma siamo proprio sicuri, che non possiamo? Nemmeno per quattro giornate?…

Mi piacerebbe…

with 4 comments

Mi piacerebbe che qualcuno – serio ed affidabile, sotto ogni punto di vista – facesse un sondaggio in città, intervistando cittadin* e turist*, e ponendo loro tre semplici domande: sapete cos’è il Forum Universale delle Culture? sapete che si sta svolgendo a Napoli? avete partecipato anche ad uno solo degli eventi programmati?
Temo che le risposte sarebbero spaventosamente sconfortanti, ed inchioderebbero tutta la filiera dei responsabili all’evidenza di questo colossale fallimento. Tutti. Da Caldoro a De Magistris (1 e 2), dalla Miraglia a Di Nocera e Daniele, da Puca a Pitteri.
Credo che poche altre cose come questa, attestino l’assoluta insipienza delle classi dirigenti locali, che nel caso delle nuove si somma ad una plateale incompetenza. Pure, il fallimento era talmente annunciato, che non fa nemmeno scandalo. Alla fine si saranno buttai al vento 11 milioni di euro, per una serie di manifestazioni che, soprattutto per responsabilità di chi ne ha curato nel tempo la gestione, hanno coinvolto quasi sempre quattro gatti. E tutto questo, mentre si fa una lotta selvaggia contro gli sprechi tagliando a destra e a manca, e colpendo invece servizi essenziali come la sanità ed il trasporto pubblico. E sarà già tanto se anche questa insignificante kermesse non lascerà uno strascico di debiti non pagati. C’è chi attende da anni il pagamento di fatture, da parte della Fondazione Forum…
Non è un caso che alcuni eventi, annunciati con gran clamore – Fura dels Baus, Womad… – siano scomparsi dalla programmazione appena i relativi responsabili si sono resi conto di cosa rischiavano.

Matera Capitale Europea della Cultura 2019

Matera Capitale Europea della Cultura 2019

Cosa si muova, e come, dietro questi grandi eventi, sta venendo fuori in questi giorni a proposito della America’s Cup. Ne emerge uno spaccato di interessi privati, di favoritismi, di piccole meschinità, che anche se non sempre hanno rilevanza penale sono comunque sintomatici di un clima, di una modalità comportamentale. Perchè anche se fin troppo spesso si fa un uso peloso del richiamo al garantismo, con ogni evidenza la questione non è mai meramente giudiziaria. C’è – ci sarebbe… – una non meno importante questione di etica pubblica. Rispetto alla quale il richiamo difensivo alla formale liceità diventa un paravento intollerabile. Ma che si fa forza della garanzia di impunità, stante la mancanza d’ogni possibilità sanzionatoria.
C’è una sottocasta, una frotta di valvassini (rossi, azzurri o arancioni…) che sguazza nel sottobosco della politica e delle pubbliche amministrazioni, e che in un modo o nell’altro continua comunque a galleggiare, sfruttando il cono d’ombra della casta. Se non si procede ad un risanamento anche a questi livelli, ad una bonifica del sottobosco, difficilmente si arriverà mai ad una pubblica amministrazione sana, trasparente ed efficace, in grado di rispondere positivamente ai bisogni pubblici, non a quelli privati.

Eppure, non sarebbe stata impresa impossibile, fare un Forum – a Napoli – davvero universale. Piuttosto che questa semiclandestina serie di fatti e fattarielli.
Basta andare in questi giorni al Teatro Augusteo, vedere la sala piena come ogni anno di un pubblico attento, per capire come la città, se giustamente informata, sappia rispondere con entusiasmo al richiamo di un’offerta culturale di rilievo. Eppure Artecinema non dispone certo di undici milioni di euro… Ma dispone certamente della passione e della intelligenza di chi ci lavora.
O basterebbe guardare a come Matera, una cittadina del sud sperduto e marginale, abbia saputo costruire negli anni un percorso che l’ha portata poi a vincere il titolo di Capitale Europea della Cultura 2019. Mi chiedo se qualcuno – tra i tanti che hanno gestito il Forum napoletano – ha mai pensato di conoscere e studiare le best practices seguite in altre città per organizzare e gestire eventi di questo tipo. Se qualcuno, con un po’ d’umiltà, l’avesse fatto, forse oggi non saremmo di fronte a cotanto fallimento.
Passato quest’annus horribilis, del Forum non rimarrà traccia alcuna. Nessuna ricaduta positiva sulla città e sui napoletani, né in termini di crescita culturale né in termini di crescita economica.

