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Sul ‘neo-municipalismo’

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Pur se in forma non del tutto lineare (né potrebbe essere altrimenti), il percorso del neo-municipalismo prosegue nella città di Napoli, dove una felice combinazione di fattori lo rende possibile più (e più agevolmente) che altrove.
Naturalmente, ciò implica che – nel suo procedere – i nodi del processo comincino a venire al pettine. La questione fondamentale, infatti, è come passare dalla fase puramente sostanziale, in cui la spinta dal basso animata dai movimenti si incontra felicemente con l’apertura dell’amministrazione in carica, a quella della formalizzazione, in cui l’incontro si traduce non più solo in prassi ma in regole – capaci quindi di trascendere l’occasionalità di un contesto fertile.

maschio-angioinoIn occasione del secondo incontro tematico, tenutosi al Maschio Angioino, sono cominciate ad emergere le prime difficoltà, quantomeno comunicative, tra cittadinanza ed amministrazione comunale.
Da un lato, infatti, sono emerse rivendicazioni che mirano a garantire la massima autonomia possibile (politica ed operativa), mentre dall’altro si concretizza una visione che affida ancora all’istituzione un ruolo prevalente.

Nel mio precedente intervento sul tema, sottolineavo la rilevanza – anche terminologica – della definizione politica del processo in corso, laddove l’espressione cessione di sovranità, spesso utilizzata, in qualche modo contiene l’idea di privazione (da parte di chi cede), mentre quella utilizzata dal sindaco (consegna di sovranità) contiene invece l’idea – per certi versi comunque più avanzata – del gesto motu proprio. Proprio per l’opportunità di definire con chiarezza la natura del processo, inquadrandolo nella giusta prospettiva, suggerivo la definizione di restituzione di sovranità. L’idea è quella che entrambe le parti – l’istituzione titolare ex lege della sovranità, e la cittadinanza, che ne è a sua volta titolare ex lege – concordemente convengano di addivenire ad un passaggio parziale dall’una all’altra, restituendo in parte la sovranità a chi la detiene costituzionalmente (Art. 1, “La sovranità appartiene al popolo”).

Con tutta evidenza, non si tratta di una questione formale, e men che meno soltanto terminologica. La corretta definizione della natura del processo, pesa infatti a sua volta sul divenire del processo stesso.
Purtuttavia, non può sfuggire che tale processo si svolge in un quadro normativo dato, e che quindi esso richiede di mettere in campo una capacità di trasformazione del reale, che tenga conto del contesto senza rinunciare alla volontà di trasformarlo.
Si è più volte detto, non soltanto in relazione a questo genere di processi partecipativi popolari, che il sistema della rappresentanza è in crisi. Il che è indubbiamente vero, anche se la lettura che viene fatta di questa crisi è assolutamente parziale – e quindi, porta in sé il germe dell’equivoco.
Si ritiene infatti che la radice di questa crisi istituzionale stia nella crisi dei partiti (delle ideologie). Con ciò confondendo l’effetto con la causa.

Il fatto è che, alla resa generalizzata al pensiero unico, nell’ultimo ventennio si è aggiunta – specie in Italia – una deriva fortemente autoritaria, anche se (malamente) dissimulata dietro la maschera di un decisionismo variamente giustificato. Si è affermata, anche nel sentire comune, l’idea che il governo (centrale o locale) non sia più semplicemente potere esecutivo, ma che ad esso sia di fatto delegato lo stesso potere legislativo.
Chi governa, insomma, non si limita ad eseguire, ma decide anche il quadro normativo in cui si inserisce la propria azione. Questa concentrazione di potere ha determinato lo svuotamento di senso delle assemblee rappresentative (locali e nazionali), producendo a sua volta – molto più d’ogni altro fattore – il parallelo svuotamento della forma partito, trasformandola da interfaccia tra cittadini ed istituzione a comitato d’affari.

Tutto ciò per dire che, allo snodo della crisi, la questione fondamentale è la riformulazione della rappresentanza, e quindi – prima ancora dei termini in cui questa si ri-articolerà – della legittimazione a riformularla.
Se il neo-municipalismo intende se stesso come nuova forma di esercizio della sovranità popolare, esso deve capire che (nei fatti) va a riflettersi sulla legittimità – quanto meno nelle forme attuali – di altri poteri, ridefinendone la natura ed il ruolo, e soprattutto l’ambito in cui si esercitano. A partire dalle assemblee elettive.
Se infatti le assemblee popolari dialogano direttamente con le amministrazioni, contribuiscono de facto a quel processo di svuotamento delle assemblee elettive. Devono porsi quindi la questione del senso di queste ultime.

In ogni caso, perchè il processo vada avanti correttamente (e quindi utilizzando le opportunità fornite, ad es., da amministrazioni dialoganti, ma senza connotarsi come concessione dall’alto), necessita di un percorso legittimante. Che venga percepito come tale sia dalle amministrazioni, sia dalla (gran) parte della cittadinanza che, allo stato, rimane estranea (se non all’oscuro) al processo stesso.
Sviluppare forme che determinino partecipazione, anche attraverso l’uso di strumenti normativamente già disponibili, è la chiave.

Written by enricotomaselli

27 dicembre 2016 at 09:52

Sul ‘chi’ e sul ‘come’…

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Nel processo che sta attraversando la città di Napoli (e non solo), che si segnala per una rinnovata partecipazione dal basso ai processi politici ed amministrativi, si è nei giorni scorsi segnata un’altra tappa, ovvero la co-convocazione (da parte dell’amministrazione comunale e dei movimenti) di un tavolo di confronto comune, destinato ad aprire una fase nuova ed ulteriore, quella che apre il percorso che porta dall’ascolto alla decisione. Ovvero, la definizione degli strumenti e delle modalità attraverso i quali i cittadini possano esercitare direttamente un potere decisionale.massa-critica-ph-Mario-Spada

Nel corso di questo incontro, sono emerse alcune questioni cruciali, che attengono non solo agli aspetti pratici e/o giuridico-formali, attraverso i quali il suddetto processo deve andare a sostanziarsi, ma anche questioni – potremmo dire – di principio.
Una prima questione, quindi, è quella che inquadra politicamente questo (seppur parziale) passaggio di poteri. In passato si è in più occasioni parlato di cessione di sovranità, da parte dell’amministrazione pubblica, e quindi è sicuramente apprezzabile lo sforzo di avanzamento linguistico con cui il Sindaco ha parlato invece di consegna di sovranità.
Purtuttavia, credo sia necessario dire con chiarezza che, in entrambe i casi, siamo in presenza di espressioni improprie, il cui uso rischia di inquinare concettualmente ciò di cui si sta parlando – e che, soprattutto, si sta praticando.
Il punto è che la sovranità appartiene già ai cittadini, sulla base del dettato costituzionale – cioè del patto fondativo della Repubblica. Ciò che si sta cercando di praticare a Napoli, così come altrove, quindi, è qualcosa di diverso. Si tratta di un processo di restituzione di pezzi di sovranità direttamente ai cittadini, che si è avviato in quanto sia questi che l’amministrazione comunale sono consapevoli del fatto che lo strumento attraverso cui si è sinora esercitata questa sovranità – la delega rappresentativa – è entrato profondamente in crisi, al culmine di un processo di svuotamento progressivo che lascia oggi sul terreno una delega formale, senza più alcuna effettiva rappresentanza.

Appare chiaro che, nel quadro normativo dato, dare forma giuridicamente valida a questa restituzione, non è cosa semplice, né tantomeno rapida. Anche perchè le risposte a queste domande non ci sono già, trattandosi semplicemente di individuare il percorso più agevole per renderle effettive, ma dovranno necessariamente emergere nel corso del processo.
Al tempo stesso, è invece chiaro sin d’ora quali sono i nodi sostanziali, con cui deve confrontarsi questo processo. Ovvero, il terzo elemento mancante nel titolo: il cosa.
Quali sono gli ambiti su cui verranno chiamate a decidere, le assemblee dei cittadini *? Quali sono le dimensioni territoriali su cui decidere? Quali sono le precondizioni perchè si possa ragionevolmente esercitare un potere decisionale? Su cosa è possibile esercitarlo e su cosa no?

Sempre in occasione del tavolo, è stato sottolineato come l’effetto nimby (Not In My BackYard) possa manifestarsi, con effetti paralizzanti, nelle assemblee di territorio. Per evitare questo rischio, però, la soluzione non può essere quella di delegare all’amministrazione alcuni ambiti di decisione, ma solo quella di estendere la dimensione territoriale delle assemblee in base alla dimensione delle questioni.
In termini generali, e di prospettiva, è chiaro che le assemblee dei cittadini possono ragionevolmente esprimersi su ambiti micro e macro – lasciando alle amministrazioni di vario livello gli ambiti intermedi. Possono cioè assumere decisioni relativamente a problematiche specifiche e circoscritte, ovvero esprimere orientamenti strategici generali.
Alle amministrazioni resta la delega a decidere su tutto ciò che si colloca tra questi due estremi, e più in generale il potere esecutivo – ovvero ciò che riguarda l’attuazione delle decisioni.

Infine, la questione dei tempi. Parlando di un processo, e quindi di qualcosa che per sua natura è in divenire, è chiaro che – entro certi limiti – si tratta di tempi non brevi. Trovare le soluzioni funzionali, politicamente sostenibili, e tradurle poi in atti normativi, è – appunto – un processo che richiederà i suoi tempi.
Ma, al tempo stesso, vi sono questioni strategiche (alcune delle quali emerse nel corso della discussione: Bagnoli, il porto, la gestione dei flussi turistici…) che sono già sul terreno, e che – proprio per la rilevanza profonda e di lunga durata – devono in qualche modo essere affrontate sin dall’oggi. Il che, trattandosi anche di questioni complesse, su cui gravano interessi e poteri diversi, lo rende ancor più complicato ma ancorché urgente.
Rispetto alle principali questioni strategiche della città, in questa fase, è necessario che l’amministrazione pubblica faccia uno sforzo suppletivo, aprendosi ancor più all’ascolto, e facendosi carico di una maggiore rappresentanza (ed una minore delega), proprio in virtù di quella consapevolezza condivisa che il sistema istituzionale, quale è dato oggi, è insufficientemente democratico.
Non si tratta qui di prevaricare i poteri e l’autonomia dell’amministrazione, quanto piuttosto – in una fase transitoria – dell’esigenza che (almeno sulle questioni strategiche) sia l’amministrazione stessa ad attivarsi per coinvolgere direttamente la cittadinanza nei luoghi e nei momenti in cui, de facto, si definiscono gli orientamenti; e soprattutto che, quando si giunga alle decisioni, queste non siano assunte senza un preventivo confronto pubblico con i cittadini, e – cosa più importante – non in contrasto con gli orientamenti da questi espressi.

 

….

*Personalmente continuo a preferire il termine cittadini a quello di abitanti, che mi suona più occasionale, impolitico. Sarà perchè lo associo immediatamente alla Rivoluzione Francese del 1789, cioè quella rottura epocale che fece cittadini coloro che erano soltanto sudditi. E che per fare ciò, tagliò la testa ai reali ed ai nobili. Molto più che una semplice sovversione dei poteri, ma un atto – anche simbolicamente forte – che spazzava un dogma culturale profondo, quello della discendenza divina dei re.

Written by enricotomaselli

28 luglio 2016 at 15:58

Margini

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Il rischio maggiore della globalizzazione informativa è l’overflow, la superficialità come conseguenza della sovrabbondanza. Siamo continuamente bombardati da un flusso costante di notizie (di cui, peraltro, spesso una parte considerevole è del tutto futile, mentre altre davvero rilevanti restano ai margini), che finisce con l’impedire la riflessione, almeno sui fatti più importanti.
Mi viene in mente l’immagine della performance di una brava artista italiana, in cui lei cerca di truccarsi dopo essersi applicata degli elettrodi alle braccia, attraverso i quali riceve costanti impulsi che le fanno contrarre gli arti. Il continuo input di notizie agisce come quegli elettrodi, ci impedisce spesso di ragionare su quelle stesse notizie, di discernerle, di trarne un output razionale e consapevole.
In questo, ovviamente, anche grazie a media che, anche laddove non siano mossi dai rispettivi interessi padronali, considerano l’informazione un prodotto piuttosto che un servizio, e quindi tralasciano sempre più l’approfondimento, in favore della volatilità all-news. (E, usi come siamo a non farci mancare nulla, anche in questo brilliamo in peggio).

Ecco quindi che la brexit giunge a proposito, per glissare su ogni ulteriore analisi relativa al recente voto amministrativo in Italia; e magari, da domani, sarà il voto spagnolo a cacciar via la brexit.
E invece tutto questo, se fosse messo in prospettiva, se se ne rilevassero le connessioni, cercando di individuarne il fil rouge, potrebbe essere utile a tutti.
Si è provato a leggere il risultato del referendum britannico attraverso una chiave generazionale, giovani vs anziani, salvo poi scoprire che i primi si sono per lo più astenuti. Si è quindi passati a quella che pare essere la (pseudo) chiave di lettura preferita dell’oggi, ovvero il mantra del populismo (con il suo corollario, l’antipolitica).
Ma, al di là del fatto che, sotto questo ombrello si mescola un po’ di tutto (e di molto diverso), l’operazione rimane, almeno parzialmente, truffaldina. Perchè se di populismo si può parlare, a proposito delle politiche di Lega Nord, Front Nationale ed UKIP, poichè le rispettive leadership sfruttano chiaramente le paure e le incertezze diffuse, certamente ciò che fa crescere il consenso per queste forze ha delle spiegazioni, che non si possono eludere con l’alibi del populismo. Insomma, il pesce abbocca all’amo perchè la (finta) mosca è l’unica cosa commestibile che riesce a vedere.

