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Due gentlemen a Bagnoli

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#Bagnoli #Ciccì&Cocò #NapoliEspropriata

Per oltre tre anni, sono andati d’amore e d’accordo. Ogni tanto qualche bisticcio, ma come in tutte le coppie, niente di che. Grazie a questo feeling, Napoli ha visto alcune delle più discutibili iniziative milionarie degli ultimi anni, dall’America’s Cup al Giro d’Italia. Per converso, allo stesso feeling si deve attribuire il silenzio con cui il Comune di Napoli ha accolto – ad esempio – la disastrosa politica regionale nei trasporti, e quella scandalosa nella cultura (dal protettorato teatrale affidato a De Fusco, stabile napoletano compreso, alle vicende del MADRe, su cui l’allora assessore Di Nocera rivendicò il proprio disinteresse).
Ma ora pare che la coppia sia in crisi. Non più bisticci ma toni duri. Del resto, avvicinandosi importanti scadenze (elettorali) ciascuno pensa a sè.

Ciccì & Cocò

Ciccì & Cocò

D’improvviso, il Sindaco di Napoli riscopre “la distanza politica che c’è sempre stata tra me e lui” *. Ovviamente, come da classico coniugale, la colpa è sempre dell’altro: “è dovuta agli atteggiamenti e alle iniziative del Presidente della Regione negli ultimi mesi, da quando cioè si è messo in campagna elettorale”. Mentre lui – noblesse oblige – aveva sinora sorvolato per via di “‘un accordo tra gentiluomini’ istituzionale”. E noi, ingenui!, che credevamo la collaborazione tra istituzioni fosse un dovere, nei confronti dei cittadini…
É grazie a questo gentlemen’s agreement che invece sinora Comune e Regione hanno collaborato?
Strano che abbia tenuto a fronte di numerose questioni, che invece ora vengono rinfacciate…

Il commissariamento del San Carlo? L’accordo regge. Il commissariamento del porto? L’accordo regge. Il commissariamento di Bagnoli? L’accordo salta…
Perchè la questione delle questioni quella è. Certo, la campagna elettorale regionale fa alzare i toni, ma il nocciolo di tutto sta lì. Perchè la questione di Bagnoli è la sola che, nei prossimi anni, muoverà a Napoli enormi quantità di denaro, e ridisegnerà molti assetti – urbanistici, sociali, economici e di potere. Ecco perchè esserci o non esserci (politicamente) è il problema. Ed ecco che, shakespearianamente, tutto volge in farsa.
Intendiamoci, il commissariamento (tutti i commissariamenti…) è il fallimento della (buona) politica. E quando la politica fallisce, non c’è livello istituzionale che possa chiamarsene fuori. Ugualmente, la soluzione imposta da Roma, che taglia praticamente fuori il Comune di Napoli, non è semplicemente una sanzione delle sue inadempienze e dei suoi fallimenti (anche pregressi), ma un esproprio fatto alla città, cui si sottrae il controllo sul destino (cosa, come e quando) di un pezzo importante del suo territorio. Stabilendo – tra l’altro – un brutto precedente.

De Magistris sostiene ora che, dietro questa estromissione, ci siano Fintecna e l’Acen, che avrebbero condizionato l’incolpevole Matteo Renzi, anche grazie alle concomitanti pressioni dell’alleato Silvio Berlusconi. E tornano così queste coppie di fatto della politica italiana, gli accordi tra gentiluomini (celebrati a Santa Lucia o al Nazareno), che inevitabilmente caratterizzano la personalizzazione estrema della politica, inevitabilmente inquinandola.
Perchè in politica servono grandi leader e statisti, non futili prime donne. E invece ci ritroviamo con una Regione Campania che si approssima alle elezioni regionali stremata dalla crisi e dalla cattiva politica che l’ha gestita in questi anni, mentre il confronto elettorale – ancora una volta – è tra prime donne invece che tra programmi credibili e squadre affidabili.

P.S.
Napoli non sta messa meglio. E già aleggia la minaccia finale: “Mi ricandido e le primarie non riguardano me”.

* (De Magistris “Non ho isolato la mia città”, intervista su Repubblica Napoli, 22/09/14)

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L’eccezione inculturale

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Da anni, ormai, nel lessico politico – ma non solo – è entrato in uso il termine glocal; ovviamente, il termine porta con sé un concetto, ed una più precisa definizione di questo. Si tratta di uno dei tanti in casi in cui le idee e le tematiche del movimento (impropriamente definito) no-global, sono entrati come per osmosi nel dibattito pubblico, spesso adottate da coloro che allora le avversarono. Del resto, si dice che un conservatore è colui che adotta le idee di un progressista quando questo le ha consumate
L’idea che sta dentro il termine glocal, è che occorre affrontare le problematiche localmente, inserendole sempre in un contesto dialettico con la dimensione globale *. Ed è quindi con un approccio glocal, che affronterò il post di questa settimana. Parlando come sempre di politiche culturali, ma cercando di mettere in connessione le problematiche locali con quelle generali.

L'exception culturelle firmata Cattelan

L’exception culturelle firmata Cattelan

É di questi ultimi giorni, il disvelamento del restyling cui è stato sottoposto il logo del MADRe. Parafrasando De Gregori, verrebbe da dire “non è da questi particolari, che si giudica un Direttore…”; certo che, almeno sotto questo profilo, la scelta appare pessima. Non c’era alcuna ragione di modificare il precedente logo, che aveva una sua precisa riconoscibilità, anche internazionale. E certamente la scelta fatta è francamente indicibile; per quanto giustificata come adozione di uno stile minimal, il nuovo logo appare più che altro insignificante. Prodotto dall’agenzia Leftloft di Milano, costato € 20.000 (per l’intera immagine grafica del museo, di cui comunque il logo costituisce elemento centrale), non può non riportare alla memoria la scandalosa scelta del nuovo logo di Salerno, costato ben € 200.000!, che sembra anch’esso uscito dalle mani di un adolescente e non da quelle di Massimo Vignelli. Per non parlare di quelli proposti alla scelta della Rete, in perfetto stile grillin-benecomunista, per la nuova società ABC (ex Arin): il raccapriccio è l’unica sensazione che si ricava vedendoli.
Ma non si doveva lavorare per l’immagine della città? A meno che l’idea non sia di rappresentarla quale effettivamente è: allo sbando.

