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Posts Tagged ‘Matteo Renzi

Margini

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Il rischio maggiore della globalizzazione informativa è l’overflow, la superficialità come conseguenza della sovrabbondanza. Siamo continuamente bombardati da un flusso costante di notizie (di cui, peraltro, spesso una parte considerevole è del tutto futile, mentre altre davvero rilevanti restano ai margini), che finisce con l’impedire la riflessione, almeno sui fatti più importanti.
Mi viene in mente l’immagine della performance di una brava artista italiana, in cui lei cerca di truccarsi dopo essersi applicata degli elettrodi alle braccia, attraverso i quali riceve costanti impulsi che le fanno contrarre gli arti. Il continuo input di notizie agisce come quegli elettrodi, ci impedisce spesso di ragionare su quelle stesse notizie, di discernerle, di trarne un output razionale e consapevole.
In questo, ovviamente, anche grazie a media che, anche laddove non siano mossi dai rispettivi interessi padronali, considerano l’informazione un prodotto piuttosto che un servizio, e quindi tralasciano sempre più l’approfondimento, in favore della volatilità all-news. (E, usi come siamo a non farci mancare nulla, anche in questo brilliamo in peggio).

Ecco quindi che la brexit giunge a proposito, per glissare su ogni ulteriore analisi relativa al recente voto amministrativo in Italia; e magari, da domani, sarà il voto spagnolo a cacciar via la brexit.
E invece tutto questo, se fosse messo in prospettiva, se se ne rilevassero le connessioni, cercando di individuarne il fil rouge, potrebbe essere utile a tutti.
Si è provato a leggere il risultato del referendum britannico attraverso una chiave generazionale, giovani vs anziani, salvo poi scoprire che i primi si sono per lo più astenuti. Si è quindi passati a quella che pare essere la (pseudo) chiave di lettura preferita dell’oggi, ovvero il mantra del populismo (con il suo corollario, l’antipolitica).
Ma, al di là del fatto che, sotto questo ombrello si mescola un po’ di tutto (e di molto diverso), l’operazione rimane, almeno parzialmente, truffaldina. Perchè se di populismo si può parlare, a proposito delle politiche di Lega Nord, Front Nationale ed UKIP, poichè le rispettive leadership sfruttano chiaramente le paure e le incertezze diffuse, certamente ciò che fa crescere il consenso per queste forze ha delle spiegazioni, che non si possono eludere con l’alibi del populismo. Insomma, il pesce abbocca all’amo perchè la (finta) mosca è l’unica cosa commestibile che riesce a vedere.

Quando un anno fà la Grecia veniva strangolata, per aver osato ribellarsi (moderatamente) alla troika, nessuno in Europa se ne preoccupava più di tanto. La stessa sinistra, che su sollecitazione dei greci predisponeva liste in appoggio per le elezioni europee (Syriza aveva ben chiaro che la partita da giocare a Bruxelles era dura assai, e cercava di creare un fronte di sostegno), non fu capace di alcuna seria mobilitazione. Poiché nessuno manda i sui figli a studiare ad Atene, invece che a Londra, e magari così le vacanze a Mykonos costeranno meno… chissenefrega.
Il problema sono i brits, che dicono #ciaone alla UE.
Ma a dominare è sempre il medesimo criterio: la volontà popolare, la democrazia, sono una bellissima cosa finché si esprime in modo compatibile con gli interessi di ristrettissime oligarchie economiche – e di quelle politiche che le seguono (e ne eseguono i desiderata).
Scrive il Corriere della Sera, a proposito delle elezioni spagnole: “Ci vuole un esecutivo stabile per reggere l’impopolarità delle politiche di austerità che chiede ancora Bruxelles.”
Se le politiche sono impopolari, significa che il popolo (sovrano!) non le vuole. Quindi non ci vuole un governo che le esegua, ma al contrario bisogna imporre a Bruxelles un governo che esprima ed esegua la volontà popolare. Punto.

Per questo, non c’è direttorio che tenga. Non è cooptando Renzi al tavolo buono, che Merkel ed Hollande potranno affrontare e risolvere questo nodo. Angela e François sono i capofila delle politiche impopolari – basti vedere ciò che sta succedendo in Francia; e Matteo a sua volta non è che il parvenu, elevato di rango solo per necessità, ed in virtù del fatto d’essersi ampiamente dimostrato interno alle logiche dell’austerity (supinamente accettate in cambio di un po’ di flessibilità nell’applicarle in casa).
Non è l’Europa, ad essere in pericolo; sono le oligarchie che la dominano, che rischiano di perdere (almeno in parte) il proprio potere.
Contro questa possibilità, si può starne certi, si batteranno duramente. E lo spettro del populismo sarà l’arma che brandiranno. Il rischio, quindi, è rimanere chiusi nella tenaglia, tra due ganasce che agiteranno ciascuna la paura (dell’altro). Tra Salvini e Le Pen da un lato, Renzi e Hollande dall’altro. Tra chi predica l’esplosione identitaria e centrifuga dell’Europa, e chi lo stringiamoci a coorte conservatore e contripeto.

Per non rimanerne soffocati, per riannodare i fili che passano per Berlino e Parigi, per Atene e per Roma, per Madrid e per Londra – e sì, anche per Napoli – non c’è altra via che ripartire dal basso. Da quanti sono ai margini del potere. E che, oggi, sono larghissima maggioranza.

Adda passà a nuttata

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In quest’ultimo mese, come ricordava ieri sul CormEz Antonio Polito, abbiamo assistito alla rappresentazione plastica della pochezza che caratterizza la classe dirigente napoletana.
Mesi, anni a dire che la giunta De Magistris è il peggio del peggio, e poi – quando sopraggiunge la sospensione dalla carica di sindaco in virtù della legge Severino – la montagna partorisce il topolino. Non una iniziativa politica seria, capace di innescare sulla momentanea crisi dell’amministrazione un processo di cambiamento. Solo balbettii, proclami, dibattiti involuti nel chiuso delle segrete stanze. Non una sola iniziativa pubblica, che puntasse a coinvolgere e mobilitare la cittadinanza. Non un passo capace di determinare la crisi anche formale del Consiglio. Nulla di nulla. Né a destra, né al centro né a sinistra.
Allora, mi sembra giusto – e tempestivo – fare alcune riflessioni più generali.

Eduardo, 30 anni fà...

Eduardo, 30 anni fà…

Com’è noto, sono da tempo un critico severo di questa amministrazione, a cui – credo argomentando sempre puntualmente – ho rimproverato sia la scarsa capacità amministrativa e politica, sia l’ingiustificata arroganza del suo dominus, sia una specifica serie di errori. Non sono quindi portato ad indulgere verso l’amministrazione arancione in alcun modo. Ciò nonostante, vogliamo dirci con altrettanta chiarezza e sincerità alcune cose – peraltro note, e sinanco palesi, ma che tendiamo tutti, per una ragione o per un’altra, a rimuovere?
Sul piano dei risultati amministrativi, sulla gestione della città, io non vedo un così significativo arretramento rispetto alla Napoli amministrata da Rosetta Iervolino.
Già allora, la città era mal governata, senza alcun disegno di prospettiva, con un Consiglio Comunale di infimo livello. Certo, la Iervolino era una politica ben navigata, e sapeva muoversi molto meglio di Giggino, sia in città che a Roma. E del resto, a differenza del nostro, aveva anche migliori e più numerose relazioni col mondo politico locale e nazionale. Ed aveva alle spalle un partito – una coalizione di partiti – all’epoca ancora radicati nel territorio, con un background di competenze e di esperienze che la pattuglia arancione nemmeno si sognava.
A parziale giustificazione di quest’ultima, d’altronde, va detto che il contesto generale in cui opera è significativamente peggiorato. Non solo per l’eredità politica ed amministrativa della giunta precedente, ma anche per nuovi elementi entrati nello scenario – una crisi devastante, che colpisce soprattutto al sud, il patto di stabilità che paralizza i comuni, etc.

Qual’è, dunque, la responsabilità maggiore, la più grave, che si possa imputare all’amministrazione De Magistris?
In poche parole, lo scarto enorme tra le promesse (e le speranze suscitate e cavalcate) e le realizzazioni. In questo scarto, si annida il colpo di grazia inferto alla speranza dei cittadini napoletani. E lì, in questa ennesima (e, almeno per il momento, definitiva) delusione, che sta la colpa grave di questa amministrazione. Più nello specifico, alla arroganza del primo cittadino (che con la sua personalità debordante ha plasmato tutte le giunte susseguitesi negli anni), si è affiancata la supponenza del ristretto circolo cui il sindaco attingeva per trovare i propri collaboratori. Con un atteggiamento un po’ grillino – nel senso più deteriore del termine – la presunzione di essere i migliori, e di essere quindi anche assolutamente capaci ed autosufficienti, ha accecato la Giunta Comunale, spingendola a chiudersi a riccio, da un lato sprezzante verso chiunque fosse, in qualsiasi modo, riconducibile alle forze che sostennero l’amministrazione precedente, dall’altro timorosa di restare stravolta da qualsiasi forma di apertura.
Una chiusura che si è manifestata non solo verso le forze politiche, ma anche verso i cittadini stessi, nei cui confronti – dopo una iniziale apertura anche un po’ demagogica – è poi scattato l’ostracismo.
La colpa grave, dunque, non è tanto aver amministrato male – in questo, inserendosi in un solco già tracciato almeno dalle due precedenti amministrazioni – ma l’aver ucciso la speranza di cambiamento.

D’altro canto, le opposizioni – tutte – hanno abbondantemente mostrato di essere solo peggiorate, rispetto a qualche anno fà, quando già furono sconfitte per via della propria scarsa credibilità. É innanzitutto loro responsabilità l’aver spinto la città tra le braccia di De Magistris. E nella loro crescente pochezza, potrebbe annidarsi nuovamente lo stesso esito, al prossimo giro.
Non è per nulla casuale che tutti facciano affidamento sullo schieramento ideologico dell’elettorato, piuttosto che su un progetto (ed un programma) per la città. Che la battaglia sia incentrata sui nomi, sulle persone, piuttosto che sulle idee. Con un ribaltamento di senso spaventoso – e pure ormai talmente ordinario da non stupirci più – si punta sul carisma personale invece che sull’interesse generale, sull’uomo (o la donna) capace di sedurre l’elettore piuttosto che su un’idea di città capace di convincerlo. É questo il quadro che si prospetta. La scelta, dunque, è allo stato ristretta tra la padella e la brace.

C’è, in Spagna, un movimento che si definisce Podemos (possiamo). E che, al di là di tutto, testimonia la capacità reattiva del popolo spagnolo, il suo non rassegnarsi all’esistente. C’è qualcuno che dice: prendiamo in mano il nostro destino, possiamo.
Qui invece continuiamo ad affidarci. C’è sempre un caro leader a cui ci affezioniamo ed a cui affidiamo il nostro futuro. Si chiami Berlusconi, Grillo o Renzi poco cambia (davvero molto poco…). Ma non è che siamo antropologicamente diversi dagli spagnoli, non è che non possiamo. Semplicemente, non vogliamo. Perchè è più comodo, e ci consente poi di sottrarci dalle responsabilità. Al peggio, ci riscattiamo con un Piazzale Loreto.
L’anima di questa città – tutta intera, quella più popolare e quella borghese – è stata interpretata meglio di chiunque altro da Eduardo. Se ne celebrano i trent’anni dalla morte in questi giorni. Ma davvero il suo lascito si esaurisce tra due opposti, tra la speranza inattiva de “adda passà a nuttata” ed il rinunciatario j’accuse di “iatevenne!”? Se così fosse, vuol dire che questa è una città impotente, in cui ciascuno sceglie per sé – che sia l’attesa o la fuga.
Ma siamo proprio sicuri, che non possiamo? Nemmeno per quattro giornate?…

Amaro 18

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#RedditoVsLavoro #LavorareMenoLavorareTutti

Dice Renzi che il fiscal compact e l’obbligo del 3% sono cose pensate 20 anni fa, e che da allora il mondo è profondamente cambiato. Però dice anche che l’Italia è in deficit di credibilità, e quindi deve rispettarli. Cioè quelle sono cazzate, e per dimostrare che siamo un paese serio le faremo senza storie.
Potrebbe apparire una stravaganza, ma in effetti – dal punto di vista del premier – non lo è poi tanto. Come dice Gilioli, “Renzi è uno straordinario ed efficace improvvisatore”. Dunque per lui il problema non è la coerenza tra premessa e conclusione, ma dare un colpo al cerchio ed uno alla botte. Da un lato denuncia le regole dell’austerity in salsa europea, per ammiccare all’opinione pubblica che non le digerisce affatto, e dall’altro ne esegue i dettami per non perdere il fondamentale supporto di Merkel & co.
Così si spiega anche tutta la vexata questio dell’art. 18, con la sua accelerazione sia sul piano mediatico che legislativo, ed al tempo stesso la estrema vaghezza con cui sui muove il presidente del consiglio. Perchè se il suo governo fa “in prevalenza cose di destra. Non (è) perché lui lo sia, ‘di destra’: lui è solo ‘di Renzi’. Ma perché nel frattempo la politica ha perso potere” (dice ancora Gilioli).

"Io sono io, e voi non siete un c...."

“Io sono io, e voi non siete un c….”

Nella sua ansia decisionista, ma del tutto priva di una qualche visione che non sia se stesso a Palazzo Chigi, il premier non ha infatti altra chance che quella di adeguarsi ai voleri dei paesi forti dell’Unione Europea. Dando però al contempo l’impressione di avere una propria politica autonoma.
É così che nasce (e cresce) quello sgorbio del Jobs Act. Dopo aver giocato al dico-non-dico per un mese o giù di lì, il governo va alla forzatura proprio alla vigilia del summit europeo di Milano, dove Renzi sente il bisogno di giocarsi una qualche carta. Per ottenere ciò – senza dimenticare l’opportunità di umiliare la dissidenza interna… – il capo del governo mette in campo un mostro informe; dimenticando la ripartizione costituzionale dei poteri (non lui per primo, va comunque detto…), in base alla quale il potere legislativo spetta al Parlamento, mentre al governo spetta quello esecutivo (cioè, esegue quel che decidono le Camere), il governo si fa promotore di una legge in una materia delicatissima come il lavoro, con l’intenzione dichiarata di intervenire anche su temi controversi come l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. Non pago, presenta al Senato un testo che contiene poche e vaghe indicazioni generali, riservandosi di definirne successivamente i contenuti con una legge delega, e poi su questa chiede persino il voto di fiducia. Insomma, col ricatto della crisi di governo, pretende di avere carta bianca.

Ma l’art. 18 è un feticcio, un totem, che ha una duplice funzione nell’ambito dello scontro politico in atto. Tutti (ma proprio tutti…) sanno che, tanto più dopo la riforma Fornero, l’art. 18 è stato già ampiamente depotenziato, e per di più riguarda solo una parte dei lavoratori dipendenti. Così come tutti sanno che non c’è alcun nesso tra questo ed i livelli di occupazione. Da un canto, quindi, serve a segnare un ulteriore vittoria, di grande valore simbolico, per le destre europee ed italiane, che a vario titolo sostengono il governo. E dall’altro, serve ottimamente ad incastrare le sinistre in una battaglia che si può presentare come conservatrice.
E come fu già per la scala mobile, anche questa rischia di essere una battaglia persa in partenza, per queste ultime.

Perchè si è scelto un (pur giusto) approccio difensivo. Quando si sarebbe dovuto anticipare l’avversario, e scegliere un approccio propositivo, porsi all’offensiva.
Prima che partisse l’attacco all’art. 18, si sarebbe dovuta aprire una grande vertenza politica per estenderlo a tutti i lavoratori, indipendentemente dal tipo di contratto e dalla dimensione aziendale. E si sarebbe dovuto fare sin dal governo Monti. Purtroppo, le sinistre politiche e sindacali erano in gran parte succube dei diktat europei, ed hanno tiepidamente ingaggiato la solita battaglia di retroguardia, ispirata alla logica della riduzione del danno – il cui risultato è, sempre, un danno dopo l’altro.
Ma il tema vero, oggi, non l’art. 18. Anche se è giusto battersi per mantenere questa garanzia, ed ancor più giusto sarebbe battersi per estenderla universalmente, la vera questione sul tappeto è il reddito, non il lavoro.

Non c’è solo la crisi economica, ad incidere così brutalmente sui livelli di occupazione. C’è la globalizzazione, che rende disponibili bacini di forza lavoro immensi ed a basso costo. C’è la finanziarizzazione, che distrae i grandi capitali dagli investimenti produttivi, indirizzandoli verso la speculazione. C’è la rivoluzione tecnologica (hardware e software) che in misura crescente sostituisce l’uomo con le macchine, in ambiti produttivi sempre crescenti, anche cognitivi. Tutti processi non meramente contingenti, e che – governati dalle destre liberiste – hanno prodotto non solo una caduta tendenziale dell’occupazione, ma anche un allargamento della forbice sociale ed una concentrazione della ricchezza in poche mani.
Dunque, una battaglia per il lavoro, senza ridiscuterne profondamente la natura, significa collocarsi ancora una volta in retroguardia – con quel che segue…

Servono invece politiche capaci di produrre redistribuzione del reddito, perchè – tra l’altro – senza una ripresa del mercato interno l’economia si avvita su sé stessa. Ma la soluzione non può essere il reddito di cittadinanza, che per sua natura può rispondere ad un problema limitato (per quantità o nel tempo), ma non reggerebbe in una prospettiva di lunghissimo periodo. Insomma, non si possono affrontare le questioni del lavoro e del reddito senza avere a mente le trasformazioni profonde che sono intervenute – e che ancora non hanno finito di manifestarsi. Perchè la flessibilità e la precarietà erette a sistema, persino in una prospettiva liberista, sono soluzioni di corto respiro. Torna quindi di estrema attualità un’altra prospettiva; affacciatasi tempi addietro, anticipando i problemi del presente.
C’è un solo modo per tenere insieme redistribuzione del reddito e ripresa dell’occupazione. Ridurre l’orario di lavoro.
Restituire tempo alla vita, sottraendolo alla produzione. Impiegare tre dove oggi sono due. Insomma, lavorare meno per lavorare tutti. É, questa, l’unica prospettiva per il futuro.

La fonduta

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#lafonduta #malatempora

Piatto di origini svizzere, la fonduta – o fondue – è diffusa anche in Francia e nel nord-ovest italiano. Consiste in uno o più formaggi fusi insieme, da consumare a caldo.
La Fonderia, invece, si è tenuta a Bagnoli lo scorso week-end, su iniziativa di un gruppo di 40enni del PD (e dintorni), con l’obiettivo dichiarato di elaborare un programma partecipato in 10 punti, in vista delle prossime elezioni regionali in Campania. L’altro obiettivo, quello sostanziale anche se non dichiarato ufficialmente, era quello di lanciare un candidato – anzi, una candidata. Ed essendo nel frattempo tramontata questa ipotesi, è tornato utile (ai promotori) aver sempre negato fosse questo lo scopo…
Questa, comunque, non è stata l’unica mutazione avvenuta in corso d’opera; dal momento in cui fu pensata e lanciata, al suo epilogo, molta acqua è passata sotto i ponti e, seppure il lasso di tempo è stato breve, la Fonderia si è trasformata non poco.

La fondue...

La fondue…

Avrebbe dovuto essere il momento clou in cui i quarantenni democrat lanciavano l’opa definitiva sul PD campano, marcando le differenze con il vecchio partito. Ma alla fine, alla kermesse c’erano proprio tutti (tutte le generazioni del PD regionale), persino l’avversario n°1 (quel De Luca che vuole nuovamente giocarsi la partita contro Caldoro) era presente, ed anzi con un abile coup de théâtre ha fatto un intervento assai politico, riscuotendo gli applausi della platea – cosa del resto che, prima di lui, aveva già fatto anche Bassolino. Mossa geniale e spiazzante (gli organizzatori, colti di sorpresa, hanno esitato a dargli la parola…), degna della incursione berlusconiana da Santoro.
Avrebbe dovuto essere la celebrazione del primato delle idee sulle persone, con i 10 tavoli tematici impegnati a stilare i punti del programma, ma alla fine di questo lavoro, che ha visto impegnati per ore centinaia di persone, si è preferito dare spazio alla sfilata di personaggi piccoli e grandi, sacrificando le relazioni dei coordinatori dei tavoli.
In conclusione, l’effetto positivo più rilevante sembra essere stato l’aver creato un’occasione di reincontro per il personale politico d’area – tutti infatti a farsi grandi sorrisi e darsi pacche sulle spalle. Una rimpatriata è sempre una bella cosa, va da sé. E può essere utile in vista di una campagna elettorale che si profila affatto facile.

Ma il punto rimane. Almeno per il momento, i quarantenni non praevalebunt. Il PD rimane in stallo, tra le diverse forze che lo compongono sul territorio.
A questo punto, le opzioni sul terreno sono due: andare o meno alla conta, attraverso l’ordalia delle primarie, o puntare ad un candidato che le bypassi. Ovviamente, queste due opzioni sono a loro volta subordinate di un’altra questione: il PD vuole davvero riconquistare la Regione Campania, o segretamente punta a lasciarla a Caldoro? Ed ancora, come ulteriori variabili: se vuole evitare sia le primarie che la vittoria, su chi puntare? Un candidato unitario – si parla del Ministro Orlando – dovrebbe essere necessariamente un nome forte, che non si può bruciare in una competizione destinata alla sconfitta; e d’altra parte, per convincere De Luca a non correre, magari senza il PD (come ha già fatto in passato…), occorrerebbero argomenti convincenti. Magari le famose deleghe ministeriali mai arrivate…
Insomma, il puzzle è ancora tutto da ricomporre.

Inevitabile, in tutto questo, che le idee passino ulteriormente in second’ordine.
Perchè, nonostante la grande visibilità ottenuta con la tre giorni bagnolese, e malgrado si muovano all’ombra del caro leader Renzi, la verità è che questi 40enni non sembrano avere ancora la forza per conquistare il partito. La palude, quindi, continuerà a dominare.
Ed agli elettori di centro-sinistra si proporrà ancora una volta una fonduta fredda, fatta anche col formaggio rancido avanzato. Il tracollo di partecipazione alle primarie emiliane è un bel segnale d’allarme, e se il PD (magari mantenendo o quasi i voti) dovesse scendere al 30/35%, anche in virtù di una maggiore partecipazione alle amministrative, sarà azzannato e messo sotto accusa per aver perso il 5/10% – giusta nemesi, dopo aver così a lungo e così avventatamente strombazzato il 40,8% delle europee…
E nel frattempo, la vicenda De Magistris (anche qui, la nemesi…) apre nuovi scenari.
Mala tempora currunt in Campania felix…

Due gentlemen a Bagnoli

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#Bagnoli #Ciccì&Cocò #NapoliEspropriata

Per oltre tre anni, sono andati d’amore e d’accordo. Ogni tanto qualche bisticcio, ma come in tutte le coppie, niente di che. Grazie a questo feeling, Napoli ha visto alcune delle più discutibili iniziative milionarie degli ultimi anni, dall’America’s Cup al Giro d’Italia. Per converso, allo stesso feeling si deve attribuire il silenzio con cui il Comune di Napoli ha accolto – ad esempio – la disastrosa politica regionale nei trasporti, e quella scandalosa nella cultura (dal protettorato teatrale affidato a De Fusco, stabile napoletano compreso, alle vicende del MADRe, su cui l’allora assessore Di Nocera rivendicò il proprio disinteresse).
Ma ora pare che la coppia sia in crisi. Non più bisticci ma toni duri. Del resto, avvicinandosi importanti scadenze (elettorali) ciascuno pensa a sè.

Ciccì & Cocò

Ciccì & Cocò

D’improvviso, il Sindaco di Napoli riscopre “la distanza politica che c’è sempre stata tra me e lui” *. Ovviamente, come da classico coniugale, la colpa è sempre dell’altro: “è dovuta agli atteggiamenti e alle iniziative del Presidente della Regione negli ultimi mesi, da quando cioè si è messo in campagna elettorale”. Mentre lui – noblesse oblige – aveva sinora sorvolato per via di “‘un accordo tra gentiluomini’ istituzionale”. E noi, ingenui!, che credevamo la collaborazione tra istituzioni fosse un dovere, nei confronti dei cittadini…
É grazie a questo gentlemen’s agreement che invece sinora Comune e Regione hanno collaborato?
Strano che abbia tenuto a fronte di numerose questioni, che invece ora vengono rinfacciate…

Il commissariamento del San Carlo? L’accordo regge. Il commissariamento del porto? L’accordo regge. Il commissariamento di Bagnoli? L’accordo salta…
Perchè la questione delle questioni quella è. Certo, la campagna elettorale regionale fa alzare i toni, ma il nocciolo di tutto sta lì. Perchè la questione di Bagnoli è la sola che, nei prossimi anni, muoverà a Napoli enormi quantità di denaro, e ridisegnerà molti assetti – urbanistici, sociali, economici e di potere. Ecco perchè esserci o non esserci (politicamente) è il problema. Ed ecco che, shakespearianamente, tutto volge in farsa.
Intendiamoci, il commissariamento (tutti i commissariamenti…) è il fallimento della (buona) politica. E quando la politica fallisce, non c’è livello istituzionale che possa chiamarsene fuori. Ugualmente, la soluzione imposta da Roma, che taglia praticamente fuori il Comune di Napoli, non è semplicemente una sanzione delle sue inadempienze e dei suoi fallimenti (anche pregressi), ma un esproprio fatto alla città, cui si sottrae il controllo sul destino (cosa, come e quando) di un pezzo importante del suo territorio. Stabilendo – tra l’altro – un brutto precedente.

De Magistris sostiene ora che, dietro questa estromissione, ci siano Fintecna e l’Acen, che avrebbero condizionato l’incolpevole Matteo Renzi, anche grazie alle concomitanti pressioni dell’alleato Silvio Berlusconi. E tornano così queste coppie di fatto della politica italiana, gli accordi tra gentiluomini (celebrati a Santa Lucia o al Nazareno), che inevitabilmente caratterizzano la personalizzazione estrema della politica, inevitabilmente inquinandola.
Perchè in politica servono grandi leader e statisti, non futili prime donne. E invece ci ritroviamo con una Regione Campania che si approssima alle elezioni regionali stremata dalla crisi e dalla cattiva politica che l’ha gestita in questi anni, mentre il confronto elettorale – ancora una volta – è tra prime donne invece che tra programmi credibili e squadre affidabili.

P.S.
Napoli non sta messa meglio. E già aleggia la minaccia finale: “Mi ricandido e le primarie non riguardano me”.

* (De Magistris “Non ho isolato la mia città”, intervista su Repubblica Napoli, 22/09/14)

Cul de sac

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Scrivevo giorni fa che – a mio giudizio – il PD sta sbagliando strategia elettorale. E, apparentemente, sta sbagliando anche nella lettura della situazione politica e sociale del paese.
Leggo che, secondo il PD, gli attacchi del M5S sono dovuti al ruolo centrale che il il Partito Democratico coprirebbe per la tenuta democratica del paese. Ma questa è, ovviamente, pessima propaganda. Quale che sia l’opinione che si possa avere del MoVimento 5 Stelle, chi crede davvero che si adoperi consapevolmente per distruggere la democrazia? Come non capire che, invece, Grillo attacca il PD perchè punta ai voti di Forza Italia?
É di ieri invece la dichiarazione di Renzi, secondo cui Grillo e Berlusconi sono due facce della stessa medaglia. Anche qui, pessima propaganda. Davvero grossier. Ma se Berlusconi è, ostinatamente, l’interlocutore privilegiato, addirittura sulle riforme costituzionali!
In verità, il PD si è cacciato in una trappola micidiale.

Cul-de-sac

Cul-de-sac

Sull’onda della grande fiducia in sé stesso di Renzi, tutto il PD si è convinto di avere il vento in poppa, di essere in sintonia con il paese. Abbacinato dal proprio nuovo leader, non si è reso conto (o per lo meno, quasi tutto il PD non si è reso conto…) che gran parte di questo favore era ed è dovuto – da un lato – all’effetto trascinante del successo alle primarie e – dall’altro – al sostegno pressocché unanime dei mass-media.
Fondamentalmente, il PD ha confuso la propria base elettorale con il paese. L’elettorato democratico, dopo i numerosi fallimenti della propria classe dirigente, cercava solo qualcuno in grado di ridarle fiducia. Per questo, nel giro di un anno, la sconfitta alle primarie del 2012 si è ribaltata. Ma per il paese è diverso.
La paura generata dall’avanzata dei grillini (soprattutto fuori dal PD…) ha prodotto una accelerazione, portando Renzi alla Presidenza del Consiglio. E portando il PD in un cul de sac.
Perchè Renzi, ed il PD con lui, ha scommesso tutto su se stesso, sulla sua capacità di imprimere una spinta in avanti, di accreditarsi come l’uomo del cambiamento. Ma questo, inevitabilmente e prevedibilmente, significava scommettere su Berlusconi. E non accettare alcun rallentamento. Il cul de sac.

Sempre ieri, in un interessante articolo su Pagina 99 si facevano alcune riflessioni sulla situazione a meno di 30 giorni dal voto per le europee. Rilevando tra l’altro come il PD, persino di fronte ad enormità come quelle contenute nelle ultime uscite di Berlusconi, sia costretto a smorzare i toni. Infatti, “in casa democrat, minoranza e maggioranza interna, fanno gli scongiuri affinché Forza Italia regga in termini di consenso elettorale”. Perchè se, com’è ormai prevedibile, Forza Italia subisce un tracollo elettorale, Renzi perde il suo interlocutore, e salta tutto il tavolo che si è imbandito.
Il PD già da qualche anno ha perso completamente il polso del paese. Ed il 25 maggio rischia di sbatterci su il grugno, e di brutto anche.
Di là dal mio personale dissenso politico, rispetto all’idea blairiana di sinistra incarnata e sostenuta da Renzi, ho sempre pensato che fosse un abile comunicatore, ma non un altrettanto abile politico. Ma quando ha ingranato la quarta per prendere il posto di Letta, ho capito che è anche un cavallo di poca corsa. IMHO.

P.S.
Magari mi sbaglio (anzi, quasi quasi spero di sbagliarmi…), ma io scommetterei che il 26 maggio la forbice tra PD e M5S, ben che vada per i democrat, sarà intorno ai due punti.

Written by enricotomaselli

29 aprile 2014 at 10:06

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