Quando un anno fà la Grecia veniva strangolata, per aver osato ribellarsi (moderatamente) alla troika, nessuno in Europa se ne preoccupava più di tanto. La stessa sinistra, che su sollecitazione dei greci predisponeva liste in appoggio per le elezioni europee (Syriza aveva ben chiaro che la partita da giocare a Bruxelles era dura assai, e cercava di creare un fronte di sostegno), non fu capace di alcuna seria mobilitazione. Poiché nessuno manda i sui figli a studiare ad Atene, invece che a Londra, e magari così le vacanze a Mykonos costeranno meno… chissenefrega.
Il problema sono i brits, che dicono #ciaone alla UE.
Ma a dominare è sempre il medesimo criterio: la volontà popolare, la democrazia, sono una bellissima cosa finché si esprime in modo compatibile con gli interessi di ristrettissime oligarchie economiche – e di quelle politiche che le seguono (e ne eseguono i desiderata).
Scrive il Corriere della Sera, a proposito delle elezioni spagnole: “Ci vuole un esecutivo stabile per reggere l’impopolarità delle politiche di austerità che chiede ancora Bruxelles.”
Se le politiche sono impopolari, significa che il popolo (sovrano!) non le vuole. Quindi non ci vuole un governo che le esegua, ma al contrario bisogna imporre a Bruxelles un governo che esprima ed esegua la volontà popolare. Punto.

Per questo, non c’è direttorio che tenga. Non è cooptando Renzi al tavolo buono, che Merkel ed Hollande potranno affrontare e risolvere questo nodo. Angela e François sono i capofila delle politiche impopolari – basti vedere ciò che sta succedendo in Francia; e Matteo a sua volta non è che il parvenu, elevato di rango solo per necessità, ed in virtù del fatto d’essersi ampiamente dimostrato interno alle logiche dell’austerity (supinamente accettate in cambio di un po’ di flessibilità nell’applicarle in casa).
Non è l’Europa, ad essere in pericolo; sono le oligarchie che la dominano, che rischiano di perdere (almeno in parte) il proprio potere.
Contro questa possibilità, si può starne certi, si batteranno duramente. E lo spettro del populismo sarà l’arma che brandiranno. Il rischio, quindi, è rimanere chiusi nella tenaglia, tra due ganasce che agiteranno ciascuna la paura (dell’altro). Tra Salvini e Le Pen da un lato, Renzi e Hollande dall’altro. Tra chi predica l’esplosione identitaria e centrifuga dell’Europa, e chi lo stringiamoci a coorte conservatore e contripeto.

Per non rimanerne soffocati, per riannodare i fili che passano per Berlino e Parigi, per Atene e per Roma, per Madrid e per Londra – e sì, anche per Napoli – non c’è altra via che ripartire dal basso. Da quanti sono ai margini del potere. E che, oggi, sono larghissima maggioranza.

#Reutilization Manifesto

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Basterebbe guardare la cartina geografica dell’Italia, per capirlo. Il nostro paese, per la sua natura orografica, dovrebbe prima d’ogni cosa prestare attenzione al territorio, perchè non ne ha molto a disposizione. Con una popolazione di circa 60 milioni di abitanti, su poco più di 300.000 Km2, dei quali buona parte occupati dalla dorsale montuosa degli Appennini, siamo ben lontani – ad esempio – dalla Spagna, che conta oltre 500.000 Km2 e 46 milioni di abitanti, o dalla Francia, che ne ha rispettivamente 547.000 e 62 milioni.
Un attenzione che dovrebbe produrre una legislazione contro il consumo di suolo, e quindi il dovuto impegno nella salvaguardia di quello non ancora consumato. Come del resto imporrebbe la stessa Costituzione, che all’articolo 9 sancisce che la Repubblica “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Ma le classi dirigenti hanno sempre manifestato un approccio rapace, consumistico, alle ricchezze nazionali. Che sono sempre state viste come qualcosa a cui attingere.
L’idea che l’edilizia fosse il motore dell’economia, ha sempre fatto il paio con quella dei beni culturali come il petrolio dell’Italia. Due idee, due approcci culturali, basati sull’idea di consumo.
Ma se (fortunatamente) alla seconda non s’è mai riuscito a dare attuazione, la prima si è invece imposta come prassi comune. La filosofia delle grandi opere ha sempre caratterizzato la politica dei governi, di destra come di sinistra. E se nel dopoguerra c’erano necessità di ricostruzione e di ammodernamento infrastrutturale del paese, il meccanismo è poi andato avanti quasi inerzialmente, producendo – soprattutto a livello locale – il consumo selvaggio, spesso anche illegale, del territorio. Anche senza voler considerare qui il paesaggio come un bene culturale, come cercava di rammentare la Carta, basti pensare ai costi – in termini economici, sociali ed umani – derivanti dalla mancata attenzione al territorio, il cui continuo sgretolamento costella la storia degli ultimi decenni.

Ciò che occorre...

Ciò che occorre…

Ma ovviamente la questione non riguarda solo le campagne, o le piccole frazioni. Al contrario, esiste una questione di paesaggio urbano in cui, anzi, tutti i nodi vengono al pettine.
L’Italia è un paese con una elevatissima densità di città d’arte, il cui tessuto urbano non è però costituito soltanto dagli edifici monumentali, ma anche dalle case storiche di civile abitazione, che insieme ai primi ne disegnano l’impianto urbanistico.
E su questo terreno (è il caso di dire) si gioca una partita importante, perchè riguarda i decenni a venire, e forse anche oltre, ed il modo in cui verrà affrontata è di grande significato. La questione, infatti, attiene a tre grandi problematiche, che in essa si intrecciano: la questione ambientale (consumo di suolo), la questione culturale (preservazione e valorizzazione dei beni), e la questione abitativa (disponibilità di alloggi).

Diversamente dalla Spagna e dall’Inghilterra, in Italia non si è prodotto un fenomeno di bolla immobiliare, e questo è un bene sia sotto il profilo economico che ambientale. In compenso, negli ultimi vent’anni si sono succeduti numerosi condoni edilizi, che hanno di fatto legalizzato l’abusivismo; un fenomeno che oltre ai suoi ovvi aspetti sociali ha rappresentato sia la causa prima di quello sgretolamento di cui si diceva, sia un continuo deturpamento del paesaggio urbano delle periferie. E si continua a costruire… *
In ogni caso, il combinato disposto di numerosi fattori, quali la crisi economica globale, il conseguente contrarsi dell’intervento pubblico e della sua stessa presenza territoriale, la stasi se non la caduta del mercato immobiliare, ha determinato un quadro socio-economico particolare, che va ad innestarsi sulla peculiare natura delle città italiane.
Nelle quali, ad oggi, mentre cresce la domanda di alloggi a basso costo, soprattutto da parte di giovani ma non solo, l’edilizia abitativa – sia pubblica che privata – non è assolutamente in grado di dare risposte. La prima, per mancanza di risorse e di intelligenza politica, la seconda per disinteresse ad un mercato poco remunerativo. Soprattutto nelle grandi città, l’emergenza casa è un dato in crescita, a cui continuano a non venir date risposte, se non quella di considerarne soltanto l’epifenomeno dello squatting, e di considerarlo sotto il punto di vista dell’ordine pubblico. Vedi decreto Lupi.
Al contempo, aree crescenti di città vengono abbandonate al degrado, perchè inutilizzate. Talvolta giungendo al paradosso di edifici storici recuperati e ristrutturati grazie all’intervento pubblico, che poi lentamente tornano verso la condizione precedente a causa del mancato utilizzo, conseguenza della più totale mancanza di progettualità (anche economica) degli interventi.

Una situazione resa più complicata da una vera e propria giungla di titolarietà dei beni, a volte proprietà delle amministrazioni locali, a volte di ministeri, delle Curie o di società pubbliche o private. Il risultato è che nelle città italiane si trovano vaste aree edificate, più o meno agibili, ma del tutto abbandonate a se stesse.
Parallelamente, ed ormai da decenni, va avanti la sceneggiata della dismissione del patrimonio pubblico inutilizzato, spacciata come via per reperire risorse. In realtà, le varie aste che si sono tenute non hanno praticamente prodotto nulla, e spesso quelle poche vendite effettuate (al ribasso) hanno visto come acquirente la Cassa Depositi e Prestiti; come dire che lo stato con una mano vende e con l’altra compra. Nel frattempo, però, il valore degli immobili – e con esso quello del patrimonio pubblico – è sceso. A tutto vantaggio degli speculatori, che non devono far altro che restare sulla riva del fiume, ad attendere che passi il cadavere dei beni pubblici.
E quando filtra qualche elemento positivo, finisce ineluttabilmente per perdersi nella palude burocratica. Come la legge 112, del 7/10/2013 (“disposizioni urgenti per la tutela, la valorizzazione e il rilancio dei beni e delle attività culturali e del turismo”), con la quale si prevedeva che una serie di edifici dismessi potessero essere “locati o concessi per un periodo non inferiore a dieci anni ad un canone mensile simbolico non superiore ad euro 150 con oneri di manutenzione ordinaria a carico del locatario o concessionario. Tali beni sono locati o concessi esclusivamente a cooperative di artisti ed associazioni di artisti, residenti nel territorio italiano”.
A distanza di otto mesi, non vi sono né i decreti attuativi né l’elenco dei beni disponibili, né tantomeno i bandi per l’assegnazione.

La questione, dunque, è affrontare di petto questo nodo, che riguarda lo sviluppo sociale ed economico del paese. E farlo non solo in fretta, ma anche – se non soprattutto – con una visione complessiva dei problemi, e del quadro in cui si collocano le soluzioni.
Rispetto alle città italiane, con il loro patrimonio d’arte ma anche immobiliare, sembrano prospettarsi poche alternative alla condizione attuale, di progressivo depauperamento. Il processo di dismissione e/o delocalizzazione industriale, infatti, non solo genera crisi occupazionale – con tutte le conseguenze economiche e sociali che questa comporta – ma aggiunge degrado urbano, con sempre nuove aree destinate all’abbandono, e che circondano le periferie.
A questo tipo di degrado, finora si è opposto il modello disneyland, quello già applicato a Venezia, che di fatto presuppone la trasformazione della città in una gigantesca scenografia ad uso del turismo, sottoponendola ad una forma estrema di gentrification, e ad uno sfruttamento intensivo e rapace delle sue bellezze. Basti pensare che da un lato si spendono miliardi di euro per il Mo.Se. (e adesso sappiamo anche come…), il sistema di paratie che dovrebbe proteggere la laguna dall’acqua alta, e dall’altro non si vuole fermare il transito delle grandi navi da crociera a ridosso di San Marco. L’intera città, del resto, ormai in buona parte svuotata dei veneziani, ha un economia esclusivamente basata sul turismo.
Questo modello è quello che, sostanzialmente, si cerca di applicare anche a Firenze, e contro cui da tempo si batte Tomaso Montanari **, e che sottende a certi orientamenti riformatori del MiBAC, ed in particolare delle Soprintendenze – che pure non sono certo esenti da responsabilità ed atteggiamenti meramente conservatori.

Un altro modello, che sembra essere ad esempio perseguito a Napoli, è quello della città-brand, sullo stile di Barcellona. Senza arrivare agli estremi del modello disneyland, del resto applicabile solo a città medio-piccole e con un elevata concentrazione di beni artistico-culturali, la città-brand punta anch’essa ad essere riconosciuta come meta ambita per il turismo internazionale di massa, ed a fare di questo il principale fattore economico, limitando però l’impatto delle trasformazioni urbanistiche e sociali, e perseguendo l’obiettivo attraverso la valorizzazione della identità peculiare della città.
Purtuttavia, questo modello – che pure sta creando non pochi problemi nella città catalana, dove la cittadinanza comincia a sentirsi espropriata dalla presenza invasiva dei turisti – richiede comunque delle politiche strutturali, e non meramente d’immagine, che ad esempio la città di Napoli è ben lontana da avere. Il paragone tra le due città mediterranee, infatti, andrebbe fatto sui fondamentali: decoro urbano vs degrado, trasporto pubblico efficiente vs inesistente, politiche culturali intelligenti vs sconclusionate, qualità della vita decorosa vs deficitaria…
Napoli del resto, e non a caso, non riesce nemmeno ad accogliere significativamente la gran massa di croceristi che vi attraccano annualmente, quasi tutti immediatamente dirottati verso località più o meno limitrofe (penisola sorrentina, costiera amalfitana, Pompei…).
In entrambe i modelli, quello che viene intercettato è un turismo mordi-e-fuggi, che è ben rappresentato dagli autobus SightSeeing: ovvero guardare vs conoscere.

Bisognerebbe piuttosto rifarsi ad Amburgo o Marsiglia ***, dove le politiche cittadine hanno posto al centro il riuso degli spazi abbandonati, puntando innanzitutto sulla rivitalizzazione del tessuto sociale ed economico urbano, e solo poi, attraverso questa, ad una economia di più ampio respiro che includa il turismo come risorsa.
Insomma partire dal basso, liberando risorse ed offrendo opportunità, piuttosto che fare grandi investimenti promozionali, che scivolano sulle città lasciando ben poco – ed a pochi.
Nel concreto, una strategia perseguibile nelle città d’arte italiane (praticamente tutte), che rispondesse ad un tempo alle tre urgenze di cui sopra, potrebbe articolarsi secondo questi assets:

  • avvio di una politica che privilegi il recupero abitativo dei centri storici, ed in generale del tessuto urbano, a discapito delle grandi opere ****
  • assegnazione a scopo abitativo degli immobili pubblici in disuso, a canone fortemente agevolato, e con sostegno alle opere di ristrutturazione
  • assegnazione di immobili pubblici in disuso, a canone zero, per l’avvio di imprese artistiche e culturali

Ridare fiato alla microeconomia locale, fornire risposte alle esigenze abitative, favorire lo sviluppo di processi di riappropriazione sociale e culturale del tessuto urbano, frenare il degrado delle città.
Un’altra città è possibile.

Milano, il paradosso del cemento
** Blog Montanari
*** Marsiglia si ri-pensa / Riuso urbano a Marsiglia
 **** Di questo, sembra essersi resa conto persino l’ACEN: documento 1, documento 2

Hasta siempre, Cumannant’…

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Qualche giorno fa, sulle colonne di Repubblica, Giuseppe Guida faceva una condivisibile analisi sui limiti che caratterizzano la città di Napoli, rispetto a sé stessa. Il suo intervento, molto opportunamente intitolato “Una città che non ha un’idea di se stessa”, era in effetti incentrato prevalentemente sugli aspetti urbanistici, ma comunque coglieva l’essenza di un problema che va oltre questa dimensione. Scrive Guida che la città dovrebbe avvertire l’esigenza – e la classe dirigente dovrebbe coglierla – “di reimmaginare e di riscrivere il proprio pensiero sulla città del futuro, i modelli della crescita urbana, soprattutto ridefinire l’immagine che la propria città dovrebbe avere tra vent’anni” (la sottolineatura è mia). Questa considerazione, nella sua essenziale semplicità, ci fa balenare agli occhi un dato di straordinaria evidenza, che pure siamo adusi a non cogliere. La classe dirigente napoletana (tutta intera), certo non da sola, e certo non da oggi…, è incapace di avere una visione di lungo periodo. Il suo orizzonte è tragicamente limitato. E questo limite si manifesta non solo nella incapacità di immaginare un processo di trasformazione non episodico e non a breve, ma ancor più nella incapacità di incardinare questo processo nei tempi e nei modi necessari perchè arrivi a termine. Questo significa fondamentalmente accettare l’idea che tale processo deve essere largamente – e convintamente – condiviso. Non può né essere calato dall’alto sulla città e sui cittadini, ma anzi li deve deve vedere partecipi attivi e propositivi, né fondato su un’idea di parte, perchè altrimenti sarebbe destinato ad essere accantonato ad ogni cambio di maggioranza amministrativa. Non c’è progetto vero e serio di cambiamento, che possa essere realizzato compiutamente nell’arco di un quinquennio. Occorre quindi che sia assicurato l’impegno continuato, indipendentemente dai mutamenti politici, per perseguirlo; obiettivo questo che può essere ottenuto soltanto se è la città, nella sua interezza, a sentire suo il progetto. Per fare ciò, la classe dirigente – la Politica innanzi tutto – deve saper indicare delle direttrici di massima, e fornire i dati reali, su cui fondare il dibattito pubblico. Che non può essere confuso, né tanto meno aggirato, con un assemblearismo populistico, dove l’applauso sostituisce la discussione ed il confronto. Perchè se è grazie alla politica di corto respiro che Napoli (l’Italia tutta) galleggia da decenni, in balia del caso e senza alcuna rotta, la soluzione non è certo in un nuovo decisionismo, nel leaderismo peronista, purché di segno diverso da quello del ventennio passato.
La partecipazione, è la chiave. Ma richiede tempi lunghi, incompatibili con la fretta dei partiti e dei leader politici, in perenne cerca di risultati visibili da spendersi per la propria riconferma.

Intanto, archiviata questa prima tornata di America’s Cup, l’unico orizzonte di dibattito che si offra alla città è: ztl si o no? Una questione che, come ho già avuto modo di dire, posta in questi termini si colloca impropriamente. Perchè, pur essendo un tema di grande rilevanza – e di grande impatto sulla vita quotidiana dei cittadini – appare decontestualizzato; la zona a traffico limitato non è, non può essere, fine a se stessa. Di là dalla sua importanza come strumento di conversione ad un modello eco-compatibile di città, e come strumento simbolico di riappropriazione del territorio, si avverte fortemente la necessità di collocarla nel quadro di un progetto di città futura che, invece, non si vede e non c’è.
In ogni caso, com’era prevedibile, la Coppa America si è lasciata alla spalle uno strascico di polemiche, in ordine ai risultati conseguiti.
Dopo i trionfalismi iniziali, persino gli attori più coinvolti ed esposti mediaticamente – l’industriale Graziano, presidente della società di scopo ACN, ed il Sindaco Luigi De Magistris – hanno corretto il tiro, riconoscendo (sia pure solo in parte, ed attribuendone la responsabilità alla società di gestione americana) la sussistenza di problemi che, inevitabilmente, impatteranno sulle ricadute previste. A conti fatti, sono stati spesi circa 20/25 milioni di euro, per la quasi totalità pubblici, a fronte di una kermesse che – nel breve periodo – certamente non ha prodotto grandi risultati; non di flussi turistici, non economici, e alla fin fine neanche d’immagine.
Paradossalmente – ma anche significativamente… – sul piano mediatico ha funzionato molto più efficacemente, ma proiettando al contrario un immagine negativa, il rogo delle opere d’arte del CAM. A dimostrazione del fatto che, nella comunicazione, i risultati sono proporzionali alla forza del messaggio, ben più che al capitale investito.

Il Comandante Guevara - quello 'vero'...

Il Comandante Guevara - quello 'vero'...

Rimane comunque il problema di comprendere se questa operazione, che teoricamente avrebbe dovuto avere molte chance a proprio favore, produrrà o meno dei risultati che giustifichino la spesa pubblica.
Per fare questo, però, è necessario che si attivino percorsi e strumenti di valutazione. É quanto chiede insistentemente l’associazione NapoliPuntoaCapo – dalla quale per molti versi, ed in molte occasioni, mi sento distante – che molto correttamente pone il problema. Senza però trovare, nelle istituzioni pubbliche, alcuna sponda. Peraltro, va detto che questa sordità è significativamente bipartisan: se, infatti, da un lato l’amministrazione comunale è quella che più si è spesa mediaticamente l’evento, è l’amministrazione regionale ad aver speso concretamente la stragrande maggioranza della cifra impegnata – e dunque dovrebbe essere la prima a dar conto di questa spesa.
Beh, possiamo scommettere che questa valutazione non si farà.
Non solo e non tanto perchè, con ogni probabilità, scoprirebbe gli altarini, svelando lo scarto tra i risultati previsti e sbandierati e la realtà effettuale. Quanto perchè costituirebbe un precedente pericoloso. La classe dirigente napoletana, infatti, come del resto tutte le classi dirigenti di questo paese, vede come una minaccia l’idea di veder sottoposte a verifica – in termini concreti, reali – le proprie scelte ed il proprio operato. Che, in ultima analisi, significa esser chiamati a render conto di come si è gestita la cosa pubblica.

Ancora una volta, quindi, siamo di fronte ad una classe dirigente che ama gli onori, ma rifugge gli oneri – o quanto meno, le responsabilità. Una classe dirigente, senza alcuna distinzione politica tra destra e sinistra, che si rivela sempre più non all’altezza dei compiti. Ed interessata prevalentemente a tutto ciò che restituisce visibilità mediatica, che concentra su se stessa i riflettori dell’attenzione pubblica.
A tal proposito, basti pensare che – ad esempio – la Giunta Regionale di Stefano Caldoro ha approvato è stanziato, in un batter d’occhi, 20 milioni di euro per l’America’s Cup (un evento durato complessivamente una decina di giorni, e che ne durerà altrettanti nel 2013), mentre a tutt’oggi non ha ancora approvato la delibera per il finanziamento di 15 milioni, previsto per il Forum Universale delle Culture, in programma da anni e che dovrebbe durare oltre 100 giorni! Il tutto, mentre il suo assessore Caterina Miraglia assegna al Napoli Teatro Festival, diretto dal suo protegé De Fusco, ben 11 milioni di fondi europei…
Tutto ciò, se da un lato rivela un disinteresse che rasenta il boicottaggio, nei confronti del Forum, dall’altro ha delle ricadute concrete ed immediate. Il mancato stanziamento, infatti, blocca di fatto la possibilità di indire i bandi pubblici per la partecipazione al Forum da parte degli operatori artistici e culturali della città. E delle due l’una: o alla Regione Campania del Forum non gliene frega niente, o non sono proprio in grado di comprendere cosa significhi organizzare seriamente un evento del genere.
Dal canto suo, l’amministrazione comunale continua a sorprendere per la sua straordinaria leggerezza dell’essere.
Dopo una gestione che più estemporanea non si può della Fondazione Forum – prima affidata al cantautore Roberto Vecchioni, poi al Capo di Gabinetto del Sindaco, Sergio Marotta, quindi alfine affossata in quanto d’improvviso la si scopre inefficace – sta puntando adesso al medesimo modello gestionale della Coppa America: accentramento sul Comune di Napoli della struttura operativa, lasciando alla Regione Campania l’onere della spesa. Dei quindici milioni previsti, infatti, ben 12 andranno a Napoli, che li gestirà autonomamente.
Tra l’altro, non si capisce per quale motivo per l’America’s Cup andava benissimo la società di scopo, in cui erano presenti tutti gli attori (Regione, Provincia, Comune, Unione Industriali), mentre per il Forum la società di scopo già esistente (la Fondazione, appunto), bene non va, e bisogna smantellarla.
L’ultimissima boutade – e speriamo sia davvero solo e soltanto tale – in merito al Forum, è che il Sindaco avrebbe pensato di offrire la Direzione Artistica dell’evento a Camilo Guevara, ultimogenito del Che. Se fosse vera, questa notizia sarebbe la prova definitiva dell’improvvisazione, della inconsapevolezza, della superficialità e dell’incompetenza con cui a Palazzo San Giacomo si affronta il problema.
Non si può giocare con la città – e con i fondi pubblici – come se nulla fosse. Non si può continuare ad offenderla.
Il Forum Universale delle Culture può e deve essere un passaggio fondamentale nel processo partecipato, che definisca – nel confronto con se stessa e con il resto del mondo – la propria idea di sviluppo, la Napoli futura.
Per favore, non lasciamo a pazziell mman’e criature…

Adda passà a nuttata!

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Secondo certe letture catastrofiste delle scritture maya, il 2012 sarà l’anno finedimondo. Fa parte delle culture umane, questo bisogno di immaginarsi delle cesure epocali, e da che abbiamo memoria del passato se n’è sempre trovata traccia. Ma la terra è ancora lì. Purtuttavia, il 2012 potrebbe effettivamente essere un’anno-cerniera, in cui si consuma non tanto la fine del mondo, quanto la fine di questo mondo. C’è stato, negli ultimi 10/15 anni, un corto circuito sensazionale, partito dalla rivoluzione telematica che ha poi prodotto la globalizzazione finanziaria, dalla quale è venuta la crisi globale che sta travolgendo il vecchio mondo. Ma dallo stesso seme, è germogliata una rivoluzione orizzontale nella circolazione delle informazioni, che ne è il potentissimo anticorpo.
Fuori dai massimi sistemi, comunque, nel suo piccolo anche il semplice passaggio da un anno ad un’altro è una cesura. E cosa ci regala, questa volta?
Come nelle  migliori tradizioni italiche, il danno e la beffa.
In chiusura d’anno, mentre i cittadini sono distratti da un’ansia di forzata (ed amara) festività, il Consiglio dei Ministri vara il Decreto Legge n.211; il decreto, nasce per porre rimedio ad una situazione realmente tragica – oscenamente tragica! – ovvero quella delle carceri italiane, con più di 20.000 detenuti oltre la capacità di accoglienza, la gran parte dei quali per reati minori, e in attesa di giudizio. Il decreto stanzia 57.277.063 € per “il contrasto della tensione detentiva determinata dal sovraffollamento delle carceri (…) per le esigenze connesse all’adeguamento, potenziamento e alla messa a norma delle infrastrutture penitenziarie”. Al di là del linguaggio burocratico-aggressivo (contrasto piuttosto che – ad es. – alleggerimento), che comunque significa pur sempre qualcosa, ovviamente ci si chiede: dove verranno prese queste risorse?
Da una generosa donazione da parte di quel 10% della popolazione che si gode il 45% della ricchezza? Da un taglietto ai costi dei politici (smettiamola di parlare di costi della politica, sono i politici il vero onere…)? Dalla rinuncia a qualche cacciabombardiere o dal rientro di una delle tantissime missioni militari in giro per il pianeta?
Certo che no! I soldi arriveranno “mediante corrispondente riduzione dell’autorizzazione di spesa (…) relativamente alla quota destinata dallo Stato all’otto per mille”. Tradotto in pratica, questo significherà 57 milioni di euro in meno per i Beni Culturali!
Così, tra uno sproloquio ed un’altro sulla Cultura come il petrolio italiano (sempre e solo modelli di sfruttamento, riescono ad immaginare!…), siamo allegramente passati dal “con la cultura non si mangia” al “mangiamoci la cultura”!
E questo è il danno. E la beffa, direte voi? Eccola.
Allegata al Cud 2012, i contribuenti italiani troveranno la scheda riservata al 5 per mille, arricchita di un nuovo campo. Sarà infatti possibile destinare il contributo al “finanziamento delle attività di tutela, promozione e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici”; poiché non è prevista la possibilità di indicare il beneficiario, questo diventa automaticamente lo Stato stesso – in patente contraddizione con lo spirito del 5 per mille, peraltro. Insomma, l’ennesima presa per i fondelli!
Da un lato si allettano i cittadini, convinti di contribuire alla salvaguardia del nostro patrimonio culturale, e dall’altro – con il gioco delle tre carte – si dirottano i fondi su altre emergenze.
“Adda passà a nuttata!…”

Eduardo in 'Napoli Milionaria'

Eduardo in 'Napoli Milionaria'

Ma passiamo a cose di casa nostra.
In questo transito da un’anno all’altro, più che fare bilanci (per quanto sia convinto che qualcosina l’abbiamo portata a casa, in questo 2011…), mi piace fare progetti. Pensare a ciò che faremo.
Sono tante le cose che mi piacerebbe si facessero a Napoli, nel campo delle arti e della cultura, ed alle quali intendo lavorare. Naturalmente, poiché da soli non si va da nessuna parte, i successi a venire dipendono dalla nostra capacità, collettiva, comune, di fare massa critica e cambiare lo stato delle cose. E quindi, quanto più saremo in tanti, e quanto più saranno tante le iniziative che sapremo mettere in campo, tanto più numerosi saranno i risultati.
Anticipo qui, in sintesi, tre importanti iniziative, alle quali credo moltissimo, e che mi auguro possano realizzarsi nel corso del 2012.

Per ridare respiro, un respiro internazionale, alla città di Napoli – che ormai da più di vent’anni è asfitticamente ripiegata su stessa – rimettendola al centro di un processo veramente creativo, credo che occorra cogliere l’occasione del Forum Universale delle Culture del 2013, ma non solo e non tanto all’interno della programmazione del Forum stesso, quanto al suo intorno.
Lontanissimi gli anni in cui in città si incontravano Andy Warhol e Joseph Beuys, Napoli è ormai un corpo emaciato, come la maschera di Eduardo, il cui unico rapporto col mondo si è ridotto ai container pieni di prodotti cinesi contraffati, in entrata, ed alla esplulsione delle sue energie migliori, in uscita.
Il progetto NapoliSpreadCamp, che mi auguro la Rete Forum faccia suo, si pone l’obiettivo di portare a Napoli, durante l’arco dei 101 giorni del Forum, 1000 artisti da tutto il mondo, ospitati in residenze pubbliche e private, ma anche – e soprattutto – nelle case dei napoletani.
Attraverso un bando pubblico, da lanciare entro la primavera 2012, ed utilizzando lo strumento di un apposito sito web, si costruirà un network internazionale con l’obiettivo di portare nel tessuto vero della città la forza contaminante di energie creative e culture diverse. Artisti visivi e filosofi, poeti e danzatori, attori e musicisti, da proiettare in un calderone ribollente, capace di sconvolgere in profondità l’apatia cittadina, e soprattutto di lasciare una fertile traccia nel ventre di Napoli. La cui fioritura, successiva alla stagione del Forum, spacchi definitivamente – e davvero – la cappa cementizia che blocca la città.

Per restituire a Napoli uno luogo d’elezione per le arti, che vada oltre la dimensione meramente espositiva e/o documentale – del resto, miseramente confusa ed assente, in mancanza di fondi e di idee – partirà la campagna Fondazione PAN, con l’obiettivo di trasformare il Palazzo delle Arti Napoli da mero dipartimento dell’amministrazione comunale in centro propulsivo permanente per la produzione e la promozione artistica. Adottando un modello statutario come quello immaginato con il contributo di Stefano Rodotà per il Teatro Valle a Roma, e basato sulla garanzia di una partecipazione decisionale non marginale anche da parte del mondo della cultura, la trasformazione del PAN in Fondazione vuole conseguire il triplice obiettivo di sottrarre un bene comune culturale ad una gestione direttamente politica, coinvolgere energie anche economiche nuove e fresche in un progetto di ampio respiro, restituire protagonismo agli attori culturali della città.

Per ricostruire un nuovo tessuto sociale legato alle arti, libero dalla dipendenza dai favori degli amministratori di turno, occorre traghettare il mondo culturale napoletano, il suo milieu, verso una dimensione nuova, che sappia coniugare l’arte ed il management – e che lo sappia fare, non vi sia semplicemente costretto obtorto collo. Per questo, l’idea di un percorso di workshop in management artistico mi sembra un altro, fondamentale tassello nel processo di trasformazione della città. Fornire a chi vive di Arte e di Cultura gli strumenti culturali (ma anche tecnici) per affrontare in modo realistico e concreto il proprio progetto di vita, significa non solo rendere possibili – o diversamente possibili – questi progetti, ma anche aprire orizzonti di nuove sinergie, e preparare più adeguatamente l’universo artistico cittadino al confronto con le realtà internazionali.

Che – e come – questi tre progetti siano strettamente interconnessi, legati da un fil rouge ideale e concreto, è cosa fin troppo evidente perchè valga la pena di sottolinearlo.
Questi sono i miei buoni propositi per il 2012. Chi vuole condividerli, alzi la mano!

Spacca Napoli

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Sabato scorso, si è infine tenuta l’assemblea costitutiva della Rete Forum. É un passaggio importante, che probabilmente – quale che ne sia lo sviluppo – segnerà comunque l’orizzonte delle politiche culturali cittadine. Per la prima volta, infatti, si crea un’alleanza larga, tra artisti ed operatori culturali, con una prospettiva non meramente sindacale, rivendicativa, ma politica, nel senso più ampio del termine.
Con ogni probabilità, quindi, tornerò a parlare della Rete, su questo blog. A breve, ci saranno sviluppi di interesse generale, e comunque servirà a comprendere meglio alcuni dei passaggi che ci aspettano, nella definizione di una strategia di politica culturale, quale vogliamo mettere in essere a Napoli.
C’è, nella piattaforma di convocazione dell’assemblea, documento che ho pubblicato su questo blog poco tempo fa, una prima articolazione dei temi fondamentali su cui la Rete intende focalizzare la propria attenzione.
Vorrei quindi partire da queste tracce, per sviluppare un ragionamento più articolato ed approfondito su quanto – a mio avviso – deve (e può) essere il Forum Universale delle Culture 2013, e soprattutto cosa possa e debba essere l’azione della Rete Forum.

SpaccaNapoli

SpaccaNapoli, tra le aree d'intervento dell'UNESCO

La prima traccia su cui abbiamo posto l’accento è la trasformazione urbanistica.
É importante fare un passo indietro, a questo riguardo. Quando a Barcellona nasce l’idea del Forum, e si costituisce la Fondazione che ne detiene il brand, lo scopo primario dell’operazione è precipuamente questo: operare una profonda azione di intervento urbanistico su un pezzo del centro della città, finalizzato alla sua trasformazione profonda, alla sua rivalutazione immobiliare – e che, al di là dei giudizi estetici sugli esiti dell’intervento architettonico – si è comunque realizzato operando una violenza sul tessuto sociale di Barcellona, e che per questo è stato fortemente contestato.
Sin dalla prima apparizione, quindi, il Forum si è incentrato sulla dimensione urbanistica, a cui l’operazione culturale ha fatto da corollario.
Nel caso di Napoli, invece, questa parte del format Forum ha avuto sin dall’inizio un ruolo diverso. Non solo e non tanto perchè l’idea di portare il Forum in città nasce dall’allora assessore alla Cultura, Nicola Oddati, quanto perchè le tipologie d’intervento immaginate sono ben diverse. Mentre nel caso di Barcellona, infatti, si è trattato di un intervento di trasformazione radicale di un pezzo di città, trasformazione anche d’uso, nel caso di Napoli l’idea iniziale è quella di focalizzare i fondi UNESCO in una operazione di risanamento sul centro antico cittadino, privilegiando soprattutto i numerosi edifici storici e religiosi in esso presenti, ed in una parallela operazione di riutilizzo dell’area ex-Italsider a Bagnoli.
Gli anni trascorsi dall’assegnazione del Forum a Napoli, sino ad oggi, sono stati frattanto segnati da una paralisi generata dalla politica. I conflitti intestini al centro-sinistra, con la guerra inter-bassoliniana tra Regione Campania e Comune di Napoli, le ondivaghe riluttanze ad impegnarsi dei governi nazionali, hanno prodotto un ritardo che, soprattutto sotto il profilo della trasformazione urbanistica, è ormai incolmabile. Sono quindi intervenuti dei cambiamenti quantitativi e qualitativi, in ordine a questo aspetto del Forum. L’entità dei fondi destinati all’intervento urbanistico, si è drasticamente ridotta; la riluttanza del Governo, la scarsità di risorse disponibili da parte degli Enti Locali, amplificata dai tagli degli ultimi anni, e da ultimo la crisi finanziaria dell’UNESCO (dopo che l’organismo ha approvato l’ammissione della Palestina come stato membro, gli U.S.A. hanno sospeso i propri trasferimenti, che ne costituivano la gran parte del bilancio), hanno determinato un crollo delle risorse disponibili. Dai 200 milioni di euro, inizialmente ventilati, si è infatti passati ad una stima attuale di circa 50 milioni; parlo di stima perchè, allo stato attuale, non c’è ancora alcuna certezza in merito! Se si considera che il Forum dovrebbe prendere il via tra soli 15 mesi…
Non è un caso, infatti, che nel suo intervento sul Corriere di qualche giorno fa, l’assessore Miraglia abbia più o meno chiarito che a questo punto tra l’intervento urbanistico e la programmazione culturale non è detto che ci sarà coincidenza temporale.
Allo stato attuale, quindi, la situazione relativamente alla trasformazione urbanistica che attiene al Forum è assolutamente indeterminata. Non c’è certezza sui fondi che saranno stanziati, né sui tempi di questo stanziamento; non c’è certezza sulle aree che saranno interessate (Bagnoli è uscita dal quadro), né sulla tipologia d’intervento; non c’è una previsione affidabile sui tempi di realizzazione.
Questo è il quadro generale della situazione. Che, stante così le cose, presenta un aspetto positivo ed uno negativo.
L’aspetto positivo è, sostanzialmente, il ridimensionamento dell’intervento urbanistico.
L’aspetto negativo è che, se la gran parte dell’intervento si sposterà sul dopo Forum, sarà più facile sganciare completamente l’intervento da qualsiasi caratterizzazione culturale.
In ogni caso, e questo è un’altro aspetto centrale, da tenere nel debito conto, ogni competenza sugli interventi di trasformazione urbanistica spetta non alla Fondazione che gestirà il Forum, ma alla cosiddetta cabina di regia, costituita da Governo, Regione, Provincia e Comune.
Questo significa che l’interlocuzione sarà non solo complicata dai fattori appena descritti, ma sarà resa quasi impossibile dalla natura dell’interlocutore.
Quindi quale può essere la strategia di approccio alla questione, da parte della Rete Forum?
Se l’intento non può che essere quello di ottenere che le trasformazioni del tessuto urbano siano a basso impatto sociale, e ad alta ricaduta culturale, credo che bisognerà attrezzarsi per una battaglia eminentemente politica, e quindi condotta attraverso gli strumenti della mobilitazione più che del confronto diretto con la cabina di regia. In ogni caso, fintanto che non sarà noto né il progetto relativo all’azione di intervento urbanistico, né tantomeno i tempi di realizzazione delle varie opere, risulta difficile aprire un confronto di merito con gli interlocutori istituzionali. Appare quindi opportuno semmai procedere alla definizione di un quadro generale, all’interno del quale chiedere che si vadano poi a collocare gli interventi specifici, anche a prescindere dalla loro scansione temporale.
Personalmente credo che questo contesto generale debba quantomeno contenere i seguenti indirizzi:
– evitare gli investimenti in opere faraoniche, la cui gestione successiva avrebbe costi insostenibili per le amministrazioni, e sarebbero quindi destinate al disuso se non all’abbandono
– evitare progettualità che non tengano conto dell’esistente, creando quindi inutili duplicazioni di strutture a destinazione d’uso vincolante
– progettare in vista del dopo Forum, in modo che gli interventi sui singoli immobili siano inseriti in una strategia di lungo termine, che tenga quindi conto della destinazione d’uso successiva
– prevedere che, almeno una quota degli interventi sul tessuto urbano, abbia una successiva ricaduta sociale – ad esempio in termini di alloggi e/o di spazi sociali
– privilegiare gli interventi in favore degli immobili di proprietà pubblica
– finalizzare gli investimenti ad un’idea di sviluppo complessivo della città, tenendo nel dovuto conto le esigenze di prospettiva che un’investimento sulla cultura e sul turismo richiedono
In particolare, credo che in qualche misura la Rete dovrebbe giocare d’anticipo, avanzando proposte che, in qualche misura, prefigurano e concretamente anticipano un diverso modello di utilizzo della città, anche rilanciando il nesso con l’aspetto culturale del Forum. Credo ad esempio che sarebbe bello ed opportuno, in occasione dei 101 giorni del Forum stesso, far convergere su Napoli non soltanto un flusso turistico, ma anche creare un movimento capace di interagire – sul piano artistico e culturale – con la città, e soprattutto di innescare processi continuativi di interscambio.
Un modo semplice potrebbe essere quello di attrezzare una parte degli immobili pubblici in disuso, rendendoli temporaneamente agibili, ed invitando – magari attraverso un bando pubblico internazionale – giovani artisti ed intellettuali a venire a Napoli per il Forum, offrendo loro ospitalità in queste acampadas urbane, all’interno di tali strutture.
Anche sul piano urbanistico, insomma, ci vorrebbe uno scatto di fantasia, di coraggio,  che consenta di ottimizzare al massimo le risorse investite. Perchè non si esce dalla stagnazione economica e culturale, senza la capacità di uscire da schemi vecchi e stantii, antichi quanto i palazzi del Centro Storico.
Per citare il Ministro Ornaghi, che pure non ci sembra un campione di modernità, un sistema culturale va “irreversibilmente in decadenza quando non è in grado di produrre innovazione culturale”.
Ci piacerebbe evitarlo.

Written by enricotomaselli

20 dicembre 2011 at 19:36

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