Intanto, il patrimonio artistico-culturale del Paese continua ad essere abbandonato. L’area archeologica di Pompei rischia di finire sulla blacklist dell’UNESCO, se i 105 milioni stanziati per il Grande Progetto Pompei dall’ex Ministro Barca non daranno a breve i loro frutti. La Reggia di Caserta è trasformata in un suk. La vicina Reggia di Carditello, ormai in uno stato di totale degrado, non trova un solo investitore privato che voglia acquistarla – il che la dice lunga, sulle chance di integrare con fondi privati gli scarsi investimenti pubblici, ma anche sulla scarsa capacità pubblica di incentivarli. I lavoratori del Colosseo denunciano il pericoloso degrado del monumento-simbolo dell’Italia nel mondo. Piazza del Plebiscito è in condizioni vergognosamente indecenti, ma ci si accapiglia sul suo utilizzo come arena per concerti…
L’Italia investe in cultura circa la metà della media europea, poco più dell’1% del PIL. Eppure siamo il Paese che, secondo le stime UNESCO, detiene oltre il 50% dei beni artistici e culturali dell’intero pianeta!
Solo per la conservazione, sarebbe necessario investire almeno 3 volte tanto. Ma i governi (tutti) preferiscono un’altro genere d’investimenti. Missioni militari all’estero, o l’acquisto di cacciabombardieri costosissimi, malfunzionanti, il cui controllo rimarrebbe in mano USA, ed i cui costi di gestione sono stratosferici. E da ultimo, lo Stato Maggiore della Marina Militare chiede 10 miliardi per rinnovare la flotta!
E vogliamo parlare del famoso #decretodelfare? É vero, sono solo chiacchiere. Ma sapete qual’è lo spazio dedicato alla cultura? Semplicemente, non esiste.

Mentre in Italia si procede in modo del tutto estemporaneo, altrove si mettono in campo decise politiche di sostegno alla cultura.
A Roma si pensa di rendere triennale la carica di Direttore di Museo, ma senza riflettere sul fatto che una scadenza così breve è del tutto insufficiente – specie nel panorama italiano – per definire una politica museale. Se pure l’idea di inserire per legge un limite temporale massimo può essere considerato un fatto positivo, sarebbe più ragionevole pensare ad una durata di almeno 5/7 anni. Oppure, nell’eterna logica di ricavare reddito, si pensa di affittare all’estero (anche per vent’anni…) il patrimonio artistico conservato nei magazzini museali…
Risalta insomma, macroscopicamente, l’incapacità della classe dirigente italiana nel concepire una strategia di valorizzazione dell’enorme patrimonio culturale nazionale. In questi giorni, il governo francese, nell’ambito delle trattative USA/UE sull’interscambio commerciale, è riuscito ancora una volta ad ottenere una clausola di salvaguardia per le proprie produzioni culturali, quell’exception culturelle che consentirà alle nuove produzioni artistiche e culturali francesi di non essere soffocate dalla concorrenza statunitense. Un risultato ottenuto grazie alla chiara visione, da parte dei governi d’oltralpe, di come il patrimonio culturale costituisca non solo un’importante elemento identitario, ma anche un rilevante comparto economico.
Fintanto che l’Italia non sarà in grado di esprimere una classe dirigente consapevole e capace, che sappia fare del suo patrimonio culturale (passato, presente e futuro) un’elemento cardine per lo sviluppo sociale ed economico, l’unica eccezione culturale che potremo annoverare sarà quella di avere lo scarto maggiore al mondo, tra potenzialità e capacità di trarne vantaggio. Perchè, come scrive Christian Caliandro **, “oggi non solo la realtà può essere trasformata dall’azione e dal pensiero culturale, ma essa deve essere cambiata, per il semplice motivo che nella versione attuale non durerà a lungo (la sottolineatura è mia).
Ministro Bray, per favore: almeno lei, batta un colpo!

* Glocalizzazione o glocalismo è un termine introdotto dal sociologo Zygmunt Bauman per adeguare il panorama della globalizzazione alle realtà locali, così da studiarne meglio le loro relazioni con gli ambienti internazionali.

** Christian Caliandro, Italia revolution, Bompiani – grazie al blog di Pippo Civati per avermelo fatto scoprire…

Easter eggs*

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Questa settimana, davvero di passione per ciò che riguarda il Paese, torniamo a parlare di culture a Napoli, anche perchè tra pochi giorni si celebrano in città le Giornate x la cultura, organizzate dall’assessore Di Nocera. Evento che vorrebbe essere di gran rilevanza, ma che – con un certo fastidio dell’assessore – sembra sinora non aver interessato più di tanto la stampa cittadina.
Poiché generalmente la Giunta gode (ancora) di buona stampa, è evidente che la presenza al Comune di un buon esperto di comunicazione che lavora gratuitamente per il bene della città, in questo caso non ha dato i suoi frutti; o forse, più semplicemente, non ha ritenuto di considerare l’evento più di tanto…
Come che sia, è pur sempre un’occasione che non si presentava da tempo, e quindi, anche se tardiva, val la pena di farci qualche riflessione su.
Ma, dicevo di culture, al plurale. Perchè c’è un’altro tema che mi interessa e su cui voglio tornare, ovvero il destino di Città della Scienza. E perchè al riguardo comincio a sentire – come si dice a Napoli – “il fieto del miccio”

Quale sorpresa portano, gli ovetti arancione?

Quale sorpresa portano, gli ovetti arancione?

Dunque, a pochi giorni dal fantomatico inizio dell’ancor più fantomatico Forum Universale delle Culture (aprile? maggio? 2013? 2023?…), ovvero di quello che avrebbe potuto e dovuto essere il più importante evento culturale della città (e del decennio), oltre che sicuramente della sindacatura De magistris, l’assessore alla cultura del Comune di Napoli convoca una tre giorni sul tema della cultura. Naturalmente, la prima cosa che viene da chiedersi è: come mai queste Giornate non sono state inserite nel programma del Forum? Sarebbe stata la cosa più logica, oltre che efficace. Ma l’assessore Di Nocera è stata sin dall’inizio clamorosamente esclusa dalla gestione di questo evento, che il Sindaco – con i disastrosi risultati che tutti sappiamo – ha invece voluto avocare a sé. Un po’ come se un Presidente del Consiglio escludesse il Ministro della Sanità dalla riforma ospedaliera…
Ed evidentemente questa esclusione, benché sia ormai cosa vecchia, brucia ancora.
Ma nel frattempo sovviene la seconda domanda: a cosa servono, queste giornate? A scorrere il programma, ma anche semplicemente riflettendo su tempi e modi con cui sono state messe in campo, qualche perplessità viene. Dopo due anni di vuoto d’iniziativa in campo culturale, con il PAN ridotto ad un albergo a ore (pardon, si dice messa a reddito del patrimonio comunale…), ci si sarebbe aspettati qualcosa di diverso. Nella sostanza e nello stile.

Quel che si celebrerà al Convento di S. Domenico Maggiore, infatti, è un classico convegno old style, che in ultima analisi serve a celebrare l’establishment. Nessuna indagine preliminare sul campo, per portare alla discussione elementi fattuali su cui confrontarsi – ad esempio. Nessun percorso partecipativo, per individuare almeno alcuni dei temi su cui incentrare la discussione. E che certamente è difficile si possano concentrare in due giorni di lavori, anzi in due mezze giornate, chè da programma i tavoli di lavoro sono pomeridiani…
Tanto più ambiziosi, quindi, appaiono gli obiettivi conclamati. Sono pertanto scettico sulla effettiva utilità di questa tre giorni, il cui esito dovrebbe essere un documento programmatico finale. Tempi e modalità, a mio avviso, non consentono una seria analisi ed elaborazione di proposte, e quindi questo documento programmatico rischia di essere solo un’insulsa lista d’intenti, o peggio ancora una foglia di fico per coprire scelte già prese altrove.
Sono ormai un vecchio sospettoso, quindi la terza domanda è: ma non è che magari questa kermesse, non a caso calendarizzata in prossimità del previsto rimpasto di Giunta, serve soprattutto come puntello all’eternamente in bilico assessore alla cultura?

E veniamo al rogo di Bagnoli. Come sempre in questi casi, grandi attestazioni di solidarietà, la mobilitazione popolare, i gonfaloni, i paroloni, la camorra-prezzemolo… e chi più ne ha più ne metta. Poi, cominciano a venir fuori pian pianino le cose serie. E quel che emerge è un doppio nocciolo della questione; che non è solamente sui suoli (dove ricostruire), ma anche sui ruoli (chi comanda cosa). Anzi, forse il primo aspetto è funzionale al secondo.
Com’è noto, non sono tenero con la gestione del centro-sinistra a Napoli ed in Campania, e qualcosa da dire anche su Città della Scienza ci sarebbe. Ma che la Fondazione Idis sia stata, come il MADRe e la Fondazione Forum, uno dei bersagli delle nuove amministrazioni comunale e regionale, è cosa nota. Sin dal primo momento, c’è stato scontro tra Caldoro e Silvestrini, in merito alla gestione della Fondazione, di cui la Regione è socio. Ebbene – sull’ovvio input degli amministratori locali – il 28 marzo 2013 è stato emanato un decreto ministeriale (Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca – Francesco Profumo, Ministro per la Coesione Territoriale – Fabrizio Barca) che istituisce un Comitato interministeriale per la nuova città della scienza, tra i cui obiettivi c’è (comma 5) quello di effettuare “uno studio preliminare sui possibili assetti di governance della nuova Città della scienza, con l’obiettivo di separare le attività di gestione dalla attività di progettazione scientifica”.
É possibile, insomma, che all’ombra dell’incendio (se mi si passa l’ossimoro), si muovano anche interessi altri; che l’incendio stesso, sulle cui motivazioni mi auguro emergano presto verità accertate, possa servire per altre manovre, di altra natura. Che, insomma, qualcuno diverso dai mandanti colga l’opportunità.
Escludendo che in Regione ci sia qualcuno che vuole assumere l’attività di progettazione scientifica, è chiaro che l’obiettivo autentico è la gestione amministrativa. Che, tra l’altro, significa la governance vera, il personale, le partnerships con i privati, etc… Insomma, in attesa di sapere chi e perchè ha appiccato il fuoco, sembra che chi vuole assumere il controllo della Fondazione, e chi vorrebbe spostare Città della Scienza nell’area ex-NATO di Bagnoli, stia mettendo a profitto il fattaccio. Forse persino prima e meglio dei piromani veri.

Strani scherzetti porta la Pasqua…

* [“Un Easter egg (in italiano, letteralmente, uovo di Pasqua) è un contenuto, di solito di natura faceta o bizzarra, e certamente innocuo, che i progettisti o gli sviluppatori di un prodotto, specialmente software, nascondono nel prodotto stesso (come un uovo di Pasqua nascosto in giardino, secondo la tradizione anglosassone).” – fonte: Wikipedia]

Napoli visionaria

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In questo scorcio d’inizio secolo, pur nel quadro di una profonda crisi economica che attraversa l’Occidente, Napoli sembra essere la più greca tra le grandi città d’Italia. É qui che si manifesta in modo più drammatico la crisi, per un cumulo di ragioni storiche e congiunturali, a cui la rivoluzione arancione ha paradossalmente aggiunto criticità, divenendo elemento ulteriore del problema invece di aprire la strada ad una soluzione possibile.
Non tutte le responsabilità sono quindi ascrivibili al Sindaco ed alla sua Giunta, che però di certo non si possono sottrarre a quelle che gli spettano.
D’altro canto, rimestare nel manico sul tema, rischia di farci avvitare ancora di più nella spirale del declino economico, sociale e civile che attanaglia la città. Occorre davvero cominciare a guardare oltre. Perchè il futuro – della città e di chi ci vive – può essere determinato soltanto da altri; o può esserlo anche da noi.
Ma prima che il futuro si materializzi e si faccia presente, occorre che venga immaginato, pensato, progettato. É di questo che c’è urgente bisogno. Occorre una visione, per il futuro di Napoli. Solo a partire da questa è possibile mettere in moto processi capaci, nel tempo, di approssimarla; per mobilitare le energie e le idee, in quello che deve essere un processo partecipativo, è necessario prospettare un idea di città, che rappresenti e riassuma in sé una possibilità di rinascita.

Modello Bilbao?

Modello Bilbao?

Per immaginare un’altra Napoli, per costruire per essa una visione (senza per questo essere soltanto dei visionari), si deve guardare all’anima della città, e spingere contemporaneamente lo sguardo verso gli orizzonti più diversi e lontani. Se la Politica è l’arte di trasformazione del reale, è dalla conoscenza della realtà che si deve partire; ed al tempo stesso, bisogna saper andare oltre questa con lo sguardo della mente e del cuore. Come ciascuno di noi sa nella sua propria esperienza di vita, la costruzione del futuro chiede fatica e passione. Scovare le risorse a cui attingere – e parlo soprattutto di idee, di competenze, di capacità, chè i denari arrivano laddove ci sono queste, non il contrario… – e contemporaneamente delineare obiettivi, disegnare percorsi che portino le prime a raggiungere questi ultimi, è quanto dovremmo provare a fare. Anche imparando dai fallimenti, dalle occasioni perdute, dalle intuizioni sprecate.

Nel corso della deprecata stagione bassoliniana, ad esempio, si è dapprima sprecata quella che a mio avviso fu un’intuizione feconda, per poi sprofondare nel fallimento finale.
L’intuizione fu quella di puntare sull’arte contemporanea, come fulcro su cui costruire una nuova dimensione internazionale, capace di recuperare i fasti della Napoli pre-unitaria. Le stazioni della metropolitana dell’arte, le installazioni di Piazza Plebiscito, la nascita del MADRe, lo stesso Napoli Teatro festival, erano tessere di un mosaico che avrebbe potuto effettivamente divenire piattaforma di lancio per un vero rinascimento napoletano. Sfortunatamente, quell’intuizione fu poi sprecata nella pratica concreta.
Non tanto (e non solo) per una non sempre felice gestione delle risorse pubbliche, quanto per due aspetti a mio avviso ben più profondi: da un lato, per non essere riusciti (sempre che ci si fosse provato davvero) a coniugare la modernità, la contemporaneità, con il ricchissimo filone della cultura partenopea, con le sue radici profonde; dall’altro, per aver creato un sistema cortigiano, in cui dominavano la prossimità politica e/o personale più che la capacità e la creatività – che ha poi finito con l’uccidere quest’ultima, anche tra quanti di quel sistema hanno beneficiato.

Fu, in un certo qual modo, e forse anche in larga misura inconsapevolmente, la (maldestra) applicazione del modello Bilbao.
Quando, nella seconda metà degli anni novanta, fu deciso di tentare il rilancio della capitale morale dei Paesi Baschi, che accusava i colpi della de-industrializzazione, la scelta cadde sull’arte contemporanea come focus del nuovo polo attrattore che si voleva creare intorno al capoluogo della provincia di Vizcaya. Al centro di quel modello, la costruzione del museo d’arte contemporanea affidata all’archistar Frank Gehry, e la scelta di adottare per esso un brand di indiscussa fama mondiale (10 milioni pagati alla Fondazione Guggenheim per l’utilizzo del marchio). Ma intorno a quello, ci fu molto altro.
La costruzione di “un progetto identitario di costruzione di un brand territoriale a base culturale” (Simon Anholt), infatti, richiede ben più che un singolo elemento, per quanto assolutamente straordinario come il capolavoro di architettura decostruttivista di Gehry, che ha fatto di Bilbao il caso del ‘900; parte dalla riqualificazione dell’intera città, collocando il museo su una magnifica passeggiata fluviale, restituendo l’offerta culturale al tessuto urbano e alla comunità territoriale. In proposito, molto felicemente è stato scritto che “il principale risultato ottenuto dal Museo Guggenheim sia stato quello di essere riuscito a collocare una città come Bilbao, industriale, grigia e con poco movimento internazionale, non solo nel circuito del turismo artistico e culturale, ma in generale nella mappa mentale della gente” (Roberta Bosco, El Pais).
Con tutta evidenza, salta agli occhi lo scarto che separa i risultati dell’esperimento basco dalla applicazione napoletana di quel modello.
Per concludere l’esame del caso Bilbao, mi piace citare una fonte estranea al mainstream artistico-culturale: “Il museo è probabilmente uno dei migliori investimenti della città negli ultimi decenni. È stato al centro di un posizionamento di Bilbao a livello internazionale e ha permesso al territorio di rilanciare un’economia rallentata dalla deindustrializzazione. Ha attirato turisti e investimenti, ma anche talenti, e creato capacità di innovazione e una “vibe” decisamente originale. Quello che però spesso passa in secondo piano è che il Guggenheim da solo avrebbe portato a ben poco. Il progetto è stato vincente perché la città è riuscita a collocarlo in un piano organico dell’area” (Guido Romeo, Wired).

Dunque, a partire da una visione complessiva sul futuro del territorio, è stato possibile che una cittadina posti-industriale di 350.000 abitanti operasse una trasformazione profonda, capace di imprimersi nell’immaginario collettivo mondiale in modo duraturo. Cosa sarebbe potuto accadere, se una tale visione – e la capacità di tradurla in azioni concrete e coerenti – fosse stata implementata su Napoli? Con la sua collocazione geografica, il suo patrimonio artistico, la sua tradizione culturale?
Certo, anche la straordinaria capacità iconica dell’architettura di Gehry ha contribuito non poco a questo successo. E questo, anche in virtù della densità storica ed artistica di Napoli, era forse non riproponibile – in questi termini. Anche per questo, trovo che la responsabilità maggiore di questa attuale sindacatura sia l’imperdonabile miopia con cui, sin dal principio, e con ostinata determinazione, ha affrontato il lascito migliore che gli veniva dalla precedente amministrazione: il Forum Universale delle Culture.
Se l’amministrazione De Magistris avesse avuto davvero una visione di città, se non avesse inseguito l’idea di una rinascita fondata su una dispendiosa – e tardiva – successione di eventi effimeri, se fosse stata capace di cogliere  il senso ed il valore di quella opportunità, avrebbe davvero potuto lasciare un’impronta duratura di sé sulla città, segnando la Napoli futura in modo ben più incisivo che non con una lunga, quanto inutile, striscia d’asfalto arancione.

Il MADRe di tutte le battaglie

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Questo, è uno strano paese. In cui mammismo e femminicidio convivono tranquillamente. Del resto, non sono forse due aspetti di un rapporto di genere un po’ distorto, o quantomeno non proprio equilibrato? E chissà se – o quanto – c’è questa strana forma di machismo, dietro una scelta singolare come quella di chiamare MADRe un museo. Il MADRe… Sul’ a Napule ho ssann’ fà. Comunque sia, quale che ne sia stata la ragione (consapevole o meno), intorno a questa MADRe in un certo senso è ruotata la scena culturale napoletana, negli ultimi vent’anni. É nel palazzo di via Settembrini che si è concentrata, alla massima potenza, la carica simbolica dell’azione bassoliniana. Molto più che nelle installazioni a piazza Plebiscito, o che nella Metropolitana dell’Arte, la creazione del MADRe rappresenta l’apice del progetto rinnovatore di Antonio Bassolino.
Come ho detto più volte, non ho alcuna nostalgia di quella stagione un po’ cortigiana, nonostante ciò che è venuto dopo possa indurre in tal senso. Sarebbe un errore, ritengo, così come lo è la demonizzazione acritica del passato. Il modo in cui è stato gestito il governo del territorio, nel corso di quella stagione, ha avuto molteplici aspetti negativi – che poi hanno contribuito a farla cadere nella polvere (e nella monnezza).
Ma certo non si può disconoscere lo sguardo lungo che stava dietro quel progetto. Pensare, vent’anni fa, di trasformare una città complessa come Napoli, così intrisa di tradizione, puntando sull’arte e sulla cultura contemporanea, fu uno scatto in avanti di grande significato. Significò immaginare il ruolo della Politica, e quindi il futuro della città, con un respiro europeo. In nessun altra città italiana, s’è mai anche solo pensato nulla di simile.
Sfortunatamente, quella visione fu poi messa nelle mani di una classe dirigente molto italiana, molto meridionale, molto napoletana

Le luci della città?

Le luci della città? (Relational di Bianco-Valente)

In un certo senso, quindi, si potrebbe dire che quel museo è il MADRe di tutte le battaglie – sulla cultura, per la cultura. Ed infatti, intorno ad esso si è a lungo combattuto, nel più recente passato.
Non penso qui di fare cronistoria di questa battaglia, che del resto è fin troppo nota. Mi interessa piuttosto interrogarmi – ed interrogare – su ciò accade cessato il clangore dello scontro. Insomma, che ne sarà, di questo nostro MADRe?
Una prima considerazione che mi viene da fare è che, rispetto ad un passato di grandissima autonomia, in cui il Direttore era in fin dei conti un dominus pressocchè assoluto (quanto meno sotto il profilo delle scelte artistiche), la situazione appare adesso rovesciata, con una articolazione decisamente più complessa, le cui ricadute sul piano gestionale sono ancora tutte da verificare.
Accanto alla figura del Direttore, molto opportunamente scelto attraverso un bando internazionale, c’è un Comitato Scientifico di tutto rispetto, e c’è un rapporto statutario con una Fondazione privata, la Morra-Greco, che presenta numerosi aspetti problematici.

Intervistato da Artribune, il neo-Direttore del museo, Andrea Viliani, ha illustrato i cinque asset su cui ha intenzione di sviluppare il proprio lavoro: collezione, rapporto col pubblico, linking, servizio al territorio, reputazione e affidabilità. Ci sono, all’interno della descrizione che Viliani fa di questi asset, dei punti che mi sembrano interessanti, come quando – parlando del rapporto col territorio – dice: “Mettersi al servizio del Madre, della città di Napoli e della regione Campania. (con la ‘r’ minuscola… NdR) Del loro essere crocevia storico della contemporaneità, non solo artistica, per contribuire a fare emergere di Napoli e della Campania l’eccellenza passata, presente e futura. Immaginando il Madre come una piattaforma di decollo per la creatività locale che è impregnata storicamente di relazioni internazionali, per permetterle di avere attraverso il Madre un affaccio sul mondo.” La necessità di ricollocare Napoli al centro di una rete di relazioni culturali, che abbracci tutto il mondo, è infatti a mio avviso uno degli obiettivi più importanti, se si vuole davvero rilanciare la città. É quel che avrebbe dovuto fare il Forum Universale delle Culture, e che invece si preannuncia come un vergognoso flop, una fiera-spettacolo, senza alcun costrutto, senza alcun dialogo reale col territorio, senza alcuna chance di lasciare dietro di sé altro che polemiche. Non a caso il Forum (comincia a Maggio! qualcuno lo sa?) per la gestione della parte che si svolgerà sul territorio del Comune di Napoli, è affidato all’Ente Fiera d’Oltremare…

Nell’intervista, a proposito del rapporto col pubblico, il Direttore dice anche che intende sviluppare momenti “di confronto e di stimolo reciproco in cui, in generale, i musei di oggi, quei musei messi nella prospettiva di una ri-discussione della funzione pubblica museale, trovano gran parte della loro identità.” Un dialogo col territorio, dunque, che si apre alla ridefinizione del ruolo stesso del museo d’arte contemporanea? Fa ben sperare, se sarà così. Del resto, il dialogo avviato dal Presidente della Fondazione Donnaregina Pierpaolo Forte, con le gallerie private napoletane, sembra poter essere un primo passo in tal senso. Io stesso, scambiando con lui due chiacchiere informali in occasione del convegno Sud contemporaneo: progetto per una rete”, ho ricavato l’impressione che – pur nei limiti di una realtà istituzionale, che in quanto tale ha in sé la tendenza alla conservazione – questa disponibilità, e soprattutto questa apertura mentale, siano effettivamente presenti.

Come la direzione ed il management guideranno il museo (ma non solo come, anche dove…) si vedrà nel prosieguo. Ma ciò che a mio avviso è veramente importante è che non ci si limiti a stare a guardare. I tempi sono cambiati, la domanda di partecipazione attiva dei cittadini è cresciuta, e non va lasciata deperire. Anche – se non soprattutto – sul piano delle politiche culturali. Se il MADRe vuole davvero costruirsi una identità nuova e forte, se vuole conquistarsi una centralità nella scena artistica e culturale napoletana, la capacità di dialogo, di costruire interazione con le realtà territoriali, diventa fondamentale.
Tanto per cominciare, deve assolutamente finire la stagione dell’assenza di confronto inter-istituzionale. La città è una, e non può vivere la propria dimensione culturale attraverso una schizofrenia amministrativa. Non è pensabile che Comune e Regione dialoghino quando si tratta di realizzare eventi (per definizione a termine), e poi si ignorino quando agiscono sul lungo periodo afferendo allo stesso territorio. Ma altrettanto importante è che la città, il mondo della cultura in prima fila, siano attivamente partecipi di questo processo.
Il MADRe è la nostra battaglia.

L’infarto della cultura

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Un discusso libro di successo, pubblicato in Germania, porta il titolo di “Kulturinfarkt” e sostiene la tesi che la smisurata offerta e il monopolio statale stanno portando le istituzioni culturali verso il crack, non solo economico. Com’era prevedibile, affetti come siamo da un inguaribile e miope provincialismo, il caso è stato utilizzato per sostenere anche in Italia una tesi simile – tradotta nella pratica dei tagli lineari alla cultura, cercando poi di cucirci sopra una veste teorica che li giustificasse con nobili intenzioni.
La realtà, come tutti ben sappiamo, è esattamente opposta: la cultura italiana è a rischio d’infarto non per eccesso di fondi pubblici, ma per la loro drammatica e subitanea diminuzione.
“Clinicamente l’infarto è una sindrome acuta provocata da una insufficiente irrorazione sanguigna ad un organo o a parte di esso, per una occlusione improvvisa o per una stenosi critica delle arterie che portano il sangue in quel distretto dell’organismo.” (Fonte: Wikipedia).
Ovvero esattamente ciò che sta per accadere: l’insufficiente irrorazione di fluido vitale, porterà al collasso il mondo culturale italiano.
Purtroppo, ad una stagione di allegro sperpero delle risorse pubbliche, sul finire della Prima Repubblica, ha fatto seguito l’infausta stagione del finto rigore durante la Seconda. Dalla balzana idea – inaugurata lessicamente dal Presidente del Consiglio Bettino Craxi, e riassunta nell’espressione azienda Italia (come se una nazione potesse essere considerata e guidata come un’azienda…) – si è poi arrivati ad un’idea della gestione dei conti pubblici assolutamente ragionieristica. Fatto salvo il fatto che poi, all’ombra di questa ideologia della quadratura dei conti, l’ultimo quindicennio si sia caratterizzato soprattutto per tre elementi: continui tagli lineari al welfare ed alla cultura, aumento della spesa pubblica (e quindi del debito), crescita della forbice tra ricchi e poveri. Insomma, il regno di Supeciuck, l’eroe dei fumetti che rubava ai poveri per dare ai ricchi…

Superciuk

Superciuk

La tesi reale del libro tedesco, è che un sostegno troppo forte ad una cultura di massa, ovvero largamente presente e diffusa, ed economicamente accessibile a tutti, produca esiti negativi, soffocando la possibilità di far emergere ciò che invece è qualitativamente significativo, e scoraggiando l’innovazione. Al contrario, in Italia abbiamo esiti simili, ma provocati da una situazione opposta, assolutamente asfittica, nel sostegno pubblico.
Oltretutto, il nostro Paese presenta delle unicità assolute, che lo rendono imparagonabile ad altri.
L’Italia possiede gran parte dei beni artistici e culturali del pianeta, non a caso è universalmente considerata culla della cultura, e gode dei più ampi riconoscimenti dell’UNESCO. Questo è un dato che porta con sé importanti conseguenze, anche materiali. Innanzitutto, la mera conservazione dello sterminato patrimonio artistico storico ed archeologico, richiede forti risorse, che assorbono gran parte della spesa pubblica nel settore. Pur risultando insufficienti.
Per altro verso, l’immensità di questo patrimonio porta spesso a pensare che abbiamo già dato, che il contributo italiano all’arte ed alla cultura sia stato così ampio e significativo da poterci fermare qui. Da cui consegue il disinteresse, quando non addirittura il fastidio, per ciò che arte e cultura possono produrre di nuovo.

Guardando poi allo specifico del territorio campano e napoletano, questa dimensione appare ancor più cruda. Lo scarto tra risorse pubbliche investite in cultura, e gli esiti di questi investimenti, è assolutamente macroscopico. E se, da un lato, l’insediamento archeologico di Pompei rappresenta un po’ il paradigma di questa cattiva politica – laddove un luogo di straordinaria ed assoluta bellezza, con una capacità attrattiva forse unica al mondo, si sbriciola nell’incuria, rimane fruibile solo in minima parte, ed appare circondato da un bazar di paccottiglia – dall’altro il lento degrado culturale della città di Napoli, in cui non si riesce a costruire uno straccio di politica culturale degno di questo nome, rappresenta tangibilmente l’insufficienza e l’inadeguatezza, non solo e non tanto dei fondi pubblici, quanto delle istituzioni e di quanti le rappresentano.
Anche se, in quest’ultimo scorcio di 2012, si intravede qualche segnale positivo di fermento, con alcune mostre importanti in città – dall’inaugurazione del nuovo MADRe con Sol LeWitt a Jimmie Durham a Palazzo Reale, da William Kentridge nella Stazione Toledo della metropolitana e da Lia Rumma, a Rebecca Horn allo Studio Trisorio – quello che continua a mancare è la dimensione sistemica, la progettualità complessiva e di lungo respiro, l’attenzione non episodica alle nuove energie artistiche. Quella che continua a mancare è una visione della città, del suo futuro, e quindi una politica che provi a costruirlo, questo futuro.
E se è pur vero che la città versa in una condizione economica disastrosa, non si può non constatare come si spendano risorse – anche ingenti – solo per eventi spettacolari, forse di grande visibilità mediatica ma che lasciano ben poco sul territorio, e soprattutto non contribuiscono in alcun modo allo sviluppo di un sistema duraturo. Non si vede alcuna progettualità.

Se c’è una cosa di cui si avverte davvero il vuoto, a Napoli, è una prospettiva. Non c’è alcuna idea del dove stia andando la città (mentre invece si capisce bene dove stia andando il Sindaco…), del come si possa affrontare il futuro – con quali obiettivi, con quali tempi, con quali risorse. Con quali idee.
Vorrei che l’anno che verrà, non fosse segnato soltanto dall’inevitabile fallimento del Forum delle Culture 2013, ma registrasse in qualche modo l’avvio di una fase nuova, in cui si comincia a progettare per il futuro – e non solo quello remoto. Vorrei che la città tornasse ad interrogarsi – e ad ascoltarsi – su come uscire dal declino.
Vorrei una trasfusione di buona politica. E quindi, che fossero innanzitutto i cittadini a tornare protagonisti.
Perchè per come sta messa la Sanità Pubblica, meglio prevenirlo, l’infarto.

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Ci prendiamo intanto una pausa, e ci rivediamo il 4 gennaio. Con l’augurio che, nonostante tutto, queste festività ci vedano tutt* seren*, e ci restituiscano alla quotidianeità più combattivi di prima…

 

Not in my backyard

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Mala tempora currunt. Il combinato disposto tra uno spaventoso deficit lasciato dalla precedente amministrazione, e la palese incapacità di quella attuale a fronteggiarla quantomeno con le idee, stanno producendo – al posto della sperata rinascita – la ripresa del lento scivolamento verso il declino. La crisi del centro-sinistra campano, il triste crollo di quel modello di governo meridionale nei cumuli di spazzatura, avevano comunque prodotto uno scatto, una volontà di superare quella stagione, riprendendo il cammino per il riscatto della città – pur senza cedere alle lusinghe di una destra padronale, un pò stracciona ed inquinata da troppe contiguità col malaffare camorristico.
Purtroppo, la nuova amministrazione ha saputo diventare tale cavalcando quell’onda, senza poi saperne interpretare davvero l’anima, senza essere capace di mobilitarne le energie. Avvitandosi su se stessa e sui propri limiti. Chiudendosi a riccio e rigettando ogni critica come un’atto di lesa maestà. Equiparando ogni dissenso al “remare contro”.
Per questo, oggi, si rende urgente la ripresa di quella spinta dal basso, il rimettere in moto le energie positive della cittadinanza, senza deleghe che escludano la partecipazione attiva e significativa.
Assunzione di responsabilità. Questa la parola d’ordine.

Napoli, terza città d’Italia, capitale morale del Mezzogiorno, possibile punto di riferimento per i paesi del bacino mediterraneo, è oggi invece rassegnatamente distesa su un piano inclinato. Chiusa ormai da decenni la stagione industriale, che ha lasciato solo strascichi indecenti (da Bagnoli a Napoli Est), la città non riesce a trovare una sua vocazione alla crescita, nuove strade per lo sviluppo, impantanata in politiche da basso impero. Eppure, anche se appare chiaro che la chiave per uscire dalla spirale della decrescita infelice è investire nella Cultura, nel senso più ampio del termine, continuiamo ad arrancare, sprecando le (poche) risorse ed occasioni su cui fare leva. La responsabilità prima, in questo, è sicuramente della classe dirigente locale, tutta intera, la cui inadeguatezza emerge tragicamente quando l’effetto tornasole delle crisi rende tutto più netto e chiaro. Ma c’è anche, come sempre, una responsabilità oggettiva di noi cittadini, nella misura in cui non sappiamo farci carico in prima persona dei destini della città.
E adesso, come se fosse appena tornata da un viaggio su Marte, ci sentiamo dire dall’assessore Di Nocera che “La cultura in città è ferma”. Ma và?

Il senso di essere 'cittadini'

Il senso di essere ‘cittadini’

Intervistata da Repubblica, non molti giorni dopo aver pubblicato sullo stesso giornale la lettera di cui ho parlato un paio di post fa, l’assessore alla Cultura fa un quadro della situazione che, pur nell’ovvia difesa dell’operato dell’amministrazione, non può non risaltare come desolante, senza però trarne l’unica – e decorosa – conseguenza. Dimissioni.
Dice la Di Nocera: “In una prima fase, ci siamo concentrati sul recupero d’immagine della città”, peccato che “sulla cultura ora siamo fermi, e non abbiamo un euro disponibile”! É lecito chiedersi se puntare tutto sugli eventi spettacolari (America’s Cup, Coppa Davis…), eventi che forse avranno prodotto qualche ricaduta in termini di flussi turistici ma che certamente non hanno lasciato nulla alla città, fosse davvero il miglior modo di investire le poche risorse disponibili. Investimenti su cui, tra l’altro, a tutt’oggi c’è poca chiarezza. O se, per dirne un’altra, abbia senso aver investito 60.000 euro per la programmazione annuale del PAN, e spenderne 40.000 per una manifestazione estiva (Cinema a sdraio) che ha raccolto si e no un centinaio di spettatori lungo l’intera durata. Ma questa rassegna, che stava molto a cuore all’assessore, pare sia costata tanto a sua insaputa
Il succo dell’intervista è comunque la trita lamentazione sulla mancanza di fondi, cosa vera ma che costituisce un’alibi insostenibile quando la mancanza di progettualità culturale in città, da parte dell’amministrazione, è stata assoluta. E tanto più quando, quelle poche risorse disponibili, sono state disperse in tante piccole iniziative, o impegnate in un paio di grandi eventi sportivi.

Sull’unica vera occasione di rilancio per la città, legata alla Cultura, ovvero il Forum Universale delle Culture – il cui affossamento è interamente ascrivibile all’approssimazione ed alla incapacità di questa amministrazione e del suo Sindaco in primis – l’assessore dice: “mi sono espressa più volte e non ho cambiato idea: per me ha senso soltanto se è un evento con un programma partecipato e rappresenta  –  in una proiezione internazionale  –  un volano per far partire dei progetti stabili sui territori, che parlino ai giovani, lasciando un segno vero per la città”. Visto come stanno le cose, e quel che dichiara l’assessore, abbiamo conferma che – pur essendo, appunto, assessore alla Cultura – sul tema Forum Universale delle Culture non ha mai contato granchè. In ogni caso, se questo è il suo pensiero al riguardo, faccia un gesto di coraggio: firmi la lettera aperta al Sindaco di Barcellona ed alla Direttrice della Fondaciò, con cui si chiede la revoca dell’assegnazione a Napoli.
Basta con questi giochetti di potere sulla pelle della città. Quell’intervista, che secondo Dagospia potrebbe costare ad Antonella Di Nocera (“assessore per mancanza di prove”) il posto in giunta, e che secondo me è invece l’ennesimo tentativo di mettere le mani avanti, da parte di un assessore eternamente in bilico e ben poco amato anche dalla sua stessa maggioranza, segna comunque un giro di boa. Non si continui a far finta di nulla. Dopo ciò che ha detto, assessore, non si può andare avanti come se tous va trés bién, madame la marquise… Cortesemente, ne tragga le conclusioni.

La situazione ha insomma raggiunto il livello di guardia. Non posso non concordare con quanto afferma Eduardo Cicelyn (“Per imbastire il loro stralunato racconto di Napoli oggi poteri locali si appellano da un lato alla tradizione – che perlopiù è un’idea stereotipata della città – e dall’altro alla presunta modernità di eventi pseudomoderni e altrettanto provinciali”). Quale sia la mia opinione sulla gestione bassoliniana della Cultura, di cui Cicelyn è stato un protagonista di primo piano, è noto. La citazione, dunque, non è sospetta di nostalgia. Ma non si può disconoscere il fatto che, pur all’interno di un sistema cortigiano, con un uso assai discutibile delle risorse pubbliche, siano quanto meno state poste in essere realizzazioni di qualità.  Lo scarto con la realtà presente è macroscopico.
La capacità di intervento, quanto meno nel discorso politico e pubblico, sui temi cruciali per la città – persino nel caso di evidenze eclatanti – è stata nulla. Durante tutta la lunga crisi del MADRe, che ha portato all’annichilimento dell’importante museo napoletano, il Sindaco non ha spiccicato parola, nascondendosi dietro l’incompetenza formale (il museo dipende dalla Regione Campania), mentre l’assessore Di Nocera addirittura rivendicava il suo disinteresse. Sostanziale assenza anche sullo scandalo della Biblioteca dei Gerolomini. Balbettii e improvvide scusanti sul museo della Musica proposto dal maestro De Simone, o sulla questione dell’Istituto di Studi Filosofici di Gerardo Marotta.
Intanto, in pochissimi mesi, la scuola voluta da De Simone trova casa a Villa Savonarola, a Portici, e comincia le sue attività con i corsi su vocalità e gesti del ‘700. A riprova che, quando si vuole e si sa fare, si fa.
Una grande città di Cultura come Napoli, ed in un anno di amministrazione arancione non c’è stata una sola grande mostra d’arte, capace di essere ad un tempo attrattore turistico ed elemento di arricchimento culturale! E poi dobbiamo sentirci dire che, per il Palazzo delle Arti Napoli si guarda al modello del Centre Pompidou di Parigi! Per come stanno le cose a Palazzo Roccella, tutt’al più alla biblioteca municipale di Busto Arsizio (con tutto il rispetto per Busto Arsizio, ovviamente!).

In questo sfacelo, il Sindaco De Magistris annuncia (per l’ennesima volta…) l’imminente pubblicazione del manifesto del suo movimento arancione, preannunciando un impegno politico nazionale. Pochi mesi, è già la città gli va stretta.  Perchè il Sindaco di Napoli si vede capace e pronto per ben più alte sfide, un gigante tra una pletora di politici non abbastanza all’altezza.
Come dice Karl Kraus, “quando il sole della cultura è basso, i nani hanno l’aspetto di giganti”. Ma se non vogliamo accontentarci di avere i nani nel giardino, e la nostra idea di Cultura è un pò più alta, dobbiamo riprendere in mano le sorti della città. Questo è il senso profondo del nostro essere cittadini.
Non il generico popolo di cui spesso amano parlare i demagoghi, né la gente, che tanto piace ai conduttori di talk show. Cittadini.
Circa due secoli e mezzo fa, fu necessario tagliare delle teste per affermare quest’idea. Non lasciamola deperire.

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