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La Lunga Marcia

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Ad urne chiuse, e (prevedibile) risultato acquisito, vale la pena di cominciare a spendere qualche parola. E – ovviamente – impossibile non cominciare dalla anomalia napoletana; che non è soltanto quella del sindaco (eccentrico a qualsiasi schieramento politico), ma molto altro, che molti non vedono.

Napoli è, intanto, la città con l’astensione più alta. La vulgata corrente, tra media e politica, è che questa città sia in fondo refrattaria alla democrazia rappresentativa, che abbia – come del resto si compiace di avere lo stesso sindaco – un’anima anarchica.
Ma magari le cose non stanno così. Magari una lettura più politica, più razionale, è possibile.
La prima questione da osservare, è che il sistema bipolare pensato oltre vent’anni fa, come via d’uscita dalla crisi partitocratica della I^ Repubblica,  e che vide il suo esordio proprio con l’elezione diretta dei sindaci, mostra ora la corda, e si impalla, perchè la realtà del paese è strabordata da quei confini concettuali. Siamo, al minimo, in una realtà tripolare.
In un sistema bipolare, una realtà tripolare produce quel che abbiamo visto a Torino ed a Roma (con particolare evidenza): la forza sconfitta al primo turno, e che non accede al ballottaggio, converge in parte su uno dei due contendenti, determinando un cambio di equilibri. Insomma, ciò di cui il PD oggi si stupisce e (quasi) si indigna.
Questo fenomeno si è verificato fortemente nelle due città suindicate – e molto meno, ad esempio, a Milano – perchè il M5S (pur essendo un movimento anti-establishment, e quindi anche avverso al centro-destra) è innanzitutto una forza trasversale ai due schieramenti dx-sx. Dopo aver impostato buona parte della campagna elettorale sulla tesi che Virginia Raggi fosse di destra, è francamente demenziale che il PD non avesse messo nel conto che su di lei sarebbero confluiti i voti di quell’elettorato.

Ma a Napoli questo non accade. Luigi De Magistris vince sostanzialmente con gli stessi voti ottenuti al primo turno, mentre la partecipazione precipita. Ma la ragione non risiede in una specificità napoletana – nel senso di intrinseca alla città – quanto nella specificità del quadro politico napoletano.
Anche se il sindaco si è presentato e si presenta come un esponente della sinistra assai radicale, il suo non essere in realtà legato ad alcuna formazione (nonché il suo abilmente modulato peronismo), fanno sì che sia lui il movimento trasversale. All’interno del quale la sinistra-sinistra non è che una componente (e nemmeno determinante, come si vede dai risultati delle varie liste).
Al tempo stesso, il tracollo del PD – che dalla sconfitta di 5 anni fa a quella dell’altro giorno ha mostrato solo di essere peggiorato, sotto ogni profilo – ha lasciato allo sbando il suo elettorato di riferimento, ed ha privato il ballottaggio della polarizzazione politica destra/sinistra, lasciando al suo posto quella personale De Magistris/Lettieri.
Nonostante gli squallidi appelli a votare quest’ultimo, da parte di qualche ultras piddino, la gran parte degli elettori che al primo turno avevano votato per uno degli sconfitti, semplicemente non sono andati al voto. Così come hanno fatto una parte dei simpatizzanti di Lettieri, dando la partita per persa.
Non a caso, De Magistris vince con una percentuale vicina al 70% – come la Raggi – ma che corrisponde grosso modo a quello zoccolo duro che si è conquistato nei primi 5 anni, e che equivale ad un 20/25% del corpo elettorale.

L’uomo De Magistris, si sa, è caratterialmente eccessivo, come uno di quei ragazzi che, avendo vissuto in una famiglia molto rigida, fanno a 40/50 anni le cose che non hanno potuto fare quando ne avevano 20/30. Di là dal fatto che questo possa talvolta fare tenerezza, se lo si guardi con occhio benevolo, o suscitare fastidio, se lo si guardi con occhio meno indulgente, rimane il fatto che il suo lato eccessivo emerge soprattutto quando si sente in prima linea – come durante una campagna elettorale.
Bisognerà vedere, quindi, cosa farà a bocce ferme.
Fondamentalmente, ha dinanzi a sé due strade. La prima, sicuramente per lui più allettante, anche perchè più facile, è quella dello zapatismo partenopeo, della creazione di un movimento a la podemos, magari attraverso quella rete delle città ribelli di cui ha più volte parlato.
In questo, conta di utilizzare la spinta che viene da un movimento che sta partendo dal basso nella città, e che gli ha suggerito alcune suggestioni poi utilizzate in campagna elettorale. Un movimento del tutto autonomo, rispetto al sindaco ed ai suoi embrioni di organizzazione politica, ma che purtuttavia rischia di essere, almeno in parte, inglobato nella partita che lui immagina di giocare da qui a 5 anni.
L’altra strada, assai difficile, e soprattutto meno gratificante sul breve periodo, è quella di affrontare le questioni fondamentali, e provare seriamente a risolverle.

La prima, enorme, è costituita dagli oltre 3/5 dei cittadini, per i quali non c’è rappresentanza. Rispetto ai quali, il problema non è semplicemente riportarli al voto – che comunque non è dietro l’angolo – ma rimotivarli alla partecipazione.
La seconda è rappresentata dalle periferie, quelle esterne (Bagnoli, Ponticelli, Scampia, San Giovanni…) così come quelle interne (Quartieri Spagnoli, Forcella…), rispetto alle quali deve essere fatto uno sforzo titanico di inclusione. Devono essere parte della città a tutti gli effetti, e sotto tutti gli aspetti, e non zone altre.
La terza, è quella di far crescere la città. Crescita civile e crescita economica (e le due cose si tengono), avendo a mente soprattutto la parte più giovane e più dinamica della città, quella su cui si può ragionevolmente scommettere per conseguire questo risultato.

Se proprio avverte l’esigenza di un movimento politico, che possa fargli da punto d’appoggio quando tra cinque anni si concluderà la sua esperienza da sindaco, si limiti – ad esempio – ad intrecciare reti con altre città d’Italia e d’Europa (anche non necessariamente ribelli…), ed affidi al fratello il compito di organizzare il suo movimento (sempre che ne sia capace). Così, tra l’altro, scioglierà un equivoco che ha retto anche troppo a lungo, tra le mura di Palazzo San Giacomo, riaprendo i giochi su una casella importante come quella delle politiche culturali (che è fondamentale ai fini della crescita di cui dicevo prima).

In ogni caso, quella che ci attende è una lunga marcia. Perchè al di là della buona fede e della buona volontà del sindaco, l’onere della partita sta a tutti noi. Alla fine di questa consiliatura, quando lui cercherà legittimamente nuovi campi da gioco su cui misurare la propria ambizione, squali e squaletti del malaffare politico saranno ancora lì, pronti ad azzannare il corpo di Napoli. Già da oggi, c’è da starne pur certi, stanno pensando al giorno in cui potranno rientrare a San Giacomo, come fosse il loro acquario tropicale.

Il paradiso può attendere?

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Tutti conoscono la famosa frase di Benedetto Croce, che definiva Napoli come “un paradiso abitato da diavoli”. É una di quelle locuzioni fulminanti, che si fissano nella memoria; e nel tempo è divenuta espressione paradigmatica del rapporto di amore/odio che molti napoletani hanno con la propria città.
Come molto spesso succede a questo genere di espressione, si tratta di una evidente forzatura, e non solo terminologica; se Napoli non riesce ad essere il paradiso che è, la colpa è di quei diavoli dei napoletani. Che per carità, ce ne mettono, di proprio! Ciascuno, infatti, pensa che i diavoli siano gli altri, ma spesso e volentieri – nel suo piccolo – non si nega più d’una diavoleria
Il punto è che in realtà c’è ben altro, e molto…, che determina questa caduta del paradiso.
Napoli, capitale del Mezzogiorno, è vittima solo in parte di se stessa, ma come tutto il Sud d’Italia paga il prezzo di decenni e decenni in cui la Repubblica ha considerato il meridione come una sorta di figlio illegittimo, una Cenerentola da tenere in cantina. Una politica che non ha mai voluto davvero lo sviluppo economico e sociale delle regioni meridionali. E di cui oggi arrivano a maturazione i terribili frutti.

Il paradiso può attendere?

Il paradiso può attendere?

É notizia di questi giorni: la pubblicazione del Rapporto Svimez ci presenta dati drammatici, che segnano una pericolosissima inversione di tendenza persino laddove il Sud esprimeva numeri positivi. Il tradizionale livello di natalità, da sempre più elevato nelle regioni meridionali, e che (con l’immigrazione) ha fatto da freno negli ultimi anni al crollo demografico nazionale, segna uno stop incredibile: nel 2013 i decessi hanno superato le nascite, per la prima volta dal 1861! Un fenomeno di tale portata si era verificato solo nel 1867 e nel 1918 cioè dopo due guerre, la terza guerra d’Indipendenza e la I Guerra Mondiale. Il rapporto Svimez segnala che “il Sud sarà quindi interessato nei prossimi anni da un stravolgimento demografico, uno tsunami dalle conseguenze imprevedibili, destinato a perdere 4,2 milioni di abitanti nei prossimi 50 anni, arrivando così a pesare per il 27% sul totale nazionale a fronte dell’attuale 34,3%”.
Ovviamente, questo calo demografico è conseguenza diretta dell’impatto devastante che la crisi economica ha avuto sul Mezzogiorno, già strutturalmente più debole. Lo scorso anno, 116.000 persone hanno lasciato le regioni meridionali per ragioni economiche, e le famiglie povere sono aumentate del 40%. Mentre principalmente su quelle regioni impatta il flusso dei migranti del Sud del mondo, che fuggono soprattutto dalle guerre e da regimi dittatoriali, da quelle stesse regioni ripartono a loro volta gli italiani, che fuggono la miseria. E a differenza degli anni ’50 e ’60 del novecento, quando l’emigrazione meridionale era prevalentemente composta da contadini che andavano a lavorare nell’industria o nelle miniere – a Torino e Milano, in Svizzera, in Germania, in Belgio… – oggi è significativamente composta dalle persone meglio qualificate. I laureati sono la componente che cresce di piu’, dai 17.000 del 2007 ai 26.000 del 2012, +50% in 5 anni.

La narrazione leghista, che negli ultimi decenni ha dipinto il Mezzogiorno come fosse – appunto – abitato (e governato) da diavoli, ha costituito il fondamento ideologico su cui si sono costruite le politiche di depauperamento ulteriore del Sud. Indipendentemente da chi governasse a Roma.
Tra il 2008 ed il 2013, su 985.000 persone che hanno perso il lavoro in Italia, ben 583.000 risiedono nel Mezzogiorno; dove, pur essendo presente appena il 26% degli occupati, si concentra il 60% delle perdite dovute alla crisi. Secondo Svimez, l’industria è quella che soffre di più (-53% gli investimenti in 5 anni di crisi, -20% gli addetti); i consumi delle famiglie crollano di quasi il 13% in 5 anni; gli occupati scendono a 5,8 milioni, il valore più basso dal 1977, e la disoccupazione corretta sarebbe del 31,5% invece che il 19,7%. Un ecatombe sociale.
Contro questo disastro, non solo non si vede uno straccio di politica capace di frenarlo, ma nemmeno un briciolo di attenzione – che non sia strumentale ed effimero. A Napoli, capitale del Mezzogiorno, si accapigliano per decidere se candidare De Luca o Cozzolino o un terz* candidat*, in grado di evitare la presenza dei primi due; il dibattito che appassiona è primarie si primarie no. Mentre Ventrella e Caldoro, dopo aver portato al collasso il trasporto pubblico regionale, ne hanno avviato la privatizzazione. Così che, domani, si ripeterà ancora una volta il canovaccio già visto: aumento delle tariffe, abbandono delle tratte meno redditizie, insomma come sempre in culo ai (poveri) diavoli!

Tragicomicamente, se il governo nazionale non sembra interessato al Sud più di quanto occorra per qualche veloce spot, e le classi dirigenti (?) locali sono forsennatamente concentrate sul proprio ombelico, i cittadini sembrano attoniti, distratti, sconfortati, scettici – ma mai abbastanza arrabbiati. Più che diavoli, anime ‘o priatorio
Ma se non parte da lì, da noi, il riscatto di queste terre non ci sarà mai. Altro che Terra dei Fuochi, qui all’orizzonte c’è la terra di nessuno, la desertificazione. Cacciare la testa sotto la sabbia non cancellerà il declino.
É questo – è adesso – il punto. O ci si rassegna all’idea che il paradiso può attendere (all’infinito), o si riprende in mano il proprio destino. Tertium non datur.

Written by enricotomaselli

29 ottobre 2014 at 12:49

Genova per noi

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Non è la macchina del fango, non nasce nelle redazioni o nelle segrete stanze del potente di turno, e soprattutto non si abbatte su una sola persona. Ha però la stessa precisione, la medesima ripetitività. Immancabilmente, si ripresenta. In un paese dove il dissesto idrogeologico si accompagna (ed in buona parte consegue) ad un dissesto civile, dove la corruzione e l’inefficienza pubblica si somma ad una miriade di egoismi ed interessi privati, sembra quasi non esserci speranza di sfuggire alla marea del fango.
Ma in questo momento, non è su ciò che vorrei soffermarmi. Ci sono altre due o tre cose, che mi interessano.

La meglio gioventù

La meglio gioventù

La prima. La crisi della rappresentanza, quando la situazione raggiunge punti di rottura, si manifesta in tutto il suo brutale massimalismo. Non ce n’è per nessuno.
Doria è un sindaco eletto dal centrosinistra – anche se, con una qual certa approssimazione, la stampa tende a definirlo come arancione; un termine che genera associazioni mentali errate. Il sindaco arancione per eccellenza, infatti, è Luigi De Magistris, che fu eletto sì con i voti di buona parte dell’elettorato di centrosinistra, ma che si era candidato in contrapposizione a questo. Gli altri sindaci, a lui impropriamente apparentati (Pisapia a Milano, Doria a Genova, Zedda a Cagliari…), sono infatti eletti da coalizioni di centrosinistra, con l’unica anomalia di essere risultati vincenti alle primarie pur non essendo del PD, ma indicati da SEL.
Doria non è un sindaco che ha malgovernato la sua città. Ma quando i torrenti tracimano ed il fango invade le strade, la rabbia dei cittadini si indirizza anche contro di lui. Gli si rimprovera persino che fosse a teatro, la sera dell’alluvione. Laddove non essendoci stata alcuna allerta meteo, non si vede cosa ci sia di particolarmente strano. Ma la pazienza dei cittadini è già normalmente ai livelli di guardia, e basta poco a farla tracimare; proprio come le acque che scendono a valle.
Se non si mette seriamente mano a ciò, a rimediare alla crisi della rappresentanza politica, i danni provocati dal maltempo sembreranno poca cosa al confronto. E sono le amministrazioni locali le più esposte, strette nella morsa degli enormi tagli ai trasferimenti di risorse da parte dello stato, e la condizione di prossimità ai cittadini, che ne fa il bersaglio primario. Occorre un cambiamento nel rapporto tra stato centrale ed amministrazioni locali, ma non meno importante, occorrono amministratori straordinariamente capaci.
Valga come memento a chi si appresta a selezionare le candidature per le prossime elezioni locali a Napoli ed in Campania.

La seconda. Il dissesto del territorio è un problema pluridecennale, ma ogni qualvolta che si produce una tragedia, tutto si risolve in un po’ di ammuina sui TG, e poi passata la festa gabbato lo santo
Facile, quindi, marcare una differenza assumendo invece (qualora stavolta lo si faccia davvero) delle decisioni operative. Ma non meno importante è quali decisioni si assumono, in quale direzione viaggiano. Se – come sembra emergere in questo caso – talvolta i problemi sorgono da una lentezza burocratica, la soluzione non può essere l’azzeramento delle procedure normali. Dietro ogni eccezione alla norma – e c’è una lunga casistica a dimostrarlo – sempre si annida la corruzione e l’abuso. La questione, infatti, non è l’esistenza di una serie di passaggi procedurali, ma la loro lentezza. Che non è intrinseca, ma deriva da una precisa volontà politica. Perchè la possibilità di velocizzarli ad hoc consente l’uso discrezionale del potere. Nega l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
La soluzione, quindi, non può essere bypassare le norme, ma renderne veloce l’applicazione. Ad esempio, garantendo per legge una corsia preferenziale per tutto ciò che riguarda le dispute civili in materia di opere pubbliche, ed imponendo tempi certi. E magari, per disincentivare i ricorsi facili, forti penalità per chi dovesse perdere il ricorso. Il cambiaverso renziano, invece, sembra andare nella direzione di sempre. L’eccezionalità. Il decreto Sblocca Italia, infatti, con cui il governo vuole affrontare anche l’emergenza genovese, è un decreto sblocca cemento, che reitera la logica dell’aggiramento delle norme in nome dell’urgenza, e che – come denuncia Carlo Petrini – aumenterà l’impatto della cementificazione sul territorio.

La terza. Da decenni, e con particolare accanimento durante l’ultimo ventennio, la devastazione del territorio, anche da parte dei cittadini, è stata enorme. Tra condoni edilizi, leggi ad hoc, commissariamenti vari – per non parlare di quel mostro in cui, in epoca berlusconiana, è stata trasformata la Protezione Civile – sono stati assestati colpi durissimi al territorio della penisola. Avviare una politica che ponga rimedio ai danni fatti, non solo è estremamente urgente, ma richiede una consapevolezza diffusa. Non può veramente attuarsi, se non si riesce contemporaneamente a far giungere, sino all’ultimo cittadino dell’ultimo comune, la consapevolezza che l’urbanizzazione selvaggia e lo sfruttamento fuori norma rappresentano una concreta minaccia alla sicurezza della collettività.
Non basta una politica diversa, che si concretizzi in un diverso orientamento legislativo, finalizzato alla riduzione del consumo di suolo. Occorre una responsabilizzazione dei cittadini, che non può non partire dalla scuola, perchè maturi un diverso, più responsabile approccio a queste problematiche. Avendo come faro l’art.9 della Costituzione, che ci impone la “tutela del paesaggio”.

Infine. L’arrembaggio grillino a Genova, con la calata (in favore delle odiate telecamere…) dei parlamentari a spalare fango, e con l’unico scopo di soffiare sciacallescamente sulla rabbia della cittadinanza, è un esempio da manuale della cattiva politica che dovrebbe scomparire dal nostro orizzonte. Se proprio avessero sentito questo dovere morale, l’avrebbero dovuto fare subito ed in silenzio, non dopo l’annuncio urbi et orbi del Grillo Parlante al Circo Massimo.
Per fortuna, e senza alcun clamore mediatico organizzato, a Genova sono andati anche tantissimi ragazzi da tutta Italia. Gli stessi che pochi giorni prima, ciascuno nella sua città, erano scesi in piazza contro la riforma della scuola proposta dal governo.
Quasi 50 anni fa, altre ragazze e ragazzi andarono a Firenze per liberarla dal fango. Anche da lì, da quell’esperienza comunitaria e di servizio, nacque due anni dopo il ’68 italiano. La prima vera spinta all’apertura ed alla modernizzazione della società italiana, dal dopoguerra. Un germe da cui nacquero successivamente molti dei diritti civili, non ultimo quello Statuto dei Lavoratori che ora si vuole smantellare definitivamente.
Con buona pace delle destre vecchie e nuove, che l’hanno sempre visto come il fumo negli occhi, e dei rinnovatori renziani, che nella propria incapacità di leggere la storia del paese lo identificano assurdamente con la conservazione.
Sarebbe bello se, nelle strade infangate di Genova, mettessero radice i fermenti per un altro movimento come quello. Non sarebbe nemmeno la prima volta, che Genova dà un segnale forte all’Italia.

La fonduta

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#lafonduta #malatempora

Piatto di origini svizzere, la fonduta – o fondue – è diffusa anche in Francia e nel nord-ovest italiano. Consiste in uno o più formaggi fusi insieme, da consumare a caldo.
La Fonderia, invece, si è tenuta a Bagnoli lo scorso week-end, su iniziativa di un gruppo di 40enni del PD (e dintorni), con l’obiettivo dichiarato di elaborare un programma partecipato in 10 punti, in vista delle prossime elezioni regionali in Campania. L’altro obiettivo, quello sostanziale anche se non dichiarato ufficialmente, era quello di lanciare un candidato – anzi, una candidata. Ed essendo nel frattempo tramontata questa ipotesi, è tornato utile (ai promotori) aver sempre negato fosse questo lo scopo…
Questa, comunque, non è stata l’unica mutazione avvenuta in corso d’opera; dal momento in cui fu pensata e lanciata, al suo epilogo, molta acqua è passata sotto i ponti e, seppure il lasso di tempo è stato breve, la Fonderia si è trasformata non poco.

La fondue...

La fondue…

Avrebbe dovuto essere il momento clou in cui i quarantenni democrat lanciavano l’opa definitiva sul PD campano, marcando le differenze con il vecchio partito. Ma alla fine, alla kermesse c’erano proprio tutti (tutte le generazioni del PD regionale), persino l’avversario n°1 (quel De Luca che vuole nuovamente giocarsi la partita contro Caldoro) era presente, ed anzi con un abile coup de théâtre ha fatto un intervento assai politico, riscuotendo gli applausi della platea – cosa del resto che, prima di lui, aveva già fatto anche Bassolino. Mossa geniale e spiazzante (gli organizzatori, colti di sorpresa, hanno esitato a dargli la parola…), degna della incursione berlusconiana da Santoro.
Avrebbe dovuto essere la celebrazione del primato delle idee sulle persone, con i 10 tavoli tematici impegnati a stilare i punti del programma, ma alla fine di questo lavoro, che ha visto impegnati per ore centinaia di persone, si è preferito dare spazio alla sfilata di personaggi piccoli e grandi, sacrificando le relazioni dei coordinatori dei tavoli.
In conclusione, l’effetto positivo più rilevante sembra essere stato l’aver creato un’occasione di reincontro per il personale politico d’area – tutti infatti a farsi grandi sorrisi e darsi pacche sulle spalle. Una rimpatriata è sempre una bella cosa, va da sé. E può essere utile in vista di una campagna elettorale che si profila affatto facile.

Ma il punto rimane. Almeno per il momento, i quarantenni non praevalebunt. Il PD rimane in stallo, tra le diverse forze che lo compongono sul territorio.
A questo punto, le opzioni sul terreno sono due: andare o meno alla conta, attraverso l’ordalia delle primarie, o puntare ad un candidato che le bypassi. Ovviamente, queste due opzioni sono a loro volta subordinate di un’altra questione: il PD vuole davvero riconquistare la Regione Campania, o segretamente punta a lasciarla a Caldoro? Ed ancora, come ulteriori variabili: se vuole evitare sia le primarie che la vittoria, su chi puntare? Un candidato unitario – si parla del Ministro Orlando – dovrebbe essere necessariamente un nome forte, che non si può bruciare in una competizione destinata alla sconfitta; e d’altra parte, per convincere De Luca a non correre, magari senza il PD (come ha già fatto in passato…), occorrerebbero argomenti convincenti. Magari le famose deleghe ministeriali mai arrivate…
Insomma, il puzzle è ancora tutto da ricomporre.

Inevitabile, in tutto questo, che le idee passino ulteriormente in second’ordine.
Perchè, nonostante la grande visibilità ottenuta con la tre giorni bagnolese, e malgrado si muovano all’ombra del caro leader Renzi, la verità è che questi 40enni non sembrano avere ancora la forza per conquistare il partito. La palude, quindi, continuerà a dominare.
Ed agli elettori di centro-sinistra si proporrà ancora una volta una fonduta fredda, fatta anche col formaggio rancido avanzato. Il tracollo di partecipazione alle primarie emiliane è un bel segnale d’allarme, e se il PD (magari mantenendo o quasi i voti) dovesse scendere al 30/35%, anche in virtù di una maggiore partecipazione alle amministrative, sarà azzannato e messo sotto accusa per aver perso il 5/10% – giusta nemesi, dopo aver così a lungo e così avventatamente strombazzato il 40,8% delle europee…
E nel frattempo, la vicenda De Magistris (anche qui, la nemesi…) apre nuovi scenari.
Mala tempora currunt in Campania felix…

Cul de sac

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Scrivevo giorni fa che – a mio giudizio – il PD sta sbagliando strategia elettorale. E, apparentemente, sta sbagliando anche nella lettura della situazione politica e sociale del paese.
Leggo che, secondo il PD, gli attacchi del M5S sono dovuti al ruolo centrale che il il Partito Democratico coprirebbe per la tenuta democratica del paese. Ma questa è, ovviamente, pessima propaganda. Quale che sia l’opinione che si possa avere del MoVimento 5 Stelle, chi crede davvero che si adoperi consapevolmente per distruggere la democrazia? Come non capire che, invece, Grillo attacca il PD perchè punta ai voti di Forza Italia?
É di ieri invece la dichiarazione di Renzi, secondo cui Grillo e Berlusconi sono due facce della stessa medaglia. Anche qui, pessima propaganda. Davvero grossier. Ma se Berlusconi è, ostinatamente, l’interlocutore privilegiato, addirittura sulle riforme costituzionali!
In verità, il PD si è cacciato in una trappola micidiale.

Cul-de-sac

Cul-de-sac

Sull’onda della grande fiducia in sé stesso di Renzi, tutto il PD si è convinto di avere il vento in poppa, di essere in sintonia con il paese. Abbacinato dal proprio nuovo leader, non si è reso conto (o per lo meno, quasi tutto il PD non si è reso conto…) che gran parte di questo favore era ed è dovuto – da un lato – all’effetto trascinante del successo alle primarie e – dall’altro – al sostegno pressocché unanime dei mass-media.
Fondamentalmente, il PD ha confuso la propria base elettorale con il paese. L’elettorato democratico, dopo i numerosi fallimenti della propria classe dirigente, cercava solo qualcuno in grado di ridarle fiducia. Per questo, nel giro di un anno, la sconfitta alle primarie del 2012 si è ribaltata. Ma per il paese è diverso.
La paura generata dall’avanzata dei grillini (soprattutto fuori dal PD…) ha prodotto una accelerazione, portando Renzi alla Presidenza del Consiglio. E portando il PD in un cul de sac.
Perchè Renzi, ed il PD con lui, ha scommesso tutto su se stesso, sulla sua capacità di imprimere una spinta in avanti, di accreditarsi come l’uomo del cambiamento. Ma questo, inevitabilmente e prevedibilmente, significava scommettere su Berlusconi. E non accettare alcun rallentamento. Il cul de sac.

Sempre ieri, in un interessante articolo su Pagina 99 si facevano alcune riflessioni sulla situazione a meno di 30 giorni dal voto per le europee. Rilevando tra l’altro come il PD, persino di fronte ad enormità come quelle contenute nelle ultime uscite di Berlusconi, sia costretto a smorzare i toni. Infatti, “in casa democrat, minoranza e maggioranza interna, fanno gli scongiuri affinché Forza Italia regga in termini di consenso elettorale”. Perchè se, com’è ormai prevedibile, Forza Italia subisce un tracollo elettorale, Renzi perde il suo interlocutore, e salta tutto il tavolo che si è imbandito.
Il PD già da qualche anno ha perso completamente il polso del paese. Ed il 25 maggio rischia di sbatterci su il grugno, e di brutto anche.
Di là dal mio personale dissenso politico, rispetto all’idea blairiana di sinistra incarnata e sostenuta da Renzi, ho sempre pensato che fosse un abile comunicatore, ma non un altrettanto abile politico. Ma quando ha ingranato la quarta per prendere il posto di Letta, ho capito che è anche un cavallo di poca corsa. IMHO.

P.S.
Magari mi sbaglio (anzi, quasi quasi spero di sbagliarmi…), ma io scommetterei che il 26 maggio la forbice tra PD e M5S, ben che vada per i democrat, sarà intorno ai due punti.

Written by enricotomaselli

29 aprile 2014 at 10:06

Confesso

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Da tempo – anni, ormai – mi ritrovo a chiedermi quale sia il senso di questo blog. Paradossalmente, non ricordo nemmeno più, o quanto meno non con sufficiente chiarezza, cosa mai mi abbia spinto ad iniziare questa avventura.
Sicuramente, c’è stato un momento, un punto, in cui ho come valicato un crinale; l’energia – la rabbia, l’indignazione – che aveva dato l’abbrivio iniziale, iniziava a scemare, e rischiavo lo stallo. Poi, la sensazione di non parlare al deserto, l’interesse, il feedback positivo (qualcuno anche lusinghiero), mi hanno spinto a continuare.
Ma la domanda torna a proporsi: qual’è il senso?
Non ho ambizioni politiche, e quindi non può averne in questa prospettiva. Non ho una particolare pulsione individualista, né al protagonismo – al contrario – quindi non serve ad appagare il mio ego. Credo di poter onestamente affermare che corrisponde, in qualche modo ed in qualche misura, ad una volontà di partecipazione civica. Ma, appunto, partecipazione presuppone la presenza di altri attori, una scena, un’azione; un processo in atto – o quanto meno, in divenire.
So di aver provato (e non solo con il blog) ad innescarlo, questo processo. Ma, forse anche per una soggettiva insufficienza, il processo non c’è e non si vede. D’altro canto, proprio in virtù della già detta assenza di protagonismo, non cado nell’errore di attribuire a me (sia pure per demerito) questo stato di cose. É chiaro che vi sono delle condizioni oggettive – fossero anche solo la somma di tante insufficienze soggettive…
Ecco allora che torna a proporsi, ricorsivamente, la domanda: qual’è il senso? C’è, un senso?
Non ho – ancora – una risposta definitiva. Ma sento il peso di questa assenza, così come l’incombere della domanda.

... ??? ...

… ??? …

Giorni fà, nel leggere un tweet de Il Fatto, che citava il nostro amato sindaco, ho provato un brivido. Nel corso di un forum col giornale, De Magistris ha infatti dichiarato “più vado avanti e più ho voglia di ricandidarmi”. Brivido.
Per quanto sia convinto che si tratta in realtà di una sparata tattica, conoscendone l’ego impareggiabile sono stato comunque investito da un’alito d’inquietudine. L’osservazione razionale del quadro politico locale e nazionale, mi dice che il sindaco sia in realtà in cerca di una exit strategy, che gli consenta di uscire dignitosamente dal cul de sac in cui si è cacciato. In questo senso, la minaccia di una ricandidatura servirebbe a tenere banco nella trattativa con il centro-sinistra. Probabilmente conta (ancora) su uno zoccolo duro di consenso quotabile intorno al 10%, che è intenzionato a far pesare. D’altro canto, come si vede con ogni evidenza, nessuno ha in questo momento seriamente intenzione di scuotere lo scranno di Palazzo San Giacomo, per farlo cadere prima del tempo. A destra, in un contesto generale che vede ancora aperta la questione della transizione al dopo-Berlusconi, gli occhi sono probabilmente puntati sulla Regione, per la quale si voterà prima – e che rimane pur sempre l’istituzione che muove i denari. Tra l’altro, li si profila una candidatura De Luca (cioè un competitor sul terreno proprio della destra…). Al Comune, dove una battaglia frontale sarebbe più difficile, si lascerà quindi spazio a qualche candidatura di facciata. L’imprenditore Marinella già scalda i motori…
Sul fronte opposto, ancora non si capisce bene cosa intendano fare dalle parti del PD; l’ambizione di fare il sindaco di Napoli credo sfiori più d’uno, in casa democrat, ma la partita non è ancora ufficialmente aperta. Anche se (sbaglierò…) il manifesto ‘Noi per Napoli’, recentemente lanciato con le firme di 100 intellettuali (Umberto Ranieri, Amedeo Lepore, Paolo Frascani, Pasquale Belfiore, Gennaro Biondi, Bruno Discepolo, Marcello Martinez…), credo dica qualcosa su ciò che si muove – sia pure ancora sullo sfondo.
Ma anche qui, resta la domanda: ma fuori dalle stanze dei partiti, che non mi pare abbiano più grande rapporto con la città, cosa succede?

Poco tempo addietro, scrivevo che senza cultura non c’è società civile, e senza società civile non c’è politica.
Ne resto convinto. Così come resto convinto il rapporto tra società civile e politica non debba tradursi nell’esprimere candidati immagine, quanto piuttosto nell’esprimere un’idea di sé come città (o come Paese), un progetto di crescita, un senso – alla cui realizzazione debba poi impegnarsi la Politica. Ed è precisamente questo vuoto, a preoccuparmi. Continuo a non vedere nulla del genere, a Napoli. Manca, quantomeno, il catalizzatore.
Aveva forse ragione Eduardo De Filippo, con il suo jatevenne? O qualcosa può ancora accadere?
Certo, se non la facciamo accadere noi, non cadrà come la manna dal cielo.
Come dice Jack Ma *, la cultura è fondamentale, perchè “se non ci occupiamo di questo, le nuove generazioni verranno su con tasche profonde ma con menti vuote”. Ma ho paura che, nonostante tutto, il mondo della cultura napoletano sia ancora profondamente legato all’idea dell’intellettuale organico; magari oggi orfano del Partito. Un’idea coraggiosa di autonomia della cultura, non riesco a distinguerla.
E allora, qual’è il senso? Indicatemelo voi, se sapete.

* Jack Ma, il fondatore di Alibaba (la società di e-commerce più di successo al mondo, che da sola vende più di Amazon e eBay messe insieme), l’uomo che il Financial Times ha appena incoronato come Persona dell’Anno 2013.

Il patchwork delle culture

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Pare che Goebbels (il ministro della propaganda del III Reich) sostenesse che se devi dire una bugia, devi dirla grossa; perchè quanto più è grossa, tanto più sarà credibile. Ora, per quanto possa suonare sgradevole, il sinistro personaggio è considerato il padre della moderna comunicazione di massa, e dalle tecniche sviluppate al suo ministero sarebbe poi discesa la moderna pubblicità. Non c’è quindi da stupirsi se, che sia vera o meno questa storiella, di certo la lezione è stata imparata. Quella di spararla grossa è, infatti, un’efficace tecnica di comunicazione, utilizzata – manco a dirlo… – soprattutto in politica.
Maestro indiscusso, negli ultimi vent’anni, è stato ad esempio Silvio Berlusconi, il quale a sua volta ha aggiunto una ulteriore raffinatezza: la bugia, oltre che grossa, deve essere dettagliata. Quella di aggiungere cifre alle proprie fregnacce, infatti, è sempre stata una sua caratteristica, meglio poi se le cifre non sono tonde. Gli esempi in tal senso sarebbero innumerevoli, e ci vorrebbero dei tomi, per ricordarle tutte. L’ultima in gran voga in questi giorni, ad esempio, è quella che si vuol togliere la agibilità politica (?) al leader del primo partito italiano, un partito da 10 milioni di elettori. Manco a dirlo, i dati reali dicono tutt’altro. Alle elezioni politiche del febbraio 2013, il PDL ottenne 7.332.972 voti (il PD 8.644.523 ed il M5S 8.689.458). Anche a guardare la coalizione, i risultati sono diversi: il centrodestra (una coalizione di 9 liste) ottenne 9.922.850, il centro sinistra (una coalizione di 4 liste) ne ottenne 10.047.808.

Il Grande Pinocchio

Il Grande Pinocchio

Naturalmente, nell’era del grande pinocchio, non poteva mancare una genìa di epigoni in sedicesimo.
E poiché, com’è noto, a Napoli non ci vogliamo far mancare niente, qualcuno di questi ha casa da queste parti. Ma l’originalità partenopea deve naturalmente farsi sentire in qualche modo, e quindi qui è in uso soprattutto la magniloquenza dei paragoni, l’iperbole declamatoria, l’ardita similitudine.
Forse qualcuno ricorderà quando l’ex-assessore Di Nocera disse che per il PAN si sarebbe ispirata al Centre Pompidou; più di recente, l’assessore Piscopo ha sostenuto che le cripte sottostanti la chiesa di San Francesco di Paola al Plebiscito, una volta restaurate, “saranno il nostro Guggenheim”. Per non parlare ovviamente degli straordinari risultati turistici che il Sindaco assicurava a seguito dell’America’s Cup. Purtroppo, i dettagli e le cifre (quelle vere) dicono qualcosa di leggermente diverso. La presenza  dei turisti in città, infatti, ha visto si dei picchi in occasione dei grandi eventi (com’è ovvio), ma non ha prodotto alcuna reale inversione di tendenza, nemmeno sul breve-medio periodo, se è vero che nel 2013 si registra una flessione rispetto all’anno precedente. Ed ora, come dice Salvatore Naldi (Presidente di Federalberghi) il 2013 “è costretto a confidare nel Forum delle Culture”. E ho detto tutto!

A proposito di Forum delle Culture… Questa settimana, c’è stato l’ennesimo viaggio della speranza verso Barcellona; l’assessore Daniele ed il commissario della Fondazione Puca, infatti, sono volati nella città catalana per ottenere un tormentato placet ad un cronoprogramma di salvataggio. Il Forum, infatti, conferma il suo inizio per l’ultima settimana di settembre, ma sposta in realtà il suo baricentro verso la primavera 2014. Un compromesso tra l’esigenza della Fundaciò di non sputtanare ulteriormente il format, accordando l’ennesimo rinvio che ne avrebbe fatto saltare la cadenza triennale, e quella degli amministratori locali, che sono ancora in preda al caos più totale, senza una programmazione, una struttura investita dell’organizzazione, uno staff all’altezza del compito.
Salvati (almeno per il momento) capre e cavoli, si procede verso il debutto. E con un rovesciamento clamoroso delle prospettive – ma senza rinunciare all’esagerazione che lo contraddistingue – il Sindaco ci ha informati sul fotofinish che sarà “un Forum proletario”! Di là dall’uso alquanto fuoriluogo di questo termine, decisamente ottocentesco, che la sinistra più intelligente ed avveduta ha sostituito da anni con altre categorie più aderenti alla realtà, non si capisce bene cosa voglia significare.

Già, perchè anche quello sui fondi destinati al Forum è un pianto greco senza gran fondamento.
Confidando sulla distrazione generale, e sulla superficialità di tanta informazione, si continua a diffondere la favoletta che questi Fondi siano scesi da 250 a 16 milioni.
In realtà, ed in asse con il format originario del Forum battezzato a Barcellona, lo schema iniziale prevedeva, in parallelo, un’azione di forte intervento urbanistico sul centro storico napoletano, per un importo di 200 milioni, e le manifestazioni culturali ed artistiche, per altri 25. La giunta regionale guidata da Caldoro (cui, lo ripeto, va per gran parte la responsabilità di questo fallimento annunciato), tra le sue prime deliberazioni decise di scorporare i due interventi, l’urbanistico ed il culturale. Ferma restando l’egida dell’UNESCO, all’intervento sul centro storico sono stati assegnati 100 milioni (dopo varie polemiche tra Regione e Comune sulla scelta dei siti su cui intervenire), e si attende l’avvio dei cantieri. Mentre per la parte culturale si è passati da 25 a 16, di cui 11 per le manifestazioni da svolgere a Napoli, e 6 per quelle negli altri siti UNESCO della regione. La decurtazione reale, quindi, è al più da 25 ad 11. Apparirebbe quindi singolare che, a fronte di un dimezzamento dei fondi disponibili, il format sia stato invece dilatato dai 101 giorni originari ad oltre 240… se non fosse che, chiaramente, questo risponde all’esigenza primaria di chi ha gestito sinora l’affaire (i De Magistris brothers in testa), ovverossia prendere tempo.
Perchè in questo ormai biennale pastrocchio non sono riusciti a concretizzare nulla di ciò che, invece, avrebbe dovuto già esserci.

Quel che ci attende, dunque, è null’altro che “una serie di eventi più o meno estemporaneamente collegati tra loro” (parole sempre dell’ex-assessore Di Nocera, intervista a il Mattino del 24-08-2013). Persino di ciò che aveva selezionato e prodotto il Comitato Scientifico della Fondazione, non si sa più nulla. Forse superato da altri equilibri, probabilmente divenuto carta straccia, agli occhi di chi immaginava un Forum spettacolare (nel senso letterale della parola). Avremo probabilmente un Forum-patchwork, una sorta di coperta realizzata cucendo insieme varie manifestazioni, più o meno già programmate a prescindere dal Forum, e con un fil rouge decisamente approssimativo rispetto ai temi che avrebbero dovuto costituirne il cuore. Il tutto condito da qualche grande evento qua e là.
Adesso, alla vigilia del debutto, in tanti scoprono che sarebbe stato meglio non farlo. L’associazionismo civico, e da ultimo qualche intellettuale, chiedono di rinunciare. Facendo finta di non sapere che ora è comunque troppo tardi. Come se non fosse chiaro da almeno un anno che questa sarebbe stata, inevitabilmente, la deriva. Quando persone ben più competenti ed autorevoli di un blogger, come Domenico De Masi o Francesco Caruso, ben descrivevano lo stridente conflitto tra il corretto approccio ad una manifestazione di questo genere (in termini di tempo, di competenze, di serietà) e l’approssimazione facilona con cui veniva invece affrontata. Ma quando sarebbe stato utile un forte pronunciamento della città, a quanto pare erano tutti distratti – o ancora fiduciosi.
Adesso, il countdown è in termini di giorni. Per dirla con Benigni ed il compianto Troisi, non ci resta che piangere. Ed è commedia.

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