Mi piacerebbe che qualcuno – serio ed affidabile, sotto ogni punto di vista – facesse un’inchiesta giornalistica su questo. Che invece di mettere sotto il mirino i (pur veri) difetti dei napoletani, mettesse in luce limiti ed errori (a dir poco) dei pubblici amministratori. Mi piacerebbe una puntata di Report dedicata al Forum delle Culture, piuttosto che alla pizza, al Rione Traiano o a Genny a carogna.
Mi piacerebbe che la città avesse uno scatto d’orgoglio, e riuscisse a manifestare la propria stanchezza, la propria indisponibilità ad accettare rassegnatamente il declino, quasi fosse scritto nel suo DNA.  Mi piacerebbe non tanto l’ennesima discesa in campo della società civile, che il più delle volte, alla prova dei fatti, s’è rivelata peggiore di chi voleva emendare, quanto un nuova capacità di inchiodare la politica alle sue responsabilità. Mi piacerebbe che si esercitasse una pressione, e che questa pressione determinasse l’emergere di candidature credibili, sia per il rinnovo del Presidente della Regione che per il Sindaco di Napoli.

Mi piacerebbe, ma non ci credo.

Genova per noi

leave a comment »

 

Non è la macchina del fango, non nasce nelle redazioni o nelle segrete stanze del potente di turno, e soprattutto non si abbatte su una sola persona. Ha però la stessa precisione, la medesima ripetitività. Immancabilmente, si ripresenta. In un paese dove il dissesto idrogeologico si accompagna (ed in buona parte consegue) ad un dissesto civile, dove la corruzione e l’inefficienza pubblica si somma ad una miriade di egoismi ed interessi privati, sembra quasi non esserci speranza di sfuggire alla marea del fango.
Ma in questo momento, non è su ciò che vorrei soffermarmi. Ci sono altre due o tre cose, che mi interessano.

La meglio gioventù

La meglio gioventù

La prima. La crisi della rappresentanza, quando la situazione raggiunge punti di rottura, si manifesta in tutto il suo brutale massimalismo. Non ce n’è per nessuno.
Doria è un sindaco eletto dal centrosinistra – anche se, con una qual certa approssimazione, la stampa tende a definirlo come arancione; un termine che genera associazioni mentali errate. Il sindaco arancione per eccellenza, infatti, è Luigi De Magistris, che fu eletto sì con i voti di buona parte dell’elettorato di centrosinistra, ma che si era candidato in contrapposizione a questo. Gli altri sindaci, a lui impropriamente apparentati (Pisapia a Milano, Doria a Genova, Zedda a Cagliari…), sono infatti eletti da coalizioni di centrosinistra, con l’unica anomalia di essere risultati vincenti alle primarie pur non essendo del PD, ma indicati da SEL.
Doria non è un sindaco che ha malgovernato la sua città. Ma quando i torrenti tracimano ed il fango invade le strade, la rabbia dei cittadini si indirizza anche contro di lui. Gli si rimprovera persino che fosse a teatro, la sera dell’alluvione. Laddove non essendoci stata alcuna allerta meteo, non si vede cosa ci sia di particolarmente strano. Ma la pazienza dei cittadini è già normalmente ai livelli di guardia, e basta poco a farla tracimare; proprio come le acque che scendono a valle.
Se non si mette seriamente mano a ciò, a rimediare alla crisi della rappresentanza politica, i danni provocati dal maltempo sembreranno poca cosa al confronto. E sono le amministrazioni locali le più esposte, strette nella morsa degli enormi tagli ai trasferimenti di risorse da parte dello stato, e la condizione di prossimità ai cittadini, che ne fa il bersaglio primario. Occorre un cambiamento nel rapporto tra stato centrale ed amministrazioni locali, ma non meno importante, occorrono amministratori straordinariamente capaci.
Valga come memento a chi si appresta a selezionare le candidature per le prossime elezioni locali a Napoli ed in Campania.

La seconda. Il dissesto del territorio è un problema pluridecennale, ma ogni qualvolta che si produce una tragedia, tutto si risolve in un po’ di ammuina sui TG, e poi passata la festa gabbato lo santo
Facile, quindi, marcare una differenza assumendo invece (qualora stavolta lo si faccia davvero) delle decisioni operative. Ma non meno importante è quali decisioni si assumono, in quale direzione viaggiano. Se – come sembra emergere in questo caso – talvolta i problemi sorgono da una lentezza burocratica, la soluzione non può essere l’azzeramento delle procedure normali. Dietro ogni eccezione alla norma – e c’è una lunga casistica a dimostrarlo – sempre si annida la corruzione e l’abuso. La questione, infatti, non è l’esistenza di una serie di passaggi procedurali, ma la loro lentezza. Che non è intrinseca, ma deriva da una precisa volontà politica. Perchè la possibilità di velocizzarli ad hoc consente l’uso discrezionale del potere. Nega l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
La soluzione, quindi, non può essere bypassare le norme, ma renderne veloce l’applicazione. Ad esempio, garantendo per legge una corsia preferenziale per tutto ciò che riguarda le dispute civili in materia di opere pubbliche, ed imponendo tempi certi. E magari, per disincentivare i ricorsi facili, forti penalità per chi dovesse perdere il ricorso. Il cambiaverso renziano, invece, sembra andare nella direzione di sempre. L’eccezionalità. Il decreto Sblocca Italia, infatti, con cui il governo vuole affrontare anche l’emergenza genovese, è un decreto sblocca cemento, che reitera la logica dell’aggiramento delle norme in nome dell’urgenza, e che – come denuncia Carlo Petrini – aumenterà l’impatto della cementificazione sul territorio.

La terza. Da decenni, e con particolare accanimento durante l’ultimo ventennio, la devastazione del territorio, anche da parte dei cittadini, è stata enorme. Tra condoni edilizi, leggi ad hoc, commissariamenti vari – per non parlare di quel mostro in cui, in epoca berlusconiana, è stata trasformata la Protezione Civile – sono stati assestati colpi durissimi al territorio della penisola. Avviare una politica che ponga rimedio ai danni fatti, non solo è estremamente urgente, ma richiede una consapevolezza diffusa. Non può veramente attuarsi, se non si riesce contemporaneamente a far giungere, sino all’ultimo cittadino dell’ultimo comune, la consapevolezza che l’urbanizzazione selvaggia e lo sfruttamento fuori norma rappresentano una concreta minaccia alla sicurezza della collettività.
Non basta una politica diversa, che si concretizzi in un diverso orientamento legislativo, finalizzato alla riduzione del consumo di suolo. Occorre una responsabilizzazione dei cittadini, che non può non partire dalla scuola, perchè maturi un diverso, più responsabile approccio a queste problematiche. Avendo come faro l’art.9 della Costituzione, che ci impone la “tutela del paesaggio”.

Infine. L’arrembaggio grillino a Genova, con la calata (in favore delle odiate telecamere…) dei parlamentari a spalare fango, e con l’unico scopo di soffiare sciacallescamente sulla rabbia della cittadinanza, è un esempio da manuale della cattiva politica che dovrebbe scomparire dal nostro orizzonte. Se proprio avessero sentito questo dovere morale, l’avrebbero dovuto fare subito ed in silenzio, non dopo l’annuncio urbi et orbi del Grillo Parlante al Circo Massimo.
Per fortuna, e senza alcun clamore mediatico organizzato, a Genova sono andati anche tantissimi ragazzi da tutta Italia. Gli stessi che pochi giorni prima, ciascuno nella sua città, erano scesi in piazza contro la riforma della scuola proposta dal governo.
Quasi 50 anni fa, altre ragazze e ragazzi andarono a Firenze per liberarla dal fango. Anche da lì, da quell’esperienza comunitaria e di servizio, nacque due anni dopo il ’68 italiano. La prima vera spinta all’apertura ed alla modernizzazione della società italiana, dal dopoguerra. Un germe da cui nacquero successivamente molti dei diritti civili, non ultimo quello Statuto dei Lavoratori che ora si vuole smantellare definitivamente.
Con buona pace delle destre vecchie e nuove, che l’hanno sempre visto come il fumo negli occhi, e dei rinnovatori renziani, che nella propria incapacità di leggere la storia del paese lo identificano assurdamente con la conservazione.
Sarebbe bello se, nelle strade infangate di Genova, mettessero radice i fermenti per un altro movimento come quello. Non sarebbe nemmeno la prima volta, che Genova dà un segnale forte all’Italia